giovedì 16 dicembre 2010

A domanda, risposta: perché in Italia il gettito fiscale sale, mentre il PIL scende?



Domanda interessante posta da Mario Seminerio in questo articolo. Dice Seminerio: "Il fatto che la pressione fiscale cresca, in un anno in cui il paese ha visto una contrazione di 5 punti percentuali di Pil, è un’anomalia assoluta. Ricordiamo che, in un sistema fiscale progressivo, al contrarsi del Pil ci si attende che la pressione fiscale si riduca più che proporzionalmente: si tratta di uno degli stabilizzatori automatici. Se ciò non è accaduto, le spiegazioni possono essere molteplici: un aumento degli incassi derivanti dalla lotta all’evasione fiscale; un aumento di entrate una tantum; l’anticipazione (a cavallo di anno) di alcuni introiti fiscali, che vengono ovviamente “restituiti” l’anno successivo; la maggiore compliance fiscale dovuta al timore di essere individuati come evasori." (il grassetto è mio).

Provo ad aggiungere qualche ulteriore spiegazione al fenomeno. Il post è un po' tecnico (sorry about that!).

1) la progressività dell'imposta in Italia riguarda l'IRPEF, e basta. I redditi di lavoro sono soggetti a tale scala di aliquote progressive. Al contrario, i redditi di capitale (da azioni o obbligazioni) sono soggetti ad imposta sostitutiva ad aliquota fissa, oppure parzialmente sottratti all'IRPEF per circa il 50% qualora provengano da partecipazioni qualificate. Ma in Italia la maggior parte del prelievo fiscale sulle società avviene attravero IRES ed IRAP, che sono flat-rate e quindi non hanno alcuna progressività, piuttosto che in capo ai soci ed ai finanziatori.

2) Il lavoro dipendente in Italia è rigido: o lo si ha, e quindi si lavora le ore concordate secondo i contratti, oppure non lo si ha, ed il reddito di lavoro si azzera. Più raro poter ridurre il numero di ore lavorate in modo da finire in uno scaglione IRPEF inferiore. In altre parole, la progressività IRPEF influisce poco sul gettito ottenuto dal lavoro nel breve periodo, dato che la condizione lavorativa è quasi booleana (lavoro sì, lavoro no, piuttosto che quante ore di lavoro). Eccezione a questa regola generale sono i cosiddetti precari che sommano più contratti nell'anno, i quali probabilmente comunque non arrivano al secondo o terzo scaglione IRPEF, ed i lavoratori in nero per i quali variazioni nelle ore lavorate non implicano alcuna variazione nel gettito prodotto.

3) Il gettito IVA e delle accise si riduce in proporzione alla riduzione dei consumi. Il gettito delle imposte di registro si riduce con il ridursi del volume degli affari.

Dunque, per i punti 1-3 ci si può attendere una riduzione del gettito fiscale più o meno proporzionale alla riduzione del PIL. Come mai invece il gettito è aumentato in rapporto al PIL?
Bisogna considerare che:

4) le imposte patrimoniali (ICI) non scendono col PIL, a meno di modificazioni nei valori catastali, che non ci sono state. Inoltre, i contratti relativi al fitto o all'acquisto di immobili sono pluriennali e quindi le rate o canoni non variano senza una rinegoziazione. Sappiamo tutti quanto il "mattone" sia importante nel nostro paese.

5) gli studi di settore sono stati corretti per la crisi solo a partire dal 2009, e solo per determinati clusters. Inoltre, diversi professionisti dichiarano il minimo consentito dagli studi di settore, evadendo il resto. Possono pertanto ridurre il volume di affari dichiarato+in nero senza ridurre il gettito fiscale prodotto. Ricordiamo che nella misura del PIL è inclusa una stima dell'economia sommersa.

Quindi è ben possibile che in Italia il PIL scenda, mentre la pressione fiscale cresce, nonostante la progressività dell'imposta (solo parziale come abbiamo visto) dovrebbe causare esattamente il fenomeno inverso.

mercoledì 1 dicembre 2010

Sulle turbine eoliche e la sana amministrazione locale




Le turbine eoliche c'è chi le ama e chi le odia
. I sostenitori difendono l'energia prodotta dal vento apprezzandone la natura pulita e rinnovabile, i costi di installazione relativamente contenuti, la tecnologia matura, ed il fatto che in alcuni siti dove il vento spira quasi 24 ore al giorno la produzione è abbastanza costante da renderla non marginale rispetto alle produzioni da fonti combustibili.
I detrattori d'altra parte, pensano che siano brutte e che deturpino il panorama. Pensano anche che siano poco utili perché non permettono di produrre energia in modo costante od in proporzione al fabbisogno. Infine, in Italia, gli incentivi erogati tramite certificati verdi sono davvero molto elevati se confrontati con qualunque paese occidentale.

Recentemente la trasmissione Report su Rai Tre si è occupata di eolico. Il titolo già sottolinea l'intento polemico: "Girano le Pale". A parte l'importante denuncia del fatto che l'energia che compriamo dall'estero viene stranamente incentivata per un costo annuo di circa 500 milioni di euro, sulla base di certificazioni di "rinnovabilità" delle fonti mai verificate, il servizio di Report nell'insieme mischia un po' di tutto, dalle ipotetiche infiltrazioni mafiose alle connivenze dei burocrati locali, dalla iperburocrazia necessaria per istallare gli impianti alle resistenze dei residenti. Se ne esce un po' frastornati e senza averci capito granché.

Per fare da contraltare, segnalo quest'altro servizio della BBC su di un paesino nostrano: Tocco Da Casauria. Dura meno di 3 minuti ed è in inglese, ma vale la pena vederlo. Secondo il servizio, Tocco conta quasi 3.000 residenti. Grazie alle pale eoliche istallate ed al buon profilo anemometrico (vento costante e per tutta la giornata), i Toccolani si pagano i servizi pubblici: pulizia delle strade, illuminazione pubblica, mense scolastiche. BBC riporta che una famiglia media di Tocco paga oggi circa $130 all'anno a fronte di tutti questi servizi. Una signora intervistata si dice entusiasta delle pale, e afferma che sono belle e che tutti ne traggono beneficio.

Ora, è chiaro che l'esperienza di Tocco è resa possibile dal fatto che gli incentivi all'eolico sono molto elevati. Si tratta quindi di un sussidio pagato da tutti i consumatori di energia elettrica in bolletta. Ma ragioniamoci su: oggi un investitore privato nell'eolico si trova, nella giungla burocratica tipica del nostro paese, a dover ottenere 14-15 permessi da enti diversi (numero realistico, basti leggere i reports dell'ANEV). Alcuni permessi sono molto arbitrari, come le valutazioni di impatto ambientale dove si può dire tutto ed il contrario di tutto. Insomma, finisce che o l'investitore lascia perdere e va ad impiegare i propri capitali altrove, oppure deve scendere a patti con i burocrati locali. Questo significa: tangenti. E una volta aggirato il problema burocratico, altri soldi andranno destinati per fronteggiare le rimostranze dei residenti in prossimità o in vista di dove sorgeranno le pale eoliche, anche se magari non vi è né danno né fastidio effettivo. Facile che al sud, in questo calderone, si incuneino le mafie a catturare profitti, facendosi da garanti per l'investitore contro burocrati e residenti.

A Tocco invece tutti questi costi extra, nonché il profitto dell'investimento, finiscono nelle casse pubbliche. E la cittadinanza pare esserne ben lieta. Ma allora anche laddove l'investitore rimane privato, quei "costi extra" non sarebbe meglio finissero alla popolazione locale, riducendo così resistenze velleitarie "nimby", possibili innesti mafiosi, e corruzione?
Quel che intendo dire è che al posto di farraginose procedure burocratiche che non tutelano nessuno e servono solo a creare opportunità per alcuni burocrati corruttibili ad appropriarsi di una fetta dell'affare, sarebbe forse meglio alleggerire le procedure, e demandare agli enti territoriali le decisioni in merito e la contrattazione con il privato. In tal modo, i comuni farebbero a gara per attirare gli investitori, ma sarebbero anche in competizione tra loro nella richiesta di costi aggiunti da elargire alle casse municipali.

Insomma, va bene ridurre un po' gli incentivi esistenti, che sono troppo appetibili. Ma bisogna anche ridurre le barriere regolamentative superflue, se davvero desideriamo incentivare una trasformazione delle produzioni di energia dal fossile al rinnovabile. Questo è possibile se l'interlocutore è uno, non cento com'è allo stato attuale dove un privato deve interagire con: ENAV, ENAC, comune, provincia, regione, gestore della rete, privati proprietari dei terreni, e quant'altri. Idem per i costi, che devono essere trasparenti e lasciati all'autonomia locale: se i residenti non vogliono alcuna pala, è loro facoltà eleggere un sindaco che agisca di conseguenza. Ma se la vogliono, come i Toccolani i residenti devono poter disporre della possibilità di farlo.

Federalismo: ineleggibilità e riduzione dei rimborsi per i governatori che vanno "in rosso"



È fresca la notizia secondo cui la bozza di Decreto attuativo del Federalismo approvata in Consiglio dei Ministri conterrebbe norme punitive verso i governatori di regione, presidenti di provincia e sindaci, qualora l'ente governato vada in rosso. La norma, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, prevede l'ineleggibilità per i successivi 10 anni ed una sanzione accessoria che decurta del 30% i rimborsi elettorali della lista di appartenenza.

