martedì 19 febbraio 2008

...e qualcuno comincia a rendersene conto!



Per fortuna qualche analista economico inizia a porsi le domande salienti (dubbi simili a quelli proposti in questo articolo) e guarda alle operazioni della FED, particolarmente il recente taglio del tasso di sconto, in un'ottica globale e di movimenti dei capitali internazionali.

Ieri il Financial Times pubblica un interessante articolo dal titolo: Domestic US problems with global consequences [link].

In particolare evidenzio le conclusioni dell'autore, D. Bowers (la traduzione è mia):

"La posta in gioco è l'accordo simbiotico commerciale-finanziario attraverso il quale, negli ultimi 5 anni, i risparmiatori asiatici e mediorientali hanno prestato soldi a basso costo ai consumatori degli Stati Uniti, affinché potessero acquistare prodotti asiatici. In relazione a ciò, le azioni della Fed potrebbero risultare controproducenti. Il problema è che, nel tentativo di stabilizzare l'economia USA, la Fed potrebbe finire per destabilizzare quei mercati emergenti ancorati al dollaro che hanno fornito la maggior parte di quel credito.

L'ultima cosa di cui queste economie hanno bisogno è la moderazione forzosa imposta dalla politica aggressiva della FED, in un momento in cui i prezzi dei beni schizzano in alto. L'inflazione interna nelle economie emergenti può trasformarsi rapidamente in un problema sociale e in instabilità politica.

Il modo di agire della Fed può pertanto avvicinare il giorno in cui questi paesi abbandoneranno il loro ancoraggio al dollaro, con conseguenze potenzialmente negative per i rendimenti dei titoli USA. Insomma, il tracollo immobiliare negli Stati Uniti combinato con la risposta della Fed potrebbe destabilizzare i flussi di capitale transfrontalieri che molti investitori, fino ad ora, hanno considerato come garantiti."


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