martedì 13 dicembre 2011

Su Germania, Eurozona, e uscita dalla crisi




In un recente articolo il bravo giornalista economico Mario Seminerio discute criticamente della situazione (drammatica) in cui versa l'Eurozona. Secondo Seminerio, l'origine della crisi non sarebbe dovuta prevalentemente ai debiti pubblici ed alle collegate mal-politiche dei paesi del sud europeo, come viene comunemente sostenuto dai più, ma ad uno squilibrio interno tra paesi del nord e del sud.

Scrive infatti Seminerio: "Nell’ultimo decennio, il peggioramento della competitività del Sud dell’Eurozona ha creato un vasto squilibrio di bilancia dei pagamenti verso il Nord, che è stato finanziato in larga misura attraverso obbligazioni. L’unione monetaria, nel suo complesso, è in equilibrio. Oggi, il Nord ha un surplus delle partite correnti di poco meno del 2 per cento del Pil dell’Eurozona contro un deficit quasi equivalente del Sud. In condizioni normali ciò si risolverebbe con un deprezzamento del cambio del paese in deficit. Ma nell’Eurozona non ci sono valute né meccanismi per finanziare le regioni debitrici, quando i flussi finanziari del settore privato cessano. Se il mercato perde fiducia nella regione debitrice, quest’ultima può solo tagliare rapidamente la spesa, andare in default o invocare l’intervento del FMI."

Io non sono troppo convinto di questa tesi. Il disegno di una unione monetaria europea si basava originariamente sull'esistenza di un mercato unico già in parte sviluppato grazie ai trattati comunitari, che stabilivano la libera circolazione di alcuni prodotti nei paesi aderenti. Partendo dal presupposto che vi fosse la volontà di estendere questo mercato unico e senza barriere (visto anche il successo già dimostrato dai vecchi trattati), si decise di tentare la via di una moneta unica quale strumento per potenziare e favorire l'eliminazione delle barriere transazionali tra i paesi europei. Una moneta unica, si diceva, avrebbe eliminato i costi ed i rischi dovuti al cambio. Ma, ed è questo il punto rilevante, l'Euro doveva essere solo un tassello di una strategia più vasta, tesa a rendere omogenee procedure e regole nei paesi membri.

Il lettore si potrà chiedere ora cosa c'entra tutto questo con l'attuale crisi e con quanto scritto da Seminerio. Ebbene, come già teorizzato da alcuni economisti negli anni '90 (da Paul De Grauwe più che da altri), la presenza di elevata mobilità dei fattori (lavoratori, aziende, capitali) tra i paesi membri di un'unione monetaria è essa stessa una condizione sufficiente a risolvere i potenziali problemi derivanti da differenziali di produttività tra i paesi, o tra regioni, dell'unione.

Facciamo un esempio: immaginiamo due soli paesi, una Germania molto produttiva ed esportatrice, ed un'Italia poco produttiva e poco esportatrice. Immaginiamo in entrambi i paesi uno Stato minimale e senza debiti, e una mobilità totale di fattori e merci tra i due paesi. In una situazione del genere, l'Italia avrebbe inizialmente salari reali più bassi (perché minore è la produttività del lavoro), ed un livello dei prezzi delle materie prime locali più basso. Le imprese tedesche avrebbero convenienza a delocalizzare in Italia, ed i lavoratori italiani a migrare in Germania. L'aggiustamento in questo caso non avverrebbe per via monetaria attraverso deprezzamento/apprezzamento delle rispettive valute, come suggerito da Seminerio, ma direttamente nell'economia reale.

Perché tutto questo non è avvenuto nell'Europa reale? Perché lo Stato non è affatto minimale, anzi è ingombrante e ha fatto guai. Invece di scommettere sul mercato unico, hanno prevalso le barriere. Si è deciso di non consentire l'offerta di servizi da altri paesi membri (ricordate la direttiva Bolkestein, pesantemente depotenziata?) perché si temeva la concorrenza di rumeni e polacchi; si è contrastata la standardizzazione dei prodotti perché sennò si perdevano le varietà locali e i marchi DoP e DoC; i salari italiani sono lontani dalle produttività per causa di un sistema sindacale vecchio e ingessato e di un mercato del lavoro terribilmente duale. Per non parlare dei vincoli posti alla venuta di aziende ed investimenti esteri ("non lasceremo Alitalia ai francesi!", vi ricorda qualcosa questa frase? Ricordate anche le scalate bancarie bloccate da Fazio&soci? Ecco...). Insomma, si è fatto un po' di tutto per minare alla base il progetto di un mercato unico sempre più interconnesso, preferendo interessi locali e di lobby.

Quindi Seminerio in parte ha ragione, quando dice che esiste un differenziale di produttività tra i paesi e che questo genera surplus e deficit commerciali molto diversi. Quello che non mi sento di condividere, però, è vedere la soluzione in manovre monetarie di aggiustamento. Per le ragioni che ho illustrato, è il progetto stesso di mercato unico europeo che al momento pare fermo e non voluto. Allora: se noi europei si vuole ancora fare il mercato unico, per me dobbiamo ripartire da lì con riforme serie e condivise (che non implicano, necessariamente, un'unione fiscale). Altrimenti, è la stessa esistenza dell'Euro ad essere impossibile e perniciosa. Vivremmo permanentemente sotto la spada di Damocle di aggiustamenti impossibili tra i paesi, e tra 5-10 anni gli stessi problemi che subiamo oggi si ripresenterebbero.

Posto che la volontà di formare un vero mercato unico sia rinnovata e confermata, esiste solo una via sensata per uscire da questa crisi: 1) riforme strutturali tese a liberalizzare i mercati, in chiave anche di mobilità intra-europea, per convincere che il tasso di crescita non sarà anemico in Italia (e Grecia, ecc.) e per ridurre gli squilibri tra i paesi membri; 2) riduzione della spesa pubblica nei paesi iperindebitati ed impiego dei surplus per ridurre gradualmente il debito (ma non tutto subito, basta segnalare ai mercati che è in atto una convergenza verso un rapporto debito/pil più basso); 3) privatizzazione delle perdite bancarie, se necessario, con la trasformazione delle obbligazioni bancarie in partecipazioni azionarie (sulla falsariga di quanto saggiamente suggerito, a suo tempo, dall'economista Luigi Zingales per la crisi dei mutui subprime), in modo da ricapitalizzare il sistema bancario senza addossare ai contribuenti alcun onere tributario (ma questa misura, se funzionano presto i punti 1) e 2), probabimente non sarebbe necessaria).
Tutto il resto, a cominciare dagli acquisti da parte di BCE e/o FMI dei titoli di stato sotto pressione, non risolve i problemi che abbiamo, al più li rimanda per un po' di mesi al futuro.


EDIT: un successivo articolo, sempre di Seminerio, apparso oggi su Linkiesta.it (QUI) corregge lievemente il tiro ed arriva a conclusioni molto simili alle mie: "il rinvio di ben un anno dell’intero processo di liberalizzazione dell’economia italiana rischia di rivelarsi esiziale, per mancata comprensione delle radici della crisi". Condivido la prognosi.