martedì 13 dicembre 2011

Su Germania, Eurozona, e uscita dalla crisi




In un recente articolo il bravo giornalista economico Mario Seminerio discute criticamente della situazione (drammatica) in cui versa l'Eurozona. Secondo Seminerio, l'origine della crisi non sarebbe dovuta prevalentemente ai debiti pubblici ed alle collegate mal-politiche dei paesi del sud europeo, come viene comunemente sostenuto dai più, ma ad uno squilibrio interno tra paesi del nord e del sud.

Scrive infatti Seminerio: "Nell’ultimo decennio, il peggioramento della competitività del Sud dell’Eurozona ha creato un vasto squilibrio di bilancia dei pagamenti verso il Nord, che è stato finanziato in larga misura attraverso obbligazioni. L’unione monetaria, nel suo complesso, è in equilibrio. Oggi, il Nord ha un surplus delle partite correnti di poco meno del 2 per cento del Pil dell’Eurozona contro un deficit quasi equivalente del Sud. In condizioni normali ciò si risolverebbe con un deprezzamento del cambio del paese in deficit. Ma nell’Eurozona non ci sono valute né meccanismi per finanziare le regioni debitrici, quando i flussi finanziari del settore privato cessano. Se il mercato perde fiducia nella regione debitrice, quest’ultima può solo tagliare rapidamente la spesa, andare in default o invocare l’intervento del FMI."

Io non sono troppo convinto di questa tesi. Il disegno di una unione monetaria europea si basava originariamente sull'esistenza di un mercato unico già in parte sviluppato grazie ai trattati comunitari, che stabilivano la libera circolazione di alcuni prodotti nei paesi aderenti. Partendo dal presupposto che vi fosse la volontà di estendere questo mercato unico e senza barriere (visto anche il successo già dimostrato dai vecchi trattati), si decise di tentare la via di una moneta unica quale strumento per potenziare e favorire l'eliminazione delle barriere transazionali tra i paesi europei. Una moneta unica, si diceva, avrebbe eliminato i costi ed i rischi dovuti al cambio. Ma, ed è questo il punto rilevante, l'Euro doveva essere solo un tassello di una strategia più vasta, tesa a rendere omogenee procedure e regole nei paesi membri.

Il lettore si potrà chiedere ora cosa c'entra tutto questo con l'attuale crisi e con quanto scritto da Seminerio. Ebbene, come già teorizzato da alcuni economisti negli anni '90 (da Paul De Grauwe più che da altri), la presenza di elevata mobilità dei fattori (lavoratori, aziende, capitali) tra i paesi membri di un'unione monetaria è essa stessa una condizione sufficiente a risolvere i potenziali problemi derivanti da differenziali di produttività tra i paesi, o tra regioni, dell'unione.

Facciamo un esempio: immaginiamo due soli paesi, una Germania molto produttiva ed esportatrice, ed un'Italia poco produttiva e poco esportatrice. Immaginiamo in entrambi i paesi uno Stato minimale e senza debiti, e una mobilità totale di fattori e merci tra i due paesi. In una situazione del genere, l'Italia avrebbe inizialmente salari reali più bassi (perché minore è la produttività del lavoro), ed un livello dei prezzi delle materie prime locali più basso. Le imprese tedesche avrebbero convenienza a delocalizzare in Italia, ed i lavoratori italiani a migrare in Germania. L'aggiustamento in questo caso non avverrebbe per via monetaria attraverso deprezzamento/apprezzamento delle rispettive valute, come suggerito da Seminerio, ma direttamente nell'economia reale.

Perché tutto questo non è avvenuto nell'Europa reale? Perché lo Stato non è affatto minimale, anzi è ingombrante e ha fatto guai. Invece di scommettere sul mercato unico, hanno prevalso le barriere. Si è deciso di non consentire l'offerta di servizi da altri paesi membri (ricordate la direttiva Bolkestein, pesantemente depotenziata?) perché si temeva la concorrenza di rumeni e polacchi; si è contrastata la standardizzazione dei prodotti perché sennò si perdevano le varietà locali e i marchi DoP e DoC; i salari italiani sono lontani dalle produttività per causa di un sistema sindacale vecchio e ingessato e di un mercato del lavoro terribilmente duale. Per non parlare dei vincoli posti alla venuta di aziende ed investimenti esteri ("non lasceremo Alitalia ai francesi!", vi ricorda qualcosa questa frase? Ricordate anche le scalate bancarie bloccate da Fazio&soci? Ecco...). Insomma, si è fatto un po' di tutto per minare alla base il progetto di un mercato unico sempre più interconnesso, preferendo interessi locali e di lobby.

Quindi Seminerio in parte ha ragione, quando dice che esiste un differenziale di produttività tra i paesi e che questo genera surplus e deficit commerciali molto diversi. Quello che non mi sento di condividere, però, è vedere la soluzione in manovre monetarie di aggiustamento. Per le ragioni che ho illustrato, è il progetto stesso di mercato unico europeo che al momento pare fermo e non voluto. Allora: se noi europei si vuole ancora fare il mercato unico, per me dobbiamo ripartire da lì con riforme serie e condivise (che non implicano, necessariamente, un'unione fiscale). Altrimenti, è la stessa esistenza dell'Euro ad essere impossibile e perniciosa. Vivremmo permanentemente sotto la spada di Damocle di aggiustamenti impossibili tra i paesi, e tra 5-10 anni gli stessi problemi che subiamo oggi si ripresenterebbero.

Posto che la volontà di formare un vero mercato unico sia rinnovata e confermata, esiste solo una via sensata per uscire da questa crisi: 1) riforme strutturali tese a liberalizzare i mercati, in chiave anche di mobilità intra-europea, per convincere che il tasso di crescita non sarà anemico in Italia (e Grecia, ecc.) e per ridurre gli squilibri tra i paesi membri; 2) riduzione della spesa pubblica nei paesi iperindebitati ed impiego dei surplus per ridurre gradualmente il debito (ma non tutto subito, basta segnalare ai mercati che è in atto una convergenza verso un rapporto debito/pil più basso); 3) privatizzazione delle perdite bancarie, se necessario, con la trasformazione delle obbligazioni bancarie in partecipazioni azionarie (sulla falsariga di quanto saggiamente suggerito, a suo tempo, dall'economista Luigi Zingales per la crisi dei mutui subprime), in modo da ricapitalizzare il sistema bancario senza addossare ai contribuenti alcun onere tributario (ma questa misura, se funzionano presto i punti 1) e 2), probabimente non sarebbe necessaria).
Tutto il resto, a cominciare dagli acquisti da parte di BCE e/o FMI dei titoli di stato sotto pressione, non risolve i problemi che abbiamo, al più li rimanda per un po' di mesi al futuro.


EDIT: un successivo articolo, sempre di Seminerio, apparso oggi su Linkiesta.it (QUI) corregge lievemente il tiro ed arriva a conclusioni molto simili alle mie: "il rinvio di ben un anno dell’intero processo di liberalizzazione dell’economia italiana rischia di rivelarsi esiziale, per mancata comprensione delle radici della crisi". Condivido la prognosi.

domenica 13 novembre 2011

Sulla Gabanelli e la proposta di tassare il contante




Sul Corriere della Sera la giornalista Milena Gabanelli, conosciuta per il programma Report in onda su Rai3, ha pubblicato un articolo in cui riflette sulla attuale situazione economica italiana. L'articolo in questione propone di tassare l'uso del contante, al fine di ridurre il sommerso e l'evasione fiscale.

L'articolo esordisce con alcune imprecisioni. Se la Gabanelli è scusabilissima, in quanto lei stessa esordisce affermando di non essere un economista ma una "giornalista generica, che ogni tanto prova a capire temi complessi, per poi spiegarli agli utenti", è bene però che i lettori siano meglio informati sulla questione. La Gabanelli infatti scrive:
"[...] è diventato drammaticamente urgente riportare il rapporto debito/PIL intorno al 100% (il livello superato il quale, secondo gli economisti, si entra in zona pericolo). Come abbiamo detto il debito è di 1.843 miliardi, il PIL circa 1500. Immaginiamo quindi di dover predisporre un piano che riduca il debito di 350 miliardi. "

Il target di un rapporto debito/PIL al 100% chi lo ha stabilito, e come? Per comprendere come stanno le cose, immaginate che il PIL sia il reddito di una persona. Ora, questa persona potrebbe tranquillamente indebitarsi per una cifra ben superiore a tale reddito, anche di diversi multipli di grandezza (e quindi avere un rapporto debito/reddito superiore al 100%): è quello che fa chiunque accenda un mutuo per l'acquisto di una casa. Il punto importante per chi fa credito a questo individuo è valutare quanto il reddito di quest'ultimo sia sicuro e stabile nel tempo. È difatti prassi comune che le banche valutino diversamente il merito creditizio di persone con contratti di lavoro a tempo indeterminato e non, o con uno storico reddituale continuo piuttosto che saltuario. La stessa cosa accade quando un risparmiatore deve scegliere quali titoli di debito acquistare sui mercati: valuta, e decide di conseguenza.

La "sostenibilità del debito pubblico" è un concetto molto simile all'esempio del singolo cittadino indebitato. Un debito pubblico è sostenibile (cioè, verrà ripagato dallo Stato che ha emesso i titoli di debito) se mediamente lungo un periodo di più anni è verificata la disuguaglianza:

A ≥ (i-c)D

Dove: A rappresenta l'avanzo o disavanzo di bilancio rapportato al PIL; D è il rapporto debito/PIL; i è il tasso di interesse dovuto sul debito; e c è il tasso di crescita del PIL.
La Gabanelli nel suo articolo scrive che il valore di A è elevato in Italia (e questo, ai fini della sostenibilità del debito, è un bene), ma pure D è elevato (e questo è male), e ciò costringe a tagli della spesa pubblica. Tutto ciò è vero, ma non racconta l'intera storia. La teoria economica ha da tempo spiegato che più tasse abbinate a spesa pubblica improduttiva o poco efficiente possono ben ridurre la crescita, ovvero la variabile c. Ciò si verifica perché maggiori imposte riducono il "premio" ottenuto dal lavorare di più, e dall'investire di più. La conseguenza di ciò è una riduzione nel tempo del reddito nazionale: proprio quello che avviene in Italia da 15-20 anni, ed uno dei principali fattori che spingono al rialzo il rendimento richiesto dai mercati sul debito sovrano italiano.

