mercoledì 26 novembre 2008

La "social card" per bimbi e anziani




E finalmente il governo, dopo ripetuti annunci e proclami, partorisce ufficialmente la "social card" [ilSole24Ore].

Trattasi di una carta in tutto e per tutto simile ad un bancomat, anonima ed utilizzabile sul circuito Mastercard, che viene precaricata di 80 Euro ogni due mesi dallo stato. Questi soldi sono poi spendibili presso determinati punti vendita (per adesso si è parlato di negozi di generi alimentari). La card inoltre da diritto a sconti presso rivenditori convenzionati e all'accesso a tariffe agevolate ENEL.
La social card può essere richiesta da genitori di bambini sotto i 3 anni o da pensionati oltre i 65 anni, purché siano soddisfatti alcuni requisiti, in particolare che il reddito dichiarato ai fini IRPEF nell'anno precedente si mantenga al di sotto di una soglia prestabilita (molto bassa, circa 6-8.000 euro).

Qualche commento è d'obbligo, quindi inizio con le note positive. L'idea di fornire un contributo sociale per gli indigenti attraverso un sistema semplice e fruibile merita un giudizio più che positivo. La card, infatti, si usa esattamente come qualsiasi Pago-Bancomat (al cui utilizzo gli italiani sono ormai ampiamente abituati).
Ancora più interessanti sono i possibili ampliamenti futuri che questo strumento potrebbe avere, ad esempio per pagamenti relativi a spese sanitarie, o per acquisti per i figli (i libri scolastici, magari i pannolini...). La fornitura di una card piuttosto che di denaro contante permette infatti di limitare le spese solo a quelle tipologie di prodotto e/o di rivenditore che lo stato ritiene socialmente utili, evitando così che il ricevente si comporti indegnamente (es. il genitore che riceve il contributo per il figlio di 3 anni, e se lo spende in alcoolici e gratta&vinci). Un aumento dei punti commerciali presso cui poter spendere la social card, infine, potrebbe consentire forme di concorrenza, cosa non possibile quando il servizio sociale è erogato direttamente da un ente statale (con tutte le note inefficienze che ben conosciamo). Così è rispettata, nei limiti degli scopi sociali che ispirano questo strumento, la libertà di scelta del ricevente che può acquistare i beni che preferisce presso il rivenditore che preferisce.

Veniamo alle note dolenti:
- Prima di tutto, l'importo: 40 euro. Pochissimo, specialmente pensando ai genitori di bimbi sotto i 3 anni, per i quali non si può acquistare un pacco di pasta in più, ma ci vogliono prodotti specifici e costosi (pappine e omogeneizzati vari, per capirci). Considerato che la soglia di povertà relativa per una famiglia italiana di due componenti è (secondo dati ISTAT) di circa 990 euro, stiamo parlando di un contributo pari a circa il 4% del reddito-soglia. Dubito che 40 euro mensili, attualmente non spendibili per sanità o spese di prima infanzia, aiuteranno in misura determinante gli indigenti.

- Secondo punto dolente: la soglia di reddito fissata a 6.000 euro. Che con l'aggiunta del contributo della social card, fanno 540 euro mensili. La metà esatta della soglia di povertà relativa! A nessuno si accende una spia di allarme?

- Leggo infine sul Sole24Ore la frase seguente (notare la parte in grassetto): "Il plafond di risorse a disposizione è superiore: ci sono 170 milioni stanziati dal decreto legge 112/2008, 250 milioni di donazioni dai privati (200 milioni Eni e 50 milioni Enel), 450 milioni nel decreto legge 155/2008 all'esame del Senato e 200 milioni nel collegato Sviluppo (disegno di legge 1195) all'esame del Senato". Cioè, se ho ben interpretato: lo stato italiano stanzia una cifra per spese sociali, già di per sé irrisoria rispetto ai bisogni del paese e alla situazione congiunturale, e parte di questi fondi sono prelevati da ENI ed ENEL?! E che significa?! Un riconoscimento ex post del fatto che per anni questi monopolisti di stato ci hanno imposto tariffe energetiche superiori alla media europea, e ora questi fondi, come una sorta di tassa sociale occulta, vengono rigirati ai più poveri? Ma com'è possibile che i governi italiani non riescano a partorire strumenti di sostegno sociale con un minimo di programmazione e una visione che non sia quella del "tappare i buchi", ma con la consapevolezza che uno stato europeo e civile spende quote rilevanti per il welfare, e che "spesa sociale" non è uguale a trasferimenti ad associazioni ed ONLUS varie (politicamente schierate), alla CIG (che riguarda solo una porzione limitata dei lavoratori), a micro-contributi che non modificano sostanzialmente la posizione reddituale (ricordate il "bonus bebé"?).

In conclusione, mi trovo ancora una volta a ripetere una formula già detta: si poteva fare molto meglio.

sabato 4 ottobre 2008

Chirurgia finanziaria



Barney Frank, chairman of the House financial services committee, vowed that Congress would next embark on a regulatory revamp of Wall Street and the US banking industry. “
We will be back next year to do some serious surgery to the financial structure”, he said.



Bhé insomma, come si dice... meglio tardi che mai! :)

mercoledì 1 ottobre 2008

Piano Paulson e crisi bancaria USA: esiste un costo occulto?




Il salvataggio del sistema bancario americano è agli sgoccioli, e molti denunciano che ci si è mossi troppo tardi (un'ottima sintesi delle diverse posizioni si trova su NoisefromAmerika, QUI). C'è però un pensiero che mi gira in testa da un po', provo a scriverlo procedendo per gradi in modo da non perdermi nel discorso. Il fine non è quello di elaborare una teoria o una qualche idea compiuta, piuttosto di esprimere dubbi sulla convenienza del piano Paulson-Bernanke, dubbi che però hano natura diversa da quelli che leggo nei dibattiti più accreditati.

Per chi fino ad ora non avesse seguito la vicenda, ecco un riassunto superstringato: le banche americane hanno prestato soldi a famiglie indigenti quando i tassi di interesse erano bassi, poi quando i tassi sono saliti, le rate dei mutui (perlopiù a tasso variabile) sono salite anche loro e molti debitori si sono trovati nell'impossibilità di pagare. Le banche hanno cartolarizzato questi mutui, trasformandoli (per così dire) in titoli e piazzandoli sul mercato borsistico. Dato che nessuno sapeva quale intermediario avesse i titoli bacati in portafoglio, si è creato un panico generale, una conseguente crisi di liquidità, e il fallimento (o la statalizzazione, o l'incorporamento da parte di competitors più solidi) di colossi della finanza mondiale come Lehman Brothers. Il governo USA, nella persona del segretario del Tesoro Henry Paulson, propone un piano straordinario di salvataggio che consiste nel comprare i titoli bacati coi soldi dello stato, per poi rivenderli quando le acque saranno più calme. I problemi di questo piano sono diversi, in estrema sintesi: 1) si aiutano proprio quegli intermediari che sono stati meno accorti, dunque si introduce un moral hazard che potrebbe costituire un pesante precedente; 2) si teme che il prezzo stabilito per acquistare i titoli bacati non sia quello "giusto", e che quindi al momento della rivendita lo stato non rientrerà di tutti i dollari anticipati.

1) Inizio dalla FED, che negli ultimi anni (sotto Greenspan e Bernanke), ha mantenuto una posizione piuttosto espansiva, lanciando badilate di dollari a poco prezzo dalla finestra in più occasioni. La "reputazione" della odierna FED, mi sembra, è perciò quella di "banca centrale dalle maniche larghe".

2) Il piano Paulson costerà un bel po' di soldi (si parla di 700 miliardi di $). Ora, tale spesa viene finanziata o (i) con debito pubblico, o (ii) con emissione monetaria, oppure (iii) aumentando le tasse (volutamente non considero la contemporanea riduzione di altre spese pubbliche, per semplicità). Per i casi (i) e (ii) vale il punto 3) successivo. Il caso (iii), che è quello che leggo sui giornali come uno dei principali timori e motivi d'avversione al piano da parte dell'elettore americano, significa sottrarre soldi a qualcuno (famiglie, imprese) e trasferirli ad una parte del sistema bancario.
Se i soggetti tassati saranno le indebitatissime famiglie americane, ciò significherà una riduzione dei loro consumi e/o risparmi, a fronte del salvataggio (SE il piano funzionerà) del sistema bancario. In un tale possibile scenario in cui i redditi delle famiglie si contraggono e l'aumentata spesa pubblica si concentra tutta sull'acquisto di titoli finanziari (che poi in un certo momento futuro lo stato rivenderà, ottenendo un parziale o totale recupero dei soldi spesi, sempre SE il piano funziona, e SE il pricing dei titoli è corretto), vi sarà un interludio (quanto lungo non so, anche perché non mi pare, o io non l'ho letto, che sia previsto nel piano Paulson un termine vincolante entro cui i titoli acquistati dallo stato dovrebbero essere reimmessi nel mercato) in cui è improbabile che la FED scelga una monetary stance restrittiva (almeno, visti i precedenti...).

3) Per quanto detto sopra, se gli agenti sono (sufficientemente) dotati di aspettative razionali, potrebbero temere un aumento della quantità di dollari in circolazione, superiore alla crescita dell'economia reale sottostante. Anticipando questa previsione potrebbero spingere ad una svalutazione del dollaro immediata (penso anche, anzi soprattutto, agli investitori stranieri).
Ora non so voi, ma se io temessi una perdita di valore "importante" per il dollaro, userei i dollari che ho in portafoglio per comprare subito oro, e infatti come evidenzia anche il Financial Times (QUI) le transazioni in oro (oro fisico) sono in deciso aumento. Può essere solo un effetto della paura, ma anche no.

