giovedì 24 gennaio 2008

Declino e caduta dell'economia USA



Titolo forse un po' forte, ma che cattura l'aria che in questi giorni si respira sulla stampa economica specializzata.
E d'altronde i segnali di una recessione sono evidenti da tempo, basti ricordare la bufera subprime della scorsa estate che ha generato un'onda di instabilità e timori sui mercati finanziari mondiali, nonché acuito il fenomeno recessivo interno agli Stati Uniti d'America, con pignoramenti di immobili a catena, famiglie povere divenute praticamente nullatenenti, e disoccupazione in drastico aumento.

In quell'occasione (parliamo del luglio 2007), la FED applicò un taglio del tasso di sconto dello 0,50%, un intervento da molti bene accolto come una sorta di valvola di sfogo che, assieme ad un'immissione di liquidità, ha allentato la "sete" di soldi degli intermediari finanziari.
All'epoca alcuni, fra cui il sottoscritto, cominciavano ad interrogarsi sul passo successivo da programmare. Era abbastanza evidente che si preparava la strada per una contrazione dell'economia americana, e che qualcosa andava fatto da tempo. A dire il vero, qualcosa si doveva fare già dal 2001 quando il precedente presidente della FED, Alan Greenspan, aveva inaugurato una politica di tassi di sconto stracciati e di appoggio all'iperindebitamento delle famiglie.

Adesso, come previsto, il tracollo. Tutti i maggiori nomi delle scienze economiche scrivono la propria opinione per gettare luce sull'accaduto e sui provvedimenti da intraprendere, soprattutto dopo l'annuncio di ieri di un taglio, più o meno a sorpresa, del 0,75% del tasso di sconto statunitense. Autore e teorico di questa strategia, l'attuale presidente della FED, Ben Bernanke.
C'è chi applaude alla mossa della FED, come la migliore possibile sulla base dei dati empirici in loro possesso (come Carlo Favero su LaVoce.info). Altri ritengono addirittura dannoso questo intervento (ad esempio, Michele Boldrin).

Qualcuno, come Joseph Stiglitz sul NY Times, preferisce distogliere l'attenzione dall'oggi e guarda agli ultimi 10 anni. Osserva (a parer mio molto saggiamente) come la recessione interna si dovrebbe contrastare supportando i redditi, con strumenti per sostenere la disoccupazione e gli enti locali. Sottolinea che la riforma Bush del 2001 ha tagliato le tasse per le fasce più ricche, incentivando l'uso del credito e non facilitando la gestione dell'enorme debito pubblico accumulato anche a causa delle guerre in Medio Oriente.
Stiglitz guarda insomma all'economia reale e ad una strategia di politica economica che miri, pur compatibilmente con l'alto deficit pubblico, a sostenere i consumi degli americani attraverso una ricalibrazione (e NON un aumento) della spesa dello stato.

Non mi dilungo oltre sulla ricetta economica che consiglierei a Bernanke e Bush: chi legge questo blog dovrebbe sapere già come la penso a riguardo, e al momento sono troppe le opinioni e le critiche che inondano le testate economiche. Quello che posso offrire è un personale punto di vista, relativo agli effetti della "strategia Bernanke" nel lungo periodo.
Mantenere bassi i tassi d'interesse significa rendere meno appetibili i rendimenti finanziari negli USA. Questo effetto, unito al rischio subprime, alla contrazione della crescita e delle opportunità di investimento dovute alla recessione/stagnazione dell'economia interna, e alla possibilità di investire altrove in paesi dall'elevatissimo potenziale di crescita (Cina, India, Corea) o semplicemente più stabili (area EU), tutto ciò può ragionevolmente indurre gli investitori internazionali a disimpegnare i propri capitali dagli USA e dirottarli vero altre opportunità.
Una fuoriuscita di capitali ha come effetto (secondo diversi modelli macroeconomici, ad esempio quello di Mundell-Fleming) una pressione sul valore del dollaro al ribasso.

