sabato 10 maggio 2008

Giulio Tremonti: il Buono, il Brutto, il Cattivo




È ormai divenuta certezza la nomina di Giulio Tremonti alla carica di Ministro dell'Economia. Facendogli veramente tanti auguri per un ruolo difficilissimo in un paese e in un momento congiunturale come quelli attuali, è interessante dare un'occhiata al curriculum di Tremonti, a ciò che ha fatto in precedenti legislature come ministro delle Finanze, ruolo ricoperto nel '94 e poi ancora nel 2001, per capire quali possibili direzioni potrà intraprendere per risanare i conti pubblici e l'economia nazionali.

IL BUONO: Tremonti è stato il fautore della cosiddetta "Tremonti-bis", un'agevolazione fiscale che rendeva parzialmente non imponibili gli investimenti in beni strumentali e le spese appartenenti ad alcune categorie (per asili nido a favore del personale, per formazione dei dipendenti, ecc.). Pur essendo certamente migliorabile sotto diversi profili, l'idea di indurre una maggiore patrimonializzazione delle aziende italiane, così come tentava di fare l'altra agevolazione esistente in materia, la D.I.T., mi sembra a posteriori una buona idea. Quantomeno, se uno degli obiettivi era incentivare i capitali a rimanere in Italia, questo è un provvedimento assolutamente più condivisibile delle leggi-polizia che hanno introdotto black list e norme sulle "società esterovestite", norme complicate, soggette a mille interpretazioni diverse e che terrorizzano (a ragione!) l'investitore straniero.
Altri provvedimenti riusciti durante il secondo governo Berlusconi mi sembrano quelli riguardanti la riforma del diritto societario del 2003. Non una riforma sconvolgente, sia chiaro, ma la trasformazione della società a responsabilità limitata in senso più europeo, più simile alle private companies di diritto inglese, l'introduzione di figure giuridiche pensate per le società quotate in borsa (i sistemi monistico e dualistico, i patrimoni separati), la maggiore operatività del curatore fallimentare, sono indirizzi interessanti e apprezzabili.

IL BRUTTO: la legge 30/2003 (cosiddetta "legge Biagi") introduce maggiore flessibilità nel mercato del lavoro. Pur essendo attribuibile all'allora ministro del lavoro Maroni, Giulio Tremonti ha espresso pieno appoggio e, visti gli importanti effetti in tema economico, si può ritenere a mio avviso "moralmente corresponsabile". La legge 30 viene osannata da alcuni come uno strumento di liberalizzazione necessario al paese; da altri è invece attaccata frontalmente come la causa di tutti i mali dei nostri lavoratori precari. Per come la vedo io, se contemporaneamente alla legge 30 (anzi per essere precisi: già all'epoca della legge Treu del '97 che introduce il lavoro interinale) si fosse introdotta una seria e onnicomprensiva riforma degli ammortizzatori sociali, oggi benediremmo il nome di coloro che l'hanno promulgata pur fra mille opposizioni e difficoltà. Invece, il risultato ottenuto è si quello di un miglioramento del tasso di disoccupazione, ma a fronte di un peggioramento del tasso di partecipazione, un crollo del salario/stipendio medio italiano, un crollo della propensione al risparmio, un generale senso di insicurezza per le fasce giovanili.
Si poteva fare molto, ma molto meglio di così.

IL CATTIVO: il mio giudizio negativo non va tanto a qualcosa che Tremonti ha fatto, ma al contrario a tutto ciò che non è riuscito a fare. Il programma economico della CdL nel 2001 verteva su alcuni capisaldi: semplificazione fiscale, liberalizzazione del mercato del lavoro, federalismo fiscale. Di questi punti, il primo si è visto solo da lontano (le maggiori riforme le abbiamo avute dal precedente governo Prodi-D'Alema-D'Amato, con lo statuto del contribuente e l'accertamento in adesione). Del secondo punto ho già detto. Per quanto riguarda il federalismo fiscale, il fatto che sia di nuovo nel programma del 2008 la dice lunga su quanto poco abbiano fatto a riguardo.
Infine un'ultima nota negativa sul deficit di bilancio. Tremonti ci ha riempito la testa di promesse, affermando che la spesa programmata sarebbe stata più che sostenibile grazie ad una ripresa generale dell'economia. È un po' come se uno si presentasse ad una banca, senza soldi né patrimonio, e chiedesse un prestito molto al di sopra delle sue possibilità, giustificando la richiesta con i presunti guadagni futuri che quel prestito gli permetteranno di ottenere. Questo si chiama venture capitalism, non finanza pubblica!

Questo è dunque il passato. L'auspicio è che al nostro siano rimasti i buoni proponimenti del 2001, ma anche che abbia appreso dagli errori, abbia le idee chiare su cosa fare e come farlo.
Dubito che l'Italia possa permettersi altri 5 anni come gli ultimi 16, le riforme ci vogliono, e per farle sono necessarie: una maggioranza forte al parlamento (questa c'è), coraggio e lungimiranza.
Vedremo nei prossimi mesi se anche gli ultimi requisiti elencati saranno soddisfatti.

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