venerdì 15 ottobre 2010

Il debito italiano e la proposta di affibbiarlo al FMI



Una proposta circola da diversi mesi sulla stampa italiana: trasferire i debiti pubblici nazionali dei paesi Europei ad un organismo sovra-nazionale (ad es. al Fondo Monetario Internazionale). Lo ha detto Vincenzo Visco (QUI), lo ha ribadito Paolo Savona (QUI), ed oggi lo suggerisce Giuseppe Pisauro sul sito LaVoce.

L'idea è quella di mettere in pool i debiti sovrani in modo da garantire la solvibilità ed il servizio dei pagamenti, e conseguentemente abbassando il premio di rischio richiesto dai mercati. Si riconoscerebbe così la loro natura di "debiti collettivi", generati per fronteggiare la crisi globale ed i cui effetti benefici traboccano oltre i confini nazionali. L'alternativa, dicono i sostenitori della proposta, è quella di una dolorosa politica di correzione dei bilanci così come discusso in seno all'UE con riguardo al nuovo corso da dare al Patto di Stabilità. La UE, come noto, discute la possibilità di imporre una riduzione del debito (di 1/20 per anno della differenza tra il rapporto debito/PIL effettivo ed il target del 60%) sino al raggiungimento della soglia del 60%, che è rimasta la stessa dell'originario Patto di Stabilità (perché poi il 60% sia il valore "giusto" per tutti, non si sa).

Ora, che queste proposte si facciano sulla stampa italiota mi fa sorridere. L'Italia ha un rapporto debito/PIL che sfiora il 120% (QUI i dati inclusi nel Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) e riportati da Cecilia-Guerra e Giannini). L'onere per interessi grava per il 4,6% del PIL; la spesa pubblica complessiva supera il 50%. Ma questi numeri, tutti molto elevati se raffrontati agli altri paesi UE e preoccupanti anche alla luce dell'anemica crescita del PIL italiano, sono un'eredità precedente alla crisi! Il debito italiano dai primi anni '90 è cresciuto in termini assoluti , ed in rapporto al PIL non è mai più sceso sotto al 100%.

Come mostra il seguente grafico su dati Eurostat che esprime il debito in rapporto al PIL per Italia ed UE-25, il debito pubblico italiano (barre blu) è cresciuto poco meno della media dei paesi della UE-25 (barre verdi) nel periodo 2008-2009, ovvero quando la crisi finanziaria si è manifestata.

Tuttavia questi numeri includono gli effetti della caduta del PIL, che in Italia è stata di circa -5%. Guardando al solo valore assoluto del debito (espresso in €/MLN, si veda il grafico che segue), si vede bene che il debito è cresciuto di circa il 10% nel 2009 rispetto al valore assunto nel 2007. Parliamo di poco più di 160 miliardi di Euro, rispetto ad un debito complessivo di circa 1.700 miliardi.


Quindi non è che l'Italia in seguito alla crisi mondiale, abbia contratto molti debiti per operazioni di spesa sociale, per salvataggi alle banche, o per politiche di sostegno alla domanda, come altri paesi hanno fatto. Se pure passasse la proposta di assegnare i debiti associabili agli effetti della crisi ad un fondo internazionale, rimarremmo comunque ampiamente al di sopra dei parametri del Patto di Stabilità con un debito enorme, anomalo ed alla luce delle fosche previsioni sulla crescita italiana, poco sostenibile. Quindi la proposta avrebbe un effetto significativo ma non certo enorme sui problemi di bilancio nostrani, e non risolve le questioni discusse in Europa sul Patto di Stabilità.

Non vorrei mai che la proposta sostenuta da Visco e colleghi in realtà mascheri la volontà di assegnare una quota del debito maggiore ad un ente esterno e sovranazionale. In tal caso la tesi è stupefacente: chi lo ripaga quel debito? Perché altri che non l'Italia se ne dovrebbe e vorrebbe mai fare carico? Perché considerare tale debito "collettivo" visto che nasce prima della crisi e di esso hanno beneficiato prevalentemente gli italiani? Certo oggi c'è il pericoloso precedente della Grecia, salvata in corner dal fallimento del suo debito sovrano dai paesi UE: pericoloso perché appunto può indurre in tentazione a ritenere che altri salvataggi simili saranno possibili. Ma davvero ci conviene, con la pessima classe politica che ci ritroviamo, sostenere tali tesi piuttosto che spingere per una policy di austerità e di graduale riequilibrio dei conti pubblici? Io penso di no. Credo sia opportuno porsi come primario obiettivo la riduzione della spesa pubblica (degli "sprechi", ma anche delle prebende, delle cientele a spese dello stato), ed un rimborso graduato del debito cui segua, progressivamente, un abbassamento della pressione fiscale. Non si può cercare la scappatoia "all'italiana": il debito è nostro, e noi dobbiamo pagarlo.

lunedì 11 ottobre 2010

Il pensiero liberale di Tremonti: esternazioni e realtà




Sabato 9 ottobre Tremonti rilascia un'intervista a Sky TG24. Io l'ho vista intorno alle 13.30, ma non riesco a trovare un link in rete (se qualcuno ce l'ha, lo posti nei commenti con i miei sentiti ringraziamenti).

Il nostro mitico Ministro è scatenato, in questi giorni ha esternato di tutto e di più. A Washington ha ripreso il suo vecchio cavallo di battaglia esprimendosi contro la globalizzazione e contro le grandi banche d'affari che speculano. Ma, ha specificato, lui non ha mai attaccato il regime di cambio valutario adottato dalla Cina, prendendosela invece con i governi occidentali che hanno aperto alla globalizzazione in modo selvaggio e troppo in fretta (QUI).
Poi si rivolge alla nostra Europa, e parlando della BCE sottlinea che bisogna "trovare la quadra" e continuare nel nuovo corso della politica monetaria, attenta non più solo a contenere l'inflazione ma anche a tenere bassa la moneta per favorire l'export (ah, ecco perché dice che la Cina non fa male a gestire il cambio del Renminbi!).

