domenica 25 gennaio 2009

Partire con il piede sbagliato: Obama e il dollaro




Il neo-Segratario al Tesoro USA Tim Geithner ha dichiarato: "President Obama – backed by the conclusions of a broad range of economists – believes that China is manipulating its currency (...) The question is how and when to broach the subject in order to do more good than harm". [Financial Times]

Facciamo un passettino indietro. Negli ultimi anni, i cittadini e le imprese USA hanno consumato molto e risparmiato poco. Larga parte dei consumi è destinata a prodotti importati dai paesi asiatici, generando un rilevante e perdurante deficit commerciale. Molti dei capitali così accumulati dalle "tigri asiatiche" è stato reinvestito negli USA, ed ha fornito la base monetaria, assieme alla politica espansionista della FED sotto Greenspan e poi Bernanke, per finanziare tali elevati consumi. Il dollaro, pertanto, ha subito una spinta alla svalutazione dalle importazioni nette, ed una all'apprezzamento causata dal flusso di capitali in entrata. A ciò si aggiunga, come ben illustrato da Richard Baldwin in questo articolo, che sembra esistere una certa miopia da parte degli investitori, una sorta di credenza mal supportata da fatti concreti, che il dollaro non subirà nel lungo periodo forti perdite di valore (che ciò sia per il ruolo di primato che gli USA rivestono nel sistema finanziario mondiale, o per altro motivo, non è chiaro).

Si può accusare la Cina del mancato deprezzamento del dollaro rispetto al renminbi? In parte certamente si. La strategia cinese è nota: il cambio del renminbi è fortemente gestito dalla banca centrale cinese, che interviene sui mercati con importanti volumi di scambio per limitarne le oscillazioni entro una banda prestabilita. Dati gli impressionanti surplus di liquidità detenuti dai cinesi, la cosa è per loro ancora gestibile.

Supponiamo allora che, con una magia diplomatica o con altro mezzo, gli USA convincano i cinesi a lasciar apprezzare il renminbi rispetto al dollaro. L'idea è che i cittadini americani, trovando più costose le merci cinesi, tornino a consumare di meno, e ad acquistare prodotti made in USA. Ma è davvero così? Vediamo:

1) il prezzo dei beni cinesi a basso costo è davvero molto più basso di quelli prodotti internamente dai paesi industrializzati d'occidente. Di quanto dovrebbe svalutarsi il dollaro per rendere questi ultimi competitivi?
2) rompendo lo schema spiegato prima di esportazione e reinvestimento, le autorità cinesi (per rivalsa o per convenienza) potrebbero decidere di investire le eccedenze di capitale per sviluppare la domanda interna in Cina (olte un miliardo di persone!). Questo significherebbe disporre di meno capitali liquidi in USA (ora che la crisi finanziaria è ancora irrisolta, e l'interbancario non è completamente ripristinato). Inoltre, rafforzerebbe nel lungo periodo la Cina, che invece oggi è ancora molto dipendente dalle proprie esportazioni, e potrebbe invogliare a sviluppare canali commerciali più ampi con le economie in forte sviluppo (Russia, Corea, India, Brasile...). Per chi pensa all'economia cinese guardando solo ai prodotti scadenti da bancarella, basti dare un'occhiata allo sviluppo vertiginoso di alcuni settori ad alto valore aggiunto (qui).
3) non si può modificare il cambio dollaro-renminbi senza influire, in qualche modo, sul cambio con le altre valute (siamo in un mondo globalizzato, dopotutto). Un dollaro molto svalutato presenta dei rischi, che ho sintetizzato in questo precedente articolo e qui.

È davvero prioritaria la questione cinese per Obama? Il calo della domanda sembra diffuso anche in Europa e nel resto del mondo, dunque il guadagno ottenibile in termini di maggiori esportazioni mi pare secondario in questo momento. Aumentare il consumo e quindi la produzione per i beni interni? Benissimo, ma allora non sarebbe il caso di puntare ad una maggiore efficienza e competitività dell imprese USA, piuttosto che sfruttare forme di protezionismo soft? Le sovvenzioni promesse alle case automobilistiche (catorci industriali, assolutamente non competitivi già da decenni se confrontati con Toyota&C.) non sembrano andare in questa direzione, purtroppo.

Insomma, il potenziale per un primo passo falso per l'amministrazione Obama c'è tutto. Speriamo che la politica di stimolo annunciata, ma non ancora dettagliata, sia progettata in un'ottica di sviluppo virtuoso, e non di protezionismo miope. Sono i paesi in via di sviluppo a dover adoperare barriere per le proprie neonate imprese, non gli stati leader a più vecchia industrializzazione.

Nessun commento: