mercoledì 6 aprile 2011

Italia e rivolte in nordafrica: liberté, elitès, e...



Un articolo apparso su project-syndicate.org a firma di tale Saifedean Ammous argomenta che le rivolte mediorientali di questi mesi sarebbero non solo il frutto di povertà diffusa, ma di istanze politiche di libertà. A differenza di altri osservatori, però, Ammous sostiene che la fame di libertà nasce anch'essa da pulsioni prettamente economiche, piuttosto che da uno spirito libertario astratto.

Secondo l'autore, tali rivolte sono alimentate dalla percezione che lo status quo, composto da un'elite ristretta che domina la maggior parte dei processi economici di tali paesi e che elargisce "regalìe" al popolo, non è più adeguato e trattiene il vero potenziale economico dei paesi. Attraverso la redistribuzione della ricchezza che c'è già, queste elites non contribuiscono a creare ricchezza aggiuntiva, anzi al contrario scoraggiano l'iniziativa privata ed il lavoro a maggiore produttività. Insomma: le rivolte sarebbero la conseguenza di istanze di libertà, ma tali istanze avrebbero comunque contenuto economico e mirerebbero a smantellare la fitta rete di trasferimenti dall'alto e la corrotta burocrazia pubblica.

È una tesi interessante, ed ognuno può ragionarci sopra. Una frase mi ha inquietato particolarmente, questa (traduco in italiano):

"I burocrati ed i loro amici non erano necessariamente coinvolti in atti espliciti di furto o saccheggio. Ma, attraverso attività apparentemente innocue di "supervisione" e di "regolamentazione" – e sotto la guida dei principali istituti finanziari internazionali – le elites al governo sono riuscite a gestire interi settori dell'economia come fossero i loro feudi personali. Se da un lato questa condotta ufficiale è di per se censurabile, il vero disastro è che ha distrutto l'iniziativa e la produttività degli arabi.

Questo totalitarismo economico è stato legittimato dalla carità elargita dai governi. Le elites arabe hanno fittiziamente intrapreso riforme economiche per decenni, attraverso innumerevoli rimpasti di ministri, piani quinquennali, ed elaborati programmi della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Tutte queste riforme implicavano elargizioni dal governo o posti di lavoro creati dal governo. Raramente includevano una qualche rimozione della stretta governativa sulle vite delle persone. Limitando il dibattito pubblico attorno al tipo di elargizione da offrire, questi governi hanno eluso il vero problema: il loro controllo sulle attività economiche."

Uhm... queste parole non ricordano anche a voi un altro paese, appena più a nord della Libia e della Tunisia? Dico, quel belpaese dove il ministro dell'economia segue la gloriosa tradizione dei suoi predecessori (segue, e rimpiange sospirando ai bei tempi andati dell'Iri), e crea una banca pubblica (la fantasmagorica Banca del Sud) la quale dovrebbe salvare il meridione da sé stesso.

La descrizione riportata qui sopra, con gli opportuni distinguo, mi pare si adatti abbastanza bene al nostro paese, dove gruppi di feudatari si contendono il territorio che c'é. La creazione di nuove attività, di nuova ricchezza, non è un'opzione per le elites italiane che perlopiù sono composte da palazzinari, burocrati, banchieri vecchio stile (non certo venture capitalists!), azzeccagarbugli, donnine allegre, pennivendoli ed ereditieri di aziende manifatturiere create in un irreplicabile passato. Le riforme, quelle sbandierate e soggette ad estenuanti dibattiti pubblici, il più delle volte si limitano a trasferire risorse da un gruppo di cittadini all'altro. Mai, dico mai, un governo si è impegnato davvero per ridurre l'invasiva presenza statale in ogni ambito della vita umana, per restituire le libertà tolte ai cittadini con regolamenti terribilmente restrittivi, tasse elevatissime, una forza-lavoro pubblica enorme e poco produttiva. Al contrario, ogni occasione è buona per fagocitare una fetta di esistenza in più: una tassa piccola piccola sul carburante in più di qua, un divieto sul mangiare il gelato in pubblico di là, un obbligo ad un nuovo superfluo adempimento burocratico, e via di seguito sino a quando il cittadino, divenuto servo, non sa più quale passo può intraprendere senza rischiare sanzioni e reprimende.

Tutto questo è evidente. Se mai dovesse scoppiare un giorno il bubbone italiano come avvenuto in Egitto, Tunisia, Bahrein, Yemen ed in altri paesi, gli osservatori non dovranno farsi troppe domande sulle cause scatenanti: sono essenzialmente le stesse.

Nessun commento: