giovedì 5 novembre 2009

100° post: auguri al blog!





Sono stato impegnatissimo negli ultimi mesi e ho trascurato Meglio un Uovo Oggi, ma almeno un saluto e un augurio in occasione del 100° post del blog (questo post), è doveroso!

Da quel primo blog-vagito del luglio 2007 cosa è cambiato? Poco, se oggi come allora i temi del giorno sono l'ambiente eco-disastrato, i posti di lavoro traballanti e di difficile accessibilità, le guerre capitanate dagli ammerikani sempre lì che bombardano e vengono bombardati in amorevole compagnia dei "nostri" della Folgore, i paesi "bric" che giganteggiano, l'Italia che si nanizza sempre più nel confronto internazionale, e noi trentenni che ci trastulliamo e consoliamo tra i ricordi delle sigle dei cartoons giapponesi ed un futuro non ben definito nel quando, ma cristallino nel cosa come e perché.

Dunque un brindisi al blog, ai lettori, agli amici in rete e non... e un brindisi anche alla mia!

lunedì 15 giugno 2009

Il referendum del 21-22 giugno 2009: motivi per l'astensione



Il referendum abrogativo ai voti il 21 e 22 giugno 2009 consente di modificare l'attuale regime elettorale. In estrema sintesi, i quesiti referendari chedono se si vuole assegnare il premio di maggioranza (alla Camera e al Senato) ai singoli partiti piuttosto che alle liste di collegamento. Il terzo quesito chiede se si desidera vietare le candidature multiple in più seggi.

Dopo aver ascoltato le diverse opinioni sul tema, ho deciso per l'astensione con i seguenti motivi:

1) Il referendum in realtà non abroga del tutto l'attuale legge elettorale c.d. "porcellum". In particolare, l'aspetto più odioso di tale legge rimane intatto, ovvero l'impossibilità ad esprimere le preferenze per i candidati, cosa che ha portato all'elezione in Parlamento di parenti dei politici, vallette, portaborse, lacché e personaggi altrimenti ineleggibili. È un referendum inutile, perché lascia nelle mani dei partiti e non dei cittadini la scelta degli eletti con fondati dubbi di incostituzionalità ed antidemocraticità.

2) I sostenitori del SI affermano che l'assegnazione del premio di maggioranza ai partiti dovrebbe ridurre la frammentazione politica. Ma già oggi la frammentazione è molto limitata grazie all'elevata soglia di sbarramento. Vogliamo davvero dirigerci verso un bipolarismo in cui i due partiti unici siano PD e PdL? Due partiti i quali, stando ai risultati delle ultime consultazioni europee, perdono consenso ogni giorno di più? Io non credo che l'Italia sia socialmente adatta ad un sistema puramente bipolare simil-anglosassone, mi sembra una forzatura prematura e irrispettosa del pluralismo culturale esistente nel nostro paese.

3) L'ultimo quesito mi sembra più sensato, tuttavia non credo porterà a cambiamenti significativi. Se infatti le liste rimangono bloccate e decise dai partiti, lo scambio dei voti clientelari rimane abbastanza semplice da attuare anche vietando le candidature multiple. Ogni politico ha sempre un bacino elettorale dal quale attingere voti "sicuri", e dove candidarsi. L'abrogazione della norma che consente le candidature multiple, pur rispondendo ad una richiesta di maggiore trasparenza elettorale, è poco utile nel modificare l'attuale sistema politico italiano.

Per queste ragioni appoggio la posizione a favore dell'astensione. Questo referendum è un'importante occasione mancata, che segnerà negativamente, ne sono convinto, l'andamento futuro delle consultazioni elettorali in termini di un continuo aumento dell'astensionismo. Ma, io credo, il rischio di rendere inamovibili i due partiti PD e PdL conferendo loro un premio di maggioranza ingente e tale da consentire il governo incondizionato del paese, è troppo grande. Il paese è fermo, e un ulteriore congelamento della politica in uno stato di alternanza tra due gruppi politici che si sono dimostrati assolutamente conservativi e refrattari alle grandi riforme, sarebbe il colpo di grazia inferto alla produttività del nostro tessuto economico, alle istanze di cambiamento di tutte le funzioni dello Stato, ed alla libertà democratica già sacrificata ed involuta rispetto ai nostri partners europei.

