sabato 12 gennaio 2008

Il PIL è ancora uno strumento di misura valido?




Uno spunto di riflessione interessante ci viene offerto dal Sole 24 Ore, che si chiede se il PIL è sul viale del tramonto. Una considerazione certo non nuova ma comunque molto attuale, rilanciata recentemente dal premier francese Sarkozy, il quale ha commissionato a due premi Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz e Amartya Sen, di studiare un nuovo indice per il prodotto interno.

Ma cosa è esattamente il PIL? Acronimo per Prodotto Interno Lordo, è una misura di quanta ricchezza è stata prodotta, in un dato periodo (un anno, o porzioni di anno) da una nazione o da una certa area geografica (si può infatti calcolare il PIL di una regione, o della UE, o anche dell'intero mondo). Il PIL può essere diviso per il numero di abitanti dell'area geografica considerata, ottenendo il "PIL pro capite", che misura la dotazione di ricchezza media di ciascun cittadino. È inoltre consuetudine confrontare il PIL di periodi contigui, in modo da calcolarne il tasso di crescita (misurato in percentuale).
Quindi in generale: più alto è il PIL pro capite, migliore dovrebbe essere la ricchezza di una nazione. Maggiore il suo tasso di crescita, più alta la competitività rispetto agli altri paesi.

È dunque un buon metro di valutazione? No, per almeno quattro ragioni:

1) il PIL non tiene conto dei danni ecologici, del depauperamento ambientale e delle risorse. Faccio un esempio banale: una industria vende beni per 100, sopporta costi per 60, e inquina l'aria e l'acqua circostanti per danni quantificabili tramite il costo necessario a bonificare tale inquinamento, per 80. Questo ultimo costo non è computato nel PIL, quindi l'industria in questione figura come produttrice di un valore per 100 - 60 = 40.
Tenendo invece conto dei danni ambientali (che sono danni anche economici, perché riducono la capacità della produzione agricola e del turismo, causano un aggravio dei costi sanitari della collettività), il valore netto finale sarebbe negativo: 100 -60 -80 = -40.
Se in Italia il PIL conteggiasse i danni subiti in 60 anni di scempi al paesaggio e all'ecosistema, probabilmente otterremmo una misura di crescita pari a zero o addirittura negativa.

2) il PIL non distingue la qualità dei prodotti. I valori inseriti nella somma sono misurati, in termini monetari, dai prezzi praticati sul mercato. Si suppone, cioè, che il valore di mercato di un bene, di un servizio o di una prestazione lavorativa, costituisca una corretta misura di valore anche dal punto di vista della collettività per la quale si calcola il PIL. Un esempio mostra che questo assunto non è sempre verificato.
Si prenda il caso di un'azienda municipalizzata, in cui una parte consistente dei dipendenti è assunta sulla base di segnalazioni politiche e non perché necessari all'azienda. È un caso frequente, in Italia, e se ne parla in questi giorni per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti in Campania. Ciascuno di questi lavoratori percepisce uno stipendio di X euro, tuttavia il loro lavoro è scadente e discontinuo, cioè lavorano per un numero di ore largamente inferiore a quanto la mansione richiederebbe. Nel PIL, questi lavoratori sono computati secondo lo stipendio percepito, quindi la relativa prestazione è misurata come se apportasse alla collettività, il medesimo aumento di produzione di un lavoratore che percepisce X euro ma lavora come un matto (magari con straordinari non retribuiti, sottopagato...). È evidente, quindi, che il salario/stipendio non è una misrua infallibile della produttività.
Questo esempio semplice si può estendere anche ai prodotti e servizi: beni che costano molto perché prodotti da aziende in monopolio; servizi erogati non in quanto autonomamente richiesti dalla collettività, ma per forza di una legge che ne impone l'uso (si pensi ai fiscalisti, che in Italia vivono grazie ad una complessità abnorme della normativa tributaria); servizi per i quali i soggetti eroganti sono limitati non in conseguenza di libero incontro fra domanda ed offerta, ma per vincoli di legge o di fatto (è il caso delle professioni che richiedono tirocini e l'iscrizione ad albi, come giornalisti e avvocati, o il superamento di concorsi, come i notai, o il contingentamento delle licenze, come i tassisti).

3) Il sommerso. Il PIL misura ciò che è misurabile. Il lavoro in nero, il prodotto generato da attività illecite quali il traffico di droga e la prostituzione, il lavoro non retribuito di Onlus, enti non commerciali e volontariato spontaneo, sono tutti valori che o non vengono proprio conteggiati, o sono stimati grossolanamente secondo indicatori statistici.
Qualcuno ha stimato che le mafie, in Italia, hanno un "fatturato" attorno ai 90 miliardi di euro l'anno, configurandosi come la prima azienda nazionale. Si può facilmente immaginare che anche minimi errori di valutazione, nel calcolare il PIL, su somme così grandi portano a valori largamente sovra o sottostimati.

4) La distribuzione della ricchezza non è considerata dal PIL. È il vecchio discorso del pollo che, diviso in media per due, fa mezzo pollo a testa. Allo stesso modo il PIL pro-capite non ci dice in che modo la ricchezza nazionale sia divisa fra i cittadini. Se esiste un forte divario fra le fasce più ricche e quelle più indigenti, questo non è in alcun modo tenuto in conto dal PIL.
Perciò, si tratta di un cattivo indice per misurare il benessere, inadatto ad esprimere giudizi sulle scelte di politica economica se non corredato da altri indici, che esprimano il divario fra i "primi" e gli "ultimi" del paese.


In conclusione, è un bene che si riapra il dibattito sul PIL. Questo indice è spesso utilizzato per definire gli obiettivi della politica, o per avallare giudizi su di essa. Come ho sinteticamente mostrato, è però una unità di misura fallace, soprattutto in questo inizio di secondo millennio in cui i problemi ambientali ed energetici sono fra i primi punti nell'agenda di tutti i paesi industriali.

1 commento:

tommyg ha detto...

Buongiorno Diego,
complimenti per il blog: semplice ma molto utile e ben strutturato. Grazie di questo tuo scritto sul PIL in cui ho potuto chiarire alcune incertezze dovute alla mia scarsa preparazione in campo economico! ciao