venerdì 26 febbraio 2010

Addio ai soldi...



Una domanda per chi legge
:


Immagina di essere cittadino di un qualsiasi paese diverso dall'Italia. Immagina di possedere qualche risparmio da investire in strumenti finanziari.

Immagina, ora, di leggere i seguenti titoli di giornale su uno dei più autorevoli quotidiani finanziari del mondo (nello specifico, il Financial Times):
"
Fresh scandal embarrasses Telecom Italia"
"
Berlusconi hits out at 'police state' "
"
Fastweb tycoon hands himself over to police".

Infine, considera d'essere sufficientemente informato da sapere che Telecom Italia e Fastweb sono i due principali fornitori di servizi telefonici e connettività d'Italia, e che Berlusconi è il primo ministro in carica.


La domanda è: quante probabilità vi sono, se ve n'è alcuna, che tu mantenga anche un solo euro investito in aziende italiane?

Ecco, appunto.

sabato 20 febbraio 2010

Robin Hood Tax: di Tremonti e della Perfida Albione




Molti ricorderanno la "Robin Hood Tax" introdotta da Giulio Tremonti (vedi QUI e QUI per un promemoria). Si trattava (semplificando un po') di un'imposta addizionale sui redditi delle società che svolgono attività di petrolieri e di banche, pubblicizzata come uno strumento tributario per togliere sovraprofitti in due settori notoriamente caratterizzati da posizioni oligopolistiche.

Recentemente nel Regno Unito si discute di un'imposta che porta lo stesso nome e che dovrebbe rispondere alla medesima esigenza, ma con due importanti differenze: 1) riguarda solo le banche, non i petrolieri, e 2) si tratta di un'imposta indiretta, che colpirebbe le transazioni finanziarie speculative, in modo praticamente identico a quanto già proposto all'epoca da James Tobin.
QUI potete gustarvi un simpatico video promozionale del comitato sostenitore della Robin Hood Tax (versione UK) con annesse le motivazioni e vari commenti dei lettori, mentre QUI l'economista Tim Harford dalle colonne del Financial Times esprime i suoi dubbi.

Da un punto di vista prettamente etico-filosofico, a me la Robin Hood tax piace. Il sistema bancario è molto polarizzato e ciò è vero in Italia come nel Regno Unito: da un lato pochi gruppi finanziari giganteschi che macinano soldi a palate con rendimenti di tutto rispetto (in Italia secondo un mio calcolo, i gruppi maggiori e cioè Unicredit, Intesa, Monte dei Paschi ottengono un un R.o.E. oltre il 18-19%); dall'altro tante banche medio-piccole, generalmente limitate nella raccolta e negli impieghi ad un territorio di riferimento o a singoli settori. Quindi in astratto, ben venga un'imposta che sottrae sovraprofitti ai banchieri e permetta di ridurre le imposte sul lavoro o sulle imprese!

Però... c'è un però, e non è di poco conto! Una Robin Hood Tax (sia nella versione Tremonti che in quella UK) può causare nel tempo uno spostamento dei capitali investiti verso altri paesi, se il rendimento al netto delle imposte ottenibile dagli investitori scende al di sotto del medesimo rendimento ottenibile altrove. Tale imposta ha senso solo se i capitali sono immobili o quasi (ipotesi non verificata nella realtà), oppure se i sovraprofitti delle banche nazionali sono più elevati di quelli ottenuti dalle banche all'estero. In questo secondo caso l'imposta regge fintanto che il rendimento netto domestico rimane pari o superiore a quello ottenuto all'estero.

Ma c'è di più. Se il rendimento netto ottenuto dagli azionisti è già pari a quello mediamente ottenibile investendo nelle banche all'estero, essendo che le grandi banche agiscono oligopolisticamente a fronte di una domanda poco elastica, queste potrebbero ribaltare interamente la Robin Hood Tax sui clienti, avendo da un lato una giustificazione "politica", e dall'altro un segnale che coordini il loro agire come se fossero collusivamente d'accordo, insomma come fossero un unico grande cartello monopolistico.