Guardiamo per un momento l'andamento del dollaro rispetto all'Euro e al Renminbi negli ultimi anni (i grafici sono realizzati da finance.yahoo.com):

Cambio Dollaro-Euro negli ultimi 5 anni:

Cambio Dollaro-Renminbi negli ultimi 2 anni:

Visto come è andato giù il dollaro? Probabilmente la politica di bassi tassi d'interesse fino a ieri praticata da Greenspan, e adesso con modalità e scopi differenti ripresa da Bernanke, ha certamente contribuito ad un deprezzamento della moneta USA.
Cosa accadrà se questo tipo di approccio verrà mantenuto per gli anni a venire, così come è stato fatto negli ultimi 7-8 anni, e il dollaro continuerà a deprezzarsi?
Ci sono tre effetti principali:

1) Esportazioni: i beni prodotti dagli USA costano meno in termini di valute estere. Questo li rende più competitivi e, quindi, si può prevedere un aumento delle esportazioni;
2) Importazioni: i beni acquistati sui mercati esteri in valuta diversa dal dollaro costano di più agli USA. Questo effetto si farà sentire soprattutto per le materie prime, mentre può favorire le aziende locali rispetto a quelle estere (ad esempio: un'automobile americana costerà di meno per un americano, che non un'automobile giapponese);
3) Capitali: meno capitali investiti significa meno sviluppo e una minor dotazione di risorse.

Generalmente si prevede un miglioramento della bilancia commerciale (esportazioni meno le importazioni) a seguito di un deprezzamento della moneta nazionale. La grande mobilità dei capitali osservata sui mercati finanziari mondiali, porta a pensare che la fuoriuscita degli stessi arrivi presto ad un punto in cui il dollaro è abbastanza svalutato da rendere di nuovo appetibili i profitti in investimenti negli USA. Fin qui, è più o meno la situazione tipicamente analizzata dal modello Mundell-Fleming, e parrebbe indicare che la strada intrapresa da Bernanke, anche nel medio-lungo periodo, è quella giusta.

Ma se introduciamo nuovi elementi che attengono più alla geopolitica che alla macroeconomia pura, mi sorge qualche dubbio:

- gli investitori che distolgono capitali per investirli in paesi ad elevatissima crescita, potrebbero non desiderare di tornare ad investire negli USA anche dopo un aggiustamento al livello attuale d'equilibrio di cambi e tassi d'interesse fra le nazioni. Questo perché, mentre oggi esiste una barriera all'investimento, dovuta ad una percezione del rischio nei paesi "emergenti" più alto di quanto realmente sia, un investitore che abbia saggiato la profittabilità dei mercati asiatici (tanto per dire, la Cina ha annunciato una crescita record del 11,4%) fugherà anche tali dubbi, quindi il "premio per il rischio" nei paesi asiatici potrebbe essere ridotto e, quindi, indurre un ulteriore deprezzamento del dollaro prima di giungere di nuovo in equilibrio;

- la materia prima più "scottante" è, come noto, il petrolio. Gli USA non sono molto amati in questo periodo: c'è la questione con l'Iran, il quale assieme al Venezuela ha cominciato a vendere il petrolio anche in monete diverse dal dollaro. Cosa accadrebbe se, in seguito ad un ulteriore deprezzamento della moneta USA, maggiori volumi di idrocarburi fossero scambiati utilizzando l'Euro, il renminbi o il rublo? È facile da immaginare: una riduzione della domanda di dollari, quindi un ulteriore deprezzamento. Ancora: un peggioramento delle importazioni USA, che potrebbe ridurre molto l'effetto positivo sulla bilancia commerciale del deprezzamento della moneta.

- la Cina e l'India esportano beni ad un costo incredibilmente basso. Questa competitività è difficile da battere, e lo sarà anche per gli USA nonostante un deprezzamento enorme del dollaro. Cioè: è difficile pensare che gli USA riescano a collocare i prodotti esportati in una fascia di "cost leadership" quando ci sono i cinesi che, già oggi, costano dieci volte meno.
Rimangono i beni ad alta tecnologia, ovviamente, ma davvero la leadership americana è sicura in questo ambito? Recentemente la Cina ha cominciato a divenire competitiva in settori trainanti come quello delle TelCo. L'indiana Tata sta lanciano l'automobile Nano da meno di 1.800 euro.

- infine, una considerazione sulla Cina, che possiede enormi quantità di riserve in dollari. Con un deprezzamento a precipizio, potrebbe decidere di disfarsene, o pretendere uno scambio a livello politico con il governo USA per "salvarlo" dalla crisi.

Queste brevi considerazioni portano, inequivocabilmente, a temere che la strategia di Bernanke non sia poi molto lungimirante. Ben vengano i micro-aggiustamenti delle oscillazioni nei mercati finanziari, ma non è forse ora di guardare un po' più avanti nel tempo, e comprendere che solo il ripristino del ciclo virtuoso fra consumi interni e prodotto interno può ristabilire un equilibrio duraturo nella pur invidiabile economia statunitense?

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