giovedì 24 luglio 2008

Diatribe fra economisti: quale ricetta per fronteggiare la crisi finanziaria?




La recente crisi finanziaria di origine statunitense, che da oltre un anno colpisce i mercati di tutto il mondo con vaste oscillazioni delle quotazioni di titoli e dei prezzi dei beni primari (energetici, materie prime), sembra non avere alcuna intenzione di placarsi e lasciar respirare di sollievo un mondo già provato da anni difficili.
Questa "tempesta finanziaria", ultima di una lunga serie che pare avere il più illustre antenato nella Grande Depressione del 1929, e simili (ma mai uguali!) avvenimenti durante i '70, alla fine dei '90 e nel biennio 2000-2001, scatena com'è giusto le opinioni, talvolta opposte, degli studiosi di economia i quali propongono spiegazioni diverse e suggerimenti di policy altrettanto variegati.

In particolare sul prestigioso forum di Martin Wolf pubblicato dal Financial Times, due recenti articoli hanno catturato la mia fantasiosa attenzione. Il post qui di seguito è un po' lungo, ma chiedo la pazienza di seguirmi fino alla fine.

Il primo articolo è di Paul De Grauwe, e in estrema sintesi dice: i modelli previsionali utilizzati dalle banche centrali si fondano tutti su ipotesi scolastiche di "razionalità degli agenti". In altre parole, si ipotizza che, in media, gli agenti economici (consumatori, imprese, lo stato...) abbiano a loro disposizione un sacco di informazioni, sappiano come interpretarle, e agiscano di conseguenza annullando gli errori sistematici. Mercati finanziari "liberi", poco regolati e competitivi, dovrebero in teoria portare ad una allocazione ottimale delle risorse. Invece, la crisi subprime ha mostrato che è avvenuto l'esatto opposto, dato che i capitali sono stati impiegati in mutui assolutamente sballati sotto il profilo della gestione del rischio di credito.
Dunque, secondo de Grauwe l'errore di fondo sta nel ritenere gli agenti economici delle "creature supremamente ben informate", quasi dotate di poteri "divini" di conoscenza e comprensione. In un recente seminario tenuto all'università Parthenope di Napoli, De Grauwe ha approfondito questo concetto, sottolineando come anche gli studi di psicologia da tempo affermano l'incapacità per l'essere umano di elaborare molte informazioni allo stesso tempo. Noi umani saremmo, insomma, "esseri semplici", che osservano la realtà sulla scorta di pochi indicatori, e anche imitando molto il comportamento degli altri ("effetto mandria"), soprattutto di coloro che riteniamo più "bravi" o che si sono dimostrati tali in passato.
La conclusione di De Grauwe è, quindi, che il compito delle banche centrali non può essere unicamente il contenimento dell'inflazione. Serve, anche, un'azione di controllo della stabilità finanziaria, attraverso regole più restrittive e una stabilizzazione anche del ciclo economico.
Agire solo con un innalzamento dei tassi di interesse per trattenere la corsa dei prezzi, secondo De Grauwe, è dunque un approccio sostanzialmente sbagliato o perlomeno incompleto.

Il secondo articolo è nientemeno del pluripremiato premio Nobel Edmund Phelps, il quale con la sua ottima prosa ci spiega che in altre situazioni, un taglio dei tassi di interesse da parte delle banche centrali va anche bene, per aiutare il sistema economico a riprendersi da una recessione e per ridurre la disoccupazione, se tale rallentamento dell'attività economica è dovuto ad una riduzione della domanda aggregata (in puro stile keynesiano).
Ma, continua Phelps, se invece l'aumentata disoccupazione è dovuta a cause strutturali, un'espansione monetaria non fa altro che accelerare l'inflazione. Per Phelps, "cause strutturali" possono essere state: una contrazione (strutturale) del mercato immobiliare susseguente la bolla speculativa che è stata sostenuta proprio dai mutui subprime; una ridotta capacità di credito delle banche, dovuta al peggioramento dei conti in seguito ai "cattivi affari" causati dai subprime e un innalzamento del premio di rischio; infine, prezzi più alti per il petrolio e altre materie prime importate.
Tutte queste cause comporterebbero tagli del personale, un effetto che secondo Phelps è amplificato dal fatto che l'economia è aperta (globalizzata), la valuta si deprezza, e le aziende interne riescono così ad ottenere posizioni quasi monopolistiche nei mercati interni che permetterebbero sovraprofitti e ulteriori tagli sui fattori produttivi.
La conclusione, per Phelps è la seguente: "se tutto questo è vero, la politica monetaria negli USA è strana. In passato si sarebbe scelto di alzare, non di abbassare, i tassi d'interesse quando il tasso di disoccupazione appariva più basso di quanto sarebbe stato nel medio termine".

Dunque, da un lato ci dicono che le banche centrali sbagliano ad alzare i tassi di interesse senza badare anche a stabilizzare i mercati (pensando soprattutto alla nostrana BCE). Dall'altro lato ci dicono che è sbagliato abbassarli (stavolta guardando alla FED americana), perché il tasso di disoccupazione misurato oggi negli USA è forse perfino troppo basso.

Esiste un punto in comune che accontenti entrambe queste visioni? A mio parere, un punto ci sarebbe. Sia De Grauwe che Phelps parlano dell'esistenza di problemi "economici", "strutturali", insomma non strettamente finanziari. Su tali basi consigliano l'adozione di policies altre che non solo l'espandere o contrarre la moneta/il tasso d'interesse: parlano diella necessità di una regolamentazione più attenta (dei mercati finanziari), di politiche di stabilizzazione (non solo finanziaria), di raggiungere un dinamismo economico maggiore per ottenerne prosperità.
Mi sembra, in conclusione, che il punto di unione risiede in un concetto banalmente semplice: l'economia rallenterà, ma non possiamo aspettarci che uno spostamento in su o in giù delle "leve" monetarie controllate dalle banche centrali, riescano a risolvere o almeno ad attenuare questioni che sono strutturali, permanenti nel medio-lungo periodo, e non solo (o non più solo) legate alla sfera dei mercati finanziari.

È tempo di mettere mano al sistema economico-produttivo e al contesto regolativo. La sfida sarà non cadere, come già minacciato da qualcuno, in facili trappole neo-protezioniste, neo-stataliste, neo-liberiste, insomma perniciosamente ideologiche. Se di maggiore dinamismo (= più competizione) c'è sicuramente bisogno, sia negli USA che in Europa, la lettura del dato occupazionale data da Phelps indica anche la necessità di una spesa sociale, efficiente e mirata al sostegno del nuovo, maggiore livello del tasso naturale di disoccupazione (= più ammortizzatori sociali).
Una sfida non da poco per il prossimo presidente USA (Obama o McKain?) e per l'UE che guarda al trattato di Lisbona.

1 commento:

clark kent ha detto...

ciao buone vacanze
e ti segnalo...
"E non c'era rimasto più nessuno a protestare. Povera Italia! "

L'ultimo nostro post su
http://inciucinapoli.blogspot.com
cordialmente
clark :)