Veniamo allora alla proposta della Gabanelli: tassare il contante per ridurre l'evasione fiscale. Tutti concordiamo in principio nel voler ridurre l'evasione per abbassare le imposte che gravano sul risparmio e sul lavoro. Ma ho due obiezioni alla proposta della Gabanelli.

1) Recuperare gettito dall'evasione significa, di fatto, aumentare la pressione fiscale. La prima obiezione discende da quant0 detto poco sopra: alzare la pressione fiscale riducendo l'evasione (ma lo stesso discorso varrebbe se si adottasse la patrimoniale di cui tanto si va parlando), senza contestualmente abbassare altre imposte può causare ulteriori fughe di capitali e ulteriori compressioni nella produttività del lavoro. Ciò implica una contrazione della crescita (la variabile c di cui sopra). Cioè: se da un lato riduciamo il rapporto debito/PIL (D), dall'altro lato ci carichiamo un giogo sulle spalle che ridurrà il prodotto interno anche per diversi anni a venire.
Insomma, applicando la "proposta Gabanelli" e assumendo una significativa riduzione del sommerso, avremmo questi effetti contemporanei: i) riduzione del debito grazie al nuovo gettito; ii) incremento dell'avanzo primario; iii) probabile riduzione della crescita a causa di aumentata pressione tributaria.

2) C'è poi una questione di natura più filosofica. Richiamo qui il classico romanzo di Orwell, 1984, dove un governo totalitario controllava strettamente l'agire dei propri cittadini/sudditi. Ebbene, ci sono persone alle quali l'idea di una sempre più ampia perdita di libertà pare appetibile. A me, uno Stato invasivo che conosca tutte le transazioni finanziarie attraverso strumenti tracciabili fa paura: è prono ad abusi gravissimi, basti ricordare un istante cosa è uscito fuori da un'altra centrale del Grande Fratello, quella gestita da tale Genchi. Questa idea, di una controllabilità totale di ogni comportamento privato (si pensi a quante informazioni personali è possibile tirar fuori dall'analisi delle transazioni finanziarie di una persona), è davvero il segno dei tempi in cui viviamo.

Per concludere, una semplice considerazione già detta da tanti prima di me. Perché accanirsi sul voler recuperare gettito, invece di programmare una progressiva riduzione della mano pubblica nella vita delle persone? Ridurre la spesa pubblica significa migliorare l'avanzo primario, la qual cosa permette di intervenire riducendo il debito e/o la pressione fiscale. Ridurre la pressione fiscale prevedibilmente ridurrà anche l'evasione (esiste una stretta correlazione positiva tra pressione tributaria ed evasione fiscale, è cosa ben nota e dimostrata). Inoltre, e non è cosa da poco, significherebbe ridurre il potere gestito dalla classe politica. Ridurre in particolare quella parte della spesa pubblica che serve solo a mantenere clientele e prebende non può che liberare risorse per altre finalità produttive, e quindi può avere un rilevante impatto positivo sulla crescita. Gentile Milena Gabanelli, le chiedo: le pare poco?



lunedì 10 ottobre 2011

Difesa del territorio e kebab




La notizia: il Comune di Forte dei Marmi in Toscana vieta l'apertura di nuovi esercizi commerciali "esterofili", vale a dire che vendano prodotti stranieri non in linea con la "cultura locale" [Corriere della Sera].

L'idea di limitare kebaberie, ristoranti cinesi et similia era già stata propugnata a più riprese da altri amministratori locali, particolarmente di fede Leghista-Padana. Provvedimenti del genere si richiamano alla difesa dell'identità etnica, della cultura locale, della caratterizzazione folkloristica, e talvolta ad una mera difesa del territorio da parte della cittadinanza di più vecchia data contro i nuovi arrivati.

Ora, la follia di voler decidere cosa i propri cittadini debbano o non debbano mangiare credo sia evidente e non richieda specificazioni. Personalmente sono un amante della cucina etnica e non disdegno pasti a base di sushi, o di tinga bella piccante, o di anatra in agrodolce. Mi diverte sperimentare, accostare vini nostrani con piatti stranieri e viceversa. E perciò, sarei molto scontento se il sindaco della mia città decidesse, d'arbìtrio, che la mia tavola debba ospitare solo pizza e spaghetti per una supposta identità culturale cui dovrei uniformarmi.

La questione di Forte dei Marmi è però lievemente diversa dal caso generale. Il paese (meno di 8.000 abitanti) vive essenzialmente del turismo estivo che attira ogni anno. La questione è la seguente: un aumento delle rivendite di prodotti stranieri (non solo cibo, anche abiti, artigianato...) può causare un aumento, o una riduzione, dei flussi turistici? Oppure, può causarne una modifica nella composizione, ad esempio allontanando i turisti più facoltosi e attirando quelli meno propensi a spendere?
L'offerta turistica di Forte dei Marmi si può descirvere, in sintesi, come quella di una località balneare con elevata offerta di servizi ricettivi (hotels, ristoranti, locali, sports, ecc.), che punta ad una clientela "d'élite". In questo, è più simile a località quali Porto Cervo o ad alcuni paesi della Costa Azzurra, e meno a località che fanno della "italianità" e del folklore uno dei loro punti di maggiore attrattiva, quali ad esempio Capri o Siena. L'immagine di Forte dei Marmi è di un posto di mare tranquillo, con bei giardini e ville, eventi mondani e culturali fruibili nei dintorni.

Ora, la cucina etnica si è imposta nel mondo anche nel comparto "alto". Costosi ristoranti giapponesi, italiani, francesi, spagnoli e cinesi si trovano un po' in tutte le grandi capitali e sono molto apprezzati. Il fiorire di servizi del genere indubbiamente aggiungerebbe valore ad una località come Forte dei Marmi. Il proliferare di bancarelle che vendano quegli stessi prodotti tutti uguali visti altrove in mille altri luoghi di villeggiatura, o locali cheap come pizzetterie da asporto e kebaberie, al contrario potrebbero attirare turismo a bassa spesa, e nel tempo "scacciare" i turisti più facoltosi, o quei turisti che comunque prediligono un luogo di vacanza meno congestionato e meno incasinato.

Quindi per concludere, può anche avere un senso un provvedimento che limiti l'apertura di una moltitudine di esercizi di basso profilo. Ma, a me pare, imporre tale limite su base etnica non ha ragione d'essere per Forte dei Marmi. Se il turista medio viene a Forte per gustare la buona cucina italiana, ben presto la concorrenza non italiana andrà in rosso e chiuderà i battenti. Non è necessario un provvedimento Comunale in tal senso. E quindi, la scelta del Sindaco mi pare ottusamente discriminante.


venerdì 29 luglio 2011

Prodi blatera e spara sulla Deutschebank. Quante se ne devono sentire di questi tempi!




La notizia recente è che Deutschebank ha ridotto pesantemente la propria esposizione in titoli di stato italiani, per circa 7 miliardi di euro. Una scelta che è dettata da valutazioni in ordine alla solvibilità dell'Italia, come farebbe qualunque investitore sano di mente, ritrovandosi quotidianamente a ricalibrare il portafoglio detenuto per mantenere il suo target di redditività e rischiosità.

Invece Romano Prodi proprio non ci sta, "indossa l'abito dell'economista" e dichiara (si veda il Corriere della Sera di ieri) "E' la dimostrazione di una mancanza di solidarietà che porta al suicidio anche per la Germania. Significa la fine di ogni legame di solidarietà e significa obbligare tutti a giocare in difesa".

Caro Prodi, ma lei sa qual è la differenza tra istituzioni pubbliche e private? Una banca privata come Deutschebank ha come obiettivo la massimizzazione del profitto dei suoi azionisti (tra i quali, è bene ricordarlo, ci sono molti piccoli risparmiatori tedeschi). La pretesa che le banche agiscano secondo criteri di solidarietà (tra paesi? Rispetto a chi o cosa?) è una follia che appartiene a voi politici italiani, non al mondo finanziariamente civile. Cosa dovrebbe fare DB secondo lei, sobbarcarsi un rischio finanziario che oramai è riconosciuto tale da tutti gli agenti attivi nei mercati finanziari (lo ha visto lo spread con la Bundesbank salire e salire anche oltre +3%? Ecco, quella è la valutazione che i mercati fanno del rischio di credito del debito sovrano italiano).

Ma questa visione del mondo espressa da Prodi non mi soprende. L'Italia è il paese che ha creato le fondazioni bancarie, regalando agli allora funzionari la proprietà di fatto delle quote di controllo di alcuni tra i maggiori gruppi bancari italiani. In cambio, per così dire, di un vincolo che richiede alle fondazioni il perseguimento di finalità sociali, culturali o umanitarie. I rapporti stretti tra banche e politica in Italia, poi, non sono un mistero per nessuno.

Allora cos'è che chiede Prodi, che qualcuno "di peso" nel governo tedesco vada dal CdA di DB e prema affinché la banca (privata!) accetti di farsi carico di potenziali perdite (pagate dagli azionisti!), per un fine di solidarietà. Cioè: gli azionisti di DB dovrebbero pagare per la malapolitica italiana che ha condotto ad instabilità, scarsa crescita economica e debito pubblico al 120% del pil? E perché mai?
Caro Prodi, sa perché i tedeschi non seguono il suo consiglio? Perché a differenza di voi ex-democristiani ed ex-socialisti, si rendono ben conto che queste pratiche hanno un costo elevatissimo: allontanano gli investitori esteri, deprimono la redditività del capitale, e creano un perverso schema di favori per cui l'istituto che ha ceduto alla richiesta di solidarietà, prima o poi chiederà un favore in cambio. Rifletta sull'esempio di FIAT, proprio lei che ha condotto l'operazione Alfa Romeo svenduta agli Agnelli nell'86 in cambio di posti di lavoro mantenuti in seno al gruppo, e guardi dove tutto ciò ci ha portati.

Dia retta, Prodi, si tolga di nuovo l'abito da economista, e magari indossi un cilicio per espiare i guai prodotti in tanti anni di malgoverno da lei e dai suoi compari.

mercoledì 6 luglio 2011

L'invasore Murdoch ai confini, gli italiani si preparano all'assedio




Il tempo per scrivere sul blog è poco, ma abbastanza per segnalarvi questa chicca del Corriere della Sera.

Notizia 1: pare che il gruppo editoriale Sky stia valutando un'offerta di acquisto per la televisione italiana La7, attualmente di proprietà di Telecom Italia.