4) Quindi, oltre ai costi, perfettamente spiegati un po' ovunque, che il piano Paulson potrebbe generare (moral hazard, pressione fiscale, ecc.), mi domando: se la metà di quanto ho scritto qui ha un senso, possono gli USA in questo momento storico permettersi un ulteriore deprezzamento del dollaro? Col petrolio che scarseggia, il proprio esercito in mezzo mondo, gli attriti con Cina, Russia e Medio Oriente?

5) Ma, se il piano Paulson ha tutti questi costi e potenziali rischi, esiste un piano B? Nel breve periodo, non saprei, forse la proposta di Luigi Zingales (QUI) è quella che preferisco anche per gli effetti in prospettiva (di maggiore capitalizzazione del sistema). Quello che mi pare essenziale, è cominciare subito a discutere della nuova regolamentazione dei mercati, necessaria per ridare fiducia e trasparenza alla finanza americana la quale, francamente, ci ha devastato le scatole con crisi continue e sempre più gravi (ricordate la bolla speculativa della new economy? Come dire che nessuno ha imparato nulla). È una regola incontrovertibile della teoria economica che il mercato concorrenziale è tale, e quindi può funzionare in modo virtuoso, solo se esiste un livello sufficiente di informazione per gli agenti economici. Al contrario, gli intermediari bancari USA sono avvolti dal mistero, nessuno sapeva dove fossero le mortgage-backed securities, nessuno si fida più dei rating e dei bilanci pubblicati (pur certificati da apposita revisione dei conti), con l'introduzione dei contratti derivati è diventata un'impresa impossibile riuscire a valutare correttamente il profilo di rischio di un fondo d'investimento o titolo azionario.

Concludendo, spero di sbagliare, ma il piano Paulson potrebbe ben accelerare una decadenza del primato finanziario statunitense nello scenario geopolitico mondiale, e una contrazione dell'economia interna (stavolta da mancanza di capitali esteri e da deficit della bilancia commerciale) che magari, con un "piano B" sarebbe evitabile.
Perché dunque accettare non solo l'introduzione di incentivi negativi a rischiare di più ("tanto poi c'è il governo che ci salva"), ma anche effetti negativi potenzialmente impattanti l'economia reale? Cui prodest? La risposta, scontata, la lascio a voi.

venerdì 22 agosto 2008

Casa dolce casa: i debiti degli italiani




Ieri la CGIA di Mestre ha pubblicato un interessante documento, secondo il quale le famiglie italiane avrebbero aumentato il loro indebitamento nel periodo 2002-2007 di ben +93,28%, arrivando ad un valore medio di € 15.765.

Mi sono quindi domandato: cosa ci faranno mai gli italiani con tutti 'sti soldi presi a prestito? Alcuni dati ISTAT mi hanno fornito indizi utili, e li ripropongo qui di seguito.

1) I CONSUMI
Si potrebbe pensare che gli italiani abbiano preso a comprare beni di consumo o di breve durata indebitandosi fino al collo: televisori LCD, automobili e quant'altro. Se è vero che il credito al consumo è più diffuso oggi che alla fine degli anni '90, i consumi nel complesso non sono aumentati poi molto dal 2002. La spesa media annua per famiglia è salita di circa il 13% (a valori nominali), e poco meno del 3% a valori reali (cioè al netto dell'inflazione). La composizione della spesa è abbastanza costante, in percentuale del reddito totale, per gli alimenti, i combustibili e l'energia, un po' cresciuta (+0,4%) per i trasporti (che includono anche i costi per il carburante).
La voce lievitata più significativamente è quella per l'abitazione, che nel 2007 incide sul totale dei consumi per il 26,7%. Scomponendo un po' l'aggregato, scopriamo che circa il 40% delle famiglie paga un canone di locazione oppure la rata del mutuo per l'acquisto dell'immobile. Sia i fitti che le rate dei mutui sono cresciute parecchio, +25,61% e +22,19 rispettivamente (+14,29% e +11,18% in termini reali).

2) I REDDITI
Una diversa interpretazione del dato fornito dalla CGIA di Mestre potrebbe far pensare ad una certa inelasticità dei consumi al reddito, peraltro suggerita dalla staticità in termini reali dei consumi aggregati (vedi punto 1)).
I redditi delle famiglie italiane non sono cresciuti molto. Nel periodo 2003-2006, si registra appena un incremento del 4,58% (0,98% in termini reali). In effetti i consumi appaiono accelerare il passo più dei redditi. Ma, come già detto, questo incremento si concentra su una specifica voce: quella per l'abitazione.

3) IL MERCATO RESIDENZIALE
Un altro dato (sempre fonte ISTAT) a questo punto può fornire una misura dell'andamento del mercato immobiliare residenziale. Il numero di permessi per costruire fabbricati residenziali e abitazioni è salito, tra il 2002 e il 2006, del 14%. La superficie utile concessa è cresciuta del 17%. A ciò si aggiungono i permessi per l'ampliamento di fabbricati residenziali esistenti: +43,2% di superficie abitabile concessa.
La vivacità degli investimenti immobiliari pare giustificata alla luce degli aumenti descritti per fitti e mutui immobiliari (potrebbe indicare un sopravanzamento della domanda residenziale rispetto all'offerta), e se così fosse fra qualche anno il mercato dovrebbe riallinearsi a valori più "tranquilli" (in effetti i segni di una contrazione dei prezzi residenziali ci sono già).
Certo, rimane la domanda: con la crescita demografica italiana a livelli da anni prossimi allo zero, da dove proviene tutta questa domanda di immobili residenziali? Forse una conseguenza dei flussi d'immigrati? O di una polarizzazione eccessiva della densità abitativa nelle metropoli? Oppure si tratta di uno spostamento dei risparmi, dagli impieghi finanziari al più sicuro "mattone"? Non ho dati per stabilirlo, quindi lascio tali domande in sospeso...

4) CONCLUSIONI
Allora, ecco una possibile risposta: le famiglie italiane si sono indebitate, soprattutto, per fronteggiare le aumentate spese necessarie all'abitazione, prevalentemente legate al fitto o alla rata del mutuo. Gli investimenti immobiliari, cresciuti probabilmente in seguito all'accresciuta appetibilità del mercato, stanno gradualmente riportando l'offerta residenziale al livello della domanda.
Quindi nulla di grave? L'unico rischio è qui per le famiglie con redditi molto inferiori alla media, che hanno difficoltà ad indebitarsi come fanno le famiglie con redditi mediani. Forse ormai il peggio è passato, e i nuovi immobili sgonfieranno i prezzi, ma nel frattempo qualche famiglia si sarà impoverita. Una situazione non troppo dissimile da quella che, in alcune zone disagiate degli USA, ha portato all'accensione dei famigerati mutui subprime (che da noi, per fortuna, le banche non hanno concesso, almeno non su vasta scala), posticipando di qualche anno il tracollo finanziario di quei nuclei familiari.

martedì 5 agosto 2008

"Faccia di bronzo" Greenspan



Certa gente non ha pudore, proprio per nulla!

Alan Greenspan, l'ex chairman della banca centrale americana FED, uno dei personaggi maggiormente additati quali colpevoli (o quantomeno, rei di mancato intervento) del sentiero che ha portato il sistema finanziario USA al caos che impera da più di un anno, con fallimenti a catena di istituti di credito ed effetti negativi sull'economia reale di tutto il mondo, quell'Alan Greenspan che avrebbe potuto (dovuto?) intervenire sul mercato finanziario con regole più rigide e/o un giro di vite sul costo del denaro (troppo basso per troppo tempo)... la settimana scorsa rilascia un'intervista alla CNBC, in cui candidamente commenta l'attuale crisi finanziaria criticando gli eccessi che l'avrebbero causata.

Così, come un passante casuale, ci racconta che l'attuale recessione è un "fenomeno che accade una volta in un secolo". Ci dice anche che non vi era altra soluzione se non nazionalizzare le perdite dei colossi Fannie Mae e Freddie Mac, che crede probabile una recessione più che una ripresa rapida, e che non siamo assolutamente alla fine della storia per quanto riguarda i prezzi delle case americane.
Non pago di tanta saggezza elargita, scrive ieri un articolo sul blog di Martin Wolf, in cui mescola dati affermando che la crisi non è stata causata da ineizioni di liquidità a sproposito da parte della FED, ma piuttosto da... uhm... globalizzazione? Premi di rischio troppo bassi? Sinceramente non comprendo il rapporto causale fra queste cose, né cosa c'entri il suo suggerimento di non tentare di bloccare i mercati competitivi e la loro flessibilità, con regolamenti e quant'altro.

Il miglior commento a riguardo di queste affermazioni ballerine lo fornisce Peter Schiff su Asia Times Online, che osserva: "il comportamento di Greenspan è simile a quello di uno spacciatore di droga in pensione che si lamenta del degrado urbano causato dalla crescente tossicodipendenza".
E il suo appellarsi alla "mano invisibile" smithiana è quasi ridicolo. Il suo compito in qualità di chairman della FED sarebbe stato di regolamentare quantomeno il corretto fluire delle informazioni circa la rischiosità degli impieghi subprime, in modo tale che il premio di rischio si innalzasse al livello "giusto". Nessun impedimento al libero mercato, dunque, anzi un aiuto necessario al suo corretto funzionamento (Greenspan probabilmente non ha mai letto Leijonhufvud, e crede ancora che ci sia un "banditore" che avvisa gli intermediari dei prezzi "giusti", il tutto automaticamente).

Dunque Greenspan consiglia (ancora?!) di abbassare ulteriormente i tassi di sconto (già ridotti da Bernanke a livelli reali negativi), di non ipotizzare alcun intervento pubblico, e lasciare che il libero mercato aggiusti tutto. Strano, dice no a nuovi regolamenti, ma appoggia il salvataggio di Fannie&Freddie? È un liberismo assai curioso il suo!

giovedì 24 luglio 2008

Diatribe fra economisti: quale ricetta per fronteggiare la crisi finanziaria?