Ovviamente è prematuro ogni giudizio, dato che il diavolo si nasconde nei dettagli e bisogna analizzare il testo definitivo. Soprattutto, si dovrà capire come funzionino le sanzioni, ad es. se l'ineleggibilità varrà solo per la medesima carica o anche per altre, e come verrà applicata la riduzione dei rimborsi qualora la composizione delle liste elettorali muti nel tempo. Ma in generale l'idea di assegnare una responsabilità personale ai governatori per i dissesti causati è da accogliere con totale favore. Tale responsabilità, assieme alla ulteriore sanzione del voto dell'elettorato scontento, potrebbe in futuro effettivamente limitare gli ampi abusi e gli scempi cui assistiamo ogni giorno nel nostro paese, nella gestione di quei capitoli di spesa che sono localmente determinati: sanità, smaltimento dei rifiuti, viabilità, ecc.

Ovviamente la "casta" è insorta. Come tollerare una responsabilità politica vera, e per giunta un taglio ai rimborsi elettorali tanto faticosamente sudati? (si noti l'ironia, please). Sempre il Corriere riporta le parole di un tale Zoggia del PD: "è una buffonata, contiene ampi margini di incostituzionalità, pensata per essere bocciata e soprattutto per colpire i comuni del sud".
Anche Chiamparino non si è smentito, con motivazioni davvero ottuse: "deve essere una regola valida per tutti. Assistiamo invece ad atti dello Stato centrale che giudicano e penalizzano le realta' locali, autoassolvendo nel contempo le inadempienze dei ministeri che potranno continuare indisturbati a sperperare risorse pubbliche". Ah ecco, quindi o rubano tutti o nessuno, e visto che così fan tutte, meglio lasciar che i governi locali facciano man bassa delle nostre tasse? Ma lo sa Chiamparino che i peggiori sprechi li abbiamo nella sanità, e che le peggiori emergenze (es. immondizia e Pompei in Campania, per citare fatti recenti) sono proprio nate all'interno di gestioni locali (di destra e di sinistra, il disastro politico è super partes). Idem per altri politicanti, ad es. Errani. Si vede che è questa la linea di attacco concordata nel PD? A proposito di buffonate...

Sarà che gli ominidi del PD hanno subito portato il pensiero a quel tale Bassolino, sotto il cui governo la Campania si è disastrata peggio che mai? O ancora al loro esponente ex governatore dell'Abruzzo, Ottaviano Del Turco, quello delle maxitangenti sulla sanità?

Per una volta che questo disastroso governo se ne esce con una buona proposta, questa andrebbe supportata e migliorata, non osteggiata. La limitazione degli sprechi locali è una priorità per l'Italia, non più rimandabile.

venerdì 26 novembre 2010

La proposta: via l'IRAP, più tasse sui patrimoni e meno sul lavoro. Parola dei Dottori Commercialisti




Ed i commercialisti si tinsero dei colori di guerra e, imbracciata l'arma, partirono alla volta del nemico!


Eccoli qui: la notizia, riportata anche dal Corriere, è di un Manifesto (consultabile QUI e QUI) redatto dall'Ordine nazionale che propone una serie di riforme. Le proposte sono varie, tuttavia qui mi preme discutere quella a mio parere più rilevante, ovvero un'idea di modifica dell'attuale sistema d'imposta sui redditi societari.

Come noto a tutti, le società residenti in italia oggi pagano un'imposta IRES con aliquota del 27,5%, cui si somma l'IRAP che prevede un'aliquota tra il 3,9% ed il 4,9% su una base imponibile più ampia di quella IRES. L'aliquota d'imposta effettiva IRES+IRAP è mediamente pari al 32%, molto più alta della media osservata negli altri paesi UE dove siamo attorno al 27%. Questo significa che gli investitori esteri, a parità di rendimento lordo, ricevono in Italia un reddito netto inferiore che non altrove, dunque possono essere disincentivati a portare i propri capitali in Italia.
Si noti che l'andamento stagnante della produttività italiana e lo scadente sistema legislativo e giudiziario, già dissuadono gli investitori esteri. L'imposta dovrebbe quindi essere più bassa della media europea, e non più alta come è, per compensare almeno in parte queste manchevolezze del nostro sistema-paese.

Il reddito netto sociale è poi tassato in capo al socio residente, come dividendo o capital gain, con imposta sostitutiva del 12,5%. Solo i soci che hanno partecipazioni di controllo o comunque qualificate, pagano l'IRPEF ad aliquota piena sulla metà di dividendi e capital gain realizzati. Il trattamento degli interessi è ancora più privilegiato, dato che questi sono generalmente deducibili dall'IRES.
L'aliquota al 12,5% è in assoluto tra le più basse dei paesi OCSE. Negli altri paesi dove è prevista un'imposta sostitutiva sui dividendi, l'aliquota è di solito del 18-25%. In pratica, il risparmio detenuto in titoli e piccole partecipazioni azionarie è fortemente agevolato al livello personale, rispetto sia ad altre forme di impiego del risparmio, sia soprattutto del lavoro che è tassato ad aliquota IRPEF piena e in più paga i contributi sociali.

L'insieme di queste norme comporta che il gettito ottenuto dall'imposta sostitutiva sia davvero piccolo se confrontato con il gettito da altre fonti. Ad es. nel 2009 (dati del Ministero delle Finanze) il gettito ottenuto dai redditi di lavoro è di qusi 160 miliardi di euro, contro appena 12,3 miliardi ottenuti dall'imposta sostitutiva su interessi e redditi di capitale. Il gettito di IRES ed IRAP è in totale, sempre nel 2009, di circa 72,4 miliardi.

Per meglio discuterne il merito, la proposta dei commercialisti può essere spezzata in due parti:

1) abolizione dell'IRAP ed incremento dell'aliquota dell'imposta sostitutiva: per quanto ho illustrato, questa proposta deve essere accolta favorevolmente. L'eliminazione dell'IRAP porta l'IRES a valori "europei", ed aiuta ad attirare investimenti e capitali dall'estero. L'imposta sostitutiva su dividendi e interessi può essere portata in linea con gli altri paesi, ad es. con la Francia (18%) o la Germania (25% sui titoli quotati).

2) riduzione del carico fiscale sul lavoro: quanto dirò qui vale anche per l'abolizione dell'IRAP, che difficilmente potrà essere compensata interamente da un incremento dell'aliquota sostitutiva sui redditi personali.
Se è vero che queste riduzioni del carico fiscale sono auspicabili, forse necessarie, la concreta fattibilità passa per una riduzione della spesa pubblica. È velleitario pensare di finanziare tali riduzioni con incrementi del carico fiscale sui patrimoni. Primo, perché immobili e partecipazioni qualificate già pagano un bel po' di tasse se consideriamo le imposte societarie e quelle personali. Secondo, perché i capitali fuggono all'estero più facilmente del lavoro (con eccezione del lavoro altamente qualificato, vedi "fuga di cervelli"), e di scudi fiscali ne abbiamo già avuti abbastanza. Terzo, perché a meno di tassare di più solo i grandi patrimoni, imposte più elevate sui risparmi incentivano a consumare oggi il reddito guadagnato piuttosto che investirlo per consumarlo domani, e dato che gli investimenti privati sono una componente essenziale per favorire aumenti di produttività, non sarebbe strategicamente furbo.

La proposta dell'Ordine dei Commercialisti è quindi una proposta valida. Con un caveat importante: che non va intesa nel senso di tassare di più le rendite finanziarie a parità di spesa, come non mancano mai di sostenere certi esponenti della sinistra nostrana, ma di rimodulare la tassazione verso una riduzione complessiva, con un leggero aggravio per quei redditi di capitale i quali sono attualmente troppo agevolati (12,5% è proprio bassa!), ed un alleggerimento per le imprese che con l'IRAP soffrono molto.
Peraltro, altre critiche da tempo mosse all'IRAP, definita come "imposta sulle perdite" perché può prevedere un onere d'imposta positivo anche quando il risultato complessivo d'esercizio è una perdita, portano ad individuare in questo tributo uno dei primi da tagliare quanto prima.

giovedì 25 novembre 2010

Rivelato il nuovo piano del governo irlandese. Un commento: politica iniqua



Comincia a rivelarsi il piano di salvataggio del governo irlandese. Secondo Financial Times i punti fondamentali del piano, da attuarsi in 4 anni, sarebbero i seguenti:

- tagli alla spesa pubblica per 10 miliardi di Euro, compiuti attraverso un programma di licenziamenti e riduzioni degli stipendi almeno del 12%, e di riduzioni della spesa sociale.

- aumento del prelievo fiscale per 5 miliardi, prevalentemente attraverso un rincaro delle imposte sui redditi dal quale ci si aspetta circa 1,9 miliardi in più, dell'IVA la cui aliquota passa dal 21% al 23%, e delle imposte sulle proprietà immobiliari. L'imposta sui redditi delle società rimane al 12,5%.

La mia opinione su questo piano può essere sintetizzata con le parole di Silvano Fait, che su Chicago Blog commentava le cifre richieste dal salvataggio del gigante bancario AIB: "Quanto è credibile un governo che di giorno si dichiara liberale, chiede sacrifici, morigeratezza e responsabilità individuale mentre la notte si ubriaca e si prostituisce andando a letto con i banchieri ?" È poco credibile.

