mercoledì 30 gennaio 2008

Cosa succede in Italia? Arresti eccellenti a catena.




-------------------------------------------------------------------------------------------------
AGGIORNAMENTO 6/2/08: Agazio Loiero, Presidente della regione Calabria, è indagato nell'ambito dell'inchiesta "Why Not" [AGI News].
Scommettiamo che fino alle elezioni di aprile/maggio, gli indagati eccellenti aumenteranno a dismisura?
-------------------------------------------------------------------------------------------------

Quasi si trattasse di una maxi-retata al livello più alto del nostro sistema economico-politico, si susseguono con cadenza quotidiana notizie di arresti eccellenti.

La cosa che stupisce dell'elenco seguente è che tutte le notizie riportate sono di quest'ultima settimana:

- Italease: 5 arresti a Milano, e fra gli indagati c'è l'ex amministratore delegato Massimo Faenza [ilSole24Ore]. Pare che si sarebbe ordita una truffa utilizzando strumenti di finanza derivata, attraverso contratti con 12 clienti i quali avrebbero cagionato perdite per la banca di quasi 250 milioni di euro. Parliamo di una banca di tutto rispetto, quotata in borsa sull'MTA e con un attivo consolidato al 2007 di oltre 26 miliardi di euro.

- Italcementi: arrestato l'AD di Calcestruzzi SpA, società del gruppo Italcementi, per "truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni. Con una aggravante: avere agevolato l'attività di Cosa Nostra" [Il Corriere della Sera]. Assieme a Colombini altri 3 ordini di custodia cautelare, più svariati sequestri. Anche in questo caso non parliamo di una piccola realtà industriale, ma di ITALCEMENTI (tutto maiuscolo), che sul proprio website si definisce "il quinto produttore di cemento a livello mondiale e il principale operatore nel bacino del Mediterraneo", quotato alla Borsa italiana e inserito nell'indice S&P/MIB.

- Politici: lasciando da parte la vicenda Mastella-Lonardo-Udeur, su cui poco o nulla c'è da aggiungere dopo l'ampia trattazione riservata dai media, ce n'è per tutti. In Calabria è stato arrestato un ex consigliere regionale (Domenico Crea, ex Margherita poi passato alla DC), il quale secondo le indagini sarebbe sospettatto dell'omicidio Fortugno, nonché alleato con la 'ndrangheta locale per vari maneggi nella sanità pubblica e privata [il Giornale]. In Campania, è indagato un consigliere regionale del PD, Roberto Conte, a seguito di una retata in diversi esercizi commerciali (fra cui molti noti ristoranti di Napoli), rei secondo l'accusa di riciclaggio di denaro proveniente dalla camorra [la Repubblica]. In Sicilia si è conclusa l'epica vicenda del presidente della regione, Totò Cuffaro (Udc), con una condanna a 5 anni e le sue dimissioni. Anche in quest'ultimo caso erano inizialmente ventilate ipotesi di favoreggiamento a gruppi mafiosi, poi smentite dalla decisione del tribunale [l'Espresso].

Insomma, in una settimana sono stati colpiti: un grande gruppo industriale, una importante banca e cariche istituzionali di alto livello. Troppa solerzia tutta assieme, che mi inquieta non poco.
Che la magistratura faccia il suo lavoro, va benissimo. Spero che lo faccia anche bene, perché qui si parla di danni potenziali enormi: all'immagine di uomini pubblici (anche se, parlando dei soli politici, di questi tempi non è che godano di una buona immagine in ogni caso...), e alla credibilità di aziende leader quotate sui mercati internazionali.
Auguriamoci tutti che non si tratti dell'ennesimo killeraggio incrociato fra gruppi di potere, in vista delle vicine elezioni politiche, e sia piuttosto il frutto del lavoro, onesto e libero, di magistrati né rossi, né bianchi né neri, ma degni della toga che indossano.

lunedì 28 gennaio 2008

Una spintarella al tracollo potrebbe giungere dall'America latina



Dopo le considerazioni sulla crisi economica USA e lo scenario tratteggiato nel post del 24/1, cade a fagiolo questo articolo di BBC News che traduco integralmente qui di seguito.

