venerdì 26 novembre 2010

La proposta: via l'IRAP, più tasse sui patrimoni e meno sul lavoro. Parola dei Dottori Commercialisti




Ed i commercialisti si tinsero dei colori di guerra e, imbracciata l'arma, partirono alla volta del nemico!


Eccoli qui: la notizia, riportata anche dal Corriere, è di un Manifesto (consultabile QUI e QUI) redatto dall'Ordine nazionale che propone una serie di riforme. Le proposte sono varie, tuttavia qui mi preme discutere quella a mio parere più rilevante, ovvero un'idea di modifica dell'attuale sistema d'imposta sui redditi societari.

Come noto a tutti, le società residenti in italia oggi pagano un'imposta IRES con aliquota del 27,5%, cui si somma l'IRAP che prevede un'aliquota tra il 3,9% ed il 4,9% su una base imponibile più ampia di quella IRES. L'aliquota d'imposta effettiva IRES+IRAP è mediamente pari al 32%, molto più alta della media osservata negli altri paesi UE dove siamo attorno al 27%. Questo significa che gli investitori esteri, a parità di rendimento lordo, ricevono in Italia un reddito netto inferiore che non altrove, dunque possono essere disincentivati a portare i propri capitali in Italia.
Si noti che l'andamento stagnante della produttività italiana e lo scadente sistema legislativo e giudiziario, già dissuadono gli investitori esteri. L'imposta dovrebbe quindi essere più bassa della media europea, e non più alta come è, per compensare almeno in parte queste manchevolezze del nostro sistema-paese.

Il reddito netto sociale è poi tassato in capo al socio residente, come dividendo o capital gain, con imposta sostitutiva del 12,5%. Solo i soci che hanno partecipazioni di controllo o comunque qualificate, pagano l'IRPEF ad aliquota piena sulla metà di dividendi e capital gain realizzati. Il trattamento degli interessi è ancora più privilegiato, dato che questi sono generalmente deducibili dall'IRES.
L'aliquota al 12,5% è in assoluto tra le più basse dei paesi OCSE. Negli altri paesi dove è prevista un'imposta sostitutiva sui dividendi, l'aliquota è di solito del 18-25%. In pratica, il risparmio detenuto in titoli e piccole partecipazioni azionarie è fortemente agevolato al livello personale, rispetto sia ad altre forme di impiego del risparmio, sia soprattutto del lavoro che è tassato ad aliquota IRPEF piena e in più paga i contributi sociali.

L'insieme di queste norme comporta che il gettito ottenuto dall'imposta sostitutiva sia davvero piccolo se confrontato con il gettito da altre fonti. Ad es. nel 2009 (dati del Ministero delle Finanze) il gettito ottenuto dai redditi di lavoro è di qusi 160 miliardi di euro, contro appena 12,3 miliardi ottenuti dall'imposta sostitutiva su interessi e redditi di capitale. Il gettito di IRES ed IRAP è in totale, sempre nel 2009, di circa 72,4 miliardi.

Per meglio discuterne il merito, la proposta dei commercialisti può essere spezzata in due parti:

1) abolizione dell'IRAP ed incremento dell'aliquota dell'imposta sostitutiva: per quanto ho illustrato, questa proposta deve essere accolta favorevolmente. L'eliminazione dell'IRAP porta l'IRES a valori "europei", ed aiuta ad attirare investimenti e capitali dall'estero. L'imposta sostitutiva su dividendi e interessi può essere portata in linea con gli altri paesi, ad es. con la Francia (18%) o la Germania (25% sui titoli quotati).

2) riduzione del carico fiscale sul lavoro: quanto dirò qui vale anche per l'abolizione dell'IRAP, che difficilmente potrà essere compensata interamente da un incremento dell'aliquota sostitutiva sui redditi personali.
Se è vero che queste riduzioni del carico fiscale sono auspicabili, forse necessarie, la concreta fattibilità passa per una riduzione della spesa pubblica. È velleitario pensare di finanziare tali riduzioni con incrementi del carico fiscale sui patrimoni. Primo, perché immobili e partecipazioni qualificate già pagano un bel po' di tasse se consideriamo le imposte societarie e quelle personali. Secondo, perché i capitali fuggono all'estero più facilmente del lavoro (con eccezione del lavoro altamente qualificato, vedi "fuga di cervelli"), e di scudi fiscali ne abbiamo già avuti abbastanza. Terzo, perché a meno di tassare di più solo i grandi patrimoni, imposte più elevate sui risparmi incentivano a consumare oggi il reddito guadagnato piuttosto che investirlo per consumarlo domani, e dato che gli investimenti privati sono una componente essenziale per favorire aumenti di produttività, non sarebbe strategicamente furbo.

La proposta dell'Ordine dei Commercialisti è quindi una proposta valida. Con un caveat importante: che non va intesa nel senso di tassare di più le rendite finanziarie a parità di spesa, come non mancano mai di sostenere certi esponenti della sinistra nostrana, ma di rimodulare la tassazione verso una riduzione complessiva, con un leggero aggravio per quei redditi di capitale i quali sono attualmente troppo agevolati (12,5% è proprio bassa!), ed un alleggerimento per le imprese che con l'IRAP soffrono molto.
Peraltro, altre critiche da tempo mosse all'IRAP, definita come "imposta sulle perdite" perché può prevedere un onere d'imposta positivo anche quando il risultato complessivo d'esercizio è una perdita, portano ad individuare in questo tributo uno dei primi da tagliare quanto prima.

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