mercoledì 15 aprile 2009

Nuove repubbliche delle banane crescono, ma noi italiani siamo più avanti




Un recente articolo di Simon Johnson, ex capo economista al FMI, propone un'intrigante e provocatorio parallelo tra i recenti programmi salva-banche dei governi US e le condizioni riscontrate in paesi emergenti. Secondo Johnson, una delle caratteristiche tipicamente osservate durante il suo lavoro al FMI in paesi come la Russia di Putin, è la presenza di una oligarchia, spesso composta da ex-burocrati passati al ruolo di capitani d'industria privata, che formano una classe imprenditoriale fortemente appoggiata dal governo in carica. La consapevolezza che in caso di guai finanziari della propria impresa, il governo verrà quasi certamente in soccorso con "soldi veri", con nazionalizzazioni delle perdite, o comunque in modo da minimizzare i danni a carico dell'oligarca/imprenditore, è un potente stimolo ad assumere rischi superiori a quanto tali imprenditori avrebbero fatto senza le "assicurazioni" governative. Ciò genera aziende enormi ed iper-indebitate, proprio come è avvenuto negli USA nel settore finanziario.

Johnson allora si domanda: gli US sono come la Russia? In parte la sua risposta è un sorprendente si. Il settore finanziario ha ricevuto aiuti a più riprese, in particolare nella forma di politiche monetarie espansive ed inflazionistiche da parte della FED sotto Greenspan e Bernanke, di scarsa vigilanza prudenziale, e recentemente di bail-outs sia sotto l'uscente governo Bush Jr., sia sotto "Big-Hope" Obama. Sono insomma gli stessi soggetti ad aver beneficiato, dalla fine degli anni '90, di rendimenti mai visti prima nella storia della finanza US. Johnson mostra ad es. come i profitti del settore finanziario, in rapporto ai profitti USA totali, siano passati da un 16-20% negli anni '70 ed '80, ad oltre il 40% nell'ultimo decennio. Tutto sembra indicare che i grandi finanzieri americani abbiano accumulato un enorme potere sulla classe politica, e che lo abbiano utilizzato senza remore dapprima per ottenere benefici (che hanno condotto all'attuale crisi), e poi per evitare una risoluzione della crisi (da loro causata) che comportasse fallimenti e perdite private.

Ma, aggiunge Johnson, negli US e non in Russia o in altri paesi emergenti, si è consolidato un "credo" a supporto di tali oligarchie. Dato che tutti diventavano (apparentemente) più ricchi, nessuno a Washington, o nelle accademie universitarie (con poche eccezioni), aveva alcuna voglia di indicare che "il Re è nudo". Professori e politici ricevevano una parte della torta, i primi con incarichi di consulenza, i secondi con donazioni generose in campagna elettorale. E tale "credo" veniva perfino esportato nel resto del mondo, a supporto della tesi secondo cui l'espansione incontrollata del dollaro US e della leva finanziaria erano la cosa giusta per tutti, il motore della crescita globale.