Il piano di "salvataggio" dei conti pubblici va letto assieme alle altre scelte di policy compiute negli ultimi anni. Dunque in sintesi:

- dal 2001 il governo irlandese lascia che i bassi tassi d'interesse praticati sui mercati internazionali producano una bolla speculativa nel settore immobiliare. Nel 2008 la bolla scoppia, e con essa si appalesano perdite a carico degli intermediari finanziari che al momento detenevano assets gonfiati.

- sostenendo che un fallimento delle banche, particolarmente di quelle grandi, porterebbe guai per tutti impattando negativamente sul prodotto nazionale, il governo promette di farsi carico delle perdite. In pratica, gli investitori che hanno sbagliato i propri conti brindano ora tutti contenti, dato che le loro perdite patrimoniali vengono messe a carico dello Stato.

- Il governo si accorge nel 2010 che le perdite in questione sono proprio enormi, e forse sono perfino cresciute da quando ha promesso di far salvi tutti. La sola AIB costerà almeno 32 miliardi (si dice fino a 50, ma i numeri sono stime non definitive) ed ha già portato il deficit/PIL irlandese a quota -32%.

- Il governo, per pagare tutti 'sti soldi, chiede prestiti al mondo. Gli investitori internazionali, che proprio bene non se la passano visti i chiari di luna degli ultimi tre anni, si preoccupano assai e chiedono interessi molto più alti del solito per sobbarcarsi il rischio che l'Irlanda non ce la faccia, in futuro, a ripagarli. La possibilità di una bancarotta nazionale si avvicina, e l'Irlanda chiede l'aiuto dell'UE per far fronte alle spese.

- infine, e siamo tornati ad oggi, il governo annuncia il piano per ridurre il deficit e rendere credibile la sua capacità di servire il debito contratto. Lascia l'imposta societaria al livello più basso osservato in UE in modo da incentivare gli investimenti esteri, e tira giù mazzate pesanti sulla popolazione attraverso maggiori imposte sul lavoro, sui consumi, e sui patrimoni immobiliari, tagliando contemporaneamente la spesa sociale.

Sotto il profilo dell'equità, tutto ciò è aberrante. Ripercorrendo questa sintetica cronostoria al contrario, appare evidente che il governo irlandese altro non ha fatto, che salvare gli investitori meno capaci (quelli che avrebbero maturato perdite) a spese di tutta la popolazione.
Esisteva un altro modo? Più di uno secondo me, ad esempio: i debiti delle grandi banche si sarebbero potuti convertire in azioni o ridurre di una % come avviene nelle procedure concorsuali dei fallimenti societari, al contempo garantendo i soli saldi liquidi (conti correnti e simili) in modo da evitare corse allo sportello. In questo modo le perdite se le sarebbero sobbarcate gli investitori, non la generalità dei contribuenti che dalla bolla speculativa magari non ci hanno cavato un euro. Peraltro i compratori di immobili già scontano una perdita, dovuta al fatto che hanno acquistato quando la bolla era in piedi ed oggi si ritrovano con valori patrimoniali anche del 60% inferiori.

Così com'è, la politica adottata dal governo irlandese nel complesso è profondamente iniqua, genera azzardo morale per i banchieri ed i loro creditori che nel futuro conteranno su di un salvataggio totale da parte dello Stato, ed aggrava la situazione sul piano europeo aumentando la possibilità di un contagio ad altri paesi che, sino ad ora, avevano retto i colpi della crisi finanziaria globale.

lunedì 15 novembre 2010

Berlusconi, legga meglio la Costituzione please! Sul voto di fiducia




Berlusconi esterna e dice: "Andremo avanti a governare con una fiducia che ci verrà data al Senato e che penso ci verrà data anche alla Camera. E se ci dovesse essere una fiducia che non c'è alla Camera benissimo, si andrà a votare per la Camera stessa dei deputati e vedremo che cosa decideranno gli italiani" (il grassetto è mio).

Ora io non sono affatto un costituzionalista, ma una semplice lettura della Costituzione italiana, all'Art. 94 dove recita:

"Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia. Il voto contrario di una o d'entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni."

mi pare non lasciar dubbi in merito. Le Camere danno fiducia al Governo, e se la fiducia non è raggiunta è quest'ultimo che può dimettersi, ed aprire spazio per un nuovo Governo o per consultazioni elettorali. Non potrebbe essere altrimenti, dato che solo i Parlamentari sono espressione del voto popolare, mentre l'elezione del Governo è mediata dal voto alle Camere. Non esiste, in altri termini, una rappresentatività elettorale che investa direttamente il Governo: è per questo che sussiste il requisito del voto di fiducia, che garantisce la rispondenza tra la volontà della maggioranza degli elettori, rappresentati dai Parlamentari, e la designazione dei Ministri della Repubblica.

La tesi per la quale le Camere, votando contro la Fiducia, si "auto-sfiducerebbero" non ha fondamento alcuno. L'idea che a seguito della sfiducia di una sola delle Camere sia questa ad andare ad elezioni anticipate, piuttosto che il governo ad andarsene a casa, mi pare molto fantasiosa.

Pensate che qualcuno ipotizzava, non molto tempo addietro, di far sedere quest'uomo al Quirinale! Sciòr Berlusconi, tra un impegno e l'altro le consiglio vivamente una lettura alla Costituzione. Eviterà ulteriori brutte figure.

giovedì 11 novembre 2010

Higher capital requirements: possible reforms and hidden costs





Recently a letter signed by some of the most prominent financial economists was published in Financial Times, arguing in favor of tighter capital requirements rules for financial intermediaries.

While I agree with the general message that capital requirements are a viable tool to reduce the probability of future systemic crises like the current one, I would like to rise some doubts.
The letter highlights two important points:

1) "Some claim that requiring more equity lowers the banks’ return on equity and increases their overall funding costs. This claim reflects a basic fallacy. Using more equity changes how risk and reward are divided between equity holders and debt holders, but does not by itself affect funding costs."

2) "Tax codes that provide advantages to debt financing over equity encourage banks to borrow too much. It is paradoxical to subsidize debt that generates systemic risk and then regulate to try to limit debt. Debt and equity should at least compete on even terms."

Since point 2) is obviously right, why does this letter propose to increase capital requirements, which is equivalent to put constraints to financial leverage of intermediaries, while at the same time arguing in favor of neutral taxation of financial sources? If a proposal was seriously enacted to adopt a new corporate income tax that does not exempt interests, like the ACE or CBIT taxes much discussed in the economic literature, then high leverage would not be subsidized anymore. Decisions about the degree of leverage formed under free markets would therefore be close to optimum, so why bother having costly controls and regulations?

The first point, in my view, is partly misleading. While it is true that a large financial intermediary will not suffer additional costs from higher capital requirements, since it will simply shift debt with equity and this will lower its financial riskiness (thus lowering, not increasing, its costs of funding), this is not necessary true for a small intermediary.
Small firms are less transparent to investors, and they can face borrowing constraints in the equity market. This happens because under informational asymmetry investors cannot tell the real productivity of such firms, and so they prefer to lend funds as fixed-interest debt in order to reduce risks. High capital requirements may therefore increase funding costs for small intermediaries, which could even be very profitable and productive: just think about venture capitals and highly innovative firms, or small lending firms working in limited territorial areas but having a better knowledge of the specificities of their customers, thus obtaining better credit scorings than large lenders.

These remarks are not intended to subtract from the proposal of stronger capital requirements. What I would like to see is a more radical and long-term oriented discussion about the international financial system, that should include both:

- a reform of corporate taxation toward more neutral tax tools, namely a tax that either does not allow for interest allowance, or that includes "normal" equity income as a deductible cost;

- and an assessment of distortionary effects on smaller intermediaries brought by strong capital requirements. We do not need Too-Big-Too-Fail banks anymore, and if capital requirements favor large intermediaries, this is a cost of such policy we should better estimate. Large banks, being the ones that "cannot be left to fail", bring hidden costs in terms of an implicit public guarantee against bankruptcy, which is not necessarily extended to small intermediaries. Favoring more the former against the latter may prove detrimental both to the overall efficiency of financial markets intermediation, and to the very aim of capital requirements, namely to curb future systemic risks.

sabato 6 novembre 2010

Arte e mecenatismo: il caso di Kickstarter.com




In un precedente post argomentavo che discutere del finanziamento dell'arte in modo manicheo, contapponendo il mercato ai finanziamenti statali come se non esistesse altra via possibile, è un errore concettuale e fattuale. Esiste infatti un terzo canale, importantissimo e molto attivo da diversi secoli, che vede nel mecenatismo e nella spontanea contribuzione una risorsa per l'arte di ogni genere, dalla performance teatrale all'audiovisivo passando per musica, danza e quant'altro.

Un'esempio calzante è il web site kickstarter.com, che mostra come l'agevolazione dell'incontro tra la domanda di fondi per progetti creativi e l'offerta da parte di singoli cittadini che hanno piacere a contribuire, anche con piccole somme, alla realizzazione di spettacoli ed opere nuove, può effettivamente aprire un canale di finanziamento senza intermediari.

Kickstarter.com funziona così: un artista propone il suo progetto, indicando la cifra necessaria a realizzarlo ed una data entro cui la raccolta fondi si chiude. I contributori decidono la cifra da donare (normalmente si parte da un minimo di $10), ed indicano i dati della propria carta di credito. Alla scadenza della raccolta fondi, se la cifra minima è stata raggiunta, avviene l'addebito, altrimenti non si paga nulla.
Per incentivare contribuzioni maggiori, gli artisti offrono regali e gadgets. Così ad esempio ai donatori più generosi, qualora il progetto vada in porto, arriva a casa un DVD in edizione speciale, o un biglietto in prima fila per l'evento.
Si noti bene: né lo Stato, né istituzioni benefiche o associazioni decidono quanti soldi dare e a chi. Tutto avviene orizzontalmente tra chi vuole contribuire, e chi vuole creare. Niente burocrazia, o favoritismi, o fondi sprecati per questo o quello: le donazioni vanno tutte al proponente il progetto, che è il solo responsabile a rispondere ai suoi finanziatori della bontà delle sue realizzazioni artistiche.