Notizia 2: e qual è la prevedibile reazione dei pavidi italioti quando lo straniero, armi in pugno, si presenta ai confini del paese, pronto a saccheggiare come un Attila, o a dominare come uno shakespeariano Fortebraccio in quel di Danimarca, dove certo di marcio non poteva essercene più che nella nostra povera Italia? Ecco che si attiva la Macchina del Fango: il giornalista prende un evento relativo ad un altro paese (UK) ed una singola giornalista (Rebekah Brooks), e prova a raccontare di un improbabile imminente tracollo di Sky nel mondo.

Il passaggio "incriminato" dell'articolo è questo qui (il grassetto l'ho aggiunto io): "Non è una curiosità qualsiasi da soddisfare, quella sulla serietà e sull'onestà di Rebecca. Eh no. Qui ne va di mezzo la credibilità di un impero editoriale, il «Murdoch empire», che con televisioni (Sky, Fox) e giornali (dal Wall Street Journal al Times, dal New York Post al Sun e al domenicale News of the World) comunica nel mondo. E Rebekah nella scuderia del magnate australiano non è mica una di seconda linea: è il braccio operativo dello «squalo», ossia di Rupert Murdoch. Un passetto alla volta la Brooks ha scalato tante posizioni e ora è al vertice della piramide di News International, la società da cui dipendono le testate quotidiane del gruppo. Dopo di lei, un po' più in alto di lei, c'è solo la famiglia Murdoch. L'«hacking case», di cui il capitolo su Milly Dowler scoperchiato dal Guardian è l'ultimo e il peggiore, rischia di trasformarsi in un ciclone devastante per l'intera compagnia."

La questione è quasi ridicola. La giornalista Rebekah Brooks nel 2003 è passata a dirigere il Sun, che è un giornalaccio inglese di puro gossip. I fatti incriminanti risalgono al 2002 quando la Brooks era al News of the World (altro giornale di basso profilo, tanto che gli inglesi lo soprannominano "Screws of the World", cioè letteralmente "Scopate dal Mondo"). Le testate sono di proprietà Sky/Murdoch ma godono di una gestione editoriale indipendente, com'è tradizione nei paesi anglosassoni. Al limite potrà essere coinvolto il The Times, che pure è sotto la gestione di News International oggi capitanata dalla Brooks, ma la cosa finirà lì.

Sostenere che uno scandalo come quello che coinvolge la Brooks, sia tale da poter tracimare oltre i tabloid inglesi ed investire redazioni totalmente indipendenti in varie parti del mondo, nonché assestare un colpo ad un colosso editoriale che vive non solo di news, ma di diritti sportivi e cinematografici che nulla hanno a che vedere con questa roba, è una tesi davvero originale. E allora diciamo le cose come sono per davvero. Come coi francesi che volevano comprare il controllo di Alitalia, siamo di nuovo ad un'alzata di scudi dei piccoli feudatari italiani contro lo straniero invasore. Mi aspetto di leggerne altri, di articoli del genere, nei prossimi giorni. Se le conseguenze non fossero tragiche, sarebbe anche divertente.

sabato 28 maggio 2011

Lo strano caso dell'elettore italiano. Che soffra di amnesia ricorrente?



Finalmente le elezioni amministrative volgono alla conclusione. Non che questo terminerà l'eterno balletto dei politici che appaiono a tutte le ore sui media a dir scemenze anche durante le feste comandate, ma possiamo sperare almeno che abbassino un po' la frequenza ed i toni.

Si sente spesso dire che l'Italia non è una democrazia completa. La "colpa" di ciò è attribuita ai politici, talvolta al solo Berlusconi, o alla televisione, alla storia d'Italia. Non so dire quale sia la causa preponderante, tuttavia vorrei oggi dire una parola sullo strano metodo che gli elettori italiani sembrano adottare quando decidono a quale candidato assegnare il proprio voto.

In una democrazia idealizzata, ciascun elettore osserverebbe due insiemi di caratteristiche per ogni candidato: il "programma" e lo "storico".

La valutazione del programma elettorale è molto soggettiva, e non potrebbe essere altrimenti. Per esempio, un elettore che abbia subito le angherie di un magistrato impazzito metterà ai primi posti, per importanza, le proposte di riforma della giustizia. Un altro elettore con un trascorso di ristrettezze economiche probabilmente assegnerà maggior peso alle promesse di maggior welfare, o di tagli fiscali. Insomma, l'insieme delle variabili relative al programma, o se vogliamo alle promesse elettorali, è valutato molto eterogeneamente ed in funzione di gusti, cultura, situazioni ed esperienze soggettive.

Altra cosa è la valutazione dello "storico" del candidato, cioè di quell'insieme di notizie di cui l'elettore dispone e che gli permettono di valutare, indipendentemente dai propri gusti e preferenze, se il candidato ha la volontà e la capacità di rispettare almeno parte di quanto promesso sotto elezioni. Queste informazioni includono come il candidato si è comportato in incarichi pubblici precedenti, oppure se ha dimostrato rispetto delle regole, o se è persona di successo nel proprio campo. La stranezza incredibile che si osserva in Italia è che, apparentemente, gli elettori diano poco peso allo storico e molto alle preferenze soggettive.

Questo comportamento è davvero strano. Faccio due esempi: Bassolino e Berlusconi.

Antonio Bassolino è stato sindaco di Napoli nel 1993. Avendo svolto un lavoro giudicato positivamente dai napoletani, fu rieletto per un secondo mandato. Poi, si candida e viene eletto nel 2000 alla presidenza della Regione Campania.
A questo punto la vicenda diventa ridicola: Bassolino viene accusato di ogni ruberìa, subisce indagini e rinvii a giudizio (nel 2007 per l'emergenza rifiuti), e sotto il suo primo mandato (duplice, in quanto rivestiva anche il ruolo di commissario straordinario tra il 2000 ed il 2004) scoppia il bubbone del ciclo di smaltimento della "monnezza" napoletana. Nonostante questo impressionante "storico" assolutamente negativo, che ne sottolinea sia l'incapacità nella gestione di un'aspetto tanto rilevante quanto quello del controllo ambientale e dello smaltimento dei rifiuti, sia nel mantenere sotto controllo la spesa sanitaria che sempre sotto il suo mandato esplode e va in rosso, Bassolino viene rieletto nel 2005, e con un sacco di voti! E la conseguenza, com'era prevedibile, è un protrarsi delle stesse emergenze, tant'è che oggi Napoli è ancora sommersa dai rifiuti, e la sanità campana è ancora in rosso.

Dire di Silvio Berlusconi è come sparare sulla croce rossa, ma è un esempio troppo evidente per non menzionarlo. In sintesi: nel 1994 si butta in politica con un programma che propone meno tasse, meno burocrazia, più lavoro. Ci riprova dopo e rimane al governo tra il 2001 e il 2006, più o meno portando lo stesso programma del 1994 con in più una riforma della giustizia. Risale al governo nel 2008, sempre con lo stesso mantra elettorale cui si è aggiunto il federalismo sostenuto dall'alleata Lega Nord.
Ad oggi, Berlusconi ha totalizzato circa 9 anni da premier, e non ha fatto quasi nulla di quanto promesso: le tasse sono sempre altissime, la burocrazia è sempre intricatissima, la riforma della giustizia non s'è vista, la disoccupazione specie giovanile è ancora molto elevata. Per non parlare del record di ipotesi di reato che gli vengono contestate, e della dubbia moralità conseguente lo scandalo "rubygate". Eppure, un elettorato inspiegabilmente fedele continua a votare lui ed il suo partito PdL, come se solo una fede incrollabile potesse far avverare, in un momento futuro, la Grande Riforma che il profeta Silvio annunciò a reti unificate.

I casi di Bassolino e di Berlusconi sono due esempi lampanti, e sono certo che se ne potrebbero aggiungere molti altri. Perché, allora, l'elettore italiano così spesso dimentica, e si lascia anestetizzare da promesse che dovrebbe sapere essere vuote di alcun contenuto? Qual è il meccanismo perverso che rende possibile perpetuare una leadership assolutamente dannosa per i cittadini, nonostante i numerosi segnali? È qui, per me, il grande nodo da scogliere, ed uno dei maggiori limiti del sistema democratico italiano.

mercoledì 11 maggio 2011

Cosa dice l'OCSE dell'Italia, edizione 2011




L'OECD, o OCSE come diciamo in Italia, ha pubblicato un nuovo rapporto sulla situazione economica del nostro paese, lo Economic Survey of Italy 2011, QUI.

Dato che in questi giorni di bufera elettorale i politici le sparano grosse, è facile che qualcuno estrapoli singole frasi decontestualizzandole. Così dalla bocca dei vari ministri ed alfieri del Cavaliere, vengono profferite parole di encomio per l'ottimo lavoro del governo. "Va tutto bene, siamo usciti meglio degli altri dalla crisi mondiale, i conti sono a posto", eccetera eccetera. Ovviamente i "nemici del popolo", luridi detrattori del nostro illuminato governo, gettano fango ed interpretano i dati in modo diametralmente opposto: "siamo sull'orlo del baratro, non avremo di che mangiare", e cose così.

Visto che il rapporto lo si può leggere, ognuno può acquisire le informazioni che l'OCSE, per davvero e non per propaganda, ci propone. Il report è lungo, tuttavia basta leggersi l'abstract per sapere quali sono le conclusioni essenziali e vedere quanto differiscano dalle versioni estetiche dei politici.

Innanzitutto questo bel grafico:


La spessa linea blu rappresenta l'indebitamento netto in rapporto al PIL italiano tra il 2005 ed il 2009. Le altre due disegnano lo stesso dato medio per i paesi OCSE ed Euro esclusa l'Italia.

Conclusione #1: il debito italiano, che è altissimo, nel 2007-2009 è cresciuto ad un ritmo un po' più contenuto degli altri paesi. Questa è una cosa buona, certo, ma è da considerare il fatto che siamo quasi al 120% di debito/PIL, cioè dovremmo ridurlo di parecchio, non basta farlo crescere poco. Preoccupa poi vedere che al 2009 ha ripreso a crescere con un indebitamento netto oltre il 5% annuo (nel 2010 era il 4.5% secondo le rilevazioni ISTAT).
L'OCSE questo lo dice, afferma che il piano di contenimento del deficit presentato dall'attuale governo va bene sulla carta, ma esprime preoccupazione per alcune incertezze relative agli annunciati (ma non programmati nel dettaglio) tagli alla spesa e al recupero dall'evasione. Come dire: va bene, hai deciso di ridimensionarti, ma mi spieghi come farai?