Ovviamente, l'articolo di Johnson riguarda la situazione negli USA, e non la nostra Italia. Tuttavia, alcuni elementi suonano terribilmente identici tra lo stivale e le stelle e strisce. Da noi, la grande impresa è notoriamente concentrata nelle mani di poche famiglie, che adoperano a profusione una forma di "assicurazione" da parte del settore pubblico, fino ad arrivare a detenere monopoli di stato con profitti privati. Alcuni esempi:
- famiglia Berlusconi, leader del primo partito italiano e... bhé, la lista sarebbe troppo lunga;
- famiglia Benetton, che controlla Autostrade, e partecipa ad alcuni aeroporti e nelle ferrovie;
- famiglia Agnelli, la cui FIAT ha ricevuto numerosi aiuti di stato (ad es. gli incentivi alla rottamazione dei veicoli, la svendita di Alfa Romeo ad un prezzo ridicolo);
- famiglia Gavio, che ha autostrade e tangenziali e partecipa in Impregilo (che ha enormi e numerosi appalti pubblici, quali il famigerato ponte sullo stretto di Messina);
- famiglia Colaninno, che prendeva il controllo dell'ex-monopolio pubblico Telecom Italia, e oggi partecipa al nuovo quasi-monopolio CAI (la nuova Alitalia);
E ancora, la famiglia De Benedetti, famiglia Romiti, famiglia Tronchetti Provera... l'elenco è davvero lungo e non vorrei tediare. I nostri capitani d'impresa hanno caratteristiche comuni, sono spesso beneficiari di monopoli pubblici o ex-pubblici, sono vicini alla politica, in alcuni casi con propri rappresentanti eletti nei maggiori partiti (es. Colaninno junior e De Benedetti Franco nel PD; Berlusconi Silvio ed il suo entourage; il genero di Caltagirone, P.F. Casini, leader dell'UdC).

Quindi, se la tesi di Simon Johnson è vera in generale, per cui i paesi dove le oligarchie protette dalla politica sono forti, inevitabilmente rischiano prima o poi di degenerare economicamente in crisi, bail-out, nuove crisi e così via fino allo sfacelo, noi italiani siamo anni-luce avanti. Abbiamo superato lo stadio di "repubblica delle banane" perfezionandoci nel tempo. Chissà se nel lungo, lunghissimo termine saranno USA e Russia a divenire più simili a noi? È una possibilità reale, per quanto terrificante.

martedì 31 marzo 2009

Il piano casa 2009 - vizi e virtù



Il tema delle ultime settimane è certamente il piano-casa proposto dal governo in carica, che prevede (almeno stando ai proclami mediatici, aspettiamo il testo definitivo per una valutazione puntuale...) la possibilità di ampliare casa fino al 20% della cubatura, o di abbattere e ricostruire con tecniche a risparmio energetico con aumenti di cubatura fino al 30-35%. Con la peculiarità di introdurre un meccanismo concessorio "agevolato", per il quale dovrebbe bastare una relazione firmata da un tecnico (architetto, ingegnere, forse geometra) che attesti il rispetto dei vincoli territoriali e del piano regolatore.

Una critica "economica" proviene da Paolo Manasse il quale pubblica su LaVoce.info un articolo che ha provocato un certo dibattere, anche grazie al riferimento ad esso fatto nella trasmissione Annozero del 26/3 su Rai 2. In sintesi, Manasse argomenta che se il fine del piano-casa è quello di sostenere l'economia italiana per favorire l'uscita dalla crisi, nel medio termine la riduzione dei patrimoni immobiliari dei proprietari di casa, causato dalla maggiore offerta di cubature abitabili, porterà probabilmente ad una riduzione dei loro consumi, e quindi nell'aggregato, ad una contrazione della produzione nazionale.
Personalmente, ritengo tale obiezione poco rilevante. Primo, perché parte di tale riduzione dei prezzi dei servizi immobiliari significherà minori affitti (e minori rate del mutuo per chi comprerà in futuro) per coloro che una casa di proprietà non la hanno. In altri termini, parte della riduzione dei consumi dei proprietari è compensata dall'aumento dei consumi dei non proprietari. E in secondo luogo, se pure i proprietari per mantenere i loro obiettivi di risparmio ridurranno i consumi, non è detto che destinerano i nuovi risparmi all'acquisto di immobili, ma potrebbero anche decidere di investire in altre forme di attività, divenute relativamente più redditizie in conseguenza del piano-casa. Questo secondo effetto, se rilevante, potrebbe nell'aggregato liberare capitali da un immobilizzo poco produttivo in immobili (che nel nostro belpaese sono il bene-rifugio per eccellenza) e destinarli al finanziamento delle imprese.