Può sembrare un'iniziativa sempliciotta, eppure basta una rapida scorsa ai progetti presenti e passati per constatare che molti hanno raggiunto la copertura integrale del finanziamento richiesto. In genere si tratta di somme contenute, attorno a qualche migliaio di dollari. Il progetto attivo attualmente più costoso, per quanto mi è dato di sapere, è un film di animazione dal titolo The Price, tratto da un racconto breve di Neil Gaiman, che chiede $ 150.000 (ne ha già raccolti $ 25.000). Per un film (Blue Like Jazz) sono stati raccolti oltre $ 345.000.
Mediamente la maggior parte dei contributi è nella fascia "$25 o più", ma non sono rare contribuzioni da centinaia di dollari e, qualche volta, perfino di $ 1.000-5.000.

Ecco, magari anche da noi nella bella Italia, una piattaforma di questo genere sarebbe il toccasana per tanti artisti, giovani e maturi, che hanno qualcosa da dire. Io credo che molti italiani, particolarmente qualora fossero meno oberati dalle tasse, contribuirebbero con gioia e soddisfazione personale, sapendo di poter scegliere, e di poter seguire lo sviluppo del progetto sponsorizzato.

giovedì 4 novembre 2010

Il mago Ben (Bernanke) e la magia del Quantitative Easing




Quantitative Easing, ovvero quando una banca centrale compra titoli con denaro liquido, aumentando la disponibilità di moneta nel sistema economico.

È quello che sta facendo Ben Bernanke, a capo della FED americana che ha appena annunciato acquisti per 600 miliardi di dollari di titoli di stato a lunga scadenza. La magia che consentirebbe di aumentare il prodotto interno ed i posti di lavoro semplicemente stampando carta moneta e buttandola dalla finestra agli ignari passanti è una roba misteriosa. Il magico Ben probabilmente pensa di ottenere uno o più dei seguenti effetti:

1) deprezzare il dollaro rispetto ad altre valute straniere, così rendendo un po' più competitive le esportazioni americane. Certo, alla Cina non gliene frega niente dato che mantengono il cambio artificialmente in parità, ma a noi Europei dove la BCE annuncia di lasciare il tasso di sconto invariato all'1% qualcosa dovrebbe importare. Visto anche quanto è già svalutato il dollaro rispetto all'euro, è un chiaro messaggio: "comprate americano... vi supplichiamo!".

2) qui si gioca anche al vecchio gioco di svalutare i debiti in valuta nazionale per pagare interessi reali inferiori. Vecchio trucco, che scarica parte degli oneri USA sui paesi che detengono valuta e titoli denominati in dollari. Mossa furba in altri tempi. Oggi che il dollaro rischia seriamente di perdere il ruolo di valuta standard internazionale, non so quanto lungimirante sia questa strategia. Inoltre pure i creditori USA soffriranno una caduta del valore reale dei propri assets.

3) Il mago Ben è anche celebre per le sue ricerche in campo monetario. In particolare è uno dei principali teorici del "balance sheet channel". In estrema sintesi l'intuizione è la seguente: se la banca centrale a sorpresa aumenta lo stock di moneta circolante, ciò genera aspettative inflattive, cioè la gente prevede che i prezzi saliranno. Tali previsioni effettivamente portano ad alzare i prezzi all'improvviso, mentre interessi e debiti rimangono fermi al valore nominale. Ciò comporta che le imprese, e quindi le famiglie che detengono partecipazioni azionarie, vedono incrementarsi il proprio valore di patrimonio netto: le imprese valgono di più, e le famiglie si ritrovano più ricche e quindi spendono di più.

4) Infine c'è la teoria di Krugman e soci, secondo i quali alimentare l'inflazione significa ottenere tassi di interesse reali negativi. La qual cosa, secondo loro, permetterebbe di stimolare la domanda di credito e gli investimenti, che non sembrano aver voglia di svernare neppure ora che i tassi reali sono già sotto zero.

Perché tutto questo serva davvero a ridare slancio all'economia USA, ci vorrebbe proprio una magia, anzi un miracolo. Intanto le banche hanno ancora oggi enormi riserve in eccesso, ed aumentarle immettendo moneta liquida non aiuta nessuno, anzi incrementerà probabilmente la volatilità del sistema quando l'economia riprenderà a crescere, come intelligentemente osservato da Martin Feldstein sul FT.

Poi c'è il contesto internazionale. Un dollaro più debole significa meno importazioni verso gli USA, cosa che potrebbe danneggiare paesi già provati dalla crisi e dalla riduzione dei flussi commerciali mondiali. Non significa, necessariamente, più esportazioni dagli USA, visto che la domanda mondiale stenta a riprendere il volo e data anche la tipologia di prodotti che le aziende USA esportano, ad elevato valore aggiunto.

Insomma: che questa secchiata di dollari possa aiutare a ridurre i preoccupanti tassi di disoccupazione americani è quantomeno dubbio. Mentre il rischio che possa contribuire nel prossimo futuro a far nascere altre bolle speculative e a destabilizzare ulteriormente le economie di altri paesi è molto concreto.

Al mago Ben, stavolta, l'incantesimo potrebbe non riuscire come sperato.

venerdì 15 ottobre 2010

Il debito italiano e la proposta di affibbiarlo al FMI



Una proposta circola da diversi mesi sulla stampa italiana: trasferire i debiti pubblici nazionali dei paesi Europei ad un organismo sovra-nazionale (ad es. al Fondo Monetario Internazionale). Lo ha detto Vincenzo Visco (QUI), lo ha ribadito Paolo Savona (QUI), ed oggi lo suggerisce Giuseppe Pisauro sul sito LaVoce.

L'idea è quella di mettere in pool i debiti sovrani in modo da garantire la solvibilità ed il servizio dei pagamenti, e conseguentemente abbassando il premio di rischio richiesto dai mercati. Si riconoscerebbe così la loro natura di "debiti collettivi", generati per fronteggiare la crisi globale ed i cui effetti benefici traboccano oltre i confini nazionali. L'alternativa, dicono i sostenitori della proposta, è quella di una dolorosa politica di correzione dei bilanci così come discusso in seno all'UE con riguardo al nuovo corso da dare al Patto di Stabilità. La UE, come noto, discute la possibilità di imporre una riduzione del debito (di 1/20 per anno della differenza tra il rapporto debito/PIL effettivo ed il target del 60%) sino al raggiungimento della soglia del 60%, che è rimasta la stessa dell'originario Patto di Stabilità (perché poi il 60% sia il valore "giusto" per tutti, non si sa).

Ora, che queste proposte si facciano sulla stampa italiota mi fa sorridere. L'Italia ha un rapporto debito/PIL che sfiora il 120% (QUI i dati inclusi nel Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) e riportati da Cecilia-Guerra e Giannini). L'onere per interessi grava per il 4,6% del PIL; la spesa pubblica complessiva supera il 50%. Ma questi numeri, tutti molto elevati se raffrontati agli altri paesi UE e preoccupanti anche alla luce dell'anemica crescita del PIL italiano, sono un'eredità precedente alla crisi! Il debito italiano dai primi anni '90 è cresciuto in termini assoluti , ed in rapporto al PIL non è mai più sceso sotto al 100%.

Come mostra il seguente grafico su dati Eurostat che esprime il debito in rapporto al PIL per Italia ed UE-25, il debito pubblico italiano (barre blu) è cresciuto poco meno della media dei paesi della UE-25 (barre verdi) nel periodo 2008-2009, ovvero quando la crisi finanziaria si è manifestata.

Tuttavia questi numeri includono gli effetti della caduta del PIL, che in Italia è stata di circa -5%. Guardando al solo valore assoluto del debito (espresso in €/MLN, si veda il grafico che segue), si vede bene che il debito è cresciuto di circa il 10% nel 2009 rispetto al valore assunto nel 2007. Parliamo di poco più di 160 miliardi di Euro, rispetto ad un debito complessivo di circa 1.700 miliardi.


Quindi non è che l'Italia in seguito alla crisi mondiale, abbia contratto molti debiti per operazioni di spesa sociale, per salvataggi alle banche, o per politiche di sostegno alla domanda, come altri paesi hanno fatto. Se pure passasse la proposta di assegnare i debiti associabili agli effetti della crisi ad un fondo internazionale, rimarremmo comunque ampiamente al di sopra dei parametri del Patto di Stabilità con un debito enorme, anomalo ed alla luce delle fosche previsioni sulla crescita italiana, poco sostenibile. Quindi la proposta avrebbe un effetto significativo ma non certo enorme sui problemi di bilancio nostrani, e non risolve le questioni discusse in Europa sul Patto di Stabilità.

