sabato 19 febbraio 2011

La tassazione delle rendite finanziarie tra delirio e scarso coraggio



In un articolo recente Maria Cecilia Guerra punta l'attenzione al decreto "Milleproroghe" (già il nome è orrendo) . Oggetto degli strali la riforma della tassazione dei fondi di investimento per i quali si abolisce l'imposta alla maturazione. Finalmente! aggiungo io, dato che nel mondo da nessuna parte vengono tassati redditi prima che questi siano effettivamente realizzati sui mercati. Una anomalia in meno, su questo punto do ragione a Tremonti, e torto a Visco ed ai sostenitori della sua riforma negli anni '90.

La Prof. M.C. Guerra sottolina che adesso, però, la tassazione dei fondi nostrani, da che era sino ad oggi svantaggiata rispetto ai fondi esteri, diventa super-avvantaggiata. Ho speso un po' di tempo a fare due calcoli, che riporto qui sotto. In effetti il sistema della tassazione delle rendite finanziarie in Italia è semplicemente folle, incoerente sotto ogni profilo, e disallineato rispetto agli altri paesi industrializzati. Per convincere il lettore, invito a seguire le brevi simulazioni che seguono (è roba semplice, basta un po' di attenzione).


IPOTESI DI BASE

Ipotizzo qui di seguito le diverse scelte che si trova davanti un contribuente che ha 1.000 euro da impiegare in un investimento immobiliare programmato per 10 anni, il quale produce redditi annuali certi pari al 10% della somma investita. Lascio da parte considerazioni riguardanti la tempistica dei redditi (che pure sono importanti) immaginando che l'investitore abbia deciso di vincolarsi a riscuotere solo al termine del 10° anno. I redditi prodotti ogni anno, al netto delle imposte, sono quindi reinvestiti nello stesso modo accumulando sino al termine del 10° anno, quando le quote di proprietà saranno vendute.


1) CASO 1: INVESTIMENTO DIRETTO PERSONALE

Il contribuente compra un immobile pagando 1.000. Sui redditi da immobili paga la metà dell'imposta personale sui redditi (IRPEF). Reinvestendo tali redditi al netto dell'IRPEF nello stesso immobile, e vendendo il tutto al termine dei 10 anni, ottiene il capitale complessivamente realizzato dato dalla seguente formuletta (è una banale applicazione di un interesse composto):

1.000 * (1 + 10% * (1-T))^10

dove T è l'aliquota effettivamente prelevata ogni anno sul reddito prodotto. Abbiamo quindi che al termine del 10° anno il contribuente può allegramente incassare e spendere come più gli piace le seguenti cifre, calcolate in base allo scaglione IRPEF di appartenenza (che assumo non cambiare per tutta la durata dell'investimento):

con aliquota al 23%: 2.335
con aliquota al 27%: 2.271
con aliquota al 38%: 2.179
con aliquota al 41%: 2.149
con aliquota al 43%: 2.129


2) CASO 2: INVESTIMENTO TRAMITE SOCIETA' DI CAPITALI

Il contribuente decide di costituire una S.p.A. della quale è azionista con quota qualificata. La società paga l'imposta sui redditi societari con aliquota del 27,5%. Paga anche l'IRAP, per un'aliquota totale che approssimo al 32%. Quindi, rifacendo i calcoli e considerando che al termine del 10° anno, quando la società sarà venduta, il contribuente pagherà l'IRPEF sul 50% circa delle plusvalenze realizzate, abbiamo:

con aliquota al 23%: 1.824
con aliquota al 27%: 1.805
con aliquota al 38%: 1.754
con aliquota al 41%: 1.740
con aliquota al 43%: 1.731

Ovviamente in questo scenario c'è il vantaggio aggiunto dato dalla possibilità di dedurre le spese di manutenzione dell'immobile dall'imposta societaria, cosa non ammessa nel primo caso. Quindi i miei numeri sovrastimano l'onere d'imposta, la differenza con il CASO 1 è quindi minore nella realtà.