La recente crisi finanziaria di origine statunitense, che da oltre un anno colpisce i mercati di tutto il mondo con vaste oscillazioni delle quotazioni di titoli e dei prezzi dei beni primari (energetici, materie prime), sembra non avere alcuna intenzione di placarsi e lasciar respirare di sollievo un mondo già provato da anni difficili.
Questa "tempesta finanziaria", ultima di una lunga serie che pare avere il più illustre antenato nella Grande Depressione del 1929, e simili (ma mai uguali!) avvenimenti durante i '70, alla fine dei '90 e nel biennio 2000-2001, scatena com'è giusto le opinioni, talvolta opposte, degli studiosi di economia i quali propongono spiegazioni diverse e suggerimenti di policy altrettanto variegati.

In particolare sul prestigioso forum di Martin Wolf pubblicato dal Financial Times, due recenti articoli hanno catturato la mia fantasiosa attenzione. Il post qui di seguito è un po' lungo, ma chiedo la pazienza di seguirmi fino alla fine.

Il primo articolo è di Paul De Grauwe, e in estrema sintesi dice: i modelli previsionali utilizzati dalle banche centrali si fondano tutti su ipotesi scolastiche di "razionalità degli agenti". In altre parole, si ipotizza che, in media, gli agenti economici (consumatori, imprese, lo stato...) abbiano a loro disposizione un sacco di informazioni, sappiano come interpretarle, e agiscano di conseguenza annullando gli errori sistematici. Mercati finanziari "liberi", poco regolati e competitivi, dovrebero in teoria portare ad una allocazione ottimale delle risorse. Invece, la crisi subprime ha mostrato che è avvenuto l'esatto opposto, dato che i capitali sono stati impiegati in mutui assolutamente sballati sotto il profilo della gestione del rischio di credito.
Dunque, secondo de Grauwe l'errore di fondo sta nel ritenere gli agenti economici delle "creature supremamente ben informate", quasi dotate di poteri "divini" di conoscenza e comprensione. In un recente seminario tenuto all'università Parthenope di Napoli, De Grauwe ha approfondito questo concetto, sottolineando come anche gli studi di psicologia da tempo affermano l'incapacità per l'essere umano di elaborare molte informazioni allo stesso tempo. Noi umani saremmo, insomma, "esseri semplici", che osservano la realtà sulla scorta di pochi indicatori, e anche imitando molto il comportamento degli altri ("effetto mandria"), soprattutto di coloro che riteniamo più "bravi" o che si sono dimostrati tali in passato.
La conclusione di De Grauwe è, quindi, che il compito delle banche centrali non può essere unicamente il contenimento dell'inflazione. Serve, anche, un'azione di controllo della stabilità finanziaria, attraverso regole più restrittive e una stabilizzazione anche del ciclo economico.
Agire solo con un innalzamento dei tassi di interesse per trattenere la corsa dei prezzi, secondo De Grauwe, è dunque un approccio sostanzialmente sbagliato o perlomeno incompleto.

Il secondo articolo è nientemeno del pluripremiato premio Nobel Edmund Phelps, il quale con la sua ottima prosa ci spiega che in altre situazioni, un taglio dei tassi di interesse da parte delle banche centrali va anche bene, per aiutare il sistema economico a riprendersi da una recessione e per ridurre la disoccupazione, se tale rallentamento dell'attività economica è dovuto ad una riduzione della domanda aggregata (in puro stile keynesiano).
Ma, continua Phelps, se invece l'aumentata disoccupazione è dovuta a cause strutturali, un'espansione monetaria non fa altro che accelerare l'inflazione. Per Phelps, "cause strutturali" possono essere state: una contrazione (strutturale) del mercato immobiliare susseguente la bolla speculativa che è stata sostenuta proprio dai mutui subprime; una ridotta capacità di credito delle banche, dovuta al peggioramento dei conti in seguito ai "cattivi affari" causati dai subprime e un innalzamento del premio di rischio; infine, prezzi più alti per il petrolio e altre materie prime importate.
Tutte queste cause comporterebbero tagli del personale, un effetto che secondo Phelps è amplificato dal fatto che l'economia è aperta (globalizzata), la valuta si deprezza, e le aziende interne riescono così ad ottenere posizioni quasi monopolistiche nei mercati interni che permetterebbero sovraprofitti e ulteriori tagli sui fattori produttivi.
La conclusione, per Phelps è la seguente: "se tutto questo è vero, la politica monetaria negli USA è strana. In passato si sarebbe scelto di alzare, non di abbassare, i tassi d'interesse quando il tasso di disoccupazione appariva più basso di quanto sarebbe stato nel medio termine".

Dunque, da un lato ci dicono che le banche centrali sbagliano ad alzare i tassi di interesse senza badare anche a stabilizzare i mercati (pensando soprattutto alla nostrana BCE). Dall'altro lato ci dicono che è sbagliato abbassarli (stavolta guardando alla FED americana), perché il tasso di disoccupazione misurato oggi negli USA è forse perfino troppo basso.

Esiste un punto in comune che accontenti entrambe queste visioni? A mio parere, un punto ci sarebbe. Sia De Grauwe che Phelps parlano dell'esistenza di problemi "economici", "strutturali", insomma non strettamente finanziari. Su tali basi consigliano l'adozione di policies altre che non solo l'espandere o contrarre la moneta/il tasso d'interesse: parlano diella necessità di una regolamentazione più attenta (dei mercati finanziari), di politiche di stabilizzazione (non solo finanziaria), di raggiungere un dinamismo economico maggiore per ottenerne prosperità.
Mi sembra, in conclusione, che il punto di unione risiede in un concetto banalmente semplice: l'economia rallenterà, ma non possiamo aspettarci che uno spostamento in su o in giù delle "leve" monetarie controllate dalle banche centrali, riescano a risolvere o almeno ad attenuare questioni che sono strutturali, permanenti nel medio-lungo periodo, e non solo (o non più solo) legate alla sfera dei mercati finanziari.

È tempo di mettere mano al sistema economico-produttivo e al contesto regolativo. La sfida sarà non cadere, come già minacciato da qualcuno, in facili trappole neo-protezioniste, neo-stataliste, neo-liberiste, insomma perniciosamente ideologiche. Se di maggiore dinamismo (= più competizione) c'è sicuramente bisogno, sia negli USA che in Europa, la lettura del dato occupazionale data da Phelps indica anche la necessità di una spesa sociale, efficiente e mirata al sostegno del nuovo, maggiore livello del tasso naturale di disoccupazione (= più ammortizzatori sociali).
Una sfida non da poco per il prossimo presidente USA (Obama o McKain?) e per l'UE che guarda al trattato di Lisbona.

martedì 24 giugno 2008

2008: Odissea in Trenitalia



Questa è una storia vera accaduta ieri, 23/6/2008. Si parla di treni e di italiani, di guasti tecnici e di occasioni mancate, e forse soprattutto, di quella che è ormai da anni la commedia della vita in Italia. Se può sembrare una storia banale, si pensi che in Giappone per un ritardo di appena 12 secondi dello Shinkasen, il portavoce ha pubblicamente chiesto scusa!

Era una comune giornata di giugno quella di ieri, calda (32° C) e piena di turisti che si muovo su e giù per lo stivale italico. Alla stazione di Roma Termini si affollava una calca sotto il tabellone luminoso che annuncia arrivi e partenze, e come al solito, nessuno si scomponeva per i ritardi accumulati di 10, 20, perfino 40 minuti.
Anche il mio treno era fra quelli in ritardo, 20 minuti rispetto al suo orario di partenza ufficiale, le 14.45. "Eurostar Alta Velocità 9433 diretto a Napoli Centrale", un tratta che ho percorso centinaia di volte ed oggi servita dalla TAV delle nostrane Ferrovie, non un gioiello della tecnologia se paragonata, ad esempio, alla TGV francese o alle monorotaie giapponesi, ma comunque una linea veloce e costata un occhio della testa al nostro paese. Mentre aspetto di salire, gli altoparlanti annunciano a ripetizione che un Eurostar proveniente da Reggio Calabria è stato sospeso a causa di un guasto tecnico. "Ecco perché tutti questi ritardi" penso io, erroneamente.

Salgo sul mio treno pieno di gente (circa 500 persone), e si parte alle 15.05. Già da subito una sudata peggio delle saune svedesi, l'aria condizionata non ne vuole sapere di funzionare a dovere e con il sole estivo del pomeriggio sulle nostre teste, serpeggiano i primi malumori e richieste di intervento al personale viaggiante, che vediamo correre per i vagoni urlando "e non vedete che stiamo intervenendo? Signora abbia pazienza e ci lasci lavorare!" sbotta uno verso una signora sui 50 anni che, un po' veementemente, aveva preteso notizie.

Poi, il treno si ferma in piena campagna. Gira voce, poi confermata da gracchianti altoparlanti, che siamo nei pressi di Sora, che anche la locomotrice ha un guasto, e che si dovrà attendere l'intervento dei tecnici (nella foto che segue, i passeggeri iniziano a scendere a terra).