Non vorrei mai che la proposta sostenuta da Visco e colleghi in realtà mascheri la volontà di assegnare una quota del debito maggiore ad un ente esterno e sovranazionale. In tal caso la tesi è stupefacente: chi lo ripaga quel debito? Perché altri che non l'Italia se ne dovrebbe e vorrebbe mai fare carico? Perché considerare tale debito "collettivo" visto che nasce prima della crisi e di esso hanno beneficiato prevalentemente gli italiani? Certo oggi c'è il pericoloso precedente della Grecia, salvata in corner dal fallimento del suo debito sovrano dai paesi UE: pericoloso perché appunto può indurre in tentazione a ritenere che altri salvataggi simili saranno possibili. Ma davvero ci conviene, con la pessima classe politica che ci ritroviamo, sostenere tali tesi piuttosto che spingere per una policy di austerità e di graduale riequilibrio dei conti pubblici? Io penso di no. Credo sia opportuno porsi come primario obiettivo la riduzione della spesa pubblica (degli "sprechi", ma anche delle prebende, delle cientele a spese dello stato), ed un rimborso graduato del debito cui segua, progressivamente, un abbassamento della pressione fiscale. Non si può cercare la scappatoia "all'italiana": il debito è nostro, e noi dobbiamo pagarlo.

lunedì 11 ottobre 2010

Il pensiero liberale di Tremonti: esternazioni e realtà




Sabato 9 ottobre Tremonti rilascia un'intervista a Sky TG24. Io l'ho vista intorno alle 13.30, ma non riesco a trovare un link in rete (se qualcuno ce l'ha, lo posti nei commenti con i miei sentiti ringraziamenti).

Il nostro mitico Ministro è scatenato, in questi giorni ha esternato di tutto e di più. A Washington ha ripreso il suo vecchio cavallo di battaglia esprimendosi contro la globalizzazione e contro le grandi banche d'affari che speculano. Ma, ha specificato, lui non ha mai attaccato il regime di cambio valutario adottato dalla Cina, prendendosela invece con i governi occidentali che hanno aperto alla globalizzazione in modo selvaggio e troppo in fretta (QUI).
Poi si rivolge alla nostra Europa, e parlando della BCE sottlinea che bisogna "trovare la quadra" e continuare nel nuovo corso della politica monetaria, attenta non più solo a contenere l'inflazione ma anche a tenere bassa la moneta per favorire l'export (ah, ecco perché dice che la Cina non fa male a gestire il cambio del Renminbi!).

Nell'intervista a Sky che ho citato sopra, Tremonti dice un'altra cosa che andrebbe evidenziata perché merita davvero. A memoria cito: "non è lo Stato che fa l'economia, è l'economia che fa l'economia".
Ora, da bravo economista mercatista io concordo in pieno. Tuttavia, a ben guardare è stupefacente che tale frase esca dalla bocca di Tremonti, l'uomo e Ministro delle Finanze il quale non solo nello stesso giorno ha detto quanto riportato, e cioè che i governi avrebbero dovuto agire per rallentare un processo autonomo ed in atto ovunque, la globalizzazione; e che la BCE dovrebbe favorire le esportazioni accettando un tasso d'inflazione più alto. Non è tutto questo un agire della mano pubblica col fine di guidare qui o là l'economia?

Ma soprattutto un tale inno al libero mercato viene proferito dallo stesso uomo che ha lanciato la Banca per lo Sviluppo del Sud. Ovvero là dove le banche private non vogliono prestar fondi, arriva lo Stato che è evidentemente molto più bravo a valutare i rischi di credito dei "cattivi banchieri" i quali, chissà perché, non vogliono investire nel meridione d'Italia. Almeno, è così secondo Tremonti. Che mi ricorda alcuni personaggi della fiction, come Due Facce di Batman, o forse ancor di più il malefico imperatore di Guerre Stellari, che nel gioco della politica galattica impersona il pio e democratico senatore Palpatine, ma in realtà è Darth Sidious, potente Signore Oscuro dei Sith.

Ministro Temonti, abbandoni le seduzioni del lato oscuro della Forza! In Lei forse c'è ancora del liberismo, non lasci che venga fagocitato dallo scalcagnato statalismo italico! O almeno, smettiamola con la finzione e diciamo la verità: che di libertà il suo governo elargisce parole ma non fatti.

lunedì 4 ottobre 2010

Ancora sulla verde Irlanda




Vedo all'orizzonte un po' di confusione sulla situazione irlandese, quindi provo a fare chiarezza per me e chi vuol leggere quanto segue.

L'Irlanda è un paese particolare. Una delle peculiarità risiede nell'enorme apertura al commercio estero, superiore a qualsiasi altro paese OECD. Il crollo dei flussi commerciali dovuto alla recente crisi internazionale ha imposto un peso rilevante sull'economia irlandese, che sconta nel 2009 un tasso medio di disoccupazione dell'11.9%. Inoltre il rallentamento dell'economia ha portato a minori entrate tributarie, passate da 47.9 milirdi di euro nel 2007 a 33.9 miliardi nel 2009.

Ora, per fronteggiare la crisi il governo ha fatto le seguenti cose (qui alcuni numeri ufficiali):

1) ha incrementato la spesa pubblica. Come in tutti i paesi sviluppati l'Irlanda dispone di ammortizzatori sociali automatici, quindi l'aumentata disoccupazione preme sulle casse dello stato.

2) ha anche ridotto altre voci di spesa e alzato le tasse, nel tentativo di ridurre il deficit. Sono stati fatti tagli agli stipendi dei dipendneti pubblici finanche del 20%.

3) ha deciso di salvare le banche in sofferenza, arrivando a nazionalizzare la Anglo Irish Bank (AIB nel seguito) oramai fallita.

Il destino dell'economia irlandese interessa tutti, perché è un laboratorio. Ma purtroppo la politica adottata è ormai un ibrido strano, perché mescola da un lato una scelta di austerity, e dall'altro una forma di stimulus mirata al solo settore bancario.

Il mio personale giudizio è che la scelta di austerity era sulla via giusta, a dispetto dei proclami di gente come Paul Krugman che sostiene che in Spagna son più bravi, ed il presidente Obama, che avverte l'Europa di andarci piano con l'austerity che se no, secondo lui, son guai. Come scrissi qui appena tre mesi or sono, segnali di ripresa nel prodotto interno, prima e meglio della maggior parte dei paesi europei, facevano ben sperare. L'Irlanda parte avvantaggiata grazie ad una economia flessibile, una regolamentazione ben fatta, ed una buona dotazione di capitale umano. I presupposti c'erano tutti per un buon esito ed una ripresa se non rapida, almeno sostenuta. Ed il governatore della banca centrale irlandese conferma: “we don’t have the flexibility to do a spending stimulus now. There’s no one who is even arguing for it”. Quindi: niente stimoli.

Tuttavia la scelta di nazionalizzare Anglo Irish Bank e di garantire tutti i depositi integralmente è una scelta disastrosa. È vero che la spesa per salvare AIB è una una tantum che può essere ripagata gradualmente nel tempo, ma è sempre una mazzata sui conti pubblici, i cui benefici sono perlomeno dubbi, se non proprio inesistenti.

Chiudo con un dubbio: il governo irlandese avrebbe potuto, volendolo, rinunciare al salvataggio delle banche in sofferenza? Dal punto di vista economico probabilmente avrebbe dovuto. Ma era possibile, date le strette connessioni del sistema finanziario irlandese con quello anglo-americano, e visto che USA e UK non hanno lesinato aiuti di stato e nazionalizzazioni? Non conosco la risposta, certo è che la scelta di fare il bail-out costerà probabilmente molto più sangue e lacrime al popolo irlandese, che non la prosecuzione della già avviata politica di correzione dei conti pubblici. Peccato, un'occasione mancata per un soffio.

lunedì 6 settembre 2010

Krugman ci fa o ci è? Sull'Irlanda e la Spagna



Ho letto sul Sole24Ore la traduzione di un articolo di Paul Krugman, dal titolo "Meglio la pigra Spagna della rigorosa Irlanda".

Krugman si domanda e si risponde: "quali sono allora i vantaggi del rigore di bilancio irlandese? Apparentemente, nessuno". Argomenta quindi che la politica di austerity adottata dal governo irlandese, che ha velocemente programmato una riduzione della spesa pubblica per compensare l'enorme debito pubblico accumulatosi a seguito della recente crisi, sarebbe stata una scelta peggiore di quella del governo spagnolo, dove le correzioni di bilancio sono state più lente e modeste. L'opinione è basata sul fatto che gli investitori non hanno premiato l'Irlanda nei termini di un più basso spread sui titoli di debito decennali.

A me, francamente, pare tutta fuffa, intenzionalmente ingarbugliata per confondere il lettore.

Primo, l'affermazione di Krugman per cui "la ligia Irlanda sembra avviata a una spirale di debito fuori controllo, mentre l'infingarda Spagna sembra passarsela molto meglio" è davvero faziosa. L'Irlanda ha subito un incremento del debito enorme nel periodo 2008-2009 a causa della grande apertura al commercio con l'estero, non certo a causa di politiche dissennate (vedi i dati in questo articolo). Quindi è una constatazione che non c'entra nulla con la politica economica adottata per far fronte alla crisi. Cosa avrebbe dovuto fare, licenziare in tronco tutti i dipendenti pubblici per ridurre la spesa? Chi lo dice, Krugman che rompe le balle da anni con la cantilena "bisogna spendere di più, è la domanda aggregata che conta"?

Secondo, il costo del debito pubblico è solo una delle variabili importanti. L'occupazione e la crescita del prodotto sono altre, probabilmente più importanti dato che un paese che cresce riesce a ripagare più facilmente il debito contratto nei periodi di crisi.
Ecco un grafico dal Fondo Monetario Internazionale che racconta l'andamento del tasso di crescita del PIL in termini reali. La linea verde rappresenta l'Irlanda, la rossa la Spagna, e la blu una media dei paesi sviluppati.


