sabato 29 settembre 2012

L'incertezza politica fa male alla crescita economica





Un recente studio, firmato da tre autori di Stanford e di Chicago Booth (QUESTO), porta sostegno alla tesi secondo la quale una maggiore incertezza su talune politiche (quella fiscale in primis) sia concausa di una peggiore performance economica nel paese che da tale incertezza è afflitto. Il paper che ho linkato propone un'analisi relativa agli USA. Le implicazioni però sono di enorme importanza per l'Italia.

Il ragionamento alla base di questa teoria è molto semplice. Se esiste incertezza su quale sarà il livello delle aliquote d'imposta, oppure sulla esistenza o meno di una data imposta su di un reddito, o di detrazioni o deduzioni e sulle modalità di calcolo di queste ultime, gli agenti economici (imprese, famiglie) potranno voler posticipare le proprie decisioni di investimento, se queste sono almeno in parte irreversibili. E la redditività di un qualsiasi investimento dovrà essere sufficientemente alta da remunerare questi rischi, altrimenti l'investimento non sarà intrapreso.

Il primo ambito al quale questo ragionamento si applica subito e intuitivamente, è quello di un'impresa che stia valutando se effettuare nuovi investimenti in Italia, per esempio in nuovi impianti industriali. Un secondo ambito, forse meno intuitivo, è quello delle scelte di investimento in educazione dei giovani italiani, per i quali diverse modalità di prelievo delle imposte, sui redditi di lavoro piuttosto che sui redditi di capitale, con maggiore o minore progressività eccetera, modificano il beneficio atteso (in termini di migliori stipendi) dall'investimento compiuto negli studi universitari. Insomma, politiche che cambino frequentemente le regole (fiscali) del gioco, possono ridurre i tassi di accumulazione di capitale fisico ed umano, con conseguenze nefaste sia nel breve che nel lungo periodo.

L'Italia, paese afflitto da una anemica dinamica della produttività, è quindi uno di quei paesi che proprio non potrebbe permettersi di giocare con il sistema tributario. Eppure avviene esattamente l'opposto. Prendiamo ad esempio lIRPEF: se consideriamo solamente gli ultimi 10 anni, abbiamo avuto una riforma significativa nel 2003, seguita ad un periodo di molte riforme e rimaneggiamenti, in cui sono cambiati scaglioni, aliquote, e metodo di applicazione delle deduzioni; poi nel 2007 di nuovo si rimette mano al sistema IRPEF, che torna alle detrazioni con nuova modifica di aliquote, scaglioni e varie regole di dichiarazione; nell'ultima esperienza di governo, il ministro Tremonti parlava di sostituire la tassazione "dalle persone alle cose", concetto pare poi ripreso dall'attuale Mario Monti (LINK), e che implica nuovamente uno spostamento del carico fiscale, stavolta dal metodo di imposizione diretto a quello indiretto.

Altro esempio lampante di incertezza indotto dalla politica fiscale italiana è dato dalla tassazione delle proprietà immobiliari. Sempre negli ultimi 10 anni, abbiamo assistito dapprima ad una riduzione e poi esenzione delle "prime case" dall'ICI, accompagnata da una tassazione sostitutiva al 20% dei redditi immobiliari, quindi più vantaggiosa della previgente tassazione IRPEF; poi cambiano le carte in tavola, e d'improvviso ci si ritrova l'IMU che non solo riprende a tassazione la prima casa, ma con pesanti aggravi dovuti alle rivalutazioni catastali. Tale incertezza è aggravata dal fatto che alcuni esponenti politici di partiti importanti sventolano l'ipotesi di una riorma, qualora vincessero le prossime elezioni, per una nuova esenzione.

Gli esempi, in questo campo, si sprecano. Nei soli ultimi 10 anni, riforme grandi e piccole hanno cambiato le imposte di bollo e di registrazione, varie accise, le aliquote IVA, e chi più ne ha, più ne metta. A ciò si assommano i numerosi cambiamenti al sistema dei controlli e delle dichiarazioni, con l'introduzione o l'estensione di redditometri e studi di settore. Insomma, sia guardando alle riforme effettivamente varate, sia ai proclami che in prossimità di elezioni i partiti politici si sprecano a pubblicizzare, il contribuente vive una continua situazione di incertezza circa l'effettivo onere tributario che troverà a dover pagare, anche solo per l'anno successivo.

Forse, allora, sarebbe da ripensarsi l'intero meccanismo politico italiano, ponendo vincoli più stringenti alla possibilità di varare modifiche a questo o quel capitolo fiscale. Che i partiti, per il naturale avvicendarsi delle votazioni elettorali, tendano a proporre nei loro programmi modifiche al sistema tributario, è forse cosa ineliminabile ed in sé non è un male grave. Ma che il sistema fiscale sia continuamente stravolto da tsunami riformatori, a volte perfino più volte in una medesima legislatura, è troppo per un paese già "inguaiato" di suo.
Una maggiore "resilienza" del codice tributario potrebbe essere allora auspicabile, purché essa non diventi l'alibi della cattiva politica per mascherare la volontà di non abbassare mai, e per nessuna ragione, la pressione fisale italiana.




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