Prima, però, un paio di considerazioni. Chissà se questa mossa di Chavez & soci è stata sollecitata dalla visita, avvenuta in questi giorni, di Condoleezza Rice in Colombia, quando ha cercato di convincere il presidente Uribe ad un accordo con gli USA di libero scambio commerciale, o piuttosto dalle difficoltà dell'economia statunitense, che preme sul deprezzamento del dollaro e sollecita ad abbandonare questa moneta come unico mezzo di pagamento per le vendite di petrolio, cosa peraltro già fatta recentemente dal Venezuela di Chavez e dall'Iran di Ahmadinejad.
Già nel 2005 Chavez ha spostato le riserve nazionali in Europa, convertendole in moneta diversa dal dollaro USA (giustificò l'operazione per difendersi "dalle minacce degli Stati Uniti"). Due mesi fa, ha poi tentato, senza successo per l'opposizione di alcuni paesi (capitanati dai sauditi, storici alleati degli americani e detentori di ingenti investimenti in USD), di spingere l'OPEC ad affrontare il problema del dollaro debole [Al Jazeera].

Ma ora le manovre di Ben Bernanke alla FED, il quale continua a riproporre un tasso di sconto molto basso, potrebbero deprimere ancora di più il corso del dollaro. L'Arabia Saudita continuerà a dimostrarsi un alleato fedele per gli USA? Durante il summit dell'OPEC del novembre 2007, un microfono lasciato aperto per errore catturò una frase interessante. Il ministro degli esteri saudita, Al-Faisal, disse dopo aver rifiutato la proposta congiunta di Venezuela e Iran di discutere il dollaro debole: "ci sono persone dei media qui fuori, che aspettano proprio di sentire notizie su questo punto, e ci marceranno sopra e noi potremmo trovarci col dollaro collassato".

È uno scenario possibile, quello di uno sganciamento dei paesi petrolieri dal dollaro, e sarebbe la bastonata finale alla crisi interna USA. Ma anche un fronte di comune opposizione, commerciale e anche militare, dei paesi sudamericani, pone una serie di interrogativi sugli effetti di tali scelte sulla bilancia commerciale USA, sullo sbocco dei prodotti americani esportabili e sulla reale possibilità per l'industria statunitense di approvvigionarsi di idrocarburi a prezzi compatibili con la crisi incombente.
Chi vivrà, vedrà. Intanto, ecco la traduzione dell'articolo della BBC, a firma di James Ingham:



CHAVEZ RICHIAMA AD UN'ALLEANZA ANTI-USA

Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, si è appellato alle nazioni latino-americane e caraibiche per formare assieme un'alleanza militare contro gli Stati Uniti.

Il leader, veementemente anti-statunitense, sostiene che il Nicaragua, la Bolivia, Cuba e Dominica dovrebbero creare una forza unita.
Chavez, da tempo critico nei confronti di quel che vede come imperialismo da parte degli Stati Uniti, ha esternato tali commenti dopo un incontro al vertice dei suoi leader.
Nonostante ripetute smentite da parte degli USA, Chavez è convinto che essi rappresentino un pericolo concreto per l'America meridionale e centrale.

Il leader socialista, critico di lunga data dell'imperialismo statunitense, ha recentemente denunciato atti tesi a destabilizzare la regione, attraverso il rafforzamento di legami con la Colombia.
Chavez può contare su alcuni alleati nella sua guerra al capitalismo, alla globalizazzione e agli USA. La Bolivia, Cuba, il Nicaragua e ora anche l'isola caraibica di Dominica, sono tutti membri di un'alleanza commerciale conosciuta come l'Alternativa Bolivariana per le Americhe, un gruppo che prende il nome dal combattente per l'indipendenza dell'America Meridionale, Simon Bolivar.