Il rapporto esamina poi i dati strutturali. E qua son dolori.
Conclusione #2: l'Italia cresceva poco prima della crisi, ed è ragionevole aspettarsi che continuerà a crescere poco anche dopo la crisi. Simple as that. L'OCSE afferma con decisione la necessità di fare riforme strutturali per agevolare una ripresa della produttività e dell'innovazione, e cioè: liberalizzazioni, ricerca, maggiore efficienza della spesa pubblica. L'OCSE sottolinea, in particolare, la mancanza di trasparenza nella gestione delle spese pubbliche e l'imprescindibile necessità di un sistema di controlli più efficace.

Circa le riforme strutturali l'OCSE si sofferma sul sistema dell'università e della ricerca. Evidenzia come l'innovazione, qualunque sia il metodo di misurazione scelto, sia molto scarsa, e addita la mancanza di un sistema che permetta di valutare la qualità delle università (valutazione che manca agli studenti, al governo, e pure alle stesse università). Per l'OCSE la neonata commissione per la valutazione (quella fondata dalla riforma c.d. Gelmini) dovrebbe provvedere e consentire a tutti i soggetti interessati di disporre di un qualche indice di qualità che permetta di stabilire chi fa ricerca più e meglio, magari anche di sapere quali istituti offrono un miglior placement post laurea. Tutto questo è ancora in fieri, e si aspetta di vedere come la riforma annunciata sortirà effetto.

Quindi, la conclusione generale dell'OCSE non è proprio bianca o nera, come si penserebbe nel sentire i politicanti nostrani. Alcuni timidi passettini il governo li ha fatti, è vero. Ma appunto, si tratta di piccoli inizi di riforma, lontani anni-luce dagli annunciati epocali cambiamenti. Soprattutto e per la maggior parte non hanno ancora sortito effetto visibile!
Particolarmente la razionalizzazione della spesa pubblica (riduzioni di sprechi, ecc.) non si sa ancora come e dove si farà, se si farà. Nel frattempo, misuriamo un continuo crescere del debito e dell'indebitamento netto annuo.

Mentre attendiamo lumi su queste ed altre faccende, l'unico aspetto certo è il tasso di crescita anemico: l'Italia cresceva e cresce meno degli altri paesi europei.
Insomma, tirando le somme il rapporto OCSE tinteggia toni più scuri che chiari. Se fosse un dipinto, l'Italia al 2011 sarebbe un quadro del Caravaggio, nero dappertutto e con qualche timido raggio di luce qui e là. O forse è meglio rappresentata dal "La persistenza della memoria" di Dalì: un tempo fermo, in attesa di sé stesso.


E dunque... aspettiamo...............


mercoledì 13 aprile 2011

Lettera a Roberto Saviano: sulle Macchine del Fango




Caro Roberto Saviano,


ho ascoltato il tuo intervento di ieri, ad apertura del Festival del Giornalismo a Perugia (qui una sintesi). Pur essendo un tuo fan della prima ora, il tuo discorso mi ha lasciato con più dubbi che certezze. Senza girarci troppo intorno, ti esplicito alcune domande.

(nota: siamo quasi coetanei, spero non ti dia fastidio l'uso del tu).

1) Nel corso dell'intervento hai citato spesso l'esempio di Dino Boffo, ex direttore de l'Avvenire. Posto che concordo su quanto hai denunciato tu circa l'uso di documenti fasulli e l'uso strumentale della questione da parte della stampa berlusconiana, e posto anche che, in generale, i gusti sessuali non dovrebbero consentire discriminazione alcuna, secondo te il fatto che sia omosessuale il direttore di un giornale dichiaratamente filocattolico, che quindi supporta specifiche tesi contro, fra le altre cose, l'eutanasia, l'aborto e (appunto) l'omossessualità, non è una notizia? Non esiste un problema di compatibilità, di credibilità?
Per fare un'analogia: la caccia è consentita dalla legge. Ma se un dirigente del WWF o di Legambiente fosse un accanito cacciatore, questa non sarebbe una notizia?

2) Hai spiegato cosa è la Macchina del Fango (d'ora in poi MF, per brevità). Hai portato esempi vecchi e nuovi. Nessuno di questi, però, include magistrati. Viene così l'idea che la MF sia composta da un gruppo di politici, imprenditori e giornalisti prezzolati, e basta. Ma la MF non funziona senza le "pezze di appoggio", che sono date o da gossip, fotografie e video che riportino fatti o ipotesi imbarazzanti, oppure da procedimenti penali che ipotizzino reati, magari scabrosi e non necessariamente compiuti per davvero.
Allora mi chiedo perché lasci sempre fuori questo aspetto importantissimo, quasi che parlar male di uno o più magistrati sia opera peccaminosa, che ti potrebbe far associare al "nemico" e che disonorerebbe il "clero" giudiziario. Secondo te, un PM che avvia una indagine-bomba, di quelle che finiscono con decine di arresti, sequestri di patrimoni e prime pagine sui giornali, e che poi si rivelano un castello di carte basato sul nulla, ebbene questo PM non è parte integrante delle MF? Perché la natura istituzionale dell'operato di un PM dovrebbe santificarne l'operato, anche quando questo è verificato essere stato basato su errori, o peggio su di un volontario accanimento? Qui non parlo di toghe rosse e di Berlusconi, ma delle migliaia di procedimenti che iniziano in pompa magna coinvolgendo imprenditori, magari bloccando attività produttive, e che finiscono in uno sbuffo di fumo dietro il quale rimangono solo le macerie ed i danni causati agli indagati.
Occhio che riconoscersi nella visione Manichea "magistrati vs. anti-magistrati" proposta dai berlusconiani, seppure dal lato opposto della barricata, di fatto la rinforza. Ma è una visione falsa costruita per le menti semplici, come ben dovresti sapere. La visione corretta è che in Italia si scontrano più poteri forti, come feudatari del Giappone pre-Tokugawa, e giornalisti (molti) e magistrati (alcuni) sono parte dell'arsenale di queste guerre.

3) Tutto il tuo intervento mi sembra girare attorno ad un punto cardine, che però non hai affrontato direttamente: la Rule of Law italiana che non funziona. Ti chiedo: perché in altri paesi occidentali le MF devono essere molto caute nel fare operazioni come quella contro Boffo? Io credo che ciò avvenga per un motivo semplice: se altrove diffami qualcuno, questo ti querela e ti fa pagare un risarcimento così ingente che la prossima volta ci pensi dieci volte prima di scrivere cazzate su chicchessia. In Italia è così? No. Sai bene che la maggior parte delle richieste di risarcimento ai giornali finiscono in pochi euro ed un articoletto di rettifica in decima pagina. Quando poi la notizia è "giudiziaria" non c'è neppure quel pericolo, dato che la bugia, se c'è, l'hanno inventata gli inquirenti i quali non pagheranno mai nulla a nessuno (non dirmi che il CSM è integerrimo e sanziona i magistrati dal grilletto facile, perché semplicemente non è vero).
Durante tutto il tuo intervento ho atteso che puntassi il dito su questo punto, dal quale consegue la scarsa attenzione dei giornalisti nostrani alla documentazione delle fonti, ma non l'hai fatto. Perché? Se nessuno paga per il Fango prodotto, per quale virtù divina le MF dovrebbero mai sparire?

Io le domande te le ho fatte. Spero, se non in una risposta, che almeno possano fiorire in tuoi interventi futuri ancora più analitici e completi.

Diego

mercoledì 6 aprile 2011

Italia e rivolte in nordafrica: liberté, elitès, e...



Un articolo apparso su project-syndicate.org a firma di tale Saifedean Ammous argomenta che le rivolte mediorientali di questi mesi sarebbero non solo il frutto di povertà diffusa, ma di istanze politiche di libertà. A differenza di altri osservatori, però, Ammous sostiene che la fame di libertà nasce anch'essa da pulsioni prettamente economiche, piuttosto che da uno spirito libertario astratto.

Secondo l'autore, tali rivolte sono alimentate dalla percezione che lo status quo, composto da un'elite ristretta che domina la maggior parte dei processi economici di tali paesi e che elargisce "regalìe" al popolo, non è più adeguato e trattiene il vero potenziale economico dei paesi. Attraverso la redistribuzione della ricchezza che c'è già, queste elites non contribuiscono a creare ricchezza aggiuntiva, anzi al contrario scoraggiano l'iniziativa privata ed il lavoro a maggiore produttività. Insomma: le rivolte sarebbero la conseguenza di istanze di libertà, ma tali istanze avrebbero comunque contenuto economico e mirerebbero a smantellare la fitta rete di trasferimenti dall'alto e la corrotta burocrazia pubblica.

È una tesi interessante, ed ognuno può ragionarci sopra. Una frase mi ha inquietato particolarmente, questa (traduco in italiano):

"I burocrati ed i loro amici non erano necessariamente coinvolti in atti espliciti di furto o saccheggio. Ma, attraverso attività apparentemente innocue di "supervisione" e di "regolamentazione" – e sotto la guida dei principali istituti finanziari internazionali – le elites al governo sono riuscite a gestire interi settori dell'economia come fossero i loro feudi personali. Se da un lato questa condotta ufficiale è di per se censurabile, il vero disastro è che ha distrutto l'iniziativa e la produttività degli arabi.

Questo totalitarismo economico è stato legittimato dalla carità elargita dai governi. Le elites arabe hanno fittiziamente intrapreso riforme economiche per decenni, attraverso innumerevoli rimpasti di ministri, piani quinquennali, ed elaborati programmi della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Tutte queste riforme implicavano elargizioni dal governo o posti di lavoro creati dal governo. Raramente includevano una qualche rimozione della stretta governativa sulle vite delle persone. Limitando il dibattito pubblico attorno al tipo di elargizione da offrire, questi governi hanno eluso il vero problema: il loro controllo sulle attività economiche."

Uhm... queste parole non ricordano anche a voi un altro paese, appena più a nord della Libia e della Tunisia? Dico, quel belpaese dove il ministro dell'economia segue la gloriosa tradizione dei suoi predecessori (segue, e rimpiange sospirando ai bei tempi andati dell'Iri), e crea una banca pubblica (la fantasmagorica Banca del Sud) la quale dovrebbe salvare il meridione da sé stesso.