La seconda obiezione riguarda il territorio, e la possibilità che l'assenza di controlli preventivi possa portare a "città più brutte", e alla violazione del patrimonio artistico e paesaggistico. Anche su questa obiezione ho dei dubbi. Prima di tutto, è innegabile che il sistema dei controlli e delle concessioni sino ad oggi in vigore, non ha certo impedito (complici regole troppo stringenti e condoni ogni 10 anni) il proliferare di abusi di ogni sorta. In secondo luogo, là dove si è già costruito, è difficile che vi siano situazioni tali da rendere un aumento del 20% della cubatura un atroce colpo inferto al decoro architettonico o del paesaggio limitrofo.
Terzo, e più importante: non si può ritenere che i vincoli paesaggistici siano definiti attraverso scelte arbitrarie di burocrati comunali. In altre parole, se una regola esiste ed è formalizzata e dettagliata dalla legge, allora il tecnico che firmerà il progetto rimarrà responsabile per il rispetto di tali norme. Dunque la preoccupazione del cittadino, al limite, dovrebbe essere rivolta alle sanzioni che il piano-casa prevederà per le violazioni di tali norme. Ma non si può credere, a meno d'essere inguaribili statalisti ciecamente affidati alla bonarietà del meccanismo burocratico, che un ufficio di dipendenti pubblici faccia (necessariamente) un lavoro migliore (così non è stato nei decenni), né che si possa assegnare ad essi un ruolo decisorio anche senza una norma scritta! Perché altrimenti, oltre a rischiare una possibile violazione della Costituzione (art. 42: è la legge che stabilisce i limiti alla proprietà privata, e dunque alle sue manifestazioni fra cui possono essere ricompresi i miglioramenti e gli ampliamenti, e non enti territoriali secondo il "gusto estetico" del tecnico comunale di turno), si rinuncia al naturale sviluppo del territorio, il quale non può essere cristallizzato in scelte estetiche/architettoniche prese nel passato, e rese eterne da una interpretazione restrittiva della norma di legge, favorita da una ambiguità di quest'ultima.

Rimangono sicuramente delle perplessità sul piano-casa. Sarebbe stata un'opportunità per riformare l'intero impianto dei permessi edilizi e dei controlli, e per dare il via ad un piano su vasta scala (sulla scia di analoghi strumenti di legge esistenti da tempo in Germania e Giappone) per l'introduzione di tetti fotovoltaici, solare termico e altre soluzioni a risparmio energetico e/o ecocompatibili. Non è ancora chiaro a cosa va incontro il tecnico che sottoscrive un progetto in violazione di piani regolatori e, soprattutto, di vincoli edilizi. Ma tutto sommato, a me non sembra una cattiva idea, in tempi di crisi è un modo come un altro per far spendere di più in investimenti strutturali, per far "girare l'economia" e dare un po' di respiro alle imprese.
Certo, vista la disastrata situazione strutturale dell'economia Italiana, che certo non dipende dalla crisi dei subprime (a differenza di quanto sostenuto da Tremonti a più riprese), è un po' come dare la scossa elettrica ad un cadavere e compiacersi del movimento involontario dei suoi muscoli!

martedì 10 febbraio 2009

Il dibattito su Eluana Englaro, dopo Eluana Englaro



Sino ad ora ho intenzionalmente evitato di scrivere alcunché sul caso di Eluana Englaro, per una scelta, morale e personale, di rispetto delle persone coinvolte.
Ora che Eluana ha lasciato questa vita, il nefasto dibattito politico-etico-giuridico continua ad imperversare, così come i tentativi di destabilizzazione dell'ordinamento italiano da parte del governo, le e ingerenze politiche dirette ed indirette dello Stato Vaticano nelle questioni italiane, una Chiesa sempre meno ecumenica e sempre più orientata a riprendere il ruolo di parte politica attiva in Italia, che fu della semi-defunta Democrazia Cristiana (che pur sempre, e nonostante tutto, aveva nel nome almeno l'intenzione di "democrazia").