Chavez preme su questi paesi affinché si uniscano in una politica difensiva comune, attraverso la creazione di una forza militare unificata contro l'imperialismo USA.
"Se gli Stati Uniti minacciano uno di noi, minacciano tutti noi" ha detto, "e risponderemo conseguentemente come uno solo".

giovedì 24 gennaio 2008

Declino e caduta dell'economia USA



Titolo forse un po' forte, ma che cattura l'aria che in questi giorni si respira sulla stampa economica specializzata.
E d'altronde i segnali di una recessione sono evidenti da tempo, basti ricordare la bufera subprime della scorsa estate che ha generato un'onda di instabilità e timori sui mercati finanziari mondiali, nonché acuito il fenomeno recessivo interno agli Stati Uniti d'America, con pignoramenti di immobili a catena, famiglie povere divenute praticamente nullatenenti, e disoccupazione in drastico aumento.

In quell'occasione (parliamo del luglio 2007), la FED applicò un taglio del tasso di sconto dello 0,50%, un intervento da molti bene accolto come una sorta di valvola di sfogo che, assieme ad un'immissione di liquidità, ha allentato la "sete" di soldi degli intermediari finanziari.
All'epoca alcuni, fra cui il sottoscritto, cominciavano ad interrogarsi sul passo successivo da programmare. Era abbastanza evidente che si preparava la strada per una contrazione dell'economia americana, e che qualcosa andava fatto da tempo. A dire il vero, qualcosa si doveva fare già dal 2001 quando il precedente presidente della FED, Alan Greenspan, aveva inaugurato una politica di tassi di sconto stracciati e di appoggio all'iperindebitamento delle famiglie.

Adesso, come previsto, il tracollo. Tutti i maggiori nomi delle scienze economiche scrivono la propria opinione per gettare luce sull'accaduto e sui provvedimenti da intraprendere, soprattutto dopo l'annuncio di ieri di un taglio, più o meno a sorpresa, del 0,75% del tasso di sconto statunitense. Autore e teorico di questa strategia, l'attuale presidente della FED, Ben Bernanke.
C'è chi applaude alla mossa della FED, come la migliore possibile sulla base dei dati empirici in loro possesso (come Carlo Favero su LaVoce.info). Altri ritengono addirittura dannoso questo intervento (ad esempio, Michele Boldrin).

Qualcuno, come Joseph Stiglitz sul NY Times, preferisce distogliere l'attenzione dall'oggi e guarda agli ultimi 10 anni. Osserva (a parer mio molto saggiamente) come la recessione interna si dovrebbe contrastare supportando i redditi, con strumenti per sostenere la disoccupazione e gli enti locali. Sottolinea che la riforma Bush del 2001 ha tagliato le tasse per le fasce più ricche, incentivando l'uso del credito e non facilitando la gestione dell'enorme debito pubblico accumulato anche a causa delle guerre in Medio Oriente.
Stiglitz guarda insomma all'economia reale e ad una strategia di politica economica che miri, pur compatibilmente con l'alto deficit pubblico, a sostenere i consumi degli americani attraverso una ricalibrazione (e NON un aumento) della spesa dello stato.

Non mi dilungo oltre sulla ricetta economica che consiglierei a Bernanke e Bush: chi legge questo blog dovrebbe sapere già come la penso a riguardo, e al momento sono troppe le opinioni e le critiche che inondano le testate economiche. Quello che posso offrire è un personale punto di vista, relativo agli effetti della "strategia Bernanke" nel lungo periodo.
Mantenere bassi i tassi d'interesse significa rendere meno appetibili i rendimenti finanziari negli USA. Questo effetto, unito al rischio subprime, alla contrazione della crescita e delle opportunità di investimento dovute alla recessione/stagnazione dell'economia interna, e alla possibilità di investire altrove in paesi dall'elevatissimo potenziale di crescita (Cina, India, Corea) o semplicemente più stabili (area EU), tutto ciò può ragionevolmente indurre gli investitori internazionali a disimpegnare i propri capitali dagli USA e dirottarli vero altre opportunità.
Una fuoriuscita di capitali ha come effetto (secondo diversi modelli macroeconomici, ad esempio quello di Mundell-Fleming) una pressione sul valore del dollaro al ribasso.