Perciò la Robin Hood Tax, sia nella versione Tremontiana sui redditi, sia in quella basata su imposta indiretta alla Tobin, è difficilmente sostenibile come imposta domestica. Diverso il discorso di un'applicazione su scala mondiale. Se tutti i paesi sviluppati o, perlomeno, tutti quelli dove le piazze finanziarie sono sviluppate e attive con mercati borsistici, si accordassero per applicare un'imposta sul valore delle transazioni finanziarie, allora gli effetti nefasti dovuti alla mobilità dei capitali sarebbero minimizzati.

La Robin Hood Tax, quindi, può anche essere un'idea da valutare. Ma con due requisiti: 1) che sia applicata in un numero elevato di paesi, meglio se da tutti quelli che hanno borse-valori importanti, e con una medesima aliquota; 2) che sia del tipo indiretto, dato che le transazioni sui mercati quotati sono facilmente tracciabili e misurabili, mentre il reddito è una misura derivata che consente più facilmetne di eludere l'imposta attraverso un opportuno posizionamento delle sedi sociali e una gestione "tributaria" dei trasferimenti finanziari tra sedi.

venerdì 12 febbraio 2010

La Cina mantiene le promesse, e attiva contromisure anti-inflazione




Nel marzo del 2008 il primo ministro cinese dichiarava l'intenzione di adottare una politica aggressiva contro l'inflazione, all'epoca galoppante attorno al 7% (vedi questo articolo del NYT). Poi, come è noto, la crisi finanziaria è esplosa dispiegando totalmente i suoi effetti recessivi e le preoccupazioni inflattive sono state giustamente accantonate.


Come si evince dal grafico qui sopra (cliccare per ingrandire, sennò non si vede niente!), il tasso di inflazione in Cina è precipitato giù sino a raggiungere la media dei paesi più sviluppati. Tuttavia le previsioni più recenti pare indichino una ripresa al galoppo dei prezzi, particolarmente nel comparto immobiliare, assieme ad un'espansione del credito piuttosto rapida. Per questa ragione oggi la banca centrale cinese ha annunciato (vedi questo articolo del FT) un incremento delle riserve obbligatorie che le banche commerciali devono detenere presso di essa. In altre parole, si è adottata una politica monetaria restrittiva tramite una riduzione diretta della moneta circolante piuttosto che con un'aumento del tasso di sconto (come invece è solitamente d'uso presso la BCE e la FED).

Questa scelta da parte delle autorità monetarie cinesi è interessante per noi europei, non tanto per gli effetti sull'economia interna della Cina, ma per gli eventuali riflessi sul tasso di cambio. Sono anni che gli USA e l'Unione Europea criticano la gestione cinese del cambio del renminbi, che è controllato dal governo ed "artificialmente" mantenuto ad un valore quasi fisso sul dollaro (basti guardare QUI l'andamento del cambio dollaro-yuan per godersi un grafico piatto come la Val Padana). L'Euro invece si è andato apprezzando continuamente sia nei confronti del dollaro, sia dello yuan, per poi invertire tendenza in tempi recenti (QUI e QUI, rispettivamente).

Se il governo cinese all'alba della ripresa economica rispetterà le promesse all'epoca affermate (inflazione target del 4-5%), possiamo attenderci un contenimento della base monetaria cinese anche nei prossimi mesi, il che può equivalere ad un tasso di interesse interno mediamente più alto. I capitali internazionali sono attratti dagli alti rendimenti come falene dalle candele, quindi ciò causerà una pressione rialzista sullo yuan. Sarà quindi molto interessante capire in anticipo quale sarà la scelta della banca centrale cinese: accomoderà questa tensione lasciando che lo yuan si apprezzi un po', oppure si appresta ad acquistare sul mercato fiumi di titoli per mantenere il cambio col dollaro in linea con il target tradizionale?