Il dibattito sul tema dell'eutanasia è importante, e andrebbe condotto con serenità, senza fretta, e con la consapevolezza che in gioco ci sono istanze etiche diverse e difficili da conciliare. Impostare il dibattito e la nascita di una nuova legge sul tema della vita, partendo da a priori morali è sbagliato. Piuttosto, il primo passo dei politici, delle chiese e dei cittadini, sia quello di riconoscere che in ambiti così delicati, deve riconoscersi la diversità di ciascuno. Nessuno cerchi di imporre dogmi, né in un senso (quello della "difesa della vita" nel senso ristretto attribuito a tale principio da parte del mondo cattolico), né nell'altro (quello della "libertà a tutti i costi", del diritto e del tribunale come risolutori di ogni controversia anche morale, della subalternità della vita alla lotta anticlericale).
Riporto qui sotto le conclusioni scritte da J. M. Buchanan in un articolo del 1987, dal titolo "Il potenziale di tirrania nella politica come scienza". Credo sia un passaggio particolarmente adatto al momento storico che viviamo in Italia tutti i giorni:

"Si riconosce ampiamente che i valori derivano dagli individui, e non sono assoluti. Dio è morto da un secolo e i tentativi di resuscitarlo sembrano destinati a fallire. Al relativismo morale dei tempi moderni, può essere, ed è stata, attribuita una parte di responsabilità per le malattie sociali di questo secolo. E noi possiamo tutti essere d'accordo che la politica, raffigurata come un sistema di risoluzione dei conflitti tra valori e interessi individuali in concorrenza, sarebbe diversa se continuasse ad esistere un mondo di valori morali assoluti. Ma è un tale mondo di assoluti morali quello che l'Illuminismo prometteva? Dobbiamo sacrificare la nostra natura di fonti di valutazione individuale per assicurarci la sopravvivenza in un ordine sociale vivibile? La direzione della mia tesi, in questo capitolo e altrove, va in senso contrario rispetto a quello che invoca un ritorno a valori etici assoluti, se possibile. C'è un lato positivo nel relativismo dei valori che è trascurato facilmente. Poiché i valori sono relativi, e poiché l'individuo riconosce che i suoi valori sono veramente propri, diventa possibile per l'uomo modellare un'esistenza nell'interazione sociale con altre persone che non comporti l'accettazione di una norma con un valore singolo. Questa visione fondamentale dei grandi filosofi sociali del XVIII secolo si era in un certo senso persa in questo secolo. Senza questa visione, e di fronte agli assoluti morali di un tempo, era forse naturale che gli studiosi dovessero promuovere la "salvezza mediante la scienza", anche estendendola alla stessa impresa politica.
(...)
Il valore è relativo, la verità non lo è, almeno nell'ambito del discorso comune. Introdurre la fallibilità della scienza post-popperiana anche nella filosofia della politica mi sembra fuorviante e in definitiva pericoloso. Non è il riconoscimento della fallibilità delle verità scientifiche che facilita la comprensione da parte dell'uomo del suo ordine sociale e che lo rende tollerante nei confronti del dissenso. È invece il riconoscimento del necessario relativismo e individualismo dei valori, insieme alla concezione della politica come l'impresa che risolve i conflitti tra valori, che rende significativo l'ordine sociale libertario".

[J. M. Buchanan, in "Stato, mercato e libertà", ed. Il Mulino]


martedì 27 gennaio 2009

La creatività italiana: metodi innovativi per aumentare le tasse ai cittadini, senza che se ne accorgano



In un sintetico e puntuale articolo, Maria Cecilia Guerra informa sull'ennesimo impiego degli utili ENI per finalità estranee a quelle proprie dell'impresa.

Rimango ammirato ed attonito nell'osservare la scaltra furbizia italiota: una coalizione politica usa come bandiera elettorale la riduzione della pressione fiscale, poi una volta al governo, introduce nuove forme di prelievo fiscale sul cittadino, in maniera stealth. Semplicemente geniale!