Guardiamo per un momento l'andamento del dollaro rispetto all'Euro e al Renminbi negli ultimi anni (i grafici sono realizzati da finance.yahoo.com):

Cambio Dollaro-Euro negli ultimi 5 anni:

Cambio Dollaro-Renminbi negli ultimi 2 anni:

Visto come è andato giù il dollaro? Probabilmente la politica di bassi tassi d'interesse fino a ieri praticata da Greenspan, e adesso con modalità e scopi differenti ripresa da Bernanke, ha certamente contribuito ad un deprezzamento della moneta USA.
Cosa accadrà se questo tipo di approccio verrà mantenuto per gli anni a venire, così come è stato fatto negli ultimi 7-8 anni, e il dollaro continuerà a deprezzarsi?
Ci sono tre effetti principali:

1) Esportazioni: i beni prodotti dagli USA costano meno in termini di valute estere. Questo li rende più competitivi e, quindi, si può prevedere un aumento delle esportazioni;
2) Importazioni: i beni acquistati sui mercati esteri in valuta diversa dal dollaro costano di più agli USA. Questo effetto si farà sentire soprattutto per le materie prime, mentre può favorire le aziende locali rispetto a quelle estere (ad esempio: un'automobile americana costerà di meno per un americano, che non un'automobile giapponese);
3) Capitali: meno capitali investiti significa meno sviluppo e una minor dotazione di risorse.

Generalmente si prevede un miglioramento della bilancia commerciale (esportazioni meno le importazioni) a seguito di un deprezzamento della moneta nazionale. La grande mobilità dei capitali osservata sui mercati finanziari mondiali, porta a pensare che la fuoriuscita degli stessi arrivi presto ad un punto in cui il dollaro è abbastanza svalutato da rendere di nuovo appetibili i profitti in investimenti negli USA. Fin qui, è più o meno la situazione tipicamente analizzata dal modello Mundell-Fleming, e parrebbe indicare che la strada intrapresa da Bernanke, anche nel medio-lungo periodo, è quella giusta.

Ma se introduciamo nuovi elementi che attengono più alla geopolitica che alla macroeconomia pura, mi sorge qualche dubbio:

- gli investitori che distolgono capitali per investirli in paesi ad elevatissima crescita, potrebbero non desiderare di tornare ad investire negli USA anche dopo un aggiustamento al livello attuale d'equilibrio di cambi e tassi d'interesse fra le nazioni. Questo perché, mentre oggi esiste una barriera all'investimento, dovuta ad una percezione del rischio nei paesi "emergenti" più alto di quanto realmente sia, un investitore che abbia saggiato la profittabilità dei mercati asiatici (tanto per dire, la Cina ha annunciato una crescita record del 11,4%) fugherà anche tali dubbi, quindi il "premio per il rischio" nei paesi asiatici potrebbe essere ridotto e, quindi, indurre un ulteriore deprezzamento del dollaro prima di giungere di nuovo in equilibrio;

- la materia prima più "scottante" è, come noto, il petrolio. Gli USA non sono molto amati in questo periodo: c'è la questione con l'Iran, il quale assieme al Venezuela ha cominciato a vendere il petrolio anche in monete diverse dal dollaro. Cosa accadrebbe se, in seguito ad un ulteriore deprezzamento della moneta USA, maggiori volumi di idrocarburi fossero scambiati utilizzando l'Euro, il renminbi o il rublo? È facile da immaginare: una riduzione della domanda di dollari, quindi un ulteriore deprezzamento. Ancora: un peggioramento delle importazioni USA, che potrebbe ridurre molto l'effetto positivo sulla bilancia commerciale del deprezzamento della moneta.

- la Cina e l'India esportano beni ad un costo incredibilmente basso. Questa competitività è difficile da battere, e lo sarà anche per gli USA nonostante un deprezzamento enorme del dollaro. Cioè: è difficile pensare che gli USA riescano a collocare i prodotti esportati in una fascia di "cost leadership" quando ci sono i cinesi che, già oggi, costano dieci volte meno.
Rimangono i beni ad alta tecnologia, ovviamente, ma davvero la leadership americana è sicura in questo ambito? Recentemente la Cina ha cominciato a divenire competitiva in settori trainanti come quello delle TelCo. L'indiana Tata sta lanciano l'automobile Nano da meno di 1.800 euro.

