mercoledì 16 marzo 2011

L'eredità di Federico II e l'identità del Mezzogiorno d'Italia




(Avviso: il seguente post è disallineato ai festeggiamenti per l'Unità d'Italia, ed è pensato per quella vasta fetta di popolazione, che mal si identifica con una nazione la quale, in comune, ha poco più che lingua e prossimità geografica)

Ogni nazione ha un momento storico che la rappresenta, e se non ce l'ha, si industria per forgiarlo a posteriori. Quel momento epico, trasferito nella dimensione del mito, in qualche modo agisce da focalizzatore dell'unità culturale. Lo sa bene il popolo ebraico, che nella storia cristallizzata dalle Sacre Scritture trova il suo trait d'union attraverso il tempo e la geografia. L'Inghilterra elisabettiana, la Francia rivoluzionaria o gli Stati americani al conseguimento dellindipendenza sono altri esempi calzanti. Nella nostra Italia, Venezia ha il momento in cui era splendida Repubblica marinara, Firenze ricorda il Rinascimento e l'epoca comunale, il lazio (e, secondo le idee di Mussolini, l'Italia tutta) si richiama alla gloria di Roma antica. La "Padania", nel volere un'autonomia anche quale nazione, ricerca in Alberto da Giussano e nella Lega Lombarda sorta a Pontida nel XII secolo, i suoi precursori.

Il meridione d'Italia, al contrario, manca di tali epiche. Se qualche momento esiste qui e là a macchia di leopardo, spesso fornisce solo modesti agganci alla volontà di identità. Nel beneventano ad esempio ci si richiama alla discendenza Sannita, ma ciò poco dice ai beneventani del loro retaggio, oltre al piacevole ricordo dello smacco inferto ai Romani alle Forche Caudine. Calabria e Sicilia potrebbero rifarsi al passato magno-greco, ma la civilità occidentale nasce con Roma e tutto ciò che la precede appare distante ed alieno. La città di Napoli in qualche modo ha costruito una sua identità culturale basata sul teatro e la canzone, ma manca del tutto di epicità ed inoltre, mi pare si vada perdendo nelle nuove generazioni.

Alcuni tentano di rifarsi al regno dei Borbone. Si etichettano come "filoborbonici" o "neo-Borbonici" ed affermano una supposta superiorità (culturale, e qualcuno perfino socio-economica) del meridione pre-unitario. È un approccio destinato a fallire ed infatti mai ha convinto i più. Prima di tutto i neo-Borbonici discutono dei meriti della loro terra partendo da argomentazioni in opposizione alla narrativa dominante. I piemontesi, raccontano i neo-Borbonici, inviarono Garibaldi ed i suoi per una guerra di conquista e di annessione, e la retorica che ne è seguita è solo propaganda di regime. Secondo questi il meridione era ricco più del settentrione d'Italia, più avanzato, culturalmente più florido.

C'è ovviamente del vero nell'affermare che l'unità d'Italia è stata guerra di conquista. La "liberazione" del sud da sé stesso è avvenuta con un altissimo prezzo: di vite umane, di risorse sottratte per ripagare i debiti contratti dai Savoia, ed un costo (più difficile da misurare) dato dal mancato sviluppo di una autonoma cultura economica, spiazzata da assistenzialismo e trasferimenti statali (quelli che proprio la Lega Padana vorrebbe oggi recidere, seppur con molto ritardo sulla storia). Ma, da qui ad affermare come fanno i neo-Borbonici che il sud era più sviluppato, indicando poche singole opere meritorie quali la ferrovia Napoli-Portici o le fabbriche di eccellenza, è semplicemente una bugia, posto che i dati storici in nostro possesso affermano senza dubbi che la produttività media del lavoro al sud (in tutto il sud, non solo nella città di Napoli la quale, essendo capitale di regno, vale ovviamente un discorso a parte) era significativamente più bassa che al nord, dove già da tempo nel 1860 si erano diffusi i telai meccanici e dove in vari settori merceologici la filiera era più integrata, insomma dove l'industria era più "europea". Basti guardare, per convincersene, le stime condotte in questo paper di Banca d'Italia sul valore aggiunto per lavoratore nel 1871, diviso per province (Tabella 3, a pag. 28) ed il grado di industrializzazione (figura 2 a pag. 33). I Borbone, poi, di "epico" avevano ben poco, bastino a suggerirlo le due grandi rivolte sorte sotto di loro (1799, 1848).

Esiste però un momento storico d'eccezione, unico e magnifico, al quale i meridionali possono e dovrebbero richiamarsi. Parlo dell'esperienza storica sotto l'Impero di Federico II di Svevia. Sono tali e tanti gli elementi di modernità rispetto al suo tempo che Federico II ha introdotto, scegliendo proprio il meridione italiano come laboratorio nel quale sperimentare forme nuove di società ed architettura, che sarebbe difficile anche solo riassumerle. Mi limito quindi ad un esempio molto significativo: Trani.

La bella cittadina pugliese era, nei secoli dopo il mille, un porto importante essendo posta lungo le rotte adriatiche dei veneziani, e protesa alla sponda orientale del mediterraneo, là dove accadevano tante cose, le crociate in primis. Alla crescente attività commerciale di Trani, Federico affiancò la costruzione di una rocca difensiva sul modello delle fortificazioni mediorientali. Fece costruire anche, lì nelle vicinanze, il famoso Castel del Monte. La sua politica anticlericale (pur moderata dopo la scomunica) portò gradualmente all'abbandono di taluni vincoli imposti dalla Chiesa. A Trani erano molto presenti i Cavalieri Templari, con propri edifici e chiese, e questi godevano di un buon grado di autonomia rispetto alla Santa Sede. I Templari, inoltre, offrivano particolari servizi finanziari, che oggi definiremmo quelli di una "merchant bank".
Federico riconobbe il valore della vasta comunità ebraica in Trani, concedendole diversi privilegi e sgravandola di alcune imposte speciali. Gli ebrei di Trani, già molto integrati con la cittadinanza cristiana, fiorirono nelle produzioni delle tintorie, delle produzioni artistiche e tessili, e nel prestito di denaro. Per quest'ultimo Federico impose un interesse massimo del 10%. Va ricordato che nel XIII secolo si sviluppava una sentire diverso rispetto al prestare denaro a titolo oneroso, e l'usura veniva in molti circoli vista quale peccato solo se il tasso di interesse era eccessivo, tale cioè da approfittare della povera gente in stato di necessità (si veda il bel libro di Le Goff al riguardo).

L'insieme di queste riforme portò ad un'esperienza unica nell'altrimenti oscuro ed antisemita medioevo prerinascimentale. A Trani convivevano in accordo comunità ebree e cristiane, e con mutuo profitto. La presenza di un mercato del credito, fornito da ebrei usurai e dai Templari, diede una spinta enorme alle manifatture ed al commercio, anche perché ciò permise di abbassare gli elevati tassi d'interesse praticati, all'epoca, prevalentemente dai finanziatori toscani. È solo a partire dal XV secolo con la venuta dei francesi prima, e degli spagnoli poi, che Trani declina e la comunità ebrea viene nuovamente vessata dagli Angoini (che volevano entrare nelle grazie del Papa).

In conclusione, la ricerca dell'identità nazionale può avere un suo valore, e particolarmente per il Mezzogiorno d'Italia per il quale il passato recente, il presente, ed il futuro non appaiono rosei. Cercare tale identità negli eventi del 1861 è velleitario, e né i neo-borbonici, né i sostenitori della storiografia ufficiale filopiemontese possono offrire nulla di nuovo o interessante.
Seppure di breve durata (Federico II fu imperatore per 30 anni), la magnifica parentesi storica è tanto ricca di spunti e di contenuti da essere, a mio modo di vedere, tanto "epica" da poter fungere da collante per un'identità del sud positiva e propositiva. "Stupor mundi" era il soprannome assegnato a Federico, uomo di cultura e diplomatico in un mondo di Papi guerrafondai e oscurantisti. L'eredità lasciata ai posteri è memoria e patrimonio culturale dal quale attingere a piene mani. È da lì che veniamo, e gli eventi altalenanti di questi ultimi 150 anni (cosa sono 150 anni? Con l'aspettativa di vita odierna, meno di tre generazioni!) non devono cancellare la memoria di quanto di bello c'è nel nostro passato.


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