La descrizione riportata qui sopra, con gli opportuni distinguo, mi pare si adatti abbastanza bene al nostro paese, dove gruppi di feudatari si contendono il territorio che c'é. La creazione di nuove attività, di nuova ricchezza, non è un'opzione per le elites italiane che perlopiù sono composte da palazzinari, burocrati, banchieri vecchio stile (non certo venture capitalists!), azzeccagarbugli, donnine allegre, pennivendoli ed ereditieri di aziende manifatturiere create in un irreplicabile passato. Le riforme, quelle sbandierate e soggette ad estenuanti dibattiti pubblici, il più delle volte si limitano a trasferire risorse da un gruppo di cittadini all'altro. Mai, dico mai, un governo si è impegnato davvero per ridurre l'invasiva presenza statale in ogni ambito della vita umana, per restituire le libertà tolte ai cittadini con regolamenti terribilmente restrittivi, tasse elevatissime, una forza-lavoro pubblica enorme e poco produttiva. Al contrario, ogni occasione è buona per fagocitare una fetta di esistenza in più: una tassa piccola piccola sul carburante in più di qua, un divieto sul mangiare il gelato in pubblico di là, un obbligo ad un nuovo superfluo adempimento burocratico, e via di seguito sino a quando il cittadino, divenuto servo, non sa più quale passo può intraprendere senza rischiare sanzioni e reprimende.

Tutto questo è evidente. Se mai dovesse scoppiare un giorno il bubbone italiano come avvenuto in Egitto, Tunisia, Bahrein, Yemen ed in altri paesi, gli osservatori non dovranno farsi troppe domande sulle cause scatenanti: sono essenzialmente le stesse.

sabato 19 marzo 2011

Due parole sulla valutazione di una centrale nucleare: i motivi del no




... e daje ancora col dibattito nucleare si, nucleare no
. Vorrei provare a fare chiarezza su alcuni punti ovvi, ma che sembrano mancare fisiologicamente nel dibattito.

Ogni investimento in impianti per la produzione di energia può essere schematicamente valutato utilizzando la semplice formula: V = E -C -S -pD , dove:

- V è il "valore" dell'impianto, calcolato lungo un dato orizzonte temporale.
- E è la quantità di energia prodotta valutata ai prezzi di mercato, lungo l'intero arco temporale scelto.
- C è l'insieme dei costi di manutenzione, operazione, materie prime, ammortamenti, ecc.
- S è il costo di smaltimento finale dell'impianto
- p è la probabilità che si verifichi un incidente che provochi danni valutati in D.

il tutto riportato ad un medesimo istante di tempo attraverso una banale operazione di attualizzazione finanziaria. Un governo che intende fare bene dovrebbe calcolare il valore di V per ogni opzione possibile (nucleare, geotermico, fotovoltaico, centrali a gas, ecc.), scartare le opzioni per le quali V assume valori negativi, e programmare investimenti pubblici o privati partendo dai V più alti e via via a scendere, sino a quando la produzione energetica programmata è ritenuta sufficiente. Si devono considerare anche altri fattori, ad esempio la variabilità nella produzione, il rischio di approvvigionamento sulle materie prime ecc., ma rimaniamo sul semplice.

Nel caso del nucleare, le quantità E e C sono facilmente ottenibili. I costi di smaltimento (S) già complicano di più lo scenario. Oltre alle scorie radioattive, per le quali esistono già enormi difficoltà nello smaltimento sicuro che, comunque sia fatto, costa parecchio, esiste la questione di come disfarsi della centrale stessa una volta che questa sia troppo vecchia. La questione non è secondaria: l'interno di queste centrali diventa un enorme rifiuto radioattivo da smaltire.

E veniamo infine al termine pD (che, per una volta, non indica un partito politico). Nei dibattiti i sostenitori pro-nucleare come Chicco Testa (ad es. QUI) ed altri rimarcano come la probabilità di incidenti gravi sia estremamente più contenuta nelle centrali cosiddette "di quarta generazione", per una serie di ragioni tecniche. Pur prendendo per buona questa affermazione, ciò riduce il valore di p, ma non intacca il potenziale di danno D. Dato che la probabilità di un incidente non può mai arrivare a zero, perché esiste sempre l'imponderabile (un meteorite che cade proprio sulla centrale, un pazzo che progetta un attentato, l'errore umano, uno tsunami che non ti aspetti...), esisterà sempre la possibilità, per quanto minuscola, che si verifichi un danno pari a D.

A questo punto rimane aperto il problema di come misurare D. E qui, secondo me, casca l'asino. Perché un disastro nucleare stile Chernobyl, o anche qualcosa di meno eclatante, comporta non solo un danno enorme oggi, misurato dal valore (e qual è questo valore?) delle vite umane spazzate via, delle infrastrutture distrutte, dei costi di smaltimento di tutti i detriti radioattivi e non. Il danno prodotto da un grande incidente nucleare si ripercuote su altri paesi (ricordate la nube di Chernobyl che andava a spasso per l'Europa?), e sulle generazioni future nei termini di malattie genetiche, e di territorio non più abitabile né coltivabile.

Quindi, posto pure che danno e relativa probabilità siano stimabili a priori, ciò che vorrei veder prodotto da un qualsiasi proponente pro-nucleare, è una valutazione esplicita delle quantità in gioco, ed una comparazione con le alternative disponibili. Senza questa valutazione ed un serio dibattito, trasparente e pubblico, non credo sia serio cianciare di nucleare in TV. Non ha senso stare a sentire gli Umberto Veronesi, i Chicco Testa, e gli esponenti del governo dare aria alla bocca su temi così rilevanti senza portare stime che siano verificabili e falsificabili. Fino a quando tali informazioni non saranno messe a disposizione della popolazione, è fondamentale mantenere una rigorsa posizione di opposizione ad ogni investimento nel nucleare nel nostro paese, che già in tutti gli altri ambiti di decision-making statale si è dimostrato tragicamente inetto.

In altre parole, dato il potenziale di danno di una centrale atomica, l'onere della prova che tale investimento conviene all'Italia deve essere a carico dei proponenti. Questa posizione non mi sembra dettata da ideologia né dalla suggestione degli eventi giapponesi, ma dall'osservazione delle esperienze dei paesi dove l'incidente c'è stato. Tra questi, giova ricordare, anche l'Italia dove le centrali nucleari chiuse negli anni '80 sono ancora là che aspettano d'essere messe in sicurezza, alcune a rischio di esondazione, altre rimaste con scorie radioattive quasi a cielo aperto. Un altro infelice lascito alle nostre future generazioni, assieme al bel regalo del debito pubblico al 120% del pil?

mercoledì 16 marzo 2011

L'eredità di Federico II e l'identità del Mezzogiorno d'Italia




(Avviso: il seguente post è disallineato ai festeggiamenti per l'Unità d'Italia, ed è pensato per quella vasta fetta di popolazione, che mal si identifica con una nazione la quale, in comune, ha poco più che lingua e prossimità geografica)

Ogni nazione ha un momento storico che la rappresenta, e se non ce l'ha, si industria per forgiarlo a posteriori. Quel momento epico, trasferito nella dimensione del mito, in qualche modo agisce da focalizzatore dell'unità culturale. Lo sa bene il popolo ebraico, che nella storia cristallizzata dalle Sacre Scritture trova il suo trait d'union attraverso il tempo e la geografia. L'Inghilterra elisabettiana, la Francia rivoluzionaria o gli Stati americani al conseguimento dellindipendenza sono altri esempi calzanti. Nella nostra Italia, Venezia ha il momento in cui era splendida Repubblica marinara, Firenze ricorda il Rinascimento e l'epoca comunale, il lazio (e, secondo le idee di Mussolini, l'Italia tutta) si richiama alla gloria di Roma antica. La "Padania", nel volere un'autonomia anche quale nazione, ricerca in Alberto da Giussano e nella Lega Lombarda sorta a Pontida nel XII secolo, i suoi precursori.

Il meridione d'Italia, al contrario, manca di tali epiche. Se qualche momento esiste qui e là a macchia di leopardo, spesso fornisce solo modesti agganci alla volontà di identità. Nel beneventano ad esempio ci si richiama alla discendenza Sannita, ma ciò poco dice ai beneventani del loro retaggio, oltre al piacevole ricordo dello smacco inferto ai Romani alle Forche Caudine. Calabria e Sicilia potrebbero rifarsi al passato magno-greco, ma la civilità occidentale nasce con Roma e tutto ciò che la precede appare distante ed alieno. La città di Napoli in qualche modo ha costruito una sua identità culturale basata sul teatro e la canzone, ma manca del tutto di epicità ed inoltre, mi pare si vada perdendo nelle nuove generazioni.

Alcuni tentano di rifarsi al regno dei Borbone. Si etichettano come "filoborbonici" o "neo-Borbonici" ed affermano una supposta superiorità (culturale, e qualcuno perfino socio-economica) del meridione pre-unitario. È un approccio destinato a fallire ed infatti mai ha convinto i più. Prima di tutto i neo-Borbonici discutono dei meriti della loro terra partendo da argomentazioni in opposizione alla narrativa dominante. I piemontesi, raccontano i neo-Borbonici, inviarono Garibaldi ed i suoi per una guerra di conquista e di annessione, e la retorica che ne è seguita è solo propaganda di regime. Secondo questi il meridione era ricco più del settentrione d'Italia, più avanzato, culturalmente più florido.

C'è ovviamente del vero nell'affermare che l'unità d'Italia è stata guerra di conquista. La "liberazione" del sud da sé stesso è avvenuta con un altissimo prezzo: di vite umane, di risorse sottratte per ripagare i debiti contratti dai Savoia, ed un costo (più difficile da misurare) dato dal mancato sviluppo di una autonoma cultura economica, spiazzata da assistenzialismo e trasferimenti statali (quelli che proprio la Lega Padana vorrebbe oggi recidere, seppur con molto ritardo sulla storia). Ma, da qui ad affermare come fanno i neo-Borbonici che il sud era più sviluppato, indicando poche singole opere meritorie quali la ferrovia Napoli-Portici o le fabbriche di eccellenza, è semplicemente una bugia, posto che i dati storici in nostro possesso affermano senza dubbi che la produttività media del lavoro al sud (in tutto il sud, non solo nella città di Napoli la quale, essendo capitale di regno, vale ovviamente un discorso a parte) era significativamente più bassa che al nord, dove già da tempo nel 1860 si erano diffusi i telai meccanici e dove in vari settori merceologici la filiera era più integrata, insomma dove l'industria era più "europea". Basti guardare, per convincersene, le stime condotte in questo paper di Banca d'Italia sul valore aggiunto per lavoratore nel 1871, diviso per province (Tabella 3, a pag. 28) ed il grado di industrializzazione (figura 2 a pag. 33). I Borbone, poi, di "epico" avevano ben poco, bastino a suggerirlo le due grandi rivolte sorte sotto di loro (1799, 1848).