Man mano che i minuti e poi le ore passano (rimarremo in quel posto per 3 ore abbondanti, sotto al sole cocente), la situazione degenera. Alcuni passeggeri si sentono male per il caldo e vengono fatti stendere nelle poche carrozze in cui il condizionamento dell'aria ancora funziona. Noialtri, quelli delle carrozze roventi (ormai a 40°) apriamo le porte dal lato sicuro e scendiamo dal treno.
Dopo più di un'ora che si era fermi, arrivano i "soccorsi": bottiglie d'acqua distribuite agli "assetati", una pattuglia di polizia che ci guarda dall'alto del terrapieno che costeggia i binari, ridacchiando. Una signora che si era seduta sullo scalino della portiera del vagone, viene scaraventata a terra dalla porta che misteriosamente si richiude su di lei (mentre tutte le altre rimangono aperte... lo scherzo di un fantasma di capostazione...?), quindi soccorsa dalla gente lì vicino. Un altro signore, grasso e con i baffetti, corre avanti e indietro urlando di risalire sul treno, ma quasi nessuno gli da retta e anzi lo sbeffeggiano. In fondo, non indossa alcuna divisa e quindi, con che titolo parla e lancia ordini? (nella foto: alcuni giornalisti di Teleuniverso intervistano i presenti a bordo binario)


Interessanti erano i commenti e le reazioni degli stranieri. Una signora russa era allibita, non si capacitava della spiegazione secondo cui non era possibile una azione di protesta collettiva per ottenere un risarcimento (questa, almeno, la tesi di chi le sedeva di fronte). Alcuni orientali sedevano immobili e silenti, con un'espressione di marmorea riprovazione. Una anziana coppia anglosassone rideva ed esprimeva commenti sarcastici. Un ragazzo, di origini italiane ma residente ad Amsterdam, col suo bagaglio enorme contenente una bicicletta, si chiedeva "ma chi me l'ha fatto fare di venire in Italia?".

Alla fine, arriva un treno d'emergenza. Vengono posizionate solo due passerelle nella prima e nell'ultima carrozza, per cui si creano due lunghissime file di gente che, bagagli alla mano, si muove lentamente fra vagoni refrigerati e vagoni a 40°, una sorta di percorso termale involontario. Saliti sul nuovo treno e attesa un'altra mezz'ora, ci si incammina verso Napoli, dove metteremo piede a terra solo alle 20.45. (la foto seguente mostra il passaggio tramite "passerelle" verso il treno d'emergenza)


Oggi mentre scrivo questo resoconto, leggo che un altro treno, sempre ieri e diretto da Viareggio a Firenze, ha subito problemi simili. Vedo la notizia del nostro TAV pubblicata su ANSA e alcune testate, e penso che se non fossi stato là sopra a morire di caldo e di attesa, non ci avrei quasi fatto caso, ennesima news di disservizi delle infrastrutture italiche in un turbinio di morti sul lavoro, arresti eccellenti e non, rifiuti per le strade, artefatti bisticci mediatici fra politici, e via dicendo.

Ma, ed è questa la morale della storia se mai ve n'è una, siamo ad un punto in cui non possiamo liquidare queste inefficienze con una scrollata di spalle. In un giorno, un treno sospeso e due guasti alle locomotrici e al condizionamento, indicano che le manutenzioni di Trenitalia sono, oramai, alla frutta. Viviamo in un'Italia in cui la linea più giovane e tecnologica, la TAV, è già preda di ritardi e guasti tecnici come i più vecchi treni Intercity. E questo accade mentre l'Alitalia precipita nel fallimento, mentre i trasporti su gomma e via mare costano sempre più per via del caro-petrolio.
Siamo nel paese in cui, dopo essere stati sequestrati e cotti al vapore per 4 ore, molti passeggeri parlavano del rimborso del prezzo del biglietto ("dovrebbero rimborsarci il prezzo pieno e non solo il 50%!" ho sentito dire da molti), e non di un risarcimento per danni e di cause civili, cioè del primo pensiero che sarebbe venuto in mente al cittadino di uno stato europeo civile e di diritto.
Ancora, siamo nel paese in cui una capotreno giovane e inesperta si è sbattuta avanti e indietro, paonazza e in lacrime per risolvere la situazione, mentre (mi hanno riferito) un collega anziano vociava con alcuni passeggeri dei supposti errori compiuti da lei, con uno "scaricabarile" evidente quanto inadeguato in una condizione di emergenza come quella vissuta.

Allora mi chiedo: ma tutti i soldi prelevati dagli italiani produttivi e contribuenti in forma di tasse; tutti i soldi che oggi costa un biglietto di seconda classe Napoli-Roma (38 Euro, oramai l'Eurostar, che costava fino a 3 anni fa sui 23 euro, è stato quasi totalmente soppiantato dalla TAV); tutti i fondi a suo tempo spesi (sperperati?) per la linea ad alta velocità... ma tutti 'sti soldi dove vanno a finire, se le manutenzioni ordinarie e la pulizia dei treni sono tanto scadenti? Quali vie segrete e mai accertate intraprendono i soldi degli italiani, fra i mille rivoli della burocrazia e delle società pubbliche/partecipate dal pubblico?
E come si può sperare che si avverino gli slogan: "Rialzati Italia!" o "Yes, we can!", se lo stato delle infrastrutture è in condizioni tanto pietose? Ai posteri l'ardua sentenza, e l'onere di sobbarcarsi i costi che stiamo caricando sulle loro spalle.

venerdì 16 maggio 2008

Un rating etico per i fondi sovrani, ma è davvero possibile e conveniente?



Leggo oggi un articolo su LaVoce.info a firma di Francesco Vella. Il pezzo intitolato "Un Rating per i Diritti" propone l'istituzione di un sistema di valutazione dei fondi sovrani, cioè di quei fondi di investimento che recentemente stanno spopolando in tutto il mondo, costituiti e direttamente gestiti da governi nazionali. Fondi sovrani cinesi, arabi e russi stanno investendo ingenti quantità di denaro in occidente, finanche in attività strategiche come porti commerciali, produzione di energia e aerospaziale. Da qui, la paura di molti che si possa subire pressioni e ritorsioni attraverso canali finanziari da parte di paesi che non hanno fama d'essere liberali e rispettosi dei diritti umani.

Una proposta di questo genere mi pare rientrare fra quelle elaborazioni teoriche, fantastiche sulla carta, ma difficili da attuare o perfino controproducenti nella realtà di questo nostro mondo complicato e caotico.

Tutto sta nella definizione di "diritti umani" e di "violazione" di questi. Possiamo immaginare che un'agenzia di rating etico statunitense tenderebbe a giudizi morbidi riguardo la pena di morte, molto diffusa negli Stati Uniti d'America, e calcherebbe la mano su libertà di stampa e di religione, i capisaldi della democrazia occidentale di cui si fa portabandiera il governo Bush.
Un ipotetico fondo sovrano italiano avrebbe la sua AAA+ se giudicato secondo questi parametri, mentre magari, guardando a situazioni di schiavitù di fatto (e qui gli esempi si sprecano, giusto tre indicatori per rinfrescare la memoria: numero di morti sul lavoro, numero di lavoratori in nero, % di questi che sono immigrati irregolari e quindi assolutamente non tutelati giuridicamente. Per non parlare dei famigerati CPT, delle fabbriche di camorra in Campania...), si beccherebbe un rating peggiore di paesi in guerra da anni.

Ancora: un fronte militare come quelli in Cecenia o in Iraq, dove sono state riportate gravi e ripetute violazioni dei diritti umani così come definiti dall'ONU, comporterebbe un rating più basso? E ciò avviene anche per i paesi che hanno inviato truppe di supporto, ma per i quali non sono accertate violazioni etiche? E cosa dire di quei paesi che pur non avendo partecipato direttamente alle operazioni militari, hanno agito attraverso l'erogazione di servizi, la vendita di beni e la realizzazione di strutture e impianti, al consolidarsi di una presenza straniera nata su violazioni accertate di diritti umani delle popolazioni conquistate?

Per non parlare di fenomeni "altri" come la finanza islamica. Sarebbe davvero buffo trovare un rating stracciato per l'Arabia Saudita dove si lapidano le donne, e all'inverso, vedere i fondi occidentali trattati allo stesso modo da una ipotetica società di rating mediorientale, perché non conformi alla morale islamista che giudica assolutamente inconcepibile il finanziamento del traffico di armi o di attività di usura (e non sono forse queste, attività esecrabili sotto il profilo etico anche secondo gli standard morali occidentali? Il prestito ad interesse era vietato dalla Chiesa cattolica sino al tardo medioevo, mentre per il traffico di armi... bisognerebbe parlarne al gruppo Capitalia, che è, pare, leader europeo nel fornire capitali in questo settore).

Infine ancora: un rating etico quale quello proposto da Vella si applicherebbe solo ai sovereign funds? E allora basta costituire un fondo privato, fissare adeguate regole che vincolino ad hoc la circolazione dei titoli azionari e proporlo come un fondo privato, non statale, in modo da aggirare il rating.
Oppure si vuole estendere un rating di questo tipo a tutti i soggetti investitori? E in che modo, in base a dove è collocata la sede legale? La metto alle Barbados e ho risolto. In base all'origine dei capitali? Difficile rintracciare il percorso che possono fare in giro per il mondo. In base alla nazionalità dei gestori del fondo? Paradossale e anche un po' razzista.

Cercare di demarcare "noi" e "loro" con una immaginaria linea di confine che separa il mondo libero, democratico, buono, da quello dittatoriale, dirigista e cattivo, è un chiaro esempio di manicheismo del terzo millennio, una follia concettuale prima ancora che un impraticabile metodo per ergere barriere protezioniste contro i capitali stranieri dei paesi emergenti.
E anche inutile, visto che questi fondi, almeno al momento attuale, non mirano a raccogliere capitali presso il grande pubblico (che potrebbe avvantaggiarsi di una valutazione etica da parte di un soggetto terzo e indipendente), ma al contrario ad investire un surplus di fondi. E può pensarsi un mercato che seleziona l'acquirente non in base al prezzo offerto, ma su parametri non meglio identificati? Non riesco ad immaginare il NYSE che espone accanto ai titoli scambiati, due quotazioni: una normale, e l'altra per i malvagi sovereign funds. E anche rispetto a chi vende singoli assets al di fuori dei mercati regolamentati, come è avvenuto per i porti americani sulla costa ovest, acquistati dai sauditi... se bastasse sapere di avere a che fare con un criminale per decidere di sospendere ogni trattativa, le Mafie nostrane avrebbero chiuso i battenti da tempo...


domenica 11 maggio 2008

Il prezzo del petrolio galoppa a briglie sciolte, le riserve rimangono sconosciute




"Petrolio record sopra i 126 dollari", "Petrolio da record, giù le borse", "Petrolio senza freni", e perfino "Petrolio oltre quota 126 dollari. L'esperto: «Può arrivare a 400»". Questi alcuni dei titoli utilizzati da testate giornalistiche nostrane negli ultimi giorni per raccontare le impennate bizzose del prezzo del petrolio greggio sui mercati mondiali.

Il prezzo del crude oil, che ha staccato di larga misura la soglia psicologica (che oramai sembra un lontano ricordo) dei 100$ a barile, inizia a scuotere gli animi degli analisti di tutto il globo. Comincia a serpeggiare il dubbio che non solo l'attività speculativa in commodities dovuta alla crisi dei mercati finanziari; non solo la svalutazione del dollaro, moneta in cui sono fissati i prezzi di vendita; non solo l'aumentata domanda di idrocarburi da parte dei paesi emergenti; e non solo l'attività di cartello dell'OPEC, tesa a mantenere i livelli di produzione artificialmente bassi, siano causa di questa corsa a briglie sciolte.

Il dubbio che forse le riserve di petrolio facili da sfruttare siano finite, e che si sia passati a quelle più ostiche, insomma che proprio la materia petrolifera cominci un po' a scarseggiare, viene da un articolo apparso su Reuters, che titola "Oil running out as prime energy source: world poll". Rigirando la domanda in forma di sondaggio, l'articolista sostiene che in tutti i paesi coinvolti (con la sola eccezione della Nigeria) la maggior parte degli intervistati ritiene che il petrolio stia finendo e che i rispettivi governi non si stiano attivando a sufficienza per trovare fonti d'energia alternative.

Al punto in cui siamo, ogni indizio circa la reale entità delle riserve petrolifere sfruttabili ha importanza per valutare l'orizzonte temporale a diposizione per attuare cambiamenti significativi, e per noi italiani, dipendenti energeticamente per oltre l'85% dagli idrocarburi, la faccenda assume una dimensione particolarmente rilevante. Essendo i paesi produttori coloro che possiedono le informazioni sulle riserve, il loro comportamento diventa segnale per gli agenti operanti sul mercato, ogni scelta, ogni dichiarazione contiene un potenziale messaggio implicito.
Ad esempio, recentemente gli Emirati Arabi Uniti hanno investito somme importanti per la realizzazione di una cittadella completamente autonoma energeticamente. Riporta Punto Informatico che la fantascientifica Masdar City sorgerà vicino Abu Dhabi, accoglierà 50.000 persone, sarà totalmente pannellata da lastre fotovoltaiche a film sottile e dotata di mini aerogeneratori, e permetterà un risparmio di energia fino al 75% rispetto ad agglomerati edificati con tecniche tradizionali. Questo progetto costerà 6 miliardi di dollari agli EAU, e 16 miliardi saranno raccolti da investitori privati.
Un altro indizio viene dalla russa Gazprom, che stando a quanto afferma il NY Times, prevede uno spazio di manovra nel prossimo futuro per spingere verso l'alto il prezzo del gas naturale, pur programmando allo stesso tempo nuovi investimenti per aumentare il livello di produzione (circa 75 miliardi di $ per avviare l'estrazione di due enormi giacimenti nelle zone artiche).

Questi pochi esempi e molti altri indizi che si susseguono, leggendo fra le righe dei comunicati e delle iniziative dei giganti del mercato degli idrocarburi, sembrano indicare che una qualche costrizione all'aumento della produzione di petrolio c'è davvero, e non solo per scelta oligopolista dell'OPEC.
Se questa chiave di lettura è corretta, l'annuncio di venerdì scorso di un membro dell'OPEC, secondo cui il cartello potrebbe decidere di aumentare il livello di produzione, nonostante sinora non abbia ceduto alle pressioni internazionali in tal senso, potrebbe significare che il prezzo attuale del petrolio, più alto, viene ritenuto stabile in proiezione futura, abbastanza da coprire i maggiori costi di estrazione previsti per le riserve esistenti e garantire gli usuali margini di profitto cui i paesi OPEC sono abituati.

sabato 10 maggio 2008

Giulio Tremonti: il Buono, il Brutto, il Cattivo




È ormai divenuta certezza la nomina di Giulio Tremonti alla carica di Ministro dell'Economia. Facendogli veramente tanti auguri per un ruolo difficilissimo in un paese e in un momento congiunturale come quelli attuali, è interessante dare un'occhiata al curriculum di Tremonti, a ciò che ha fatto in precedenti legislature come ministro delle Finanze, ruolo ricoperto nel '94 e poi ancora nel 2001, per capire quali possibili direzioni potrà intraprendere per risanare i conti pubblici e l'economia nazionali.

IL BUONO: Tremonti è stato il fautore della cosiddetta "Tremonti-bis", un'agevolazione fiscale che rendeva parzialmente non imponibili gli investimenti in beni strumentali e le spese appartenenti ad alcune categorie (per asili nido a favore del personale, per formazione dei dipendenti, ecc.). Pur essendo certamente migliorabile sotto diversi profili, l'idea di indurre una maggiore patrimonializzazione delle aziende italiane, così come tentava di fare l'altra agevolazione esistente in materia, la D.I.T., mi sembra a posteriori una buona idea. Quantomeno, se uno degli obiettivi era incentivare i capitali a rimanere in Italia, questo è un provvedimento assolutamente più condivisibile delle leggi-polizia che hanno introdotto black list e norme sulle "società esterovestite", norme complicate, soggette a mille interpretazioni diverse e che terrorizzano (a ragione!) l'investitore straniero.
Altri provvedimenti riusciti durante il secondo governo Berlusconi mi sembrano quelli riguardanti la riforma del diritto societario del 2003. Non una riforma sconvolgente, sia chiaro, ma la trasformazione della società a responsabilità limitata in senso più europeo, più simile alle private companies di diritto inglese, l'introduzione di figure giuridiche pensate per le società quotate in borsa (i sistemi monistico e dualistico, i patrimoni separati), la maggiore operatività del curatore fallimentare, sono indirizzi interessanti e apprezzabili.

IL BRUTTO: la legge 30/2003 (cosiddetta "legge Biagi") introduce maggiore flessibilità nel mercato del lavoro. Pur essendo attribuibile all'allora ministro del lavoro Maroni, Giulio Tremonti ha espresso pieno appoggio e, visti gli importanti effetti in tema economico, si può ritenere a mio avviso "moralmente corresponsabile". La legge 30 viene osannata da alcuni come uno strumento di liberalizzazione necessario al paese; da altri è invece attaccata frontalmente come la causa di tutti i mali dei nostri lavoratori precari. Per come la vedo io, se contemporaneamente alla legge 30 (anzi per essere precisi: già all'epoca della legge Treu del '97 che introduce il lavoro interinale) si fosse introdotta una seria e onnicomprensiva riforma degli ammortizzatori sociali, oggi benediremmo il nome di coloro che l'hanno promulgata pur fra mille opposizioni e difficoltà. Invece, il risultato ottenuto è si quello di un miglioramento del tasso di disoccupazione, ma a fronte di un peggioramento del tasso di partecipazione, un crollo del salario/stipendio medio italiano, un crollo della propensione al risparmio, un generale senso di insicurezza per le fasce giovanili.
Si poteva fare molto, ma molto meglio di così.

IL CATTIVO: il mio giudizio negativo non va tanto a qualcosa che Tremonti ha fatto, ma al contrario a tutto ciò che non è riuscito a fare. Il programma economico della CdL nel 2001 verteva su alcuni capisaldi: semplificazione fiscale, liberalizzazione del mercato del lavoro, federalismo fiscale. Di questi punti, il primo si è visto solo da lontano (le maggiori riforme le abbiamo avute dal precedente governo Prodi-D'Alema-D'Amato, con lo statuto del contribuente e l'accertamento in adesione). Del secondo punto ho già detto. Per quanto riguarda il federalismo fiscale, il fatto che sia di nuovo nel programma del 2008 la dice lunga su quanto poco abbiano fatto a riguardo.
Infine un'ultima nota negativa sul deficit di bilancio. Tremonti ci ha riempito la testa di promesse, affermando che la spesa programmata sarebbe stata più che sostenibile grazie ad una ripresa generale dell'economia. È un po' come se uno si presentasse ad una banca, senza soldi né patrimonio, e chiedesse un prestito molto al di sopra delle sue possibilità, giustificando la richiesta con i presunti guadagni futuri che quel prestito gli permetteranno di ottenere. Questo si chiama venture capitalism, non finanza pubblica!

Questo è dunque il passato. L'auspicio è che al nostro siano rimasti i buoni proponimenti del 2001, ma anche che abbia appreso dagli errori, abbia le idee chiare su cosa fare e come farlo.
Dubito che l'Italia possa permettersi altri 5 anni come gli ultimi 16, le riforme ci vogliono, e per farle sono necessarie: una maggioranza forte al parlamento (questa c'è), coraggio e lungimiranza.
Vedremo nei prossimi mesi se anche gli ultimi requisiti elencati saranno soddisfatti.

venerdì 25 aprile 2008

V2-Day di Beppe Grillo: la mia esperienza diretta




Ho appena sottoscritto la proposta di referendum promossa da Beppe Grillo. I motivi della mia adesione sono, in sostanza, quelli molto chiaramente espressi in questo articolo pubblicato da NoisefromAmerika, in cui i tre quesiti referendari vengono analizzati da un punto di vista più tecnico. Già in passato, in tempi ancora non sospetti (di V-Day non si parlava proprio), avevo espresso la mia totale contrarietà all'esistenza di un ordine dei giornalisti come lo abbiamo in Italia, limitativo della libertà d'informazione e incapace nel gestire una deontologia dei propri associati.