Non c'è dubbio che l'Irlanda abbia preso una batosta maggiore dalla crisi. Ma guardiamo al ritmo con il quale si sta riprendendo, e guardiamo alla più lenta Spagna. Voi dove vorreste stare: in un paese che fino a tre anni or sono viaggiava al +6% del PIL, e punta al 2011 ad oltre il 2% previsionale? O nella cauta Spagna che, pur avendo subito minor danno dalla crisi, stenta a raggiungere un +1%?

sabato 21 agosto 2010

Un'analisi semiseria dell'elettorato italiano



C'è baruffa nell'aria di Montecitorio, e molti parlano di elezioni anticipate.

Nella calura di agosto il cervello fa strani scherzi. Il mio ha partorito questa classificazione semiseria degli elettori italiani.

Eccoli qui:

1) la Fede Incrollabile: questi italiani hanno sposato una fazione. Come soldati di un dio minore, pronti alle crociate ed al martirio a maggior gloria del loro Signore, essi si scagliano con furia contro ogni minaccia. I fatti sono armi nelle loro mani, se favorevoli alla Causa; i fatti che negano il Verbo del loro Signore, al contrario, sono "insulti all'intelligenza", diffamanti calunnie messe in campo dai servi dei nemici. Chi è con loro sarà nella Grazia, chi è contro è un infame e poco di buono. L'esempio tipico sono i "Berluscones", asserviti al Dio Silvio che non mancano di sostenerne l'immagine di uomo buono, abile e dedito all'altruismo. Ma anche i dipietrini, una parte dell'elettorato cattolico, i comunisti vecchia scuola. Poco interessanti e banali, andiamo avanti.

2) l'Epoca d'Oro: secondo costoro, vi fu un tempo in cui fiumi di miele e vergini ninfe circondavano l'uomo pio, ed ogni bene era visibile nell'Eden che era in Terra. Poi venne la decadenza, l'Oscuro Signore con le sue armate uscì da Mordor per rovinare ogni cosa bella. Oggi non rimane a costoro che ricordare e piangere i bei tempi che furono. Questo gruppo eterogeneo descrive tanti personaggi: da quelli che "quando c'era Lui si lasciavano le porte di casa aperte, ché non c'erano ladri", ai sognatori di un'Utopia di uomoni eguali realizzatasi un po' in URSS, un po' nella Cuba castrista, e soprattutto nelle loro menti; ai convinti di una Chiesa cristiana originariamente pura, e solo dalla modernità corrotta e rovinata; agli innamorati della verde Padania, terra di lavoro e di virtù. Che poi, ogni serio studio storico neghi l'esistenza in terra dell'Eden, e che gli Eroi di queste epopee, da Almirante a Berlinguer, non abbiano mai governato abbastanza da essere verificati nei fatti sulla capacità di amministrare un paese, nulla toglie alla loro beata illusione che, in fondo, i miracoli esistono, e pure Babbo Natale.

3) Gli Anticonformisti: questi soggetti sono animati unicamente dalla volontà di negazione. Come il bambino capriccioso che urla "NO!" ai genitori ad ogni pié sospinto per affermare la propria individualità (tipicamente nella "fase anale" di freudiana memoria), così questi elettori attivano i neuroni per scovare posizioni politiche diverse, non coincidendi con alcuna di quelle già sul piatto del dibattito. Ce li ritroviamo sparsi in piccoli partiti tendenti alla scissione continua: i radicali, i gruppetti anarchici, gli iper-reazionari. Il piacere, per costoro, è negare, mai proporre né aderire ad un'idea che conti più di tre persone a sostenerla. Spesso li si trova a vagare tra i Radicali, o nei movimenti autocollocati a sinistra come i "grillini" e i piccolissimi gruppi communisti-per-i-lavoratori-operai-falce-e-martello.

4) I Menefreghisti: ignavi politici, si difendono dietro lo schermo del "ma tanto è tutto un magna magna", "ma cosa vuoi che cambi?", e via enunciando. Non hanno opinioni proprie, né utilizzano quelle degli altri. Scelgono di starne fuori, "che la politica è cosa sporca". Poi magari votano pure qualcuno, perché amico, o parente, o vicino di casa, ma così, per simpatia. Non solo inutili: sono perniciosi.

5) Il Male Minore: questi personaggi sostengono la tesi che per evitare un grande male, è talvolta necessario accettarne uno più piccolo. In quest'ottica, si vota Berlusconi perché sennò vincono "i comunisti", e si vota PD perché altrimenti "vince Berlusconi". L'errore procedurale sta nel valutare il male maggiore come infinitamente grande, e chiudere gli occhi al fatto che posta così la questione, il male minore ha tutto il vantaggio a diventare sempre peggio, che tanto fino ad eguagliare l'infinito ce ne vuole! Per esempio, si vota PD anche se l'incubo burocratico-statalista con loro cresce a dismisura; e si vota PDL pur se l'incubo burocratico-statalista con loro cresce a dismisura. Perfetta simmetria è dunque raggiunta, dove i mali si equivalgono.

6) Il principio del beneficio locale: l'Italia è una terra frammentata, composta da piccoli feudi e baronìe. Ben sanno tutto questo colo che usano il voto come un ticket per l'aquisto di benefici. Il politico locale, che sponsorizza il piccolo paesino e fa affluire denari, è meritevole di sostegno agli occhi di questi elettori (che possono eventualmente avere tratti in comune con quelli descritti sotto il punto 1 - la Fede Incrollabile). Da Mastella da Ceppaloni, al recentemente scomparso Cossiga da Sassari, passando per Bassolino da Afragola, il voto al compaesano raramente si nega.

7) L'elettore da Bar: spesso avvinazzati, quattro pensionati attorno a un tavolino (per parafrasare il Poeta De André) che urlano contro il governo ladro e che se fosse per loro, bastonate a tutti! Eccoli là: idee confuse, analisi assente, quel poco di buon senso ottenebrato dai fumi dell'alcol. Se ricordano la descrizione di alcune feste dell'Unità, o dei circoletti della Lega Padana, o di soggetti ritrovatisi tra i "grillini", c'è motivo. In genere questi sono orfani che apparterrebbero alla categoria dei fedelissimi se trovassero un grande leader degno, o ai nostalgici se si lasciassero al compiangimento dei tempi andati. Invece no: combattivi e incazzati, seguono l'urlatore di turno che le spara più grosse, almeno finché questi è in strada col megafono. Poi quando sale al governo, per l'applicazione del teorema "governo ladro" anche il leader diviene oggetto di incazzatura e quindi è abbandonato. Si torna così al baretto, ad aspettare il prossimo corteo.

8) L'Analista Intellettuale: in Italia non se ne vedono molti in TV, ma qualcuno scrive sui giornali, e se ne incontrano nella vita al di fuori dei media. Armati della logica e di conoscenze in una o più branche del sapere (solitamente storia, economia, scienze politiche, sociologia), questi cercano disperatamente di incastrare il comportamento idiota e totalmente illogico dell'elettorato, così come le scelte dei politici, in modelli astratti che permettano di prevedere e spiegare, più che altro a sé stessi, perché al peggio non c'è mai fine. Posti davanti all'orrore di una classe dirigente preoccupata solo dei propri interessi di bottega, con un paese alla deriva, si aggrappano all'illusione dei numeri e dei libri. A volte sono inconsapevolmente fiancheggiatori di questo o quell'interesse particolare: per esempio i teorici dello stato sociale che chiedono più soldi (e quindi più tasse) per finanziare programmi per i più poveri, e trasferimenti alla cultura. Cose di per sé sacrosante, se non fosse che non v'è motivo di credere che tali fondi non faranno la fine di quelli esistenti, già molto ingenti: alimentare i politici ed i loro amici.
Anime candide, mi provocano un po' simpatia e un po' compassione: almeno ci provano a migliorare le cose.

Se vi va, aggiungete altre categorie nei commenti!

venerdì 13 agosto 2010

L'inarrestabile crescita di Google Android, il "Googlefonino"




Poco meno di tre anni fa, Google lanciava il suo concetto di sistema operativo per telefoni cellulari, ribattezzato Android. Un periodo breve, ma sufficiente a sfidare la posizione di mercato del blasonato iPhone di Apple, tanto che oggi la quota di mercato dei telefonini che equipaggiano Android va dall'1,8% di un anno fa, al 17,2% del 2010, come informa Il Corriere della Sera.

Un successo inaspettato? Non direi, anzi! Con Android, Google sfonda una porta redditizia, quella dei servizi a valore aggiunto per i telefonini: dalle funzionalità di ricerca di negozi e ristoranti, alle informazuioni turistiche, Google può vantare una piattaforma formidabile nel connubio dei suoi prodotti Google Earth e Google Maps con i moderni smartphones. Se aggiungiamo il traduttore online Babel fish, Picasa, Youtube... è abbastanza facile vedere il potenziale di Android, ed i limiti della soluzione iPhone. Certo, "mamma" Apple può mettere in campo le sue tecnologie proprietarie, come Quicktime e la piattaforma iTunes. Ma nelle funzionalità per l'utente finale, queste sono facilmente replicate anche da software oramai di uso comune, come DiVX, od OVI Store di Nokia.

