sabato 28 maggio 2011

Lo strano caso dell'elettore italiano. Che soffra di amnesia ricorrente?



Finalmente le elezioni amministrative volgono alla conclusione. Non che questo terminerà l'eterno balletto dei politici che appaiono a tutte le ore sui media a dir scemenze anche durante le feste comandate, ma possiamo sperare almeno che abbassino un po' la frequenza ed i toni.

Si sente spesso dire che l'Italia non è una democrazia completa. La "colpa" di ciò è attribuita ai politici, talvolta al solo Berlusconi, o alla televisione, alla storia d'Italia. Non so dire quale sia la causa preponderante, tuttavia vorrei oggi dire una parola sullo strano metodo che gli elettori italiani sembrano adottare quando decidono a quale candidato assegnare il proprio voto.

In una democrazia idealizzata, ciascun elettore osserverebbe due insiemi di caratteristiche per ogni candidato: il "programma" e lo "storico".

La valutazione del programma elettorale è molto soggettiva, e non potrebbe essere altrimenti. Per esempio, un elettore che abbia subito le angherie di un magistrato impazzito metterà ai primi posti, per importanza, le proposte di riforma della giustizia. Un altro elettore con un trascorso di ristrettezze economiche probabilmente assegnerà maggior peso alle promesse di maggior welfare, o di tagli fiscali. Insomma, l'insieme delle variabili relative al programma, o se vogliamo alle promesse elettorali, è valutato molto eterogeneamente ed in funzione di gusti, cultura, situazioni ed esperienze soggettive.

Altra cosa è la valutazione dello "storico" del candidato, cioè di quell'insieme di notizie di cui l'elettore dispone e che gli permettono di valutare, indipendentemente dai propri gusti e preferenze, se il candidato ha la volontà e la capacità di rispettare almeno parte di quanto promesso sotto elezioni. Queste informazioni includono come il candidato si è comportato in incarichi pubblici precedenti, oppure se ha dimostrato rispetto delle regole, o se è persona di successo nel proprio campo. La stranezza incredibile che si osserva in Italia è che, apparentemente, gli elettori diano poco peso allo storico e molto alle preferenze soggettive.

Questo comportamento è davvero strano. Faccio due esempi: Bassolino e Berlusconi.

Antonio Bassolino è stato sindaco di Napoli nel 1993. Avendo svolto un lavoro giudicato positivamente dai napoletani, fu rieletto per un secondo mandato. Poi, si candida e viene eletto nel 2000 alla presidenza della Regione Campania.
A questo punto la vicenda diventa ridicola: Bassolino viene accusato di ogni ruberìa, subisce indagini e rinvii a giudizio (nel 2007 per l'emergenza rifiuti), e sotto il suo primo mandato (duplice, in quanto rivestiva anche il ruolo di commissario straordinario tra il 2000 ed il 2004) scoppia il bubbone del ciclo di smaltimento della "monnezza" napoletana. Nonostante questo impressionante "storico" assolutamente negativo, che ne sottolinea sia l'incapacità nella gestione di un'aspetto tanto rilevante quanto quello del controllo ambientale e dello smaltimento dei rifiuti, sia nel mantenere sotto controllo la spesa sanitaria che sempre sotto il suo mandato esplode e va in rosso, Bassolino viene rieletto nel 2005, e con un sacco di voti! E la conseguenza, com'era prevedibile, è un protrarsi delle stesse emergenze, tant'è che oggi Napoli è ancora sommersa dai rifiuti, e la sanità campana è ancora in rosso.

Dire di Silvio Berlusconi è come sparare sulla croce rossa, ma è un esempio troppo evidente per non menzionarlo. In sintesi: nel 1994 si butta in politica con un programma che propone meno tasse, meno burocrazia, più lavoro. Ci riprova dopo e rimane al governo tra il 2001 e il 2006, più o meno portando lo stesso programma del 1994 con in più una riforma della giustizia. Risale al governo nel 2008, sempre con lo stesso mantra elettorale cui si è aggiunto il federalismo sostenuto dall'alleata Lega Nord.
Ad oggi, Berlusconi ha totalizzato circa 9 anni da premier, e non ha fatto quasi nulla di quanto promesso: le tasse sono sempre altissime, la burocrazia è sempre intricatissima, la riforma della giustizia non s'è vista, la disoccupazione specie giovanile è ancora molto elevata. Per non parlare del record di ipotesi di reato che gli vengono contestate, e della dubbia moralità conseguente lo scandalo "rubygate". Eppure, un elettorato inspiegabilmente fedele continua a votare lui ed il suo partito PdL, come se solo una fede incrollabile potesse far avverare, in un momento futuro, la Grande Riforma che il profeta Silvio annunciò a reti unificate.

I casi di Bassolino e di Berlusconi sono due esempi lampanti, e sono certo che se ne potrebbero aggiungere molti altri. Perché, allora, l'elettore italiano così spesso dimentica, e si lascia anestetizzare da promesse che dovrebbe sapere essere vuote di alcun contenuto? Qual è il meccanismo perverso che rende possibile perpetuare una leadership assolutamente dannosa per i cittadini, nonostante i numerosi segnali? È qui, per me, il grande nodo da scogliere, ed uno dei maggiori limiti del sistema democratico italiano.

mercoledì 11 maggio 2011

Cosa dice l'OCSE dell'Italia, edizione 2011




L'OECD, o OCSE come diciamo in Italia, ha pubblicato un nuovo rapporto sulla situazione economica del nostro paese, lo Economic Survey of Italy 2011, QUI.