All'arrivo presso il banchetto dove si raccolgono le firme vicino casa mia, a Napoli, alcune piacevoli sorprese. Abituato alle raccolte referendarie dei partiti tradizionali e dei radicali pannelliani, mi aspettavo di incrociare il V2-Day nella strada più trafficata, abbordato da qualche "procacciatore di firme". Invece no: seminascosti dietro la veranda di un bar, silenziosi nonostante una discreta folla radunatasi e in attesa del proprio turno, pochi ragazzi, giovani a giudicare dall'aspetto, aspettavano che fosse la gente ad avvicinarsi e chiedere: "è qui che si può firmare?". Pochi poster, nessuna bandiera, nessun volantino a sporcare la strada, se non avessi saputo dal Web dove andarlo a cercare, forse neppure mi sarei accorto che erano lì!

Ricordo invece i referendum indetti in passato: grandi bandiere del partito di appartenenza, età dei proponenti mediamente più alta, la gente fermata e invogliata, con tecniche simili a quelle utilizzate dai promoters dei supermercati (quelli che ti offrono campioncini del prodotto, ti spruzzano il profumo addosso, ti invitano all'acquisto...) . Qui invece, niente, e la gente che cerca con lo sguardo il posto di cui hanno letto in rete, o sentito da amici. E questo (è la cosa che più mi ha colpito) nonostante il silenzio quasi totale e tombale che la stampa e le TV hanno riservato all'evento, nonostante sia oggi giorno di festa e molti vanno fuori a pranzo, nonostante alcuni blogghers, tradizionali supporters di Grillo, abbiano criticato l'iniziativa.

Insomma un risultato notevole. Non solo per il referendum in sé, ma perché mette a nudo una possibilità, cui gli italiani non sembrano essere abituati, di politica dal basso, diretta, in cui è il cittadino ad attivarsi per proporre allo stato le direzioni da intraprendere, e non, come normalmente accade dal dopoguerra, un voto che nasce e si esprime attraverso organismi politici "terzi": i partiti, i movimenti, le associazioni. Grillo e il suo Weblog non rientrano in nessuna di queste definizioni, ma si configurano più come una community nel senso dato dal Web a questo termine, con l'interessante risultato che la comunità online, "virtuale", tracima ora nella realtà offline.

sabato 5 aprile 2008

L'energia e la Cina




Se si chiede oggi quale sia il grande business del futuro, generalmente le risposte sono sempre le stesse: l'acqua, un bene sempre più raro e, quindi, prezioso; i beni alimentari, sotto la spinta di un'aumentata domanda mondiale, di un cambio di destinazione di alcune colture a favore del mercato dei biocarburanti, e di un lieve ma continuo cambiamento climatico che ha già trasformato aree del nostro meridione in succursali subdesertiche dell'Africa; infine l'energia, sia essa nella forma di idrocarburi, o di strumenti per trasformare il vento, le maree o la radiazione solare in corrente elettrica.

La Cina attraversa oggi una trasformazione profonda. Il desiderio del governo cinese e, secondo alcuni, un auspicio anche per segretario americano al tesoro Paulson che ben vedrebbe una diminuzione delle importazioni di merci cheap dall'Asia, a bassissimo margine e bassissimo prezzo, è di traghettare parte dell'industria verso prodotti a maggior valore aggiunto. Nel campo delle TelCo i successi ci sono già, mentre altri comparti si trovano in una "regione di transizione" con tutte le prevedibili difficoltà del caso.

Un esempio di successo è la ReneSola. Questa azienda nasce come assemblatore di pannelli solari, e oggi produce wafer di silicio in proprio, con tecnologia proprietaria mono e multicristallina. Germania e Giappone, due dei maggiori mercati mondiali per il fotovoltaico, comprano i prodotti ReneSola, che ottiene parte della materia prima da silicio di scarto (dichiarano una capacità di riciclo di 80 tonnellate per mese). Più di 2.600 dipendenti, un potenziale produttivo di 378 MW/anno, una crescita annua del fatturato (249 milioni di USD) che sfiora il 200% fra il 2007 e il 2008, una crescita annua dell'utile netto del 70%, un utile pari a 42 milioni di USD al 31/12/07. Niente male davvero!

Ma anche sul fronte degli approvvigionamenti petroliferi non stanno lì a guardare. Un fondo di investimento cinese, il SAFE (acronimo per State Administration of Foreign Exchange), già detentore di partecipazioni in Morgan Stanley e Blackstone Group, sta gradualmente acquistando quote significative della francese Total [NY Times] e attualmente raggiunge l'1,6% del capitale sociale (e guarda un po', proprio oggi il buon Sarkozy ha dichiarato che non presenzierà alla cerimonia dei giochi olimpici di Pechino, se il governo cinese non parlamenterà col Dalai Lama... una coincidenza? [la Repubblica]).

In un mondo che cambia, dove l'asse del potere economico si sposta ad oriente, dove ci troveremo in un futuro prossimo a dipendere completamente, noi italiani, dal gas russo, dal nucleare francese, dal petrolio mediorientale e forse, direttamente o indirettamente, dai capitali e dall'industria pesante cinese, perdiamo la bussola a dibattere in una campagna elettorale basata sull'aborto, sulle sventure di Alitalia, su problemi elettorali del tutto autoreferenziali. Mentre il teatro della politica mediatica va avanti, i giganti si muovono aldilà del mare e dei monti Urali, e potremmo ben stupirci, fra 10 anni, del perché acquistiamo automobili indiane, pannelli solari cinesi, cibo sudamericano, voli francesi e prodotti finanziari anglosassoni, difendendo quel poco di mercato interno rimasto a suon di barriere protezioniste a la Tremonti, statalismo e burocrazia asfittica stile Bertinotti, microinterventismo inutile alla Veltroni.
O magari avremo il piacere di vedere all'opera le proposte "nuove": la Destra (ricorda, vagamente, i toni del 1922), la Sinistra Critica (qui siamo addirittura al sapore del 1848), DC e socialisti (torniamo ai cari vecchi anni '80).

Non c'è speranza. Non è solo l'energia del petrolio e delle fonti rinnovabili che ci mancano. È anche l'energia del nuovo, dell'intrapresa, che sembra spenta a tutti i livelli in Italia. Quell'energia che invece pare abbondare nei cinesi, nonostante totalitarismi e problemi vari, e che alimenta il nuovo che avanza prepotentemente, e indifferente ai vecchi re d'occidente.

martedì 25 marzo 2008

Rivolte in Tibet: un'altra operazione CIA ben riuscita




La notizia del momento è sicuramente la rivolta tibetana. Il mondo dei bloggers ha subito circolarizzato vari proclami, petizioni e manifestazioni digitali a favore del "Free Tibet!". Giornali e telegiornali di tutto il mondo seguono quotidianamente le vicende e gli sviluppi sul piano diplomatico fra una Cina apparentemente imbarazzata in vista delle olimpiadi 2008, e il resto del mondo indignato da cotanta violenza simil-fascista.

Prima di continuare vorrei subito chiarire un punto: il mio pensiero è che qualsiasi popolo dovrebbe essere in grado di autodeterminarsi e governarsi come più gli piace. Questo è vero per i tibetani come per gli irlandesi, i baschi, i ceceni, i palestinesi, gli israeliani, i curdi e tutte le etnie che si trovano ad affrontare armi alla mano governi più grandi di loro. Quindi, per me affermare il diritto del Tibet all'autodeterminazione è, filosoficamente, sfondare una porta aperta.

Ma ciò che vorrei sottolineare adesso è di altra natura, e non riguarda il diritto o i buoni sentimenti, ma semplici osservazioni di geopolitica.
La strategia del governo USA, per chi non lo sapesse, da qualche tempo si orienta verso metodi sottili di manipolazione politica, che fanno leva su masse di persone, perlopiù giovani e con voglia di protestare contro un mondo che non funziona a dovere. La metodologia, assolutamente made in CIA, è abbastanza semplice: giovani desiderosi di far politica vengono contattati da agenti locali, si formano piccoli gruppi cui sono forniti "accessori" quali libelli, volantini, siti web e quant'altro, e li si manda in giro a fare informazione anti-regime. Questo metodo in apparenza banale ha funzionato molto bene in anni recenti, per esempio ha contribuito a preparare un terreno fertile per la cosiddetta rivoluzione arancione in Ucraina, o per l'istanza separatista del Kosovo. Se masticate l'inglese, questo articolo su Asia Times è illuminante e molto dettagliato.

Stati come Russia e Cina, governati da gente che non vive col prosciutto sugli occhi e si avvale di servizi di intelligence altrettanto validi di quelli statunitensi (basterebbe citare il KGB e le strutture di controspionaggio informatico cinesi...), ha da tempo individuato questo metodo di incursione non armata, e ha preso contromisure drastiche. Qualcuno si chiede il perché della censura cinese su internet, del pugno di ferro (ricordate la Politkovskaja?) del governo Putin verso la stampa di opposizione? Semplice fascismo del nuovo millennio, o anche qualcos'altro, un metodo per difendersi dalla nuova strategia CIA di attacco dall'interno?