Esiste però un momento storico d'eccezione, unico e magnifico, al quale i meridionali possono e dovrebbero richiamarsi. Parlo dell'esperienza storica sotto l'Impero di Federico II di Svevia. Sono tali e tanti gli elementi di modernità rispetto al suo tempo che Federico II ha introdotto, scegliendo proprio il meridione italiano come laboratorio nel quale sperimentare forme nuove di società ed architettura, che sarebbe difficile anche solo riassumerle. Mi limito quindi ad un esempio molto significativo: Trani.

La bella cittadina pugliese era, nei secoli dopo il mille, un porto importante essendo posta lungo le rotte adriatiche dei veneziani, e protesa alla sponda orientale del mediterraneo, là dove accadevano tante cose, le crociate in primis. Alla crescente attività commerciale di Trani, Federico affiancò la costruzione di una rocca difensiva sul modello delle fortificazioni mediorientali. Fece costruire anche, lì nelle vicinanze, il famoso Castel del Monte. La sua politica anticlericale (pur moderata dopo la scomunica) portò gradualmente all'abbandono di taluni vincoli imposti dalla Chiesa. A Trani erano molto presenti i Cavalieri Templari, con propri edifici e chiese, e questi godevano di un buon grado di autonomia rispetto alla Santa Sede. I Templari, inoltre, offrivano particolari servizi finanziari, che oggi definiremmo quelli di una "merchant bank".
Federico riconobbe il valore della vasta comunità ebraica in Trani, concedendole diversi privilegi e sgravandola di alcune imposte speciali. Gli ebrei di Trani, già molto integrati con la cittadinanza cristiana, fiorirono nelle produzioni delle tintorie, delle produzioni artistiche e tessili, e nel prestito di denaro. Per quest'ultimo Federico impose un interesse massimo del 10%. Va ricordato che nel XIII secolo si sviluppava una sentire diverso rispetto al prestare denaro a titolo oneroso, e l'usura veniva in molti circoli vista quale peccato solo se il tasso di interesse era eccessivo, tale cioè da approfittare della povera gente in stato di necessità (si veda il bel libro di Le Goff al riguardo).

L'insieme di queste riforme portò ad un'esperienza unica nell'altrimenti oscuro ed antisemita medioevo prerinascimentale. A Trani convivevano in accordo comunità ebree e cristiane, e con mutuo profitto. La presenza di un mercato del credito, fornito da ebrei usurai e dai Templari, diede una spinta enorme alle manifatture ed al commercio, anche perché ciò permise di abbassare gli elevati tassi d'interesse praticati, all'epoca, prevalentemente dai finanziatori toscani. È solo a partire dal XV secolo con la venuta dei francesi prima, e degli spagnoli poi, che Trani declina e la comunità ebrea viene nuovamente vessata dagli Angoini (che volevano entrare nelle grazie del Papa).

In conclusione, la ricerca dell'identità nazionale può avere un suo valore, e particolarmente per il Mezzogiorno d'Italia per il quale il passato recente, il presente, ed il futuro non appaiono rosei. Cercare tale identità negli eventi del 1861 è velleitario, e né i neo-borbonici, né i sostenitori della storiografia ufficiale filopiemontese possono offrire nulla di nuovo o interessante.
Seppure di breve durata (Federico II fu imperatore per 30 anni), la magnifica parentesi storica è tanto ricca di spunti e di contenuti da essere, a mio modo di vedere, tanto "epica" da poter fungere da collante per un'identità del sud positiva e propositiva. "Stupor mundi" era il soprannome assegnato a Federico, uomo di cultura e diplomatico in un mondo di Papi guerrafondai e oscurantisti. L'eredità lasciata ai posteri è memoria e patrimonio culturale dal quale attingere a piene mani. È da lì che veniamo, e gli eventi altalenanti di questi ultimi 150 anni (cosa sono 150 anni? Con l'aspettativa di vita odierna, meno di tre generazioni!) non devono cancellare la memoria di quanto di bello c'è nel nostro passato.


sabato 12 marzo 2011

I certificati verdi in Italia sono stati male applicati, ma non è il caso di gettarli via




L'Istituto Bruno Leoni (IBL) ha pubblicato un rapporto, questo, sull tema delle forme di incentivazione delle energie rinnovabili in Italia (un grazie a NoisefromAmerika per averlo segnalato).

L'ottimo report dell'IBL si concentra particolarmente sul fotovoltaico e sui piccoli impianti, e su tali aspetti è assolutamente condivisibile. Un punto sul quale non concordo del tutto è quello relativo ai certificati verdi (CV). Questo tipo di incentivazione è (era?) utilizzato per impianti di dimensioni grandi, e particolarmente si applica alle produzioni eoliche e da biomasse. Scrivono quelli di IBL: "Il meccanismo di incentivazione [dei CV] è stato caratterizzato sin dall’inizio da una dose eccessiva di aleatorietà, dipendendo in larga misura dalle dinamiche del settore energetico (sia sul lato della domanda di certificati verdi, rappresentata dalla generazione termoelettrica, sia sul lato dell’offerta, costituita dalla produzione di energia da fonti rinnovabili)". e poi "Il problema è che la domanda di certificati verdi è poco elastica: la quantità di certificati verdi richiesti in un anno con riferimento all’anno precedente non può essere influenzata dal prezzo, essendo il valore della produzione di energia da fonti fossili un dato immodificabile (anche se questo fenomeno è “temperato” dalla durata triennale del certificato stesso)."

Io sarei più cauto a voler gettare il pupo con l'acqua sporca. I CV, se ben utilizzati, rimangono uno stumento efficace. Il problema italiano non è da ricercare nella poca elasticità della domanda di CV, che sono strumento per attrarre investimenti nel rinnovabile nel lungo periodo (dove la domanda di CV può essere certamente più elastica). A mio modo di vedere, la combinazione dei seguenti errori ha portato ad un sistema folle e squilibrato:

1) i CV devono essere appetibili per chi li produce, altrimenti non servono a nulla. In Italia si è scelto di renderli troppo appetibili consentendo di triplicare (nel caso di un impianto eolico) il ricavo unitario per kWh prodotto. Sarebbe bastato, ragionevolmente, prevedere un requisito di CV per MWh prodotto a carico dei produttori da fonti fossili più basso e gradualmente crescente nel tempo. Il senso è il seguente: le imprese scambiano i CV attraverso un mercato telematico. Maggiore il numero di produttori di energia con tecnologie inquinanti, maggiore la domanda di CV e dunque il prezzo unitario. Ciò dovrebbe indurre nuovi investimenti in impianti puliti, e nel tempo aumentare la disponibilità di CV e, dunque, ridurne il prezzo di mercato.

2) i CV sono interessanti, rispetto ad una carbon tax, proprio perché il prezzo viene determinato dal mercato. La aleatorietà criticata da IBL è in realtà un pregio (aleatorietà limitata, comunque, data la poca elasticità della domanda di cui sopra). Tuttavia, in Italia il prezzo dei CV viene determinato in maniera strana: c'è un soggetto pubblico (GME del GRTN/GSE, link) che pubblica periodicamente il prezzo di riferimento, ma questi è alterato significativamente sia da continui interventi legislativi, sia dal fatto che la domanda di CV viene alimentata anche da una tassa in bolletta. L'idea giusta sarebbe, invece, di lasciare che l'offerta di CV sia al 100% soddisfatta dalla domanda da parte dei produttori da fonti non rinnovabili. Così, il maggior costo dell'energia non rinnovabile scaricato in bolletta viene allocato ai produttori di rinnovabile attraverso un meccanismo di prezzo, che è più efficiente.

3) Come giustamente osservato da IBL, i vincoli burocratici ostacolano gli investimenti nelle rinnovabili. Nel caso dei grandi impianti questo aspetto è diventato paradossale. Mantenedo un valore di compravendita dei CV estremamente elevato e contemporaneamente bloccando (anche per molti anni) nuovi impianti da fonti rinnovabili, con motivazioni immaginifiche quali i flussi migratori di uccelli che andrebbero a suicidarsi sulle pale delle torri eoliche (!), di fatto si è regalata una rendita agli investitori che sono riusciti a passare attraverso le barriere burocratiche, senza aumentare significativamente i Watt-ora prodotti ovvero l'obiettivo primario dei CV. O, per meglio dire, con un incremento dell'installato eolico che pur essendo molto significativo, non giustifica l'enorme prezzo stabilito per i CV.

Si noti che gli impianti eolici hanno costi fissi elevati, e ricavi totalmente variabili in funzione dell'energia prodotta. L'energia prodotta è a sua volta funzione esponenziale del vento. Quindi, è evidente l'incentivo dato dai CV a situare le pale in posti che davvero presentano elevate producibilità. Chi dice che i CV portano a creare impianti sempre fermi non sa di cosa sta parlando.

In conclusione, ben vengano meccanismi ad asta per l'attribuzione degli incentivi ai piccoli impianti, fotovoltaici o di altro tipo. Per i grandi impianti io preferirei tenere i CV, riscrivendo le regole in modo che l'incentivo sia minore di quello, esagerato, applicato sino ad ora, ed eliminando gradualmente il contributo in bolletta. La semplificazione dell'iter burocratico deve essere rivista comunque, con o senza CV, e devono essere posti tempi vincolanti certi per gli enti pubblici nel fornire decisioni e risposte agli investitori.

sabato 19 febbraio 2011

La tassazione delle rendite finanziarie tra delirio e scarso coraggio



In un articolo recente Maria Cecilia Guerra punta l'attenzione al decreto "Milleproroghe" (già il nome è orrendo) . Oggetto degli strali la riforma della tassazione dei fondi di investimento per i quali si abolisce l'imposta alla maturazione. Finalmente! aggiungo io, dato che nel mondo da nessuna parte vengono tassati redditi prima che questi siano effettivamente realizzati sui mercati. Una anomalia in meno, su questo punto do ragione a Tremonti, e torto a Visco ed ai sostenitori della sua riforma negli anni '90.