Quindi: gli italiani pagano un prezzo per la bolletta energetica più alto della maggior parte dei colleghi Europei, mentre l'autorità garante per l'energia e l'antitrust latitano. E ad aggiungere maggior beffa, il premier Silvio Berlusconi, poco tempo addietro, suggeriva agli italiani di investire in ENI. Poi vengono introdotte nell'ordine: la Robin Tax, che per com'è disegnata colpirà solo ENI; poi la social card, finanziata per 200 milioni da ENI e 50 milioni da ENEL; infine la "Gheddafi Tax" (come soprannominata da M.C, Guerra), per 250 milioni di dollari all'anno per 20 anni.

Insomma, stiamo pagando una nuova imposta sull'energia e nessuno ci ha informati? E gli azionisti ENI non hanno alcun diritto a pretendere che gli utili dell'azienda in cui hanno investito siano distribuiti a loro, o che siano reinvestiti in ENI (alla faccia della privatizzazione)?
È proprio vero che in fatto di creatività e fantasia non ci batte nessuno. Chi mai avrebbe potuto pensare ad un marchingegno così complicato, che lega assieme autorità garanti, società ex-monopoli di stato, governo, politica, e bollette di luce e gas, se non una mente italiana?

domenica 25 gennaio 2009

Partire con il piede sbagliato: Obama e il dollaro




Il neo-Segratario al Tesoro USA Tim Geithner ha dichiarato: "President Obama – backed by the conclusions of a broad range of economists – believes that China is manipulating its currency (...) The question is how and when to broach the subject in order to do more good than harm". [Financial Times]

Facciamo un passettino indietro. Negli ultimi anni, i cittadini e le imprese USA hanno consumato molto e risparmiato poco. Larga parte dei consumi è destinata a prodotti importati dai paesi asiatici, generando un rilevante e perdurante deficit commerciale. Molti dei capitali così accumulati dalle "tigri asiatiche" è stato reinvestito negli USA, ed ha fornito la base monetaria, assieme alla politica espansionista della FED sotto Greenspan e poi Bernanke, per finanziare tali elevati consumi. Il dollaro, pertanto, ha subito una spinta alla svalutazione dalle importazioni nette, ed una all'apprezzamento causata dal flusso di capitali in entrata. A ciò si aggiunga, come ben illustrato da Richard Baldwin in questo articolo, che sembra esistere una certa miopia da parte degli investitori, una sorta di credenza mal supportata da fatti concreti, che il dollaro non subirà nel lungo periodo forti perdite di valore (che ciò sia per il ruolo di primato che gli USA rivestono nel sistema finanziario mondiale, o per altro motivo, non è chiaro).

Si può accusare la Cina del mancato deprezzamento del dollaro rispetto al renminbi? In parte certamente si. La strategia cinese è nota: il cambio del renminbi è fortemente gestito dalla banca centrale cinese, che interviene sui mercati con importanti volumi di scambio per limitarne le oscillazioni entro una banda prestabilita. Dati gli impressionanti surplus di liquidità detenuti dai cinesi, la cosa è per loro ancora gestibile.

Supponiamo allora che, con una magia diplomatica o con altro mezzo, gli USA convincano i cinesi a lasciar apprezzare il renminbi rispetto al dollaro. L'idea è che i cittadini americani, trovando più costose le merci cinesi, tornino a consumare di meno, e ad acquistare prodotti made in USA. Ma è davvero così? Vediamo:

1) il prezzo dei beni cinesi a basso costo è davvero molto più basso di quelli prodotti internamente dai paesi industrializzati d'occidente. Di quanto dovrebbe svalutarsi il dollaro per rendere questi ultimi competitivi?
2) rompendo lo schema spiegato prima di esportazione e reinvestimento, le autorità cinesi (per rivalsa o per convenienza) potrebbero decidere di investire le eccedenze di capitale per sviluppare la domanda interna in Cina (olte un miliardo di persone!). Questo significherebbe disporre di meno capitali liquidi in USA (ora che la crisi finanziaria è ancora irrisolta, e l'interbancario non è completamente ripristinato). Inoltre, rafforzerebbe nel lungo periodo la Cina, che invece oggi è ancora molto dipendente dalle proprie esportazioni, e potrebbe invogliare a sviluppare canali commerciali più ampi con le economie in forte sviluppo (Russia, Corea, India, Brasile...). Per chi pensa all'economia cinese guardando solo ai prodotti scadenti da bancarella, basti dare un'occhiata allo sviluppo vertiginoso di alcuni settori ad alto valore aggiunto (qui).
3) non si può modificare il cambio dollaro-renminbi senza influire, in qualche modo, sul cambio con le altre valute (siamo in un mondo globalizzato, dopotutto). Un dollaro molto svalutato presenta dei rischi, che ho sintetizzato in questo precedente articolo e qui.