Torniamo al Tibet. Rivolte per le vie, non pacifiche come qualcuno vorrebbe far credere (i negozi bruciati pare non siano opera della polizia cinese, ma dei rivoltosi), certo è naturale visto che di rivolta si tratta, non di una manifestazione con striscioni e motteggi come noi italiani siamo mollemente abituati a fare per le vie delle nostre città. E capita proprio a pochi mesi dal momento di massima visibilità per il governo cinese, le olimpiadi e la corsa del tedoforo.
Allora ecco il pensiero comune a quasi tutti i media internazionali: i tibetani ne approfittano, e che vi siano o meno aiuti USA dietro i rivoltosi, è irrilevante visto che la loro condizione merita comunque l'attenzione dell'occidente.
Bene, e se invece il teorema fosse un altro? Gli Stati Uniti soffrono di una grave crisi economica e finanziaria, e da tempo chiedono alla Cina di apprezzare la valuta cinese rispetto al dollaro, per aiutare la bilancia commerciale USA che da anni è in perenne deficit. Inoltre, la scelta della FED di abbassare i tassi e mantenersi su una politica monetaria espansionista, è da molti economisti letta come una condanna, autoinflitta, ad un'inflazione alta per il prossimo futuro. La Cina e la BCE non hanno abbassato i tassi, anzi il presidente Jintao ha pubblicamente affermato di voler combattere l'inflazione interna come primo obiettivo per il 2008. Insomma: una catastrofe per gli USA, che nonostante la caduta a picco del valore del dollaro, non sembrano riuscire a far decollare le esportazioni abbastanza da evitare una recessione violenta.

La rivolta in Tibet scattata proprio adesso potrebbe essere un modo furbo per sfruttare il "punto debole" del governo cinese sul piano internazionale (ce ne sono altri di punti deboli, quello delle tutele sulla sicurezza del lavoro inesistenti, o il problema ambientale, ma non così immediatamente fruibili come una piccola rivolta nel Tibet, col Dalai Lama ad amplificarne mediaticamente l'impatto e i cinesi in difficoltà nel raggiungere i remoti picchi himalayani).
Perciò, stiamo attenti noi "bloggers" a non diventare strumento di macchinazioni e raggiri. Si al Tibet libero, no al Tibet come mezzo per ottenere "favori" e scambi politici sulla pelle della gente.

giovedì 6 marzo 2008

BCE, Bank of England e Cina non imitano la politica della FED



Mentre la Federal Reserve sembra preparare un ulteriore taglio del Fund Rate, almeno stando all'interpretazione che la stampa specialistica fa delle parole del suo presidente Ben Bernanke [Bloomberg, ad esempio], la BCE rimane impassibile e non ritocca i tassi.

Lo afferma a chiare lettere Trichet, il quale secondo il NY Times avrebbe affermato: “We had no call for an increase of rates, but we had no call for a decrease in rates. So I would think that it is important that the two messages be fully understood”. Più chiaro di così!
Anche la Bank of England ha deciso di mantenere i tassi invariati, senza una motivazione esplicita ma, a quanto risulta da indiscrezioni, per preoccupazioni lagate alla crescente inflazione, soprattutto sotto la spinta del sempre più alto prezzo del barile di petrolio [Reuters].

Nel frattempo il governo cinese, per bocca del ministro Wen Jiaobao, afferma che la priorità per il 2008 è il mantenimento di un più contenuto tasso d'inflazione [NY Times]. E questo obiettivo certamente non potrà essere perseguito con un'espansione monetaria!

Quindi in conclusione, pare che il resto del mondo non intenda seguire la politica dei tassi stracciati della FED. I cambi Dollaro-Euro e Dollaro-Renminbi, riflettono questa scelta lasciando scivolare inesorabilmente verso il basso la quotazione della divisa USA.
Resta da vedere nei prossimi mesi se la combinazione di queste scelte porterà ad un reflusso di capitali dagli USA verso altri paesi, con conseguenti ricadute sulla capacità d'investimento e di finanziamento delle imprese americane, oppure se il sistema-America dimostrerà d'essere davvero "too big" per soffrire di contraccolpi sgnificativi, riuscendo, di nuovo come in anni passati, in un dumping dei suoi problemi interni verso il resto del mondo.

mercoledì 20 febbraio 2008

Il politico di professione




Invito a leggere il seguente passaggio. Sembra scritto oggi, e invece...
Lascio alla fine il nome dell'autore e l'anno (vediamo se qualcuno indovina ;).

"Il politico di professione che vive della politica può essere un semplice beneficiario oppure un funzionario stipendiato. E dunque o percepisce dei redditi da tasse de emolumenti per determinate prestazioni - mance e bustarelle costituiscono una variante irregolare e formalmente illegale di questo genere di proventi - oppure riceve un compenso fisso in natura o uno stipendio in denaro, o entrambe le cose. Egli può assumere il carattere di un imprenditore, come il condottiero o l'appaltatore o il venditore di cariche pubbliche del passato, oppure come il boss americano, il quale considera le sue spese come un investimento di capitale da far fruttare avvalendosi della propria influenza. Oppure può ricevere uno stipendio fisso, come un redattore o un segretario di partito o un moderno ministro o un funzionario politico. Nel passato feudi, concessioni di terre, benefici di ogni genere e, con lo sviluppo dell'economia monetaria, soprattutto emolumenti costituivano la tipica ricompensa che principi, conquistatori vittoriosi o capipartito vincitori elargivano al proprio seguito; oggi sono cariche di ogni tipo in partiti, giornali, cooperative, casse di malattia, comuni, stati che vengono distribuite dai capipartito per i leali servizi loro prestati.

Tutte le lotte tra i partiti non si svolgono per fini oggettivi, ma anche e soprattutto per il patronato delle cariche. [...] In Francia un'infornata di prefetti ad opera di un partito politico è sempre stata considerata come un sovvertimento maggiore e ha provocato più chiasso di un cambiamento del programma di governo, il quale ha un significato quasi meramente retorico. Alcuni partiti, così soprattutto in America, con il venir meno delle antiche controversie circa l'interpretazione della Costituzione, sono diventati puri partiti di cacciatori di posti, i quali modificano il loro programma oggettivo a seconda delle probabilità di catturare voti. In Spagna, fino a pochi anni or sono, i due grandi partiti si avvicendavano al potere nella forma di elezioni manipolate dall'alto, secondo un turno fissato per convenzione, al fine di sistemare il loro seguito nelle cariche.
[...] Con il numero crescente di cariche prodotto dalla burocratizzazione universale e con la domanda crescente di esse in quanto fonte di sostentamento particolarmente sicura, questa tendenza va crescendo presso tutti i partiti, i quali per i loro seguaci diventano sempre più un mezzo rispetto allo scopo di essere in tal modo sistemati."

Il testo è tratto da una conferenza di Max Weber, tenuta a Monaco nel 1919 (edita nel volume "La scienza come professione, la politica come professione", Einaudi).
Mi sembra che ci aveva visto giusto, a 90 anni di distanza la descrizione del sistema partitocratico di Weber non fa una grinza se applicato all'esperienza italiana di questa tornata elettorale. Ad un candidato parlamentare di oggi, potremmo suggerire ciò che 2.000 anni fa Quinto Cicerone consigliava al fratello Marco Tullio, in corsa per la carica di console:

"Chi aspira alle cariche pubbliche deve mirare a due obiettivi distinti: ottenere l'appoggio degli amici e ottenere il consenso popolare. [...] Ma la nozione di amico è molto più estesa in campagna elettorale che negli altri momenti della vita. [...] Coloro che grazie a te hanno ottenuto o sperano di ottenere una tribù, una centuria o qualche altro beneficio, sforzati di portarli dalla tua parte e di essere sicuro del loro appoggio. [...] Poiché tre cose soprattutto inducono gli uomini alla benevolenza e all'impegno elettorale - i benefici, la speranza, la comune inclinazione degli intenti - bisogna considerare il modo di assecondare tutti e tre. Gli uomini trovano in piccoli benefici un motivo sufficiente per appoggiare un candidato; [...] dobbiamo pregarli e anche portarli a credere che, se finora sono stati in obbligo verso di noi, noi, a nostra volta, potremo diventarlo verso di loro".
[Quinto Cicerone, Piccolo manuale per una campagna elettorale, Anabasi editore]

martedì 19 febbraio 2008

...e qualcuno comincia a rendersene conto!



Per fortuna qualche analista economico inizia a porsi le domande salienti (dubbi simili a quelli proposti in questo articolo) e guarda alle operazioni della FED, particolarmente il recente taglio del tasso di sconto, in un'ottica globale e di movimenti dei capitali internazionali.

Ieri il Financial Times pubblica un interessante articolo dal titolo: Domestic US problems with global consequences [link].

In particolare evidenzio le conclusioni dell'autore, D. Bowers (la traduzione è mia):

"La posta in gioco è l'accordo simbiotico commerciale-finanziario attraverso il quale, negli ultimi 5 anni, i risparmiatori asiatici e mediorientali hanno prestato soldi a basso costo ai consumatori degli Stati Uniti, affinché potessero acquistare prodotti asiatici. In relazione a ciò, le azioni della Fed potrebbero risultare controproducenti. Il problema è che, nel tentativo di stabilizzare l'economia USA, la Fed potrebbe finire per destabilizzare quei mercati emergenti ancorati al dollaro che hanno fornito la maggior parte di quel credito.

L'ultima cosa di cui queste economie hanno bisogno è la moderazione forzosa imposta dalla politica aggressiva della FED, in un momento in cui i prezzi dei beni schizzano in alto. L'inflazione interna nelle economie emergenti può trasformarsi rapidamente in un problema sociale e in instabilità politica.