La Prof. M.C. Guerra sottolina che adesso, però, la tassazione dei fondi nostrani, da che era sino ad oggi svantaggiata rispetto ai fondi esteri, diventa super-avvantaggiata. Ho speso un po' di tempo a fare due calcoli, che riporto qui sotto. In effetti il sistema della tassazione delle rendite finanziarie in Italia è semplicemente folle, incoerente sotto ogni profilo, e disallineato rispetto agli altri paesi industrializzati. Per convincere il lettore, invito a seguire le brevi simulazioni che seguono (è roba semplice, basta un po' di attenzione).


IPOTESI DI BASE

Ipotizzo qui di seguito le diverse scelte che si trova davanti un contribuente che ha 1.000 euro da impiegare in un investimento immobiliare programmato per 10 anni, il quale produce redditi annuali certi pari al 10% della somma investita. Lascio da parte considerazioni riguardanti la tempistica dei redditi (che pure sono importanti) immaginando che l'investitore abbia deciso di vincolarsi a riscuotere solo al termine del 10° anno. I redditi prodotti ogni anno, al netto delle imposte, sono quindi reinvestiti nello stesso modo accumulando sino al termine del 10° anno, quando le quote di proprietà saranno vendute.


1) CASO 1: INVESTIMENTO DIRETTO PERSONALE

Il contribuente compra un immobile pagando 1.000. Sui redditi da immobili paga la metà dell'imposta personale sui redditi (IRPEF). Reinvestendo tali redditi al netto dell'IRPEF nello stesso immobile, e vendendo il tutto al termine dei 10 anni, ottiene il capitale complessivamente realizzato dato dalla seguente formuletta (è una banale applicazione di un interesse composto):

1.000 * (1 + 10% * (1-T))^10

dove T è l'aliquota effettivamente prelevata ogni anno sul reddito prodotto. Abbiamo quindi che al termine del 10° anno il contribuente può allegramente incassare e spendere come più gli piace le seguenti cifre, calcolate in base allo scaglione IRPEF di appartenenza (che assumo non cambiare per tutta la durata dell'investimento):

con aliquota al 23%: 2.335
con aliquota al 27%: 2.271
con aliquota al 38%: 2.179
con aliquota al 41%: 2.149
con aliquota al 43%: 2.129


2) CASO 2: INVESTIMENTO TRAMITE SOCIETA' DI CAPITALI

Il contribuente decide di costituire una S.p.A. della quale è azionista con quota qualificata. La società paga l'imposta sui redditi societari con aliquota del 27,5%. Paga anche l'IRAP, per un'aliquota totale che approssimo al 32%. Quindi, rifacendo i calcoli e considerando che al termine del 10° anno, quando la società sarà venduta, il contribuente pagherà l'IRPEF sul 50% circa delle plusvalenze realizzate, abbiamo:

con aliquota al 23%: 1.824
con aliquota al 27%: 1.805
con aliquota al 38%: 1.754
con aliquota al 41%: 1.740
con aliquota al 43%: 1.731

Ovviamente in questo scenario c'è il vantaggio aggiunto dato dalla possibilità di dedurre le spese di manutenzione dell'immobile dall'imposta societaria, cosa non ammessa nel primo caso. Quindi i miei numeri sovrastimano l'onere d'imposta, la differenza con il CASO 1 è quindi minore nella realtà.


3) CASO 3: INVESTIMENTO TRAMITE FONDO

Consideriamo ora il caso in cui il contribuente acquisti quote di un fondo di investimento, il quale a sua volta acquista l'immobile. Con l'attuale regime instaurato da Tremonti in cui si paga solo sulle plusvalenze realizzate (quindi, solo quando la quota del fondo viene alienata), per dieci anni il contribuente non paga imposte. Il fondo, essendo sottratto all'imposta societaria, non paga imposte. Abbiamo quindi allo scadere dei 10 anni l'applicazione di un'imposta sostitutiva all'IRPEF del 12,5%.
In cifre, e qualunque sia lo scaglione IRPEF di appartenenza, il nostro contribuente riceverà in tasca, alla fine del 10°, 2.395.


ALCUNE CONCLUSIONI

Gli esempi proposti suggeriscono la follia delirante del nostro sistema fiscale. Innanzitutto non è chiaro per quale ragione lo stesso investimento, compiuto tramite il fondo, debba essere così vantaggioso rispetto al più trasparente investimento diretto, od anche rispetto alla soluzione societaria (ma su quest'ultima, come accennato, la filosofia è necessariamente diversa data la deducibilità dei costi di impresa).

Non si capisce poi perché gli impieghi finanziari siano chiaramente sottratti alla progressività dell'imposta, mentre per le partecipazioni qualificate e l'investimento diretto abbiamo una sorta di progressività diluita. Se rapportiamo il totale delle imposte versate più l'investimento addizionale perduto, al capitale potenzialmente ottenibile al 10° anno qualora non vi fosse alcuna imposta, abbiamo che il primo scaglione (aliquota 23%) perde circa un 28% nel primo caso, circa 29% nel secondo caso, e circa 7,6% nel terzo. L'ultimo scaglione (43%) perde, rispettivamente, circa 18% nel primo caso, il 33% nel secondo, e ancora il 7,6% nel terzo. Che senso ha tutto questo, sia dal punto di vista dell'equità contributiva che della auspicabile non-distorsività delle imposte?

Mi pare abbastanza lampante che qui si richiede una riforma complessiva, e non miniriforme come questa contenuta nel Milleproroghe, che segue la scia delle altre miniriforme di Tremonti il quale sembra aver timore di proporre una sua visione complessiva della tassazione delle rendite finanziarie.

Ministro, le lancio una proposta semplice: un'aliquota unica al 20% su tutti i tipi di redditi finanziari realizzati (da fondi d'investimento, obbligazioni, titoli di stato, immobili detenuti al di fuori di attività di impresa, azioni qualificate e non, gestioni bancarie di vario genere ed a vario titolo; per dividendi, interessi, capital gains), sostitutiva dell'IRPEF ed applicata a titolo di ritenuta ogni anno in capo ai fondi di investimento. Un po' come fanno nei paesi scandinavi, che loro questi problemi se li sono ben posti da tempo. Si consenta inoltre di compensare tra loro minusvalenze e redditi per tutti i tipi di rendita, oppure sia consentito per nessuna. Sarebbe un sistema semplice da amministrare, facile da capire per il contribuente, appetibile per gli investitori stranieri (perché simile a quanto trovano negli altri paesi dell'Eurozona), non troppo dissimile sotto il profilo dell'equità verticale da quello attuale, molto più giusto sotto il profilo dell'equità orizzontale, ed avrebbe anche senso alla luce della proposta del Suo governo di una imposta sui redditi immobiliari unica e sostitutiva con aliquota al 20%.
Ministro Tremonti, ci faccia un pensierino, sarebbe una riforma gradita ad alcuni dei suoi elettori e sgradita ad altri, in media non credo ci andrà a perdere, ma avrà finalmente riformato la giungla fiscale italiana su un fronte, quello della tassazione del risparmio, che come sa è vitale per la crescita economica del paese.

venerdì 11 febbraio 2011

L'incoerenza di Berlusconi e del PdL: su escort, nani e ballerine



La coerenza dell'uomo politico è importante.
Segnala all'elettore che dietro le promesse elargite sotto elezioni, esistono un pensiero conforme alle idee propagandate ed una comprensione delle questioni di cui si parla. Il comportamento incoerente segnala all'elettore la possibilità che l'uomo politico, una volta eletto, non rispetterà le promesse fatte e quindi tradirà il mandato a rappresentare i suoi elettori.

Sotto il profilo squisitamente politico, secondo me è questo il punto essenziale dello scandalo Ruby. Non il malcostume, il puttanaio, l'uso del ruolo istituzionale per finalità private, le minorenni, l'immagine della donna e gli altri feticci additati quali vero male supremo della vicenda. Piuttosto è l'incoerenza politica che dovrebbe spingere gli elettori del PdL a non rinnovare la fiducia a Silvio Berlusconi e soci.

Così ora, questo governo che si presentò agli elettori con un programma tipicamente conservatore, ottenendone il voto maggioritario, mostra il suo lato B. Questo governo adottò attraverso il ministro Carfagna un provvedimento per la moralità, che prevedeva sanzioni a carico dei clienti di prostitute beccati per le vie pubbliche. Ma allo stesso tempo Mara Carfagna affermò quanto segue: "Non è nostra intenzione normare la prostituzione nelle case private, perché vorrebbe dire regolamentare e legittimare questo fenomeno. E non è nelle intenzioni del governo". Eccolo là: non è nelle intenzioni del governo leggittimare la prostituzione, neppure tra le mura domestiche. Dov'è la coerenza con quanto apprendiamo essere il comportamento tra le mura domestiche del premier e dei suoi cortigiani?

Ma c'è un messaggio più sottile e più fastidioso che arriva all'elettore. Il governante che impone divieti al comune cittadino, e forte del proprio potere economico e politico compie quel medesimo atto vietato, è un oligarca, un principe, al di sopra del diritto. Non parliamo qui di un Marco Pannella che fuma marjuana ma, allo stesso tempo, propaganda la sua liberalizzazione. Parliamo di persone che di giorno vietano a te, cittadino, di pagare un adulto consenziente per farci del sesso, e di assumere qualsiasi tipo di droga più forte di un caffè ristretto, e di notte si circondano di prostitute e, pare, anche di kili di cocaina.

Caro elettore del PdL, mi rivolgo a te: visti questi precedenti, come potrai fidarti delle promesse di Silvio anche in altri campi, come credere ai proclami di liberalizzazione, di sgravi delle imposte, di riforma del sistema giustizia a vantaggio del cittadino, quando si evidenzia questa enorme dualità nel pensiero politico? Lo so che tu, elettore del PdL, mi risponderai che dall'altra parte sono pure peggio, visto che il PD è coerentemente catastrofico ed improponibile, mentre il PdL quantomeno dice le cose che vuoi sentir dire. Ma ti basta la parola, più volte violata negli anni di governo di centro-destra? Non vuoi provare ad affidare la tua fiducia a nuove formazioni, dando loro una chance di dimostrarsi coerenti rispetto alle promesse? Tanto, come hai visto, non otterrai nulla di buono né dal PD né dal PdL, ne hai la prova storica. Esci dunque da questo dualismo mentale e, con un piccolo sforzo, prova a farti rappresentare da uno nuovo (di destra, centro o sinistra, come preferisci tu). Tanto, peggio di com'è andata fino ad oggi negli ultimi 20 anni, non puoi fare!

giovedì 3 febbraio 2011

Proposta per nuove tasse? Leggete qui, e meditate



Non c'è termine all'orrore. Adesso i nostri politici propongono una imposta patrimoniale straordinaria per risanare il debito pubblico. Che idea del piffero!