3) CASO 3: INVESTIMENTO TRAMITE FONDO

Consideriamo ora il caso in cui il contribuente acquisti quote di un fondo di investimento, il quale a sua volta acquista l'immobile. Con l'attuale regime instaurato da Tremonti in cui si paga solo sulle plusvalenze realizzate (quindi, solo quando la quota del fondo viene alienata), per dieci anni il contribuente non paga imposte. Il fondo, essendo sottratto all'imposta societaria, non paga imposte. Abbiamo quindi allo scadere dei 10 anni l'applicazione di un'imposta sostitutiva all'IRPEF del 12,5%.
In cifre, e qualunque sia lo scaglione IRPEF di appartenenza, il nostro contribuente riceverà in tasca, alla fine del 10°, 2.395.


ALCUNE CONCLUSIONI

Gli esempi proposti suggeriscono la follia delirante del nostro sistema fiscale. Innanzitutto non è chiaro per quale ragione lo stesso investimento, compiuto tramite il fondo, debba essere così vantaggioso rispetto al più trasparente investimento diretto, od anche rispetto alla soluzione societaria (ma su quest'ultima, come accennato, la filosofia è necessariamente diversa data la deducibilità dei costi di impresa).

Non si capisce poi perché gli impieghi finanziari siano chiaramente sottratti alla progressività dell'imposta, mentre per le partecipazioni qualificate e l'investimento diretto abbiamo una sorta di progressività diluita. Se rapportiamo il totale delle imposte versate più l'investimento addizionale perduto, al capitale potenzialmente ottenibile al 10° anno qualora non vi fosse alcuna imposta, abbiamo che il primo scaglione (aliquota 23%) perde circa un 28% nel primo caso, circa 29% nel secondo caso, e circa 7,6% nel terzo. L'ultimo scaglione (43%) perde, rispettivamente, circa 18% nel primo caso, il 33% nel secondo, e ancora il 7,6% nel terzo. Che senso ha tutto questo, sia dal punto di vista dell'equità contributiva che della auspicabile non-distorsività delle imposte?

Mi pare abbastanza lampante che qui si richiede una riforma complessiva, e non miniriforme come questa contenuta nel Milleproroghe, che segue la scia delle altre miniriforme di Tremonti il quale sembra aver timore di proporre una sua visione complessiva della tassazione delle rendite finanziarie.

Ministro, le lancio una proposta semplice: un'aliquota unica al 20% su tutti i tipi di redditi finanziari realizzati (da fondi d'investimento, obbligazioni, titoli di stato, immobili detenuti al di fuori di attività di impresa, azioni qualificate e non, gestioni bancarie di vario genere ed a vario titolo; per dividendi, interessi, capital gains), sostitutiva dell'IRPEF ed applicata a titolo di ritenuta ogni anno in capo ai fondi di investimento. Un po' come fanno nei paesi scandinavi, che loro questi problemi se li sono ben posti da tempo. Si consenta inoltre di compensare tra loro minusvalenze e redditi per tutti i tipi di rendita, oppure sia consentito per nessuna. Sarebbe un sistema semplice da amministrare, facile da capire per il contribuente, appetibile per gli investitori stranieri (perché simile a quanto trovano negli altri paesi dell'Eurozona), non troppo dissimile sotto il profilo dell'equità verticale da quello attuale, molto più giusto sotto il profilo dell'equità orizzontale, ed avrebbe anche senso alla luce della proposta del Suo governo di una imposta sui redditi immobiliari unica e sostitutiva con aliquota al 20%.
Ministro Tremonti, ci faccia un pensierino, sarebbe una riforma gradita ad alcuni dei suoi elettori e sgradita ad altri, in media non credo ci andrà a perdere, ma avrà finalmente riformato la giungla fiscale italiana su un fronte, quello della tassazione del risparmio, che come sa è vitale per la crescita economica del paese.

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