- infine, una considerazione sulla Cina, che possiede enormi quantità di riserve in dollari. Con un deprezzamento a precipizio, potrebbe decidere di disfarsene, o pretendere uno scambio a livello politico con il governo USA per "salvarlo" dalla crisi.

Queste brevi considerazioni portano, inequivocabilmente, a temere che la strategia di Bernanke non sia poi molto lungimirante. Ben vengano i micro-aggiustamenti delle oscillazioni nei mercati finanziari, ma non è forse ora di guardare un po' più avanti nel tempo, e comprendere che solo il ripristino del ciclo virtuoso fra consumi interni e prodotto interno può ristabilire un equilibrio duraturo nella pur invidiabile economia statunitense?

giovedì 17 gennaio 2008

Negroponte vs Intel: chi ha torto?




Antefatto: Nicholas Negroponte, membro di diverse big companies del settore IT (tra cui Motorola) e finanziatore di start-up di successo (Skype, Wired magazine), lancia nel 2005 il progetto OLPC, che mira alla produzione e distribuzione di mini PC da circa $ 100 da vendere/distribuire nei paesi in via di sviluppo, per ridurne il digital divide con i paesi più avanzati.

Il progetto vede diverse adesioni, fra cui quella del gigante dei microprocessori Intel, e attraversa diverse incarnazioni che includono anche versioni commerciali dell'OLPC, vendute con la soluzione: "per ogni pc acquistato, uno identico viene regalato in uno dei paesi in via di sviluppo inclusi nel programma".

Il dissidio: insomma, tutto bello? Non proprio. Recentemente è stato annunciato il divorzio di Intel e OLPC, con pesanti accuse reciproche. Negroponte ha accusato Intel di pensare solo al proprio tornaconto, e ha cercato di imporle di dedicarsi esclusivamente al progetto comune, abbandonando altri filoni paralleli; Intel, con una lettera al personale firmata dal CEO Paul Otellini (si veda questo articolo su Punto-informatico.it), rimanda le accuse al mittente e ventila una politica da parte di Negroponte, non concordata inizialmente, tesa a monopolizzare la produzione di OLPC a scapito di analoghe iniziative, fra cui quella già avviata da tempo autonomamente da Intel, per la commercializzazione di pc a bassissimo costo nei medesimi paesi in cui è attivo il programma OLPC.

Peccato che su un'iniziativa valida come questa, si addensino dissapori e interessi parziali. Ma di chi è allora la colpa? Difficile dirlo. Intel ha un probabile tornaconto, se non altro d'immagine, nell'operazione OLPC. In un periodo in cui il mercato delle CPU è asfittico, la possibilità di aprire un nuovo canale commerciale è un ulteriore elemento di appetibilità.
Il nome di Negroponte però, mi preoccupa più della grande multinazionale del silicio.
Il fratello di Nicholas è John Negroponte, e su quest'uomo le notizie sono a dir poco terrificanti. Membro di quel famigerato "club" statunitense che annovera membri quali Paul Wolfowitz, la famiglia Bush, Rumsfeld e altri sponsor degli interventi militari USA in Medio Oriente e America latina, John Negroponte è stato assegnato, nel corso degli anni '80 e '90, ad incarichi di vertice all'ONU, alla CIA, come inviato in Honduras e, recentemente, in Iraq. Ricopre oggi la carica di braccio destro di Condoleezza Rice alla Casa Bianca.
Da molti autori, fra cui John Perkins (autore di "confessioni di un sicario dell'economia"), John Negroponte è additato quale testa di ponte dell'attività CIA in america latina: formazione di guerriglieri, appoggio ai dittatori filoamericani (Pinochet in primis), colpi di stato organizzati, centri dove veniva praticata e insegnata la tortura, ecc. Pare, anche, che ebbe un ruolo attivo nel dirigere la guerra segreta contro il governo Sandinista in Nicaragua, nel gestire l'affare Iran-Contra (un traffico d'armi illegale con l'Iran, scoperto sotto il governo Reagan a metà degli anni '80), e nell'addestramento delle "squadre della morte" honduregne.

