lunedì 10 ottobre 2011

Difesa del territorio e kebab




La notizia: il Comune di Forte dei Marmi in Toscana vieta l'apertura di nuovi esercizi commerciali "esterofili", vale a dire che vendano prodotti stranieri non in linea con la "cultura locale" [Corriere della Sera].

L'idea di limitare kebaberie, ristoranti cinesi et similia era già stata propugnata a più riprese da altri amministratori locali, particolarmente di fede Leghista-Padana. Provvedimenti del genere si richiamano alla difesa dell'identità etnica, della cultura locale, della caratterizzazione folkloristica, e talvolta ad una mera difesa del territorio da parte della cittadinanza di più vecchia data contro i nuovi arrivati.

Ora, la follia di voler decidere cosa i propri cittadini debbano o non debbano mangiare credo sia evidente e non richieda specificazioni. Personalmente sono un amante della cucina etnica e non disdegno pasti a base di sushi, o di tinga bella piccante, o di anatra in agrodolce. Mi diverte sperimentare, accostare vini nostrani con piatti stranieri e viceversa. E perciò, sarei molto scontento se il sindaco della mia città decidesse, d'arbìtrio, che la mia tavola debba ospitare solo pizza e spaghetti per una supposta identità culturale cui dovrei uniformarmi.

La questione di Forte dei Marmi è però lievemente diversa dal caso generale. Il paese (meno di 8.000 abitanti) vive essenzialmente del turismo estivo che attira ogni anno. La questione è la seguente: un aumento delle rivendite di prodotti stranieri (non solo cibo, anche abiti, artigianato...) può causare un aumento, o una riduzione, dei flussi turistici? Oppure, può causarne una modifica nella composizione, ad esempio allontanando i turisti più facoltosi e attirando quelli meno propensi a spendere?
L'offerta turistica di Forte dei Marmi si può descirvere, in sintesi, come quella di una località balneare con elevata offerta di servizi ricettivi (hotels, ristoranti, locali, sports, ecc.), che punta ad una clientela "d'élite". In questo, è più simile a località quali Porto Cervo o ad alcuni paesi della Costa Azzurra, e meno a località che fanno della "italianità" e del folklore uno dei loro punti di maggiore attrattiva, quali ad esempio Capri o Siena. L'immagine di Forte dei Marmi è di un posto di mare tranquillo, con bei giardini e ville, eventi mondani e culturali fruibili nei dintorni.

Ora, la cucina etnica si è imposta nel mondo anche nel comparto "alto". Costosi ristoranti giapponesi, italiani, francesi, spagnoli e cinesi si trovano un po' in tutte le grandi capitali e sono molto apprezzati. Il fiorire di servizi del genere indubbiamente aggiungerebbe valore ad una località come Forte dei Marmi. Il proliferare di bancarelle che vendano quegli stessi prodotti tutti uguali visti altrove in mille altri luoghi di villeggiatura, o locali cheap come pizzetterie da asporto e kebaberie, al contrario potrebbero attirare turismo a bassa spesa, e nel tempo "scacciare" i turisti più facoltosi, o quei turisti che comunque prediligono un luogo di vacanza meno congestionato e meno incasinato.

Quindi per concludere, può anche avere un senso un provvedimento che limiti l'apertura di una moltitudine di esercizi di basso profilo. Ma, a me pare, imporre tale limite su base etnica non ha ragione d'essere per Forte dei Marmi. Se il turista medio viene a Forte per gustare la buona cucina italiana, ben presto la concorrenza non italiana andrà in rosso e chiuderà i battenti. Non è necessario un provvedimento Comunale in tal senso. E quindi, la scelta del Sindaco mi pare ottusamente discriminante.