martedì 31 marzo 2009

Il piano casa 2009 - vizi e virtù



Il tema delle ultime settimane è certamente il piano-casa proposto dal governo in carica, che prevede (almeno stando ai proclami mediatici, aspettiamo il testo definitivo per una valutazione puntuale...) la possibilità di ampliare casa fino al 20% della cubatura, o di abbattere e ricostruire con tecniche a risparmio energetico con aumenti di cubatura fino al 30-35%. Con la peculiarità di introdurre un meccanismo concessorio "agevolato", per il quale dovrebbe bastare una relazione firmata da un tecnico (architetto, ingegnere, forse geometra) che attesti il rispetto dei vincoli territoriali e del piano regolatore.

Una critica "economica" proviene da Paolo Manasse il quale pubblica su LaVoce.info un articolo che ha provocato un certo dibattere, anche grazie al riferimento ad esso fatto nella trasmissione Annozero del 26/3 su Rai 2. In sintesi, Manasse argomenta che se il fine del piano-casa è quello di sostenere l'economia italiana per favorire l'uscita dalla crisi, nel medio termine la riduzione dei patrimoni immobiliari dei proprietari di casa, causato dalla maggiore offerta di cubature abitabili, porterà probabilmente ad una riduzione dei loro consumi, e quindi nell'aggregato, ad una contrazione della produzione nazionale.
Personalmente, ritengo tale obiezione poco rilevante. Primo, perché parte di tale riduzione dei prezzi dei servizi immobiliari significherà minori affitti (e minori rate del mutuo per chi comprerà in futuro) per coloro che una casa di proprietà non la hanno. In altri termini, parte della riduzione dei consumi dei proprietari è compensata dall'aumento dei consumi dei non proprietari. E in secondo luogo, se pure i proprietari per mantenere i loro obiettivi di risparmio ridurranno i consumi, non è detto che destinerano i nuovi risparmi all'acquisto di immobili, ma potrebbero anche decidere di investire in altre forme di attività, divenute relativamente più redditizie in conseguenza del piano-casa. Questo secondo effetto, se rilevante, potrebbe nell'aggregato liberare capitali da un immobilizzo poco produttivo in immobili (che nel nostro belpaese sono il bene-rifugio per eccellenza) e destinarli al finanziamento delle imprese.

La seconda obiezione riguarda il territorio, e la possibilità che l'assenza di controlli preventivi possa portare a "città più brutte", e alla violazione del patrimonio artistico e paesaggistico. Anche su questa obiezione ho dei dubbi. Prima di tutto, è innegabile che il sistema dei controlli e delle concessioni sino ad oggi in vigore, non ha certo impedito (complici regole troppo stringenti e condoni ogni 10 anni) il proliferare di abusi di ogni sorta. In secondo luogo, là dove si è già costruito, è difficile che vi siano situazioni tali da rendere un aumento del 20% della cubatura un atroce colpo inferto al decoro architettonico o del paesaggio limitrofo.
Terzo, e più importante: non si può ritenere che i vincoli paesaggistici siano definiti attraverso scelte arbitrarie di burocrati comunali. In altre parole, se una regola esiste ed è formalizzata e dettagliata dalla legge, allora il tecnico che firmerà il progetto rimarrà responsabile per il rispetto di tali norme. Dunque la preoccupazione del cittadino, al limite, dovrebbe essere rivolta alle sanzioni che il piano-casa prevederà per le violazioni di tali norme. Ma non si può credere, a meno d'essere inguaribili statalisti ciecamente affidati alla bonarietà del meccanismo burocratico, che un ufficio di dipendenti pubblici faccia (necessariamente) un lavoro migliore (così non è stato nei decenni), né che si possa assegnare ad essi un ruolo decisorio anche senza una norma scritta! Perché altrimenti, oltre a rischiare una possibile violazione della Costituzione (art. 42: è la legge che stabilisce i limiti alla proprietà privata, e dunque alle sue manifestazioni fra cui possono essere ricompresi i miglioramenti e gli ampliamenti, e non enti territoriali secondo il "gusto estetico" del tecnico comunale di turno), si rinuncia al naturale sviluppo del territorio, il quale non può essere cristallizzato in scelte estetiche/architettoniche prese nel passato, e rese eterne da una interpretazione restrittiva della norma di legge, favorita da una ambiguità di quest'ultima.

Rimangono sicuramente delle perplessità sul piano-casa. Sarebbe stata un'opportunità per riformare l'intero impianto dei permessi edilizi e dei controlli, e per dare il via ad un piano su vasta scala (sulla scia di analoghi strumenti di legge esistenti da tempo in Germania e Giappone) per l'introduzione di tetti fotovoltaici, solare termico e altre soluzioni a risparmio energetico e/o ecocompatibili. Non è ancora chiaro a cosa va incontro il tecnico che sottoscrive un progetto in violazione di piani regolatori e, soprattutto, di vincoli edilizi. Ma tutto sommato, a me non sembra una cattiva idea, in tempi di crisi è un modo come un altro per far spendere di più in investimenti strutturali, per far "girare l'economia" e dare un po' di respiro alle imprese.
Certo, vista la disastrata situazione strutturale dell'economia Italiana, che certo non dipende dalla crisi dei subprime (a differenza di quanto sostenuto da Tremonti a più riprese), è un po' come dare la scossa elettrica ad un cadavere e compiacersi del movimento involontario dei suoi muscoli!