mercoledì 26 novembre 2008

La "social card" per bimbi e anziani




E finalmente il governo, dopo ripetuti annunci e proclami, partorisce ufficialmente la "social card" [ilSole24Ore].

Trattasi di una carta in tutto e per tutto simile ad un bancomat, anonima ed utilizzabile sul circuito Mastercard, che viene precaricata di 80 Euro ogni due mesi dallo stato. Questi soldi sono poi spendibili presso determinati punti vendita (per adesso si è parlato di negozi di generi alimentari). La card inoltre da diritto a sconti presso rivenditori convenzionati e all'accesso a tariffe agevolate ENEL.
La social card può essere richiesta da genitori di bambini sotto i 3 anni o da pensionati oltre i 65 anni, purché siano soddisfatti alcuni requisiti, in particolare che il reddito dichiarato ai fini IRPEF nell'anno precedente si mantenga al di sotto di una soglia prestabilita (molto bassa, circa 6-8.000 euro).

Qualche commento è d'obbligo, quindi inizio con le note positive. L'idea di fornire un contributo sociale per gli indigenti attraverso un sistema semplice e fruibile merita un giudizio più che positivo. La card, infatti, si usa esattamente come qualsiasi Pago-Bancomat (al cui utilizzo gli italiani sono ormai ampiamente abituati).
Ancora più interessanti sono i possibili ampliamenti futuri che questo strumento potrebbe avere, ad esempio per pagamenti relativi a spese sanitarie, o per acquisti per i figli (i libri scolastici, magari i pannolini...). La fornitura di una card piuttosto che di denaro contante permette infatti di limitare le spese solo a quelle tipologie di prodotto e/o di rivenditore che lo stato ritiene socialmente utili, evitando così che il ricevente si comporti indegnamente (es. il genitore che riceve il contributo per il figlio di 3 anni, e se lo spende in alcoolici e gratta&vinci). Un aumento dei punti commerciali presso cui poter spendere la social card, infine, potrebbe consentire forme di concorrenza, cosa non possibile quando il servizio sociale è erogato direttamente da un ente statale (con tutte le note inefficienze che ben conosciamo). Così è rispettata, nei limiti degli scopi sociali che ispirano questo strumento, la libertà di scelta del ricevente che può acquistare i beni che preferisce presso il rivenditore che preferisce.

Veniamo alle note dolenti:
- Prima di tutto, l'importo: 40 euro. Pochissimo, specialmente pensando ai genitori di bimbi sotto i 3 anni, per i quali non si può acquistare un pacco di pasta in più, ma ci vogliono prodotti specifici e costosi (pappine e omogeneizzati vari, per capirci). Considerato che la soglia di povertà relativa per una famiglia italiana di due componenti è (secondo dati ISTAT) di circa 990 euro, stiamo parlando di un contributo pari a circa il 4% del reddito-soglia. Dubito che 40 euro mensili, attualmente non spendibili per sanità o spese di prima infanzia, aiuteranno in misura determinante gli indigenti.

- Secondo punto dolente: la soglia di reddito fissata a 6.000 euro. Che con l'aggiunta del contributo della social card, fanno 540 euro mensili. La metà esatta della soglia di povertà relativa! A nessuno si accende una spia di allarme?

- Leggo infine sul Sole24Ore la frase seguente (notare la parte in grassetto): "Il plafond di risorse a disposizione è superiore: ci sono 170 milioni stanziati dal decreto legge 112/2008, 250 milioni di donazioni dai privati (200 milioni Eni e 50 milioni Enel), 450 milioni nel decreto legge 155/2008 all'esame del Senato e 200 milioni nel collegato Sviluppo (disegno di legge 1195) all'esame del Senato". Cioè, se ho ben interpretato: lo stato italiano stanzia una cifra per spese sociali, già di per sé irrisoria rispetto ai bisogni del paese e alla situazione congiunturale, e parte di questi fondi sono prelevati da ENI ed ENEL?! E che significa?! Un riconoscimento ex post del fatto che per anni questi monopolisti di stato ci hanno imposto tariffe energetiche superiori alla media europea, e ora questi fondi, come una sorta di tassa sociale occulta, vengono rigirati ai più poveri? Ma com'è possibile che i governi italiani non riescano a partorire strumenti di sostegno sociale con un minimo di programmazione e una visione che non sia quella del "tappare i buchi", ma con la consapevolezza che uno stato europeo e civile spende quote rilevanti per il welfare, e che "spesa sociale" non è uguale a trasferimenti ad associazioni ed ONLUS varie (politicamente schierate), alla CIG (che riguarda solo una porzione limitata dei lavoratori), a micro-contributi che non modificano sostanzialmente la posizione reddituale (ricordate il "bonus bebé"?).

In conclusione, mi trovo ancora una volta a ripetere una formula già detta: si poteva fare molto meglio.