martedì 10 febbraio 2009

Il dibattito su Eluana Englaro, dopo Eluana Englaro



Sino ad ora ho intenzionalmente evitato di scrivere alcunché sul caso di Eluana Englaro, per una scelta, morale e personale, di rispetto delle persone coinvolte.
Ora che Eluana ha lasciato questa vita, il nefasto dibattito politico-etico-giuridico continua ad imperversare, così come i tentativi di destabilizzazione dell'ordinamento italiano da parte del governo, le e ingerenze politiche dirette ed indirette dello Stato Vaticano nelle questioni italiane, una Chiesa sempre meno ecumenica e sempre più orientata a riprendere il ruolo di parte politica attiva in Italia, che fu della semi-defunta Democrazia Cristiana (che pur sempre, e nonostante tutto, aveva nel nome almeno l'intenzione di "democrazia").

Il dibattito sul tema dell'eutanasia è importante, e andrebbe condotto con serenità, senza fretta, e con la consapevolezza che in gioco ci sono istanze etiche diverse e difficili da conciliare. Impostare il dibattito e la nascita di una nuova legge sul tema della vita, partendo da a priori morali è sbagliato. Piuttosto, il primo passo dei politici, delle chiese e dei cittadini, sia quello di riconoscere che in ambiti così delicati, deve riconoscersi la diversità di ciascuno. Nessuno cerchi di imporre dogmi, né in un senso (quello della "difesa della vita" nel senso ristretto attribuito a tale principio da parte del mondo cattolico), né nell'altro (quello della "libertà a tutti i costi", del diritto e del tribunale come risolutori di ogni controversia anche morale, della subalternità della vita alla lotta anticlericale).
Riporto qui sotto le conclusioni scritte da J. M. Buchanan in un articolo del 1987, dal titolo "Il potenziale di tirrania nella politica come scienza". Credo sia un passaggio particolarmente adatto al momento storico che viviamo in Italia tutti i giorni:

"Si riconosce ampiamente che i valori derivano dagli individui, e non sono assoluti. Dio è morto da un secolo e i tentativi di resuscitarlo sembrano destinati a fallire. Al relativismo morale dei tempi moderni, può essere, ed è stata, attribuita una parte di responsabilità per le malattie sociali di questo secolo. E noi possiamo tutti essere d'accordo che la politica, raffigurata come un sistema di risoluzione dei conflitti tra valori e interessi individuali in concorrenza, sarebbe diversa se continuasse ad esistere un mondo di valori morali assoluti. Ma è un tale mondo di assoluti morali quello che l'Illuminismo prometteva? Dobbiamo sacrificare la nostra natura di fonti di valutazione individuale per assicurarci la sopravvivenza in un ordine sociale vivibile? La direzione della mia tesi, in questo capitolo e altrove, va in senso contrario rispetto a quello che invoca un ritorno a valori etici assoluti, se possibile. C'è un lato positivo nel relativismo dei valori che è trascurato facilmente. Poiché i valori sono relativi, e poiché l'individuo riconosce che i suoi valori sono veramente propri, diventa possibile per l'uomo modellare un'esistenza nell'interazione sociale con altre persone che non comporti l'accettazione di una norma con un valore singolo. Questa visione fondamentale dei grandi filosofi sociali del XVIII secolo si era in un certo senso persa in questo secolo. Senza questa visione, e di fronte agli assoluti morali di un tempo, era forse naturale che gli studiosi dovessero promuovere la "salvezza mediante la scienza", anche estendendola alla stessa impresa politica.
(...)
Il valore è relativo, la verità non lo è, almeno nell'ambito del discorso comune. Introdurre la fallibilità della scienza post-popperiana anche nella filosofia della politica mi sembra fuorviante e in definitiva pericoloso. Non è il riconoscimento della fallibilità delle verità scientifiche che facilita la comprensione da parte dell'uomo del suo ordine sociale e che lo rende tollerante nei confronti del dissenso. È invece il riconoscimento del necessario relativismo e individualismo dei valori, insieme alla concezione della politica come l'impresa che risolve i conflitti tra valori, che rende significativo l'ordine sociale libertario".

[J. M. Buchanan, in "Stato, mercato e libertà", ed. Il Mulino]