giovedì 24 giugno 2010

Il finanziamento dell'Arte: mercato, stato, o mecenatismo?




Sull'ottimo Chicago-Blog, un articolo di Filippo Cavazzoni (QUI, ed il precedente QUI) discute della riforma degli enti lirico-sinfonici, alla cui proposta sono seguite numerose contestazioni da parte di artisti italiani e non.

Da amante della musica classica, non posso esimermi dal sollevare qualche dubbio sulla correttezza dell'analisi proposta da Cavazzoni. Se infatti condivido l'idea che i fondi pubblici destinati all'arte siano mal gestiti in Italia, e quindi un meccanismo di selezione più efficiente che impedisca gli arbìtri della politica e gli sprechi è sicuramente desiderabile (un problema, quello dell'inefficiente gestione della spesa pubblica, che riguarda quasi il 100% della spesa totale, non solo i fondi destinati all'arte), trovo errata la dicotomìa proposta tra finanziamento pubblico, e gestione "lasciata al mercato".

La storia dell'arte, antica e moderna, mostra che molti capolavori del passato sono nati sotto l'ala protettrice di un mecenate, o di un committente pubblico. Accanto ai canti epici dell'epoca classica e del medioevo che venivano recitati con voce e musica, e pagati al bardo dagli astanti in natura o con qualche moneta, la maturità artistica della musica, delle arti figurative e del teatro, è stata nutrita in parte dal mercato, ma in parte non trascurabile da beneficenza e committenze finanziate con le casse pubbliche. Ad esempio nella musica, J.S. Bach viveva di un incarico datogli dalla curia tedesca, mentre Chopin era protetto da molte signore della buona società. Tanti musicisti, fra i quali Schumann, beneficiarono in Germania di una donazione che permise a Felix Mendelssohn ed altri di fondare e condurre un conservatorio a Leipzig. Franz Liszt, al contrario, viveva a Parigi dando lezioni di pianoforte, costretto a lunghi viaggi ed a fare le ore piccole, e solo dopo i vent'anni riuscì a sfondare, prima autofinanziando una trascrizione di opere di Berlioz (il quale se la passava molto male economicamente), e alla fine entrando in intimità con una nobildonna che gli pagò l'esordio come virtuoso.

Il panorama odierno non si discosta molto da quello storico. In tutti i paesi occidentali, l'arte è patrocinata da privati benefattori, o dallo stato. La spesa complessiva che lo stato italiano dedica a fondi di vario genere destinati a questo scopo, è non superiore (in % del PIL) a quella spesa da Gran Bretagna, Francia, Svezia, Germania. La somma della spesa pubblica e della beneficenza privata negli U.S., è più o meno allineata ai paesi europei indicati. Nonostante questi trasferimenti di risorse, il lavoro di artista rimane difficoltoso per gli esordienti, come mostrato in un paper di due studiosi dell'Università di Boston, Aper e Wassall (QUI): i redditi a parità di ore lavorate sono inferiori ad altri lavori tecnici, e le ore lavorate nell'anno sono di meno, più variabili, e con elevati tassi di disoccupazione.

Dunque, noi in Italia cosa vogliamo fare? È certamente possibile lasciare tutto al mercato, ma nessun paese ricco ha scelto questa via. Là dove lo stato spende di meno per l'arte, negli U.S., c'è un vivace mecenatismo privato che non passa per meccanismi di prezzo, ed è pure agevolato fiscalmente. Come mai nessuno di questi paesi ha scelto la via mercatista "pura e cruda"?
Io credo che i motivi siano essenzialmente tre. Il primo è che l'arte sia vista come meritevole di tutela da parte dei più. Questa è però una valutazione basata su preferenze astratte e, quindi, certamente opinabile.
Il secondo motivo è da trovarsi nel modo in cui le preferenze dei consumatori d'arte si formano. Alcuni autori hanno evidenziato come, nel campo dell'arte (di qualsiasi forma d'arte), i consumatori godono maggiormente quanto più fruiscono nel tempo di una data forma di espressione artistica. Detto altrimenti: chi non è abituato ad ascoltare musica classica, o a guardare quadri astratti, non ne riesce a godere altrettanto di chi invece è già "formato" e ricettivo a tali opere. Il mercato dell'arte pare funzionare benissimo per quanto riguarda le nuove forme espressive (MTV per la musica, i graffiti e la pop-art per l'arte visiva, il cinema che sostituisce i teatri), mentre le "vecchie" opere rischiano di morire, se le nuove generazioni non vengono "formate" per fruirne. Da qui, un ruolo per finanziamenti pubblici e le donazioni libere nel mantenere vive le opere classiche e permettere di trasferirne il gusto alle generazioni successive.
Il terzo motivo è supply-side, e riguarda il modo in cui si formano i capolavori, ovvero quelle opere che trascendono il consumo nel periodo in cui sono prodotte, e rimangono ai posteri come una forma di "capitale artistico". Opere come i poemi omerici, le sinfonie di Beethoven e i quadri di Leonardo sono fruibili ancora oggi: quale valore avrebbero avuto all'epoca del loro concepimento, se il prezzo fosse stato determinato dal valore scontato di tutti i futuri atti di consumo che hanno regalato ai posteri? Tuttavia, la nascita di un capolavoro è un'alchimia misteriosa, che appare quasi casuale, o perlomeno è casuale il modo in cui il talento si distribuisce e si esprime. Se quindi esiste un elemento casuale (un "tiro di dado") che determina il capolavoro, e se il valore attuale dei capolavori è enorme (dato dal consumo presente ma anche futuro), allora un mercato dell'arte più "spesso", cioè composto da più produttori e consumatori, è meglio di un mercato "sottile" perché aumenta la possibilità che nascano le grandi opere. In quest'ottica, mecenatismo e finanziamento pubblico inspessiscono il mercato, creando un vivaio entro cui far crescere artisti. Tra questi, prima o poi, un nuovo Michelangelo o un nuovo Chopin potrà uscir fuori. In assenza di finanziamento, la stessa persona potrebbe razionalmente dedicarsi ad altra attività più remunerativa: in campi non artistici, oppure in quelle forme d'arte che più soddisfano il pubblico dei consumatori contemporanei (i quali non è detto che siano buoni giudici della qualità artistica, basti vedere la maggioranza di ciò che si produce oggi nella musica, che è usa-e-getta e vive il tempo di un anno).

Quindi, mi pare esistano motivi per non lasciare l'intero sistema della produzione artistica allo scambio di mercato basato sulla compravendita. La scelta saggia, per i motivi indicati, risiede in un attento dosaggio di mecenatismo privato e finanziamento pubblico, come già fanno i nostri partners europei e d'oltreoceano. Su questo asse va posta l'attenzione e spostato il dibattito. Incitare al mercatismo assoluto o allo statalismo è sbagliato, distoglie verso un dibattito ideologico e fideistico, e nel belpaese non ne abbiamo proprio bisogno.

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