La posizione di Android rispetto ad iPhone mi ricorda molto da vicino la situazione del settore PC alla metà degli anni '80. C'erano da un lato IBM, Apple e pochi altri, che producevano macchine costose e molto "chiuse", cioè poco modificabili. Dall'altra parte, esisteva un mondo in espansione, quello dei "PC compatibili", assemblati di schede, pezzi vari e periferiche, e con un solo sistema operativo che permetteva la compatibilità degli applicativi: MS DOS, poi con l'aggiunta di Windows. Il resto è storia: IBM cambiò segmento di mercato orientandosi alle grandi imprese, Apple perse terreno, e Microsoft è oggi il quasi-monopolista del settore dei sistemi operativi per piccoli uffici e per la casa.
Di fatto la strategia di Google è per molti versi simile a quella di Microsoft negli anni '80: un produttore puro di software e servizi, che non entra in competizione con i grandi produttori di hardware, quindi con Nokia, Sony, Motorola, ecc. Al contrario Apple sceglie una strada "chiusa", dove iPhone è solo Apple, hardware e sistema operativo sono solo Apple, e non c'è spazio per altri.

Se la storia insegna qualcosa, tra i due contendenti io punterei i miei soldi su Android. Apple fa miracoli di design e di marketing, ma dubito basterà a fronteggiare un mercato in cui fanno concorrenza i maggiori produttori di telefoni cellulari, Google, e nuovi produttori asiatici di telefoni a bassissimo costo.

mercoledì 30 giugno 2010

L'Irlanda esce dalla recessione, ed è un esempio che confuta le teorie degli statalisti





Una nota al dibattito in corso tra i firmatari della "lettera degli economisti", e i suoi critici Alesina&Perotti, e Bisin&Boldrin (qui e qui):

BBC News: "La repubblica Irlandese è fuori dalla recessione".

L'irlanda registra una crescita del PIL di +2.7% nel primo trimestre del 2010 rispetto al trimestre precedente. Alcune considerazioni:

1) nel periodo 2000-2007, l'Irlanda è cresciuta a ritmi incredibili per un paese membro dell'Eurozona, in media +6% di PIL all'anno.

2) dalla fine del 2007 al terzo trimestre del 2009, la crisi economica internazionale ha colpito duramente l'Irlanda, data l'elevata apertura dei mercati di questo paese al commercio internazionale (vedi mio articolo precedente, QUI).

3) adesso a quanto pare, l'Irlanda è il paese europeo che prima e meglio degli altri si è ripreso dalla mazzata degli ultimi due anni.

Come mai? È come sosterrebbero i cofirmatari della lettera degli "economisti", e cioè grazie a spesa pubblica e interventi statali che l'Irlanda è balzata fuori dal fosso? No, per nulla.

L'Irlanda ha una delle pressioni fiscali più basse di tutti i paesi Euro: 32.5% del PIL, contro il 43.3% dell'Italia. Il rapporto debito/PIL è in media nel 2000-2007, sotto il 30%. Solo nel 2008-2009 si è impennato a causa dell'improvviso enorme deficit, dovuto alla contrazione della produzione e dei flussi commerciali.
La spesa del governo centrale, in rapporto al PIL secondo fonte World Bank, è in media nel 2000-2007 sotto il 30%, e sale solo negli ultimi anni verso il 35%. Lontana anni luce da operazioni neo-keynesiane all'inglese o da spesa pubblica eternamente elevata come quella italiana. Lontana, anche, dai valori assunti dalla spesa in Germania, Francia, Grecia, Danimarca, Belgio, ecc. ecc., tutti paesi allegramente con rapporti spesa/PIL dal 40% sino ad oltre il 50%.

Nell'indice di libertà economica pubblicato dal Fraser Institute (LINK), l'Irlanda è settima. L'Italia, tanto per dirne una, è al 61° posto. Altri indici collocano l'Irlanda tra i paesi più liberali sotto il profilo economico, ad esempio l'indice della Heritage Foundation la mette al 5° posto (l'Italia? Lasciamo perdere: 74° posto).

Insomma: magari è solo un caso accidentale. Più probabilmente, l'Irlanda è l'esempio di come una minore pervasività dello stato, sotto il profilo sia regolamentativo sia di imposte e spesa, consenta alle economie nazionali di aggiustarsi più rapidamente dopo fasi di recessione.

Sarei davvero curioso di vedere come gli "economisti" della lettera di cui sopra tenteranno di spiegare questi dati oggettivi, per giustificare più stato, più tasse, più spesa pubblica.


giovedì 24 giugno 2010

Il finanziamento dell'Arte: mercato, stato, o mecenatismo?




Sull'ottimo Chicago-Blog, un articolo di Filippo Cavazzoni (QUI, ed il precedente QUI) discute della riforma degli enti lirico-sinfonici, alla cui proposta sono seguite numerose contestazioni da parte di artisti italiani e non.

Da amante della musica classica, non posso esimermi dal sollevare qualche dubbio sulla correttezza dell'analisi proposta da Cavazzoni. Se infatti condivido l'idea che i fondi pubblici destinati all'arte siano mal gestiti in Italia, e quindi un meccanismo di selezione più efficiente che impedisca gli arbìtri della politica e gli sprechi è sicuramente desiderabile (un problema, quello dell'inefficiente gestione della spesa pubblica, che riguarda quasi il 100% della spesa totale, non solo i fondi destinati all'arte), trovo errata la dicotomìa proposta tra finanziamento pubblico, e gestione "lasciata al mercato".

La storia dell'arte, antica e moderna, mostra che molti capolavori del passato sono nati sotto l'ala protettrice di un mecenate, o di un committente pubblico. Accanto ai canti epici dell'epoca classica e del medioevo che venivano recitati con voce e musica, e pagati al bardo dagli astanti in natura o con qualche moneta, la maturità artistica della musica, delle arti figurative e del teatro, è stata nutrita in parte dal mercato, ma in parte non trascurabile da beneficenza e committenze finanziate con le casse pubbliche. Ad esempio nella musica, J.S. Bach viveva di un incarico datogli dalla curia tedesca, mentre Chopin era protetto da molte signore della buona società. Tanti musicisti, fra i quali Schumann, beneficiarono in Germania di una donazione che permise a Felix Mendelssohn ed altri di fondare e condurre un conservatorio a Leipzig. Franz Liszt, al contrario, viveva a Parigi dando lezioni di pianoforte, costretto a lunghi viaggi ed a fare le ore piccole, e solo dopo i vent'anni riuscì a sfondare, prima autofinanziando una trascrizione di opere di Berlioz (il quale se la passava molto male economicamente), e alla fine entrando in intimità con una nobildonna che gli pagò l'esordio come virtuoso.

Il panorama odierno non si discosta molto da quello storico. In tutti i paesi occidentali, l'arte è patrocinata da privati benefattori, o dallo stato. La spesa complessiva che lo stato italiano dedica a fondi di vario genere destinati a questo scopo, è non superiore (in % del PIL) a quella spesa da Gran Bretagna, Francia, Svezia, Germania. La somma della spesa pubblica e della beneficenza privata negli U.S., è più o meno allineata ai paesi europei indicati. Nonostante questi trasferimenti di risorse, il lavoro di artista rimane difficoltoso per gli esordienti, come mostrato in un paper di due studiosi dell'Università di Boston, Aper e Wassall (QUI): i redditi a parità di ore lavorate sono inferiori ad altri lavori tecnici, e le ore lavorate nell'anno sono di meno, più variabili, e con elevati tassi di disoccupazione.

Dunque, noi in Italia cosa vogliamo fare? È certamente possibile lasciare tutto al mercato, ma nessun paese ricco ha scelto questa via. Là dove lo stato spende di meno per l'arte, negli U.S., c'è un vivace mecenatismo privato che non passa per meccanismi di prezzo, ed è pure agevolato fiscalmente. Come mai nessuno di questi paesi ha scelto la via mercatista "pura e cruda"?
Io credo che i motivi siano essenzialmente tre. Il primo è che l'arte sia vista come meritevole di tutela da parte dei più. Questa è però una valutazione basata su preferenze astratte e, quindi, certamente opinabile.
Il secondo motivo è da trovarsi nel modo in cui le preferenze dei consumatori d'arte si formano. Alcuni autori hanno evidenziato come, nel campo dell'arte (di qualsiasi forma d'arte), i consumatori godono maggiormente quanto più fruiscono nel tempo di una data forma di espressione artistica. Detto altrimenti: chi non è abituato ad ascoltare musica classica, o a guardare quadri astratti, non ne riesce a godere altrettanto di chi invece è già "formato" e ricettivo a tali opere. Il mercato dell'arte pare funzionare benissimo per quanto riguarda le nuove forme espressive (MTV per la musica, i graffiti e la pop-art per l'arte visiva, il cinema che sostituisce i teatri), mentre le "vecchie" opere rischiano di morire, se le nuove generazioni non vengono "formate" per fruirne. Da qui, un ruolo per finanziamenti pubblici e le donazioni libere nel mantenere vive le opere classiche e permettere di trasferirne il gusto alle generazioni successive.
Il terzo motivo è supply-side, e riguarda il modo in cui si formano i capolavori, ovvero quelle opere che trascendono il consumo nel periodo in cui sono prodotte, e rimangono ai posteri come una forma di "capitale artistico". Opere come i poemi omerici, le sinfonie di Beethoven e i quadri di Leonardo sono fruibili ancora oggi: quale valore avrebbero avuto all'epoca del loro concepimento, se il prezzo fosse stato determinato dal valore scontato di tutti i futuri atti di consumo che hanno regalato ai posteri? Tuttavia, la nascita di un capolavoro è un'alchimia misteriosa, che appare quasi casuale, o perlomeno è casuale il modo in cui il talento si distribuisce e si esprime. Se quindi esiste un elemento casuale (un "tiro di dado") che determina il capolavoro, e se il valore attuale dei capolavori è enorme (dato dal consumo presente ma anche futuro), allora un mercato dell'arte più "spesso", cioè composto da più produttori e consumatori, è meglio di un mercato "sottile" perché aumenta la possibilità che nascano le grandi opere. In quest'ottica, mecenatismo e finanziamento pubblico inspessiscono il mercato, creando un vivaio entro cui far crescere artisti. Tra questi, prima o poi, un nuovo Michelangelo o un nuovo Chopin potrà uscir fuori. In assenza di finanziamento, la stessa persona potrebbe razionalmente dedicarsi ad altra attività più remunerativa: in campi non artistici, oppure in quelle forme d'arte che più soddisfano il pubblico dei consumatori contemporanei (i quali non è detto che siano buoni giudici della qualità artistica, basti vedere la maggioranza di ciò che si produce oggi nella musica, che è usa-e-getta e vive il tempo di un anno).