È davvero prioritaria la questione cinese per Obama? Il calo della domanda sembra diffuso anche in Europa e nel resto del mondo, dunque il guadagno ottenibile in termini di maggiori esportazioni mi pare secondario in questo momento. Aumentare il consumo e quindi la produzione per i beni interni? Benissimo, ma allora non sarebbe il caso di puntare ad una maggiore efficienza e competitività dell imprese USA, piuttosto che sfruttare forme di protezionismo soft? Le sovvenzioni promesse alle case automobilistiche (catorci industriali, assolutamente non competitivi già da decenni se confrontati con Toyota&C.) non sembrano andare in questa direzione, purtroppo.

Insomma, il potenziale per un primo passo falso per l'amministrazione Obama c'è tutto. Speriamo che la politica di stimolo annunciata, ma non ancora dettagliata, sia progettata in un'ottica di sviluppo virtuoso, e non di protezionismo miope. Sono i paesi in via di sviluppo a dover adoperare barriere per le proprie neonate imprese, non gli stati leader a più vecchia industrializzazione.

giovedì 15 gennaio 2009

Due parole (forse tre...) sulle accuse rivolte alla regolamentazione dei mercati finanziari




Oggi va di moda accusare il sistema delle regole e dei controlli per la crisi scoppiata sui mercati finanziari. C'è chi preferisce additare le agenzie di controllo governative (es. qui), chi guarda all'imperfezione delle regole adottate (qui), e chi si scaglia contro le società di rating ed in generale contro i meccanismi di produzione e diffusione di informazione finanziaria (qui).

In verità, mentre il “grosso” della crisi è scoppiato nell'autunno 2008, esisteva da molto tempo informazione abbondante e facilmente accessibile sullo stato del mercato e di alcuni attori principali. Nel settembre 2007 scrivevo questo articolo quando già certe cose erano ben note, eppure da allora (un anno intero!) né i governi hanno intrapreso chissà quale azione decisiva per delimitare i danni (ad es. imponendo una vigilanza più attenta, in via straordinaria, per verificare la correttezza dei bilanci pubblicati e degli accantonamenti per perdite presunte), né gli investitori hanno ricalibrato le scelte di portafoglio in modo da modificare significativamente (ed in maniera mirata) l'esposizione verso gli intermediari più a rischio.

Dunque allora, ha ragione chi dice che il sogno degli economisti teorici di una “efficienza” dei mercati è una chimera? Che gli investitori sono tonti e pur con le dovute informazioni a disposizione, fanno cavolate e piangono miseria quando si ritrovano a perdere soldoni?

Ma gli investitori chi sono? Ci sono gli intermediari finanziari stessi (banche, fondi gestiti, assicurazioni) che possiamo ritenere “professionali” e dunque capaci di gestire una vasta e complessa quantità di dati. Questi investitori sono (dovrebbero essere) in grado di studiare con accuratezza sia i documenti prodotti dalle società emittenti i titoli in cui impiegano denaro, quindi bilanci e report finanziari, sia i segnali provenienti dai mercati, dalle dichiarazioni di soggetti pubblici ai rumors che circolano nei corridoi di Wall Street. Dunque se questi “investitori professionali” hanno investito in indebitatissimi emittenti con significativi impieghi subprime in portafoglio, hanno scelto un rischio consapevole e calcolato, ed una eventuale sanzione può essere comminata solo se siano state violate regole specifiche, o se abbiano “mentito” agli investitori facendo figurare un rischio più basso di quel che era.