Dunque, è legittimo avere qualche dubbio sull'immagine di Nicholas Negroponte, spesso disegnato come un computer geek del MIT dalle grandiose visioni futuribili. Magari nulla a che vedere col fratello, certo. Tuttavia, quando in ballo è un'accusa di voler monopolizzare un programma come l'OLPC, con gli indubbi vantaggi in termini di monopolio delle tecnologie e di potere di scambio (politico) verso i paesi aderenti al programma di sviluppo, questi dubbi diventano dei segnali di allarme.
E allora, forse, bene ha fatto Intel a proseguire per la propria strada.

sabato 12 gennaio 2008

Il PIL è ancora uno strumento di misura valido?




Uno spunto di riflessione interessante ci viene offerto dal Sole 24 Ore, che si chiede se il PIL è sul viale del tramonto. Una considerazione certo non nuova ma comunque molto attuale, rilanciata recentemente dal premier francese Sarkozy, il quale ha commissionato a due premi Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz e Amartya Sen, di studiare un nuovo indice per il prodotto interno.

Ma cosa è esattamente il PIL? Acronimo per Prodotto Interno Lordo, è una misura di quanta ricchezza è stata prodotta, in un dato periodo (un anno, o porzioni di anno) da una nazione o da una certa area geografica (si può infatti calcolare il PIL di una regione, o della UE, o anche dell'intero mondo). Il PIL può essere diviso per il numero di abitanti dell'area geografica considerata, ottenendo il "PIL pro capite", che misura la dotazione di ricchezza media di ciascun cittadino. È inoltre consuetudine confrontare il PIL di periodi contigui, in modo da calcolarne il tasso di crescita (misurato in percentuale).
Quindi in generale: più alto è il PIL pro capite, migliore dovrebbe essere la ricchezza di una nazione. Maggiore il suo tasso di crescita, più alta la competitività rispetto agli altri paesi.

È dunque un buon metro di valutazione? No, per almeno quattro ragioni:

1) il PIL non tiene conto dei danni ecologici, del depauperamento ambientale e delle risorse. Faccio un esempio banale: una industria vende beni per 100, sopporta costi per 60, e inquina l'aria e l'acqua circostanti per danni quantificabili tramite il costo necessario a bonificare tale inquinamento, per 80. Questo ultimo costo non è computato nel PIL, quindi l'industria in questione figura come produttrice di un valore per 100 - 60 = 40.
Tenendo invece conto dei danni ambientali (che sono danni anche economici, perché riducono la capacità della produzione agricola e del turismo, causano un aggravio dei costi sanitari della collettività), il valore netto finale sarebbe negativo: 100 -60 -80 = -40.
Se in Italia il PIL conteggiasse i danni subiti in 60 anni di scempi al paesaggio e all'ecosistema, probabilmente otterremmo una misura di crescita pari a zero o addirittura negativa.

2) il PIL non distingue la qualità dei prodotti. I valori inseriti nella somma sono misurati, in termini monetari, dai prezzi praticati sul mercato. Si suppone, cioè, che il valore di mercato di un bene, di un servizio o di una prestazione lavorativa, costituisca una corretta misura di valore anche dal punto di vista della collettività per la quale si calcola il PIL. Un esempio mostra che questo assunto non è sempre verificato.
Si prenda il caso di un'azienda municipalizzata, in cui una parte consistente dei dipendenti è assunta sulla base di segnalazioni politiche e non perché necessari all'azienda. È un caso frequente, in Italia, e se ne parla in questi giorni per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti in Campania. Ciascuno di questi lavoratori percepisce uno stipendio di X euro, tuttavia il loro lavoro è scadente e discontinuo, cioè lavorano per un numero di ore largamente inferiore a quanto la mansione richiederebbe. Nel PIL, questi lavoratori sono computati secondo lo stipendio percepito, quindi la relativa prestazione è misurata come se apportasse alla collettività, il medesimo aumento di produzione di un lavoratore che percepisce X euro ma lavora come un matto (magari con straordinari non retribuiti, sottopagato...). È evidente, quindi, che il salario/stipendio non è una misrua infallibile della produttività.
Questo esempio semplice si può estendere anche ai prodotti e servizi: beni che costano molto perché prodotti da aziende in monopolio; servizi erogati non in quanto autonomamente richiesti dalla collettività, ma per forza di una legge che ne impone l'uso (si pensi ai fiscalisti, che in Italia vivono grazie ad una complessità abnorme della normativa tributaria); servizi per i quali i soggetti eroganti sono limitati non in conseguenza di libero incontro fra domanda ed offerta, ma per vincoli di legge o di fatto (è il caso delle professioni che richiedono tirocini e l'iscrizione ad albi, come giornalisti e avvocati, o il superamento di concorsi, come i notai, o il contingentamento delle licenze, come i tassisti).