Nell'intervista a Sky che ho citato sopra, Tremonti dice un'altra cosa che andrebbe evidenziata perché merita davvero. A memoria cito: "non è lo Stato che fa l'economia, è l'economia che fa l'economia".
Ora, da bravo economista mercatista io concordo in pieno. Tuttavia, a ben guardare è stupefacente che tale frase esca dalla bocca di Tremonti, l'uomo e Ministro delle Finanze il quale non solo nello stesso giorno ha detto quanto riportato, e cioè che i governi avrebbero dovuto agire per rallentare un processo autonomo ed in atto ovunque, la globalizzazione; e che la BCE dovrebbe favorire le esportazioni accettando un tasso d'inflazione più alto. Non è tutto questo un agire della mano pubblica col fine di guidare qui o là l'economia?

Ma soprattutto un tale inno al libero mercato viene proferito dallo stesso uomo che ha lanciato la Banca per lo Sviluppo del Sud. Ovvero là dove le banche private non vogliono prestar fondi, arriva lo Stato che è evidentemente molto più bravo a valutare i rischi di credito dei "cattivi banchieri" i quali, chissà perché, non vogliono investire nel meridione d'Italia. Almeno, è così secondo Tremonti. Che mi ricorda alcuni personaggi della fiction, come Due Facce di Batman, o forse ancor di più il malefico imperatore di Guerre Stellari, che nel gioco della politica galattica impersona il pio e democratico senatore Palpatine, ma in realtà è Darth Sidious, potente Signore Oscuro dei Sith.

Ministro Temonti, abbandoni le seduzioni del lato oscuro della Forza! In Lei forse c'è ancora del liberismo, non lasci che venga fagocitato dallo scalcagnato statalismo italico! O almeno, smettiamola con la finzione e diciamo la verità: che di libertà il suo governo elargisce parole ma non fatti.

lunedì 4 ottobre 2010

Ancora sulla verde Irlanda




Vedo all'orizzonte un po' di confusione sulla situazione irlandese, quindi provo a fare chiarezza per me e chi vuol leggere quanto segue.

L'Irlanda è un paese particolare. Una delle peculiarità risiede nell'enorme apertura al commercio estero, superiore a qualsiasi altro paese OECD. Il crollo dei flussi commerciali dovuto alla recente crisi internazionale ha imposto un peso rilevante sull'economia irlandese, che sconta nel 2009 un tasso medio di disoccupazione dell'11.9%. Inoltre il rallentamento dell'economia ha portato a minori entrate tributarie, passate da 47.9 milirdi di euro nel 2007 a 33.9 miliardi nel 2009.

Ora, per fronteggiare la crisi il governo ha fatto le seguenti cose (qui alcuni numeri ufficiali):

1) ha incrementato la spesa pubblica. Come in tutti i paesi sviluppati l'Irlanda dispone di ammortizzatori sociali automatici, quindi l'aumentata disoccupazione preme sulle casse dello stato.

2) ha anche ridotto altre voci di spesa e alzato le tasse, nel tentativo di ridurre il deficit. Sono stati fatti tagli agli stipendi dei dipendneti pubblici finanche del 20%.

3) ha deciso di salvare le banche in sofferenza, arrivando a nazionalizzare la Anglo Irish Bank (AIB nel seguito) oramai fallita.

Il destino dell'economia irlandese interessa tutti, perché è un laboratorio. Ma purtroppo la politica adottata è ormai un ibrido strano, perché mescola da un lato una scelta di austerity, e dall'altro una forma di stimulus mirata al solo settore bancario.

Il mio personale giudizio è che la scelta di austerity era sulla via giusta, a dispetto dei proclami di gente come Paul Krugman che sostiene che in Spagna son più bravi, ed il presidente Obama, che avverte l'Europa di andarci piano con l'austerity che se no, secondo lui, son guai. Come scrissi qui appena tre mesi or sono, segnali di ripresa nel prodotto interno, prima e meglio della maggior parte dei paesi europei, facevano ben sperare. L'Irlanda parte avvantaggiata grazie ad una economia flessibile, una regolamentazione ben fatta, ed una buona dotazione di capitale umano. I presupposti c'erano tutti per un buon esito ed una ripresa se non rapida, almeno sostenuta. Ed il governatore della banca centrale irlandese conferma: “we don’t have the flexibility to do a spending stimulus now. There’s no one who is even arguing for it”. Quindi: niente stimoli.

Tuttavia la scelta di nazionalizzare Anglo Irish Bank e di garantire tutti i depositi integralmente è una scelta disastrosa. È vero che la spesa per salvare AIB è una una tantum che può essere ripagata gradualmente nel tempo, ma è sempre una mazzata sui conti pubblici, i cui benefici sono perlomeno dubbi, se non proprio inesistenti.

Chiudo con un dubbio: il governo irlandese avrebbe potuto, volendolo, rinunciare al salvataggio delle banche in sofferenza? Dal punto di vista economico probabilmente avrebbe dovuto. Ma era possibile, date le strette connessioni del sistema finanziario irlandese con quello anglo-americano, e visto che USA e UK non hanno lesinato aiuti di stato e nazionalizzazioni? Non conosco la risposta, certo è che la scelta di fare il bail-out costerà probabilmente molto più sangue e lacrime al popolo irlandese, che non la prosecuzione della già avviata politica di correzione dei conti pubblici. Peccato, un'occasione mancata per un soffio.