venerdì 15 febbraio 2008

Mutui subprime: la causa o un effetto della crisi americana?




Da qualche mese si parla di recessione, crisi, timori nei mercati finanziari. Fiumi di parole vengono spesi per inquadrare dati poco confortanti in una cornice che spieghi cosa succede, e la maggiore attenzione è dedicata alla questione dei mutui subprime, i mutui cioè che sono stati erogati a famiglie americane per l'acquisto di immobili, a tassi perlopiù variabili in periodi in cui il tasso di sconto era mantenuto basso dalla FED. Questi mutui sono poi stati cartolarizzati e infilati in fondi d'investimento in giro per il mondo, fino a quando i tassi sono saliti, le famiglie sono andate in default perché non riuscivano più a pagare la rata, e il giocattolo si è rotto.

Le elucubrazioni sui subprime si sprecano: in questo articolo pubblicato su The Vox, Dell'Ariccia e altri indagano sulla relazione fra il boom dei mutui cartolarizzati e un'eventuale declino degli standard di selezione del cliente; su Epistemes, invece, l'attenzione è sul paniere usato per calcolare il tasso di inflazione, posto a base delle variazioni del tasso FED, e sull'osservazione che in esso il valore degli immobili non è computato. Sulla stampa internazionale, The Economist guarda al futuro del mercato delle securitizations, mentre il Financial Times si chiede dove siano finite le cause giudiziarie di risarcimento da parte dei risparmiatori, visti tutti i soldi persi dagli istituti bancari.

Ma vediamola da un'angolatura diversa. La questione dei mutui subprime è davvero la causa della crisi incombente? Cioè, se la FED avesse mantenuto tassi d'interesse più alti e le banche americane fossero state più accorte nell'erogare i mutui immobiliari, oggi l'economia statunitense non avrebbe timori recessivi?

Vediamo alcuni dati pubblicati dal FMI e cerchiamo di capire dove sono le cause, e dove gli effetti, della crisi. Indaghiamo utilizzando grafici e linee colorate, per avere rapidamente in un colpo d'occhio le informazioni che ci interessano (NOTA: clicca sulle immagini per la versione in alta risoluzione).

1) Crescita del PIL:

Come mostrato dal grafico, il ritmo di crescita del PIL statunitense (linea verde) è gradualmente peggiorato rispetto al resto del mondo (linea blu, la cui media è mantenuta però alta dall'inclusione di economie emergenti). In particolare, rispetto al totale dei paesi industrializzati (linea rossa), dalla seconda metà del 1999 il PIL USA cresce più o meno allo stesso ritmo degli altri paesi OECD, cioè poco.

2) Bilancia commerciale:

La bilancia commerciale USA (differenza fra esportazioni ed importazioni) peggiora costantemente e significativamente dal '95, arrivando a valori decisamente più bassi degli altri paesi industriali con un deficit attorno al 6% del PIL.

3) Inflazione:
La linea rossa presenta i dati dell'inflazione per gli USA, mediamente più alta degli altri paesi industriali per tutto il periodo 1999-2007 con la sola eccezione del 2002. Questo dato è significativo: la politica di bassi tassi d'interesse additata da molti come causa principale del "mutuo facile", ha effettivamente causato un punto percentuale d'inflazione in più degli altri paesi OECD.

4) Debito pubblico:

Dall'immagine (elaborata da questo website), risulta evidente un incremento del ritmo di crescita del debito pubblico statunitense a partire dal 2001.

L'immagine (tratta da Wikipedia) mostra il debito pubblico in percentuale del PIL. Attualmente questo rapporto supera il 60%.


In conclusione:

Prima dello scoppio della crisi subprime, quindi fino all'estate 2007, l'economia statunitense mostra un aumentare sproporzionato del debito pubblico rispetto alla crescita del PIL, un peggioramento costante della bilancia commerciale, un'inflazione più alta della media dei paesi industrializzati.
Altro dato significativo: dal 2000 al 2006, il reddito annuo di una famiglia media americana è diminuito di $ 1.000, e 5 milioni di americani sono entrati nel bacino della povertà (dati pubblicati dall'Herald Tribune, qui un articolo più dettagliato).

Allora questi mutui rischiosi, cartolarizzati ed esportati in tutto il mondo, sono davvero la causa dei timori di recessione che oggi attanagliano la stampa economica? O, piuttosto, sono stati un mezzo, non troppo lungimirante, per procrastinare gli effetti di una recessione già in atto?
E se di un effetto si tratta, perché gli economisti non tornano a posare l'occhio sulla situazione dell'economia reale statunitense, e ad offrire suggerimenti validi per affrontare il prossimo futuro?
Soprattutto nell'Unione Europea, una presa di coscienza più determinata dei fattori reali che hanno innescato l'attuale situazione, sarebbe utile per pianificare con cognizione di causa la politica economica per il prossimo futuro.

3 commenti:

<--ste--> ha detto...

Salve, complimenti ottimo articolo e sprattutto gran bella domanda! Imho l'economia usa sarebbe cmq a rischio recessione e i dati che lei mette in evidenza credo lo confermino. Non sono un tecnico ma da quanto ho capito il problema dei sub prime è piu' che altro il "metodo con cui si propaga il default", Lei crede ci sia la possibilità che si manifestino default a catena anche con strumenti quali i cds??
grazie un saluto.

<--ste--> ha detto...

Salve, complimenti ottimo articolo e sprattutto gran bella domanda! Imho l'economia usa sarebbe cmq a rischio recessione e i dati che lei mette in evidenza credo lo confermino. Non sono un tecnico ma da quanto ho capito il problema dei sub prime è piu' che altro il "metodo con cui si propaga il default", Lei crede ci sia la possibilità che si manifestino default a catena anche con strumenti quali

Diego d'Andria ha detto...

Salve <--ste-->,

pur con le dovure cautele del caso, dovute ad un'oggettiva mancanza di informazioni aggregate (quindi, diciamo [i]a naso[/i]), credo che l'ipotesi di default a catena non sia probabile. Strumenti come i cds da lei citati, ma anche semplici derivati e swap, nonché la fitta rete di partecipazioni incrociate fra i gruppi bancari di tutto il blocco occidentale, permettono di "spalmare" le perdite su una "superficie" (per dirla metaforicamente) di attività molto più larga. E le banche, beate loro, hanno margini di manovra abbastanza ampi da sopportare contraccolpi del genere (non siamo più nel '29, purtroppo e per fortuna ;).

Più che di default io parlerei di recessione e di una contrazione generale della produzione, più forte negli USA e trasmessa in parte anche da noi. Ma questo, naturalmente, a "bocce ferme", perché una mossa dei grandi produttori di petrolio, o della Cina, nei riguardi del dollaro potrebbe cambiare lo scenario nel giro di pochi giorni e con effetti davvero imprevedibili.

Saluti e grazie d'essere passato.