sabato 20 febbraio 2010

Robin Hood Tax: di Tremonti e della Perfida Albione




Molti ricorderanno la "Robin Hood Tax" introdotta da Giulio Tremonti (vedi QUI e QUI per un promemoria). Si trattava (semplificando un po') di un'imposta addizionale sui redditi delle società che svolgono attività di petrolieri e di banche, pubblicizzata come uno strumento tributario per togliere sovraprofitti in due settori notoriamente caratterizzati da posizioni oligopolistiche.

Recentemente nel Regno Unito si discute di un'imposta che porta lo stesso nome e che dovrebbe rispondere alla medesima esigenza, ma con due importanti differenze: 1) riguarda solo le banche, non i petrolieri, e 2) si tratta di un'imposta indiretta, che colpirebbe le transazioni finanziarie speculative, in modo praticamente identico a quanto già proposto all'epoca da James Tobin.
QUI potete gustarvi un simpatico video promozionale del comitato sostenitore della Robin Hood Tax (versione UK) con annesse le motivazioni e vari commenti dei lettori, mentre QUI l'economista Tim Harford dalle colonne del Financial Times esprime i suoi dubbi.

Da un punto di vista prettamente etico-filosofico, a me la Robin Hood tax piace. Il sistema bancario è molto polarizzato e ciò è vero in Italia come nel Regno Unito: da un lato pochi gruppi finanziari giganteschi che macinano soldi a palate con rendimenti di tutto rispetto (in Italia secondo un mio calcolo, i gruppi maggiori e cioè Unicredit, Intesa, Monte dei Paschi ottengono un un R.o.E. oltre il 18-19%); dall'altro tante banche medio-piccole, generalmente limitate nella raccolta e negli impieghi ad un territorio di riferimento o a singoli settori. Quindi in astratto, ben venga un'imposta che sottrae sovraprofitti ai banchieri e permetta di ridurre le imposte sul lavoro o sulle imprese!

Però... c'è un però, e non è di poco conto! Una Robin Hood Tax (sia nella versione Tremonti che in quella UK) può causare nel tempo uno spostamento dei capitali investiti verso altri paesi, se il rendimento al netto delle imposte ottenibile dagli investitori scende al di sotto del medesimo rendimento ottenibile altrove. Tale imposta ha senso solo se i capitali sono immobili o quasi (ipotesi non verificata nella realtà), oppure se i sovraprofitti delle banche nazionali sono più elevati di quelli ottenuti dalle banche all'estero. In questo secondo caso l'imposta regge fintanto che il rendimento netto domestico rimane pari o superiore a quello ottenuto all'estero.

Ma c'è di più. Se il rendimento netto ottenuto dagli azionisti è già pari a quello mediamente ottenibile investendo nelle banche all'estero, essendo che le grandi banche agiscono oligopolisticamente a fronte di una domanda poco elastica, queste potrebbero ribaltare interamente la Robin Hood Tax sui clienti, avendo da un lato una giustificazione "politica", e dall'altro un segnale che coordini il loro agire come se fossero collusivamente d'accordo, insomma come fossero un unico grande cartello monopolistico.

Perciò la Robin Hood Tax, sia nella versione Tremontiana sui redditi, sia in quella basata su imposta indiretta alla Tobin, è difficilmente sostenibile come imposta domestica. Diverso il discorso di un'applicazione su scala mondiale. Se tutti i paesi sviluppati o, perlomeno, tutti quelli dove le piazze finanziarie sono sviluppate e attive con mercati borsistici, si accordassero per applicare un'imposta sul valore delle transazioni finanziarie, allora gli effetti nefasti dovuti alla mobilità dei capitali sarebbero minimizzati.

La Robin Hood Tax, quindi, può anche essere un'idea da valutare. Ma con due requisiti: 1) che sia applicata in un numero elevato di paesi, meglio se da tutti quelli che hanno borse-valori importanti, e con una medesima aliquota; 2) che sia del tipo indiretto, dato che le transazioni sui mercati quotati sono facilmente tracciabili e misurabili, mentre il reddito è una misura derivata che consente più facilmetne di eludere l'imposta attraverso un opportuno posizionamento delle sedi sociali e una gestione "tributaria" dei trasferimenti finanziari tra sedi.

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