3) Il sommerso. Il PIL misura ciò che è misurabile. Il lavoro in nero, il prodotto generato da attività illecite quali il traffico di droga e la prostituzione, il lavoro non retribuito di Onlus, enti non commerciali e volontariato spontaneo, sono tutti valori che o non vengono proprio conteggiati, o sono stimati grossolanamente secondo indicatori statistici.
Qualcuno ha stimato che le mafie, in Italia, hanno un "fatturato" attorno ai 90 miliardi di euro l'anno, configurandosi come la prima azienda nazionale. Si può facilmente immaginare che anche minimi errori di valutazione, nel calcolare il PIL, su somme così grandi portano a valori largamente sovra o sottostimati.

4) La distribuzione della ricchezza non è considerata dal PIL. È il vecchio discorso del pollo che, diviso in media per due, fa mezzo pollo a testa. Allo stesso modo il PIL pro-capite non ci dice in che modo la ricchezza nazionale sia divisa fra i cittadini. Se esiste un forte divario fra le fasce più ricche e quelle più indigenti, questo non è in alcun modo tenuto in conto dal PIL.
Perciò, si tratta di un cattivo indice per misurare il benessere, inadatto ad esprimere giudizi sulle scelte di politica economica se non corredato da altri indici, che esprimano il divario fra i "primi" e gli "ultimi" del paese.


In conclusione, è un bene che si riapra il dibattito sul PIL. Questo indice è spesso utilizzato per definire gli obiettivi della politica, o per avallare giudizi su di essa. Come ho sinteticamente mostrato, è però una unità di misura fallace, soprattutto in questo inizio di secondo millennio in cui i problemi ambientali ed energetici sono fra i primi punti nell'agenda di tutti i paesi industriali.

lunedì 7 gennaio 2008

La monnezza di Napoli anche sulla BBC



In alto: una foto dell'oasi naturalistica del cratere degli Astroni.


BBC News ha pubblicato oggi un articolo sulla crisi dei rifiuti di Napoli, intitolato "I soldati rimuovono i rifiuti di Napoli con i buldozer".


Alcune considerazioni del sottoscritto:

- la BBC afferma che la UE ha minacciato gravi sanzioni se la crisi non sarà risolta entro questa settimana. Si ventila infatti l'ipotesi di violazione di direttiva UE da parte del governo italiano;

- l'articolo sottolinea come il problema dei rifiuti risalga a 15 anni fa; fra parentesi, proprio il sito BBC ha un vecchio articolo online, risalente al marzo 2004, che parla di una delle tante "emergenze" napoletane dovute ai rifiuti non raccolti (questo l'articolo);

- in un altro articolo del 2002 che metteva a confronto i paesi industriali sul trattamento dei rifiuti (QUI), viene calcolata la percentuale di raccolta differenziata fatta da ciascuno: Austria 50%, Germania 46%, Paesi Bassi 43%, USA 28%... e l'Italia? Un tristissimo 3%. Questo per dire che i paesi che vengono tirati in ballo per dimostrare l'efficacia dei termovalorizzatori per la gestione del ciclo dei rifiuti, si sono anche dotati di una raccolta differenziata molto più efficiente della nostra. Noi, invece, negli inceneritori ci buttiamo davvero tutto.