Per una spiegazione semplice delle aberranti implicazioni di una nuova tassa, qualunque essa sia, consiglio questo articolo su nFA. Il punto non è se una patrimoniale sia meglio o peggio di un'imposta sul reddito, o sui consumi (ognuna di queste forme di tassazione ha pregi e difetti), il punto è che nessuno ci garantisce che questo maggior gettito tributario non sarà sperperato dalla mala-politica italiota così come si è sperperato in passato, si sperpera oggi, e Dio solo sa quanto si continuerà a sperperare domani.

Per tutti i cittadini votanti, qualora dovesse mai venirvi il dubbio che una nuova tassa potrebbe essere una buona idea, esorto alla lettura di questo simpatico (lo dico con ironia) rapporto di Confesercenti, QUI. Leggete il lungo elenco delle assurde gabelle imposte a noi, poveri servi della gleba d'Italia, e meditate. MAI, e sottolineo MAI, uno dei maggiori problemi italiani ovvero la spesa pubblica eccessiva e mal gestita, sarà risolto rubando altri fondi dalle tasche dei cittadini!

E non lasciatevi ingannare dallo slogan "tassiamo solo i ricchi". Balle. I ricchi consumano di più, e sui consumi pagano l'IVA più le decine di accise e gabelle che tutti pagano in Italia. Sui redditi di lavoro si beccano l'aliquota del 43% la quale, sommata alle addizionali locali e ai contributi previdenziali, significa oltre la metà del reddito. Solo i ricchi che hanno grandi patrimoni finanziari composti da partecipazioni non qualificate sono trattati fin troppo bene dal fisco, dato che pagano una bassissima aliquota del 12,5% (la più bassa in assoluto tra i paesi europei più grandi). Ma attenzione: questi sono anche i patrimoni che più facilmente volano all'estero, sia lecitamente sia per tramite di fiduciari. Quindi non è che se domani alziamo le imposte sui redditi finanziari al 40% questi rimarranno in Italia a subire il salasso!

E neppure bevetevi le chiacchiere sull'evasione fiscale! L'evasione aumenta al crescere delle imposte. Una lotta all'evasione è credibile solo quando assieme a maggiori controlli e sanzioni, si abbassano le imposte per compensare il maggior gettito ottenuto. Altrimenti, è uguale a tassare di più, solo che stavolta le tasse sono prelevate da alcuni individui soltanto (quelli che più evadono, o che sono meno bravi a farlo e quindi vengono beccati).

C'è una sola soluzione per ridurre gli sprechi, per comprimere lo strapotere dei politici-ladri, e per ripagare l'enorme debito pubblico. È sempre la stessa soluzione, se ne parla da decenni, ma né PD né PdL (né prima DC, PSI, PCI, ecc.) lo hanno mai fatto per davvero. Parlo, ovviamente, della riduzione della spesa pubblica. Un aumento delle imposte, invece, fa esattamente il contrario, come dire "curare il male con altro male". Come dicevo all'inizio, che idea del piffero!

lunedì 24 gennaio 2011

Cozzolino vince le primarie 2011 del PD a Napoli




Foto pubblicata sulla testata Il Mattino (link), rimovibile su richiesta


Andrea Cozzolino vince le primarie 2011 del PD a Napoli, con il 37% circa delle preferenze. Congratulazioni a lui ed al suo staff.

Ma chi è Cozzolino? È bene chiedercelo, visto che potremmo ritrovarcelo a breve alla guida del Comune di Napoli, o magari della Regione Campania. Secondo il suo sito web, il quarantottenne Cozzolino ha cominciato la carriera politica nelle fila dei giovani comunisti alla FGCI, quando era all'incirca ventenne. Fa carriera nel Partito Comunista e negli anni '90 ricopre ruoli dirigenziali al suo interno. Nel periodo 2000-2005 è stato consigliere regionale in Campania. Nel 2005-2009 ha ricoperto la carica di assessore all'agricoltura ed alle attività produttive, sempre in Campania. Dal giugno 2009 è parlamentare europeo. Viene considerato un seguace puro di Antonio Bassolino.

A me già sconforta il fatto che, dopo tutto quanto è accaduto di negativo in Campania sotto la gestione di esponenti del PD, ovvero Rosa Russo Iervolino quale sindaco di Napoli e Bassolino alla guida della Regione, si dia fiducia ad un fedelissimo espresso proprio da quel gruppo politico. E per giunta non uno qualunque, ma un personaggio che dal 2005 era preposto all'agricoltura mentre la giunta di cui faceva parte allegramente malgestiva il sistema di smaltimento dei rifiuti, lasciava che si avvelenassero terreni e falde acquifere, e co-gestiva dal 2007 l'allucinante operazione "discarica di Pianura" assieme all'allora governo Prodi.

Vabbé, si potrebbe dire che parlo del passato (ma insomma... due anni fa non è certo storia antica), allora guardiamo ai programmi concreti di Cozzolino per il futuro. Ho cercato in rete un suo programma politico organico, qualcosa di simile al (brutto, ma meglio di niente) documento pubblicato dall'altro candidato Oddati (QUI), ma non ho trovato nulla. Guardo allora alle dichiarazioni sparse qui e là. Su Repubblica riportano le seguenti affermazioni:

"Una riqualificazione urbana che attragga l'ultima creazione finanziaria europea, gli eurobond. Eliminazione della «brutta edilizia», da via Marina al centro storico passando per le Vele di Scampia, con tanti saluti alla proposta di preservarle avanzata dal soprintendente ai beni architettonici Stefano Gizzi: «Mi piacciono le provocazioni culturali, ma questa è una sciocchezza». Poi «la più grande isola pedonale d'Europa, centro storico, ma anche area collinare. A che serve se no la metropolitana?» Altre proposte: meno laccioli nella creazione d'impresa, un reddito di cittadinanza non più alle famiglie ma stavolta ai singoli nati, una conferenza dei presidi degli istituti superiori per stabilire un contatto diretto tra neo-diplomati e aziende disposte a assorbirli. "

Andiamo con ordine. La prima proposta è semplicemente agghiacciante. A parte il fatto che gli "eurobond" non sono un aumento di debito pubblico da spendere come si vuole ma nati per fronteggiare specifiche necessità di salvataggio (Grecia, Irlanda), ma faccio finta di nulla. La Campania riceve enormi trasferimenti di fondi dalle regioni più ricche del centro-nord, e fisiologicamente li sperpera per mantenere una corte gigantesca di dipendenti pubblici poco produttivi, per appalti elargiti agli amici dei politici in carica (cantieri eterni, lavori che vengono rifatti più e più volte nel medesimo luogo), ed in mille rivoli di spesa superflua per i cittadini. Quello che Cozzolino sembra proporre non è una riqualificazione della spesa, che permetta di avere servizi decenti per sanità, rifiuti e traporti, ma pensa di chiedere altri soldi, stavolta all'Unione Europea? Semplicemente allucinante.

Passiamo alla seconda idea: l'isola pedonale. Forse a Cozzolino è sfuggito che il suo predecessore e patrono, Bassolino in veste di sindaco di Napoli, già portò quale cavallo di battaglia la pedonalizzazione di larga parte del centro storico. La circolazione delle automobili e dei motorini è oggi esclusa per i non residenti da larga parte delle piazze storiche di Napoli, e dalle vie commerciali del quartiere Vomero. Dove, esattamente, vorrebbe chiudere al traffico? E come gestire una enorme area pedonale se ai confini non esistono adeguati parcheggi per chi proviene da fuori?

La proposta "meno laccioli nella creazione d'impresa" è meritevole ed interessante. Cosa intende Cozzolino? Se pensa ad una semplificazione e riduzione degli oneri amministrativi (licenze varie da richiedere al Comune, alle ASL, ecc.), certo è un buon intento. Peccato solo che parte di questi adempimenti è imposto dalle leggi nazionali, e regionali (allora perché non ha già semplificato mentre era assessore alle attività produttive negli ultimi 5 anni?).

La proposta di una modifica al reddito di cittadinanza ai singoli piuttosto che alle famiglie fa un po' sorridere. Innanzitutto l'erogazione del reddito di cittadinanza è stata interrotta dalla giunta regionale di Caldoro, quindi adesso non si paga niente a nessuno. Cozzolino, da possibile futuro sindaco di Napoli, pensa di istituire uno strumento analogo ma stavolta puramente municipale? In secondo luogo, sino ad oggi il monitoraggio è stato pessimo, numerosi i casi di soggetti con più redditi che percepivano il reddito di cittadinanza pur non avendone titolo. Gli sprechi, caro Cozzolino, gli sprechi di denaro pubblico! Ed infine: come finanziare l'ipotetico allargamento ai singoli nati? Con quali risorse, tolte a quale capitolo di spesa?

Infine, "una conferenza dei presidi degli istituti superiori per stabilire un contatto diretto tra neo-diplomati e aziende disposte a assorbirli". La mia domanda è: a che servirebbe? Se il fine è di migliorare il matching tra domanda ed offerta di lavoro, non sono commissioni pubbliche e presidi lo strumento giusto. Si proponga piuttosto un sito web, gratuito per aziende e lavoratori, sponsorizzato dalla Regione o dal Comune di Napoli. La spesa sarebbe minima (qualche decina di migliaia di euro l'anno per la realizzazione e la gestione di server e manutenzioni, e non i milioni di euro scialacquati per il sito Italia.it), il risultato ottimale visto il successo di websites commerciali come Monster.it che fanno questo mestiere. Cosa potrebbe mai fare di più una "conferenza dei presidi", a parte consentire altre assunzioni di dipendenti-zombie a carico delle casse pubbliche?

Insomma al momento non vedo idee brillanti. Magari ora che ha vinto le primarie Cozzolino avrà lo sprone per proporre un programma serio, organico, e meditato. Così come appare il suo orizzonte politico, non lo voterei né lo supporterei a qualsivoglia carica municipale o regionale.