mercoledì 30 giugno 2010

L'Irlanda esce dalla recessione, ed è un esempio che confuta le teorie degli statalisti





Una nota al dibattito in corso tra i firmatari della "lettera degli economisti", e i suoi critici Alesina&Perotti, e Bisin&Boldrin (qui e qui):

BBC News: "La repubblica Irlandese è fuori dalla recessione".

L'irlanda registra una crescita del PIL di +2.7% nel primo trimestre del 2010 rispetto al trimestre precedente. Alcune considerazioni:

1) nel periodo 2000-2007, l'Irlanda è cresciuta a ritmi incredibili per un paese membro dell'Eurozona, in media +6% di PIL all'anno.

2) dalla fine del 2007 al terzo trimestre del 2009, la crisi economica internazionale ha colpito duramente l'Irlanda, data l'elevata apertura dei mercati di questo paese al commercio internazionale (vedi mio articolo precedente, QUI).

3) adesso a quanto pare, l'Irlanda è il paese europeo che prima e meglio degli altri si è ripreso dalla mazzata degli ultimi due anni.

Come mai? È come sosterrebbero i cofirmatari della lettera degli "economisti", e cioè grazie a spesa pubblica e interventi statali che l'Irlanda è balzata fuori dal fosso? No, per nulla.

L'Irlanda ha una delle pressioni fiscali più basse di tutti i paesi Euro: 32.5% del PIL, contro il 43.3% dell'Italia. Il rapporto debito/PIL è in media nel 2000-2007, sotto il 30%. Solo nel 2008-2009 si è impennato a causa dell'improvviso enorme deficit, dovuto alla contrazione della produzione e dei flussi commerciali.
La spesa del governo centrale, in rapporto al PIL secondo fonte World Bank, è in media nel 2000-2007 sotto il 30%, e sale solo negli ultimi anni verso il 35%. Lontana anni luce da operazioni neo-keynesiane all'inglese o da spesa pubblica eternamente elevata come quella italiana. Lontana, anche, dai valori assunti dalla spesa in Germania, Francia, Grecia, Danimarca, Belgio, ecc. ecc., tutti paesi allegramente con rapporti spesa/PIL dal 40% sino ad oltre il 50%.

Nell'indice di libertà economica pubblicato dal Fraser Institute (LINK), l'Irlanda è settima. L'Italia, tanto per dirne una, è al 61° posto. Altri indici collocano l'Irlanda tra i paesi più liberali sotto il profilo economico, ad esempio l'indice della Heritage Foundation la mette al 5° posto (l'Italia? Lasciamo perdere: 74° posto).

Insomma: magari è solo un caso accidentale. Più probabilmente, l'Irlanda è l'esempio di come una minore pervasività dello stato, sotto il profilo sia regolamentativo sia di imposte e spesa, consenta alle economie nazionali di aggiustarsi più rapidamente dopo fasi di recessione.

Sarei davvero curioso di vedere come gli "economisti" della lettera di cui sopra tenteranno di spiegare questi dati oggettivi, per giustificare più stato, più tasse, più spesa pubblica.


giovedì 24 giugno 2010

Il finanziamento dell'Arte: mercato, stato, o mecenatismo?




Sull'ottimo Chicago-Blog, un articolo di Filippo Cavazzoni (QUI, ed il precedente QUI) discute della riforma degli enti lirico-sinfonici, alla cui proposta sono seguite numerose contestazioni da parte di artisti italiani e non.

Da amante della musica classica, non posso esimermi dal sollevare qualche dubbio sulla correttezza dell'analisi proposta da Cavazzoni. Se infatti condivido l'idea che i fondi pubblici destinati all'arte siano mal gestiti in Italia, e quindi un meccanismo di selezione più efficiente che impedisca gli arbìtri della politica e gli sprechi è sicuramente desiderabile (un problema, quello dell'inefficiente gestione della spesa pubblica, che riguarda quasi il 100% della spesa totale, non solo i fondi destinati all'arte), trovo errata la dicotomìa proposta tra finanziamento pubblico, e gestione "lasciata al mercato".