Il modo di agire della Fed può pertanto avvicinare il giorno in cui questi paesi abbandoneranno il loro ancoraggio al dollaro, con conseguenze potenzialmente negative per i rendimenti dei titoli USA. Insomma, il tracollo immobiliare negli Stati Uniti combinato con la risposta della Fed potrebbe destabilizzare i flussi di capitale transfrontalieri che molti investitori, fino ad ora, hanno considerato come garantiti."


venerdì 15 febbraio 2008

Mutui subprime: la causa o un effetto della crisi americana?




Da qualche mese si parla di recessione, crisi, timori nei mercati finanziari. Fiumi di parole vengono spesi per inquadrare dati poco confortanti in una cornice che spieghi cosa succede, e la maggiore attenzione è dedicata alla questione dei mutui subprime, i mutui cioè che sono stati erogati a famiglie americane per l'acquisto di immobili, a tassi perlopiù variabili in periodi in cui il tasso di sconto era mantenuto basso dalla FED. Questi mutui sono poi stati cartolarizzati e infilati in fondi d'investimento in giro per il mondo, fino a quando i tassi sono saliti, le famiglie sono andate in default perché non riuscivano più a pagare la rata, e il giocattolo si è rotto.

Le elucubrazioni sui subprime si sprecano: in questo articolo pubblicato su The Vox, Dell'Ariccia e altri indagano sulla relazione fra il boom dei mutui cartolarizzati e un'eventuale declino degli standard di selezione del cliente; su Epistemes, invece, l'attenzione è sul paniere usato per calcolare il tasso di inflazione, posto a base delle variazioni del tasso FED, e sull'osservazione che in esso il valore degli immobili non è computato. Sulla stampa internazionale, The Economist guarda al futuro del mercato delle securitizations, mentre il Financial Times si chiede dove siano finite le cause giudiziarie di risarcimento da parte dei risparmiatori, visti tutti i soldi persi dagli istituti bancari.

Ma vediamola da un'angolatura diversa. La questione dei mutui subprime è davvero la causa della crisi incombente? Cioè, se la FED avesse mantenuto tassi d'interesse più alti e le banche americane fossero state più accorte nell'erogare i mutui immobiliari, oggi l'economia statunitense non avrebbe timori recessivi?

Vediamo alcuni dati pubblicati dal FMI e cerchiamo di capire dove sono le cause, e dove gli effetti, della crisi. Indaghiamo utilizzando grafici e linee colorate, per avere rapidamente in un colpo d'occhio le informazioni che ci interessano (NOTA: clicca sulle immagini per la versione in alta risoluzione).

1) Crescita del PIL:

Come mostrato dal grafico, il ritmo di crescita del PIL statunitense (linea verde) è gradualmente peggiorato rispetto al resto del mondo (linea blu, la cui media è mantenuta però alta dall'inclusione di economie emergenti). In particolare, rispetto al totale dei paesi industrializzati (linea rossa), dalla seconda metà del 1999 il PIL USA cresce più o meno allo stesso ritmo degli altri paesi OECD, cioè poco.

2) Bilancia commerciale:

La bilancia commerciale USA (differenza fra esportazioni ed importazioni) peggiora costantemente e significativamente dal '95, arrivando a valori decisamente più bassi degli altri paesi industriali con un deficit attorno al 6% del PIL.

3) Inflazione:
La linea rossa presenta i dati dell'inflazione per gli USA, mediamente più alta degli altri paesi industriali per tutto il periodo 1999-2007 con la sola eccezione del 2002. Questo dato è significativo: la politica di bassi tassi d'interesse additata da molti come causa principale del "mutuo facile", ha effettivamente causato un punto percentuale d'inflazione in più degli altri paesi OECD.

4) Debito pubblico:

Dall'immagine (elaborata da questo website), risulta evidente un incremento del ritmo di crescita del debito pubblico statunitense a partire dal 2001.

L'immagine (tratta da Wikipedia) mostra il debito pubblico in percentuale del PIL. Attualmente questo rapporto supera il 60%.


In conclusione:

Prima dello scoppio della crisi subprime, quindi fino all'estate 2007, l'economia statunitense mostra un aumentare sproporzionato del debito pubblico rispetto alla crescita del PIL, un peggioramento costante della bilancia commerciale, un'inflazione più alta della media dei paesi industrializzati.
Altro dato significativo: dal 2000 al 2006, il reddito annuo di una famiglia media americana è diminuito di $ 1.000, e 5 milioni di americani sono entrati nel bacino della povertà (dati pubblicati dall'Herald Tribune, qui un articolo più dettagliato).

Allora questi mutui rischiosi, cartolarizzati ed esportati in tutto il mondo, sono davvero la causa dei timori di recessione che oggi attanagliano la stampa economica? O, piuttosto, sono stati un mezzo, non troppo lungimirante, per procrastinare gli effetti di una recessione già in atto?
E se di un effetto si tratta, perché gli economisti non tornano a posare l'occhio sulla situazione dell'economia reale statunitense, e ad offrire suggerimenti validi per affrontare il prossimo futuro?
Soprattutto nell'Unione Europea, una presa di coscienza più determinata dei fattori reali che hanno innescato l'attuale situazione, sarebbe utile per pianificare con cognizione di causa la politica economica per il prossimo futuro.

giovedì 14 febbraio 2008

Merceologia di San Valentino




Oggi, 14 febbraio, è San Valentino, la festa degli innamorati... che romantico!

Ma in questo blog non di sentimenti si discute, bensì dell'arida e materialistica economia, dunque lasciamo le coppiette alle loro effusioni e andiamo a curiosare altrove.

San Valentino significa regali. Esiste una nutrita serie di prodotti realizzati per questo giorno, un po' come i panettoni di Natale o le uova di cioccolato per Pasqua. Se inizialmente era una festa prettamente europea e statunitense, oggi una specie di San Valentino è festeggiata anche in Asia dove ci si regala cioccolata e dolci (in Giappone esiste anche la versione speculare, che cade il 14 marzo, in cui sono i maschi a ricambiare il regalo "cioccolattoso" ricevuto il 14 febbraio), in America Latina (in date diverse), e perfino in Medio Oriente esiste qualcosa di simile (in Iran c'è il Sepandārmazgān, un'antica festa Persiana che celebra le donne e l'amore; in Arabia Saudita invece pare che San Valentino sia stata vietata perché ritenuta anti-islamica).

Un elenco esaustivo dei prodotti valentiniani è impossibile, anche perché ogni anno si propongono novità atte a "stupire" il partner, ma ci provo lo stesso partendo dagli oggetti più classici per arrivare all'avanguardia dell'industria dell'amore:

- cioccolatini: un classico assoluto, in scatole a forma di cuore, infilati in enormi peluches al posto della gommapiuma, appesi e orlati di volants con l'intento di raffigurare fiori e frutti. Se è vero che la cioccolata è un ottimo antidepressivo e sostituto d'eccezione in mancanza d'affetto, è un curioso regalo per San Valentino, ma vabbé...

- fiori: piuttosto demodé e adatti solo per il gentil sesso. A me, sinceramente, i fiori recisi fanno un po' tristezza, ma pare che il mercato della floricultura non conosca battute d'arresto (il mercato italiano è attualmente stimato in 1.6 miliardi di euro di turnover). Classico per eccellenza il mazzo di rose rosse, ma anche orchidee e cesti di fiori + cioccolatini vanno per la maggiore.

- gioielleria: braccialetti e ciondoli, orologi, cavigliere, anelli, d'oro o di argento, con o senza pietre. Ma specificamente per San Valentino sono realizzati alcuni prodotti, come il classicissimo cuore spezzato in due parti combacianti, o il ciondolo old-stilish che si apre rivelando la foto dell'amato/a. Pare che la prossima frontiera sia nel gioiello hi-tech che fonde l'oreficeria con moderne tecnologie: una piccola memoria flash e un microschermo LCD per le immagini del partner, un lettore MP3, o il DNA del fidanzato (eh già...).

- peluches e cuscini: anche qui siamo nella tradizione più consolidata. L'industria dei peluches e dei cuscini vive letteralmente del giorno di San Valentino. Fra teneri orsacchiotti dagli occhioni progettati per far sospirare (gran parte dei quali è realizzata nella regione cinese del Guangdong, dove le esportazioni di pupazzi e bambolotti aumenta di oltre il 20% annuo e da lavoro a più di 3 milioni di cinesi, molti dei quali, purtroppo, minorenni e senza alcuna tutela antinfortunistica), ai cuscini a forma di cuore di dimensioni improbabili.

- serata fuori: non proprio catalogabile fra i "regali" ma comunque una forma di spesa che evidenzia un picco il 14/2 di ogni anno fra discoteche, ristoranti, pub e wine bar. A questo tipo di attività si indirizzano anche gruppi di ragazzi/e single che vincono la malinconìa dello stare soli aggregandosi in serate goliardiche (un interessante fenomeno di consumo, questo: esco non perché ho il partner con cui uscire, ma perché non ce l'ho. Affascinante.).

- tecnologia: in poco tempo il telefonino è balzato ai vertici dei regali valentiniani più gettonati (se avete MOLTI soldi da spendere, lo trovate anche foderato di diamanti), seguito a ruota dal lettore MP3 (soprattutto iPod, non perdetevi i nuovi modelli in rosa e rosso acceso). Prodotti "combo" studiati apposta per le coppie includono abbonamenti stile "You&Me" con tariffe agevolate verso il numero del partner.
Si va poi nella gadgettistica più spinta: rilevatori del "vero amore" tramite bacio, aggeggi vari con Hello Kitty (pare che in Giappone lo adorino...), notebook cool e diamantati, o per rapporti a lungo termine uno splendido letto multimediale. Per lui, anche le console di gioco, soprattutto se portatili (PSP, Nintendo DS) vanno forte.

- lingerie: mutandine, reggiseni col pizzo, calze autoreggenti e baby-doll. Qui il regalo se fatto da lui