A loro volta gli investitori “non professionali”, cioè le famiglie e le imprese, non hanno capacità divinatorie degne della Sibilla Cumana. Le prime investono i propri risparmi e talvolta tentano qualche speculazione, ma tranne rare eccezioni non hanno il
know-how richiesto per leggere un bilancio di 200 e più pagine e capirne realmente il significato. Secondo recenti studi nell'ambito delle scienze cognitive, l'essere umano non riesce ad elaborare più di un certo quantitativo di dati alla volta. Se poi non ha una preparazione tecnica specifica, anche con quei pochi dati non ci capisce poi granché.

Le imprese, anche loro, quando investono liquidità in eccesso in assets finanziari non hanno sempre, soprattutto se si tratta di PMI, risorse interne capaci di gestire investimenti complessi, o di calcolare correttamente operazioni di hedging con derivati. Prima ci si limitava a comprare qualche BoT e Cct, oggi i fondi-moneta possono includere robetta abbastanza complicata, venduta come impieghi no-risk ma che un po' di rischio, invece, ce l'hanno eccome.

È per questi investitori un po' meno smaliziati che i punteggi di rating sono fondamentali. In un singolo indice, che funziona come le stelline degli alberghi o le forchette nelle guide per i ristoranti, si ha un'informazione complessiva e sintetica di quanto un titolo è considerato rischioso da esperti del settore. A questo punto, se il rating è affidabile, anche al padre di famiglia che ha qualche decina di migliaia di Euro da risparmiare, è consentito partecipare al grandi progetti d'investimento, e di scegliere la coppia di rendimento e rischio attesi che più gli aggrada.

Ecco che allora il punto forse non è più l'efficienza complessiva del mercato. Per gli intermediari il mercato è già efficiente, tranne forse per l'esatta localizzazione dei mutui subprime insolvibili che non si sa bene dove siano e in che quantità (un problema effettivamente attribuibile ad una scarsa vigilanza delle agenzie governative preposte). Ma il mercato pare davvero poco efficiente per gli investitori non professionisti, dato che le informazioni realmente fruibili sono poche, inaffidabili, e lasciate nelle mani di un sistema privatistico, composto da società di rating e società di revisione contabile, le quali sono enti privati che puntano alla massimizzazione del profitto, non certo a finalità di natura pubblicistica.

Perciò, sono contrario a chi suggerisce l'inutilità e/o la perniciosità delle società di rating (come ho spiegato, le informazioni disponibili nei mercati sono fruibili da investitori professionisti, non dal padre di famiglia-risparmiatore medio), e diffido di chi, sino a qualche anno addietro, sosteneva che gli intermediari avessero un incentivo a fornire informazione corretta ed esaustiva ai potenziali investitori, per costruirsi (e non perdere) una reputazione. Ma quando “così fan tutti”, come avvenuto in questa recente crisi, allora la perdita di reputazione è più o meno uguale per tutti i concorrenti, e quindi tale incentivo non esiste più o diviene molto labile (Keynes sosteneva che “a sound banker, alas, is not one who foresees danger and avoids it, but one who, when he is ruined, is ruined in a conventional way along with his fellows, so that no one can really blame him”). Meglio, allora, ripensare ad una vecchia idea, quella di istituire un'agenzia di rating pubblica (molto meglio se Europea piuttosto che nazionale), in concorrenza con le private, facoltativamente utilizzabile dagli emittenti titoli quotati e non, ma obbligatoriamente per forme di impiego degne di particolare tutela (es. i fondi pensione).

Un'agenzia del genere ha un costo di gestione sostenibile per i conti pubblici (basta guardare alle dimensioni dei costi operativi delle big americane, rispetto al numero di titoli valutati, per rendersene conto), non preclude l'esistenza nel mercato di un rating privato, ma spingerebbe l'investitore a qualche domanda in più qualora un titolo non fosse sottoposto a valutazione da tale agenzia pubblica, oppure qualora fosse valutato con giudizi diversi da agenzie pubbliche e private.