La storia dell'arte, antica e moderna, mostra che molti capolavori del passato sono nati sotto l'ala protettrice di un mecenate, o di un committente pubblico. Accanto ai canti epici dell'epoca classica e del medioevo che venivano recitati con voce e musica, e pagati al bardo dagli astanti in natura o con qualche moneta, la maturità artistica della musica, delle arti figurative e del teatro, è stata nutrita in parte dal mercato, ma in parte non trascurabile da beneficenza e committenze finanziate con le casse pubbliche. Ad esempio nella musica, J.S. Bach viveva di un incarico datogli dalla curia tedesca, mentre Chopin era protetto da molte signore della buona società. Tanti musicisti, fra i quali Schumann, beneficiarono in Germania di una donazione che permise a Felix Mendelssohn ed altri di fondare e condurre un conservatorio a Leipzig. Franz Liszt, al contrario, viveva a Parigi dando lezioni di pianoforte, costretto a lunghi viaggi ed a fare le ore piccole, e solo dopo i vent'anni riuscì a sfondare, prima autofinanziando una trascrizione di opere di Berlioz (il quale se la passava molto male economicamente), e alla fine entrando in intimità con una nobildonna che gli pagò l'esordio come virtuoso.

Il panorama odierno non si discosta molto da quello storico. In tutti i paesi occidentali, l'arte è patrocinata da privati benefattori, o dallo stato. La spesa complessiva che lo stato italiano dedica a fondi di vario genere destinati a questo scopo, è non superiore (in % del PIL) a quella spesa da Gran Bretagna, Francia, Svezia, Germania. La somma della spesa pubblica e della beneficenza privata negli U.S., è più o meno allineata ai paesi europei indicati. Nonostante questi trasferimenti di risorse, il lavoro di artista rimane difficoltoso per gli esordienti, come mostrato in un paper di due studiosi dell'Università di Boston, Aper e Wassall (QUI): i redditi a parità di ore lavorate sono inferiori ad altri lavori tecnici, e le ore lavorate nell'anno sono di meno, più variabili, e con elevati tassi di disoccupazione.

Dunque, noi in Italia cosa vogliamo fare? È certamente possibile lasciare tutto al mercato, ma nessun paese ricco ha scelto questa via. Là dove lo stato spende di meno per l'arte, negli U.S., c'è un vivace mecenatismo privato che non passa per meccanismi di prezzo, ed è pure agevolato fiscalmente. Come mai nessuno di questi paesi ha scelto la via mercatista "pura e cruda"?
Io credo che i motivi siano essenzialmente tre. Il primo è che l'arte sia vista come meritevole di tutela da parte dei più. Questa è però una valutazione basata su preferenze astratte e, quindi, certamente opinabile.
Il secondo motivo è da trovarsi nel modo in cui le preferenze dei consumatori d'arte si formano. Alcuni autori hanno evidenziato come, nel campo dell'arte (di qualsiasi forma d'arte), i consumatori godono maggiormente quanto più fruiscono nel tempo di una data forma di espressione artistica. Detto altrimenti: chi non è abituato ad ascoltare musica classica, o a guardare quadri astratti, non ne riesce a godere altrettanto di chi invece è già "formato" e ricettivo a tali opere. Il mercato dell'arte pare funzionare benissimo per quanto riguarda le nuove forme espressive (MTV per la musica, i graffiti e la pop-art per l'arte visiva, il cinema che sostituisce i teatri), mentre le "vecchie" opere rischiano di morire, se le nuove generazioni non vengono "formate" per fruirne. Da qui, un ruolo per finanziamenti pubblici e le donazioni libere nel mantenere vive le opere classiche e permettere di trasferirne il gusto alle generazioni successive.
Il terzo motivo è supply-side, e riguarda il modo in cui si formano i capolavori, ovvero quelle opere che trascendono il consumo nel periodo in cui sono prodotte, e rimangono ai posteri come una forma di "capitale artistico". Opere come i poemi omerici, le sinfonie di Beethoven e i quadri di Leonardo sono fruibili ancora oggi: quale valore avrebbero avuto all'epoca del loro concepimento, se il prezzo fosse stato determinato dal valore scontato di tutti i futuri atti di consumo che hanno regalato ai posteri? Tuttavia, la nascita di un capolavoro è un'alchimia misteriosa, che appare quasi casuale, o perlomeno è casuale il modo in cui il talento si distribuisce e si esprime. Se quindi esiste un elemento casuale (un "tiro di dado") che determina il capolavoro, e se il valore attuale dei capolavori è enorme (dato dal consumo presente ma anche futuro), allora un mercato dell'arte più "spesso", cioè composto da più produttori e consumatori, è meglio di un mercato "sottile" perché aumenta la possibilità che nascano le grandi opere. In quest'ottica, mecenatismo e finanziamento pubblico inspessiscono il mercato, creando un vivaio entro cui far crescere artisti. Tra questi, prima o poi, un nuovo Michelangelo o un nuovo Chopin potrà uscir fuori. In assenza di finanziamento, la stessa persona potrebbe razionalmente dedicarsi ad altra attività più remunerativa: in campi non artistici, oppure in quelle forme d'arte che più soddisfano il pubblico dei consumatori contemporanei (i quali non è detto che siano buoni giudici della qualità artistica, basti vedere la maggioranza di ciò che si produce oggi nella musica, che è usa-e-getta e vive il tempo di un anno).

