sabato 12 marzo 2011

I certificati verdi in Italia sono stati male applicati, ma non è il caso di gettarli via




L'Istituto Bruno Leoni (IBL) ha pubblicato un rapporto, questo, sull tema delle forme di incentivazione delle energie rinnovabili in Italia (un grazie a NoisefromAmerika per averlo segnalato).

L'ottimo report dell'IBL si concentra particolarmente sul fotovoltaico e sui piccoli impianti, e su tali aspetti è assolutamente condivisibile. Un punto sul quale non concordo del tutto è quello relativo ai certificati verdi (CV). Questo tipo di incentivazione è (era?) utilizzato per impianti di dimensioni grandi, e particolarmente si applica alle produzioni eoliche e da biomasse. Scrivono quelli di IBL: "Il meccanismo di incentivazione [dei CV] è stato caratterizzato sin dall’inizio da una dose eccessiva di aleatorietà, dipendendo in larga misura dalle dinamiche del settore energetico (sia sul lato della domanda di certificati verdi, rappresentata dalla generazione termoelettrica, sia sul lato dell’offerta, costituita dalla produzione di energia da fonti rinnovabili)". e poi "Il problema è che la domanda di certificati verdi è poco elastica: la quantità di certificati verdi richiesti in un anno con riferimento all’anno precedente non può essere influenzata dal prezzo, essendo il valore della produzione di energia da fonti fossili un dato immodificabile (anche se questo fenomeno è “temperato” dalla durata triennale del certificato stesso)."

Io sarei più cauto a voler gettare il pupo con l'acqua sporca. I CV, se ben utilizzati, rimangono uno stumento efficace. Il problema italiano non è da ricercare nella poca elasticità della domanda di CV, che sono strumento per attrarre investimenti nel rinnovabile nel lungo periodo (dove la domanda di CV può essere certamente più elastica). A mio modo di vedere, la combinazione dei seguenti errori ha portato ad un sistema folle e squilibrato:

1) i CV devono essere appetibili per chi li produce, altrimenti non servono a nulla. In Italia si è scelto di renderli troppo appetibili consentendo di triplicare (nel caso di un impianto eolico) il ricavo unitario per kWh prodotto. Sarebbe bastato, ragionevolmente, prevedere un requisito di CV per MWh prodotto a carico dei produttori da fonti fossili più basso e gradualmente crescente nel tempo. Il senso è il seguente: le imprese scambiano i CV attraverso un mercato telematico. Maggiore il numero di produttori di energia con tecnologie inquinanti, maggiore la domanda di CV e dunque il prezzo unitario. Ciò dovrebbe indurre nuovi investimenti in impianti puliti, e nel tempo aumentare la disponibilità di CV e, dunque, ridurne il prezzo di mercato.

2) i CV sono interessanti, rispetto ad una carbon tax, proprio perché il prezzo viene determinato dal mercato. La aleatorietà criticata da IBL è in realtà un pregio (aleatorietà limitata, comunque, data la poca elasticità della domanda di cui sopra). Tuttavia, in Italia il prezzo dei CV viene determinato in maniera strana: c'è un soggetto pubblico (GME del GRTN/GSE, link) che pubblica periodicamente il prezzo di riferimento, ma questi è alterato significativamente sia da continui interventi legislativi, sia dal fatto che la domanda di CV viene alimentata anche da una tassa in bolletta. L'idea giusta sarebbe, invece, di lasciare che l'offerta di CV sia al 100% soddisfatta dalla domanda da parte dei produttori da fonti non rinnovabili. Così, il maggior costo dell'energia non rinnovabile scaricato in bolletta viene allocato ai produttori di rinnovabile attraverso un meccanismo di prezzo, che è più efficiente.

3) Come giustamente osservato da IBL, i vincoli burocratici ostacolano gli investimenti nelle rinnovabili. Nel caso dei grandi impianti questo aspetto è diventato paradossale. Mantenedo un valore di compravendita dei CV estremamente elevato e contemporaneamente bloccando (anche per molti anni) nuovi impianti da fonti rinnovabili, con motivazioni immaginifiche quali i flussi migratori di uccelli che andrebbero a suicidarsi sulle pale delle torri eoliche (!), di fatto si è regalata una rendita agli investitori che sono riusciti a passare attraverso le barriere burocratiche, senza aumentare significativamente i Watt-ora prodotti ovvero l'obiettivo primario dei CV. O, per meglio dire, con un incremento dell'installato eolico che pur essendo molto significativo, non giustifica l'enorme prezzo stabilito per i CV.

Si noti che gli impianti eolici hanno costi fissi elevati, e ricavi totalmente variabili in funzione dell'energia prodotta. L'energia prodotta è a sua volta funzione esponenziale del vento. Quindi, è evidente l'incentivo dato dai CV a situare le pale in posti che davvero presentano elevate producibilità. Chi dice che i CV portano a creare impianti sempre fermi non sa di cosa sta parlando.

In conclusione, ben vengano meccanismi ad asta per l'attribuzione degli incentivi ai piccoli impianti, fotovoltaici o di altro tipo. Per i grandi impianti io preferirei tenere i CV, riscrivendo le regole in modo che l'incentivo sia minore di quello, esagerato, applicato sino ad ora, ed eliminando gradualmente il contributo in bolletta. La semplificazione dell'iter burocratico deve essere rivista comunque, con o senza CV, e devono essere posti tempi vincolanti certi per gli enti pubblici nel fornire decisioni e risposte agli investitori.

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