Dato che in questi giorni di bufera elettorale i politici le sparano grosse, è facile che qualcuno estrapoli singole frasi decontestualizzandole. Così dalla bocca dei vari ministri ed alfieri del Cavaliere, vengono profferite parole di encomio per l'ottimo lavoro del governo. "Va tutto bene, siamo usciti meglio degli altri dalla crisi mondiale, i conti sono a posto", eccetera eccetera. Ovviamente i "nemici del popolo", luridi detrattori del nostro illuminato governo, gettano fango ed interpretano i dati in modo diametralmente opposto: "siamo sull'orlo del baratro, non avremo di che mangiare", e cose così.

Visto che il rapporto lo si può leggere, ognuno può acquisire le informazioni che l'OCSE, per davvero e non per propaganda, ci propone. Il report è lungo, tuttavia basta leggersi l'abstract per sapere quali sono le conclusioni essenziali e vedere quanto differiscano dalle versioni estetiche dei politici.

Innanzitutto questo bel grafico:


La spessa linea blu rappresenta l'indebitamento netto in rapporto al PIL italiano tra il 2005 ed il 2009. Le altre due disegnano lo stesso dato medio per i paesi OCSE ed Euro esclusa l'Italia.

Conclusione #1: il debito italiano, che è altissimo, nel 2007-2009 è cresciuto ad un ritmo un po' più contenuto degli altri paesi. Questa è una cosa buona, certo, ma è da considerare il fatto che siamo quasi al 120% di debito/PIL, cioè dovremmo ridurlo di parecchio, non basta farlo crescere poco. Preoccupa poi vedere che al 2009 ha ripreso a crescere con un indebitamento netto oltre il 5% annuo (nel 2010 era il 4.5% secondo le rilevazioni ISTAT).
L'OCSE questo lo dice, afferma che il piano di contenimento del deficit presentato dall'attuale governo va bene sulla carta, ma esprime preoccupazione per alcune incertezze relative agli annunciati (ma non programmati nel dettaglio) tagli alla spesa e al recupero dall'evasione. Come dire: va bene, hai deciso di ridimensionarti, ma mi spieghi come farai?

Il rapporto esamina poi i dati strutturali. E qua son dolori.
Conclusione #2: l'Italia cresceva poco prima della crisi, ed è ragionevole aspettarsi che continuerà a crescere poco anche dopo la crisi. Simple as that. L'OCSE afferma con decisione la necessità di fare riforme strutturali per agevolare una ripresa della produttività e dell'innovazione, e cioè: liberalizzazioni, ricerca, maggiore efficienza della spesa pubblica. L'OCSE sottolinea, in particolare, la mancanza di trasparenza nella gestione delle spese pubbliche e l'imprescindibile necessità di un sistema di controlli più efficace.

Circa le riforme strutturali l'OCSE si sofferma sul sistema dell'università e della ricerca. Evidenzia come l'innovazione, qualunque sia il metodo di misurazione scelto, sia molto scarsa, e addita la mancanza di un sistema che permetta di valutare la qualità delle università (valutazione che manca agli studenti, al governo, e pure alle stesse università). Per l'OCSE la neonata commissione per la valutazione (quella fondata dalla riforma c.d. Gelmini) dovrebbe provvedere e consentire a tutti i soggetti interessati di disporre di un qualche indice di qualità che permetta di stabilire chi fa ricerca più e meglio, magari anche di sapere quali istituti offrono un miglior placement post laurea. Tutto questo è ancora in fieri, e si aspetta di vedere come la riforma annunciata sortirà effetto.

Quindi, la conclusione generale dell'OCSE non è proprio bianca o nera, come si penserebbe nel sentire i politicanti nostrani. Alcuni timidi passettini il governo li ha fatti, è vero. Ma appunto, si tratta di piccoli inizi di riforma, lontani anni-luce dagli annunciati epocali cambiamenti. Soprattutto e per la maggior parte non hanno ancora sortito effetto visibile!
Particolarmente la razionalizzazione della spesa pubblica (riduzioni di sprechi, ecc.) non si sa ancora come e dove si farà, se si farà. Nel frattempo, misuriamo un continuo crescere del debito e dell'indebitamento netto annuo.

Mentre attendiamo lumi su queste ed altre faccende, l'unico aspetto certo è il tasso di crescita anemico: l'Italia cresceva e cresce meno degli altri paesi europei.
Insomma, tirando le somme il rapporto OCSE tinteggia toni più scuri che chiari. Se fosse un dipinto, l'Italia al 2011 sarebbe un quadro del Caravaggio, nero dappertutto e con qualche timido raggio di luce qui e là. O forse è meglio rappresentata dal "La persistenza della memoria" di Dalì: un tempo fermo, in attesa di sé stesso.


E dunque... aspettiamo...............