Quindi, mi pare esistano motivi per non lasciare l'intero sistema della produzione artistica allo scambio di mercato basato sulla compravendita. La scelta saggia, per i motivi indicati, risiede in un attento dosaggio di mecenatismo privato e finanziamento pubblico, come già fanno i nostri partners europei e d'oltreoceano. Su questo asse va posta l'attenzione e spostato il dibattito. Incitare al mercatismo assoluto o allo statalismo è sbagliato, distoglie verso un dibattito ideologico e fideistico, e nel belpaese non ne abbiamo proprio bisogno.

venerdì 18 giugno 2010

Dell'Italia vista dall'estero, e delle ridicole alzate di scudi dei giornalisti nostrani




Che il popolo italiano abbia cattiva fama all'estero, è cosa ben nota e antica. Varie sono le proprietà negative attribuite all'italico: sporco e ignorante quando emigrava negli USA in cerca di fortuna; maleducato e caciarone quando in vacanza all'estero; imbroglione e mafioso in diverse altre circostanze.

Che questi attributi siano il frutto di pregiudizi, nati forse a causa del fatto che molti degli emigranti nelle Americhe fossero persone povere e di bassa cultura, è possibile, anzi probabile.
Ma leggere oggi l'articolo di un tale Miguel Gotor sulle pagine del Sole24Ore (QUI), in cui si traccia una linea di continuità tra i suddetti pregiudizi e i giudizi espressi da illustrissimi letterati dei cinque secoli che precedono l'attuale, mi pare un'operazione di difesa campanilistica tanto ridicola da meritare questo post di sbugiardamento.

L'autore dell'articolo in questione cita, tra gli altri, Goethe il cui giudizio su Napoli (un "paradiso popolato da diavoli") parte in realtà da un detto che Benedetto Croce ci informa essere già in voga nel '600, e riportato in diversi scritti dell'epoca. Prima di lui, Erasmo viene chiamato in causa da Gotor ad esprimere la tesi per cui l'italiano sarebbe servo e servile.
Aggiungo io altre citazioni italofobe: Lev Tolstoj mette in bocca ad un personaggio di Guerra e Pace le seguenti parole: "An Italian is self-assured because he is excitable and easily forgets himself and other people". Quindi, italiani eccitabili e scordarelli.
De Tocqueville scrisse dopo un viaggio in Italia (in Roma, Napoli ed in Sicilia), che aveva trovato "sudditi" piuttosto che cittadini. Più o meno il medesimo giudizio che Erasmo affermava oltre due secoli prima: italiani servili, pronti a piegarsi al potente di turno.

A parte i giudizi verbalmente espressi, guardiamo anche ai fatti concludenti. Gotor cita Giovanni Botero che nel 1588 avrebbe detto male delle università italiane. Non so dire sul mondo accademico dell'epoca, ma non molti decenni prima, diversi campioni dell'arte e del genio nostrano erano già "cervelli in fuga": ad esempio il grandissimo Leonardo, vittima fra l'altro di calunnia per sodomia nel 1476 (il processo finì in assoluzione per tutti gli indagati, due anni dopo), scelse di finire i suoi giorni ad Amboise in Francia, ben lontano dalla sua Firenze e pure da Milano, dove aveva soggiornato a lungo.

A questo punto, due sono le possibili conclusioni. O vale la tesi di Gotor espressa sul Sole24Ore per la quale questa sfilza di menti geniali nei rispettivi campi, siano essi dell'arte o della filosofia, sono state tutte traviate nel giudizio da pettegolezzi e pregiudizi (bum!).
Oppure, riconosciamo che dal '500 ad oggi, culturalmente l'italiano è rimasto indietro ad una condizione di servilismo e di mancata evoluzione civile. Goethe, De Tocqueville, ma anche Nietzsche e molti altri grandi personaggi della cultura europea, hanno soggiornato in Italia, scrivendo poi malissimo del popolo che la abita. Sono persone dall'intelletto non comune, che hanno toccato con mano per mesi o anni le condizioni di vita italiane. Non si tratta di quattro mentecatti obnubilati da preconcetti, seduti attorno al tavolino del bar di casa propria a sparlare di italiani, ebrei e negri (un'immagine che più si addice al basso elettorato leghista, non alla crème intellettuale d'Europa), come sembrerebbe suggerire tra le righe Gotor.