Quindi, mi pare esistano motivi per non lasciare l'intero sistema della produzione artistica allo scambio di mercato basato sulla compravendita. La scelta saggia, per i motivi indicati, risiede in un attento dosaggio di mecenatismo privato e finanziamento pubblico, come già fanno i nostri partners europei e d'oltreoceano. Su questo asse va posta l'attenzione e spostato il dibattito. Incitare al mercatismo assoluto o allo statalismo è sbagliato, distoglie verso un dibattito ideologico e fideistico, e nel belpaese non ne abbiamo proprio bisogno.

venerdì 18 giugno 2010

Dell'Italia vista dall'estero, e delle ridicole alzate di scudi dei giornalisti nostrani




Che il popolo italiano abbia cattiva fama all'estero, è cosa ben nota e antica. Varie sono le proprietà negative attribuite all'italico: sporco e ignorante quando emigrava negli USA in cerca di fortuna; maleducato e caciarone quando in vacanza all'estero; imbroglione e mafioso in diverse altre circostanze.

Che questi attributi siano il frutto di pregiudizi, nati forse a causa del fatto che molti degli emigranti nelle Americhe fossero persone povere e di bassa cultura, è possibile, anzi probabile.
Ma leggere oggi l'articolo di un tale Miguel Gotor sulle pagine del Sole24Ore (QUI), in cui si traccia una linea di continuità tra i suddetti pregiudizi e i giudizi espressi da illustrissimi letterati dei cinque secoli che precedono l'attuale, mi pare un'operazione di difesa campanilistica tanto ridicola da meritare questo post di sbugiardamento.

L'autore dell'articolo in questione cita, tra gli altri, Goethe il cui giudizio su Napoli (un "paradiso popolato da diavoli") parte in realtà da un detto che Benedetto Croce ci informa essere già in voga nel '600, e riportato in diversi scritti dell'epoca. Prima di lui, Erasmo viene chiamato in causa da Gotor ad esprimere la tesi per cui l'italiano sarebbe servo e servile.
Aggiungo io altre citazioni italofobe: Lev Tolstoj mette in bocca ad un personaggio di Guerra e Pace le seguenti parole: "An Italian is self-assured because he is excitable and easily forgets himself and other people". Quindi, italiani eccitabili e scordarelli.
De Tocqueville scrisse dopo un viaggio in Italia (in Roma, Napoli ed in Sicilia), che aveva trovato "sudditi" piuttosto che cittadini. Più o meno il medesimo giudizio che Erasmo affermava oltre due secoli prima: italiani servili, pronti a piegarsi al potente di turno.

A parte i giudizi verbalmente espressi, guardiamo anche ai fatti concludenti. Gotor cita Giovanni Botero che nel 1588 avrebbe detto male delle università italiane. Non so dire sul mondo accademico dell'epoca, ma non molti decenni prima, diversi campioni dell'arte e del genio nostrano erano già "cervelli in fuga": ad esempio il grandissimo Leonardo, vittima fra l'altro di calunnia per sodomia nel 1476 (il processo finì in assoluzione per tutti gli indagati, due anni dopo), scelse di finire i suoi giorni ad Amboise in Francia, ben lontano dalla sua Firenze e pure da Milano, dove aveva soggiornato a lungo.

A questo punto, due sono le possibili conclusioni. O vale la tesi di Gotor espressa sul Sole24Ore per la quale questa sfilza di menti geniali nei rispettivi campi, siano essi dell'arte o della filosofia, sono state tutte traviate nel giudizio da pettegolezzi e pregiudizi (bum!).
Oppure, riconosciamo che dal '500 ad oggi, culturalmente l'italiano è rimasto indietro ad una condizione di servilismo e di mancata evoluzione civile. Goethe, De Tocqueville, ma anche Nietzsche e molti altri grandi personaggi della cultura europea, hanno soggiornato in Italia, scrivendo poi malissimo del popolo che la abita. Sono persone dall'intelletto non comune, che hanno toccato con mano per mesi o anni le condizioni di vita italiane. Non si tratta di quattro mentecatti obnubilati da preconcetti, seduti attorno al tavolino del bar di casa propria a sparlare di italiani, ebrei e negri (un'immagine che più si addice al basso elettorato leghista, non alla crème intellettuale d'Europa), come sembrerebbe suggerire tra le righe Gotor.

Quindi per concludere: va bene voler difendere per amor di patria l'italianità. Ma il tentativo di spacciare per buona l'idea che le critiche dall'estero verso l'Italia, la quale per davvero poco ha a che spartire con le democrazie d'Occidente, siano il frutto di razzismo sedimentato nei secoli... è una falsità e un'idiozia così enorme ed evidente, così contraddetta da secoli di storia e di storiografia, che davvero non si può non rimanere basiti davanti ad articoli di tal fatta, per giunta su di un quotidiano di primaria levatura come il Sole24Ore, che procede inesorabilmente nel suo declino sotto l'insoddisfacente direzione di un fazioso e poco brillante Gianni Riotta.

martedì 8 giugno 2010

Are fat taxes a good idea? Three reasons why they are not.




The idea of a "fat tax" is again on the policy menu in the U.S., this time taking the form of a tax on sugary drinks.
Economist Greg Mankiw wrote a nice piece on the NY Times about the subject (here: http://www.nytimes.com/2010/06/06/business/06view.html), arguing that the rationale behind such forms of taxation, if any, lies in state paternalism. If people are deemed to be unable to properly care about their "future" self, either because of weak will or myopic evaluation horizon, then the government could enforce healthier behaviors through substitution effects induced by indirect taxes. The same line of reasoning, continues Mankiw, is then applicable to smoking, alcohol drinking, and many more "sinful" goods.

Generally speaking I feel inclined against sin taxes, for a number of reasons.

First, for the obvious lack of trust in politicians: are they really capable to obtain detailed data about demand elasticity and to evaluate welfare gains better than individuals? Direct observation of everyday's life and theoretical findings of Public Choice literature should be enough to answer "No way, sir!".

Second thought goes to people, who are not divided into just fat soda drinkers and healthy soda-dodgers. To clarify the matter let me describe a simple world where three kinds of citizens exist: the Healthy Guy eats and drinks in each period (month, week... it doesn't matter) exactly the right amount of fats, so he never accumulates (or looses) weight beyond the healthiest amount; then there's the Guilty Guy, who sometimes indulges in over-eating and accumulates fats, but when his weight reaches a threshold which is deemed to be dangerous for the "future self" of such individual, he engages in a diet which brings weight back to healty standards; and lastly, the Fat Guy who eats too much and doesn't manage to loose enough weight to be under the safe line and reasonably reduce heatlh dangers.

Now, a fat tax is supposed to help the Fat Guy to be less fat, by nudging him toward fat-free food and beverage, but what about the other two? Maybe the Healthy Guy consumes a soda from time to time, compensating the additional fats with other, fat-free food during his weekly diet. A fat tax would worsen his purchased basket (in terms of Paretian efficiency, he is certainly worse of) without making his health any better. Consider also the Guilty Guy: since his exposure to high fat accumulation only lasts for brief intervals of time, his additional health risks are probably low. A fat tax alters his consumption basket for a minimal benefit in turn.
We should also consider age groups. If Mankiw's argument about future self care is right, then what about elder people? Fat accumulation does not increase risks of hearthstroke or other health risks immediately, but it takes some time to build up dangerous levels of cholesterol in blood veins. A fat tax moves elders away from their preferred consumption basket, but the obtained benefit for the health of their future self might be really too low to be of any interest to anyone.

Third thought is about the effectiveness of fat taxation. Is fat food demand elastic enough? Some authors offer compelling evidence that it might be not (see for example Chouinard et al., "The Effects of a Fat Tax on Dairy Products", link). Inelastic demand would mean fat taxation would obtain additional tax revenues without altering people's behavior. If this is the case, then we are going to introduce a new indirect tax for revenues needs, and the paternalistic rationale is just the political tool to attract supporters.

It seems to me these three reasons are more than enough to refute the basis upon which fat taxes, and generally sin taxes, are built and supported. Only externality arguments make some sense, for example in case of smoking in public indoor areas (but, are "sin taxes" the best tool to deal with this kind of externality?). Realistically, what kind of negative externality can we reasonably attach to fat people? Honestly, such weak rationales should never be the foundation of any reasonable policy action.