- l'articolo della BBC chiude sottolineando che "in 15 anni di promesse, lo stato italiano ha speso qualcosa come 2 miliardi di euro nel tentativo, fallimentare, di fare pulizia dei rifiuti".
Eh...? 2 miliardi di euro?! Avete idea di quanti impianti di gassificazione dei rifiuti ci avremmo potuto realizzare con una somma del genere?


Nonostante tutto questo, oggi leggo dell'appoggio del leader del neonato PD, Walter Veltroni, all'operato di Bassolino. Se è vera la massima secondo cui "come in alto così in basso", mi aspetto i fuochi d'artificio da un ipotetico Veltroni premier italiano! (segue un brivido d'orrore lungo la spina dorsale)

sabato 5 gennaio 2008

La monnezza di Napoli



La "monnezza" in Campania circonda tutto e tutti. Quest'anno, durante i festeggiamenti di Natale e capodanno, le strade erano così piene di rifiuti non raccolti che risultava difficile passare con le auto senza dover scavalcare, a mo' di fuoristrada, sacchetti e scatoli di cartone. Solo poche zone centralissime si sono salvate, anche se lo shopping prenatalizio è comunque stato poco allegro, sia per la congiuntura economica, sia anche per una manifestazione di protesta della AsCom che quest'anno ha eliminato le luci e gli addobbi che, tradizionalmente, illuminano a festa le strade commerciali di Napoli: via dei Mille, via Scarlatti, via Roma, ecc.

Ma come siamo giunti ad un livello così disperato? Il sindaco Iervolino appena pochi mesi or sono ci rassicurava, affermando: "L'emergenza rifiuti è ormai alle spalle. La città è pulita e i cumuli di rifiuti non ci sono più" (26 luglio 2007). Eppure siamo di nuovo con l'acqua (magari fosse acqua!) alla gola, ancora emergenza, ancora discariche e inceneritori da fare con urgenza.

A Pianura i cittadini scendono in strada per evitare che aprano uno sversatoio fra la zona abitata e il cratere degli Astroni (oasi WWF e uno dei pochi luoghi vicini alla città dove è ancora possibile prendere una boccata di ossigeno). La gente è arrabbiata e ha un brutto presentimento, visto che già un'altra volta ha dovuto fare barricate per bloccare camion e ruspe.
Si parla di azioni della camorra locale, volte ad aumentare il livello dello scontro anche forzando i commercianti a chiudere i propri esercizi [ANSA]. Ma non è chiaro se ciò viene fatto per tutelare interessi economici collegati alla gestione dei rifiuti, o se perfino la camorra si è mobilitata a difesa del territorio in cui vive la propria gente, la "base" da cui attinge per ottenere consenso e nuove reclute.

Non è difficile capire perché gli abitanti di Pianura si ribellano, basta usare Google Earth e cercare Pianura (Napoli) per rendersi conto della situazione:

L'area evidenziata in verde è Pianura, una zona totalmente residenziale, a pochi minuti dal centro urbano di Napoli. Quel cerchio irregolare che si vede nella foto, in basso a sinistra, è il cratere degli Astroni dove il WWF organizza passeggiate e bird-watching. Intorno a Pianura ci sono: a nord ovest Quarto, zona abitata; a sud, Agnano, zona abitata ad elevata sismicità (è praticamente costruita sulle antiche fumarole che i romani usavano come terme, a volte dai tombini in strada esce fumo sulfureo!) e luogo di produzione di vini pregiati come la Falanghina dei Campi Flegrei.

A me non sembra il luogo più adatto in cui piazzare una discarica, se abitassi là, darei anch'io di matto pur di non subire puzza, inquinamento e viavai di camion tutti i giorni. Considerato che la fascia litoranea di Napoli è notoriamente sovrapopolata e ad elevata densità abitativa, nonché a vocazione turistica da più di duemila anni, non ha maggior senso progettare discariche nell'entroterra?
Come si può dar torto ai napoletani che in questi giorni scendono in piazza come se andassero in guerra? Il nostro territorio è violentato da troppo tempo per permettersi il lusso della fiducia e il peccato dell'ignavìa. Lasciare ai figli un'eredità alla diossina sarebbe da irresponsabili.