Quindi per concludere: va bene voler difendere per amor di patria l'italianità. Ma il tentativo di spacciare per buona l'idea che le critiche dall'estero verso l'Italia, la quale per davvero poco ha a che spartire con le democrazie d'Occidente, siano il frutto di razzismo sedimentato nei secoli... è una falsità e un'idiozia così enorme ed evidente, così contraddetta da secoli di storia e di storiografia, che davvero non si può non rimanere basiti davanti ad articoli di tal fatta, per giunta su di un quotidiano di primaria levatura come il Sole24Ore, che procede inesorabilmente nel suo declino sotto l'insoddisfacente direzione di un fazioso e poco brillante Gianni Riotta.

martedì 8 giugno 2010

Are fat taxes a good idea? Three reasons why they are not.




The idea of a "fat tax" is again on the policy menu in the U.S., this time taking the form of a tax on sugary drinks.
Economist Greg Mankiw wrote a nice piece on the NY Times about the subject (here: http://www.nytimes.com/2010/06/06/business/06view.html), arguing that the rationale behind such forms of taxation, if any, lies in state paternalism. If people are deemed to be unable to properly care about their "future" self, either because of weak will or myopic evaluation horizon, then the government could enforce healthier behaviors through substitution effects induced by indirect taxes. The same line of reasoning, continues Mankiw, is then applicable to smoking, alcohol drinking, and many more "sinful" goods.

Generally speaking I feel inclined against sin taxes, for a number of reasons.

First, for the obvious lack of trust in politicians: are they really capable to obtain detailed data about demand elasticity and to evaluate welfare gains better than individuals? Direct observation of everyday's life and theoretical findings of Public Choice literature should be enough to answer "No way, sir!".

Second thought goes to people, who are not divided into just fat soda drinkers and healthy soda-dodgers. To clarify the matter let me describe a simple world where three kinds of citizens exist: the Healthy Guy eats and drinks in each period (month, week... it doesn't matter) exactly the right amount of fats, so he never accumulates (or looses) weight beyond the healthiest amount; then there's the Guilty Guy, who sometimes indulges in over-eating and accumulates fats, but when his weight reaches a threshold which is deemed to be dangerous for the "future self" of such individual, he engages in a diet which brings weight back to healty standards; and lastly, the Fat Guy who eats too much and doesn't manage to loose enough weight to be under the safe line and reasonably reduce heatlh dangers.

Now, a fat tax is supposed to help the Fat Guy to be less fat, by nudging him toward fat-free food and beverage, but what about the other two? Maybe the Healthy Guy consumes a soda from time to time, compensating the additional fats with other, fat-free food during his weekly diet. A fat tax would worsen his purchased basket (in terms of Paretian efficiency, he is certainly worse of) without making his health any better. Consider also the Guilty Guy: since his exposure to high fat accumulation only lasts for brief intervals of time, his additional health risks are probably low. A fat tax alters his consumption basket for a minimal benefit in turn.
We should also consider age groups. If Mankiw's argument about future self care is right, then what about elder people? Fat accumulation does not increase risks of hearthstroke or other health risks immediately, but it takes some time to build up dangerous levels of cholesterol in blood veins. A fat tax moves elders away from their preferred consumption basket, but the obtained benefit for the health of their future self might be really too low to be of any interest to anyone.

Third thought is about the effectiveness of fat taxation. Is fat food demand elastic enough? Some authors offer compelling evidence that it might be not (see for example Chouinard et al., "The Effects of a Fat Tax on Dairy Products", link). Inelastic demand would mean fat taxation would obtain additional tax revenues without altering people's behavior. If this is the case, then we are going to introduce a new indirect tax for revenues needs, and the paternalistic rationale is just the political tool to attract supporters.

It seems to me these three reasons are more than enough to refute the basis upon which fat taxes, and generally sin taxes, are built and supported. Only externality arguments make some sense, for example in case of smoking in public indoor areas (but, are "sin taxes" the best tool to deal with this kind of externality?). Realistically, what kind of negative externality can we reasonably attach to fat people? Honestly, such weak rationales should never be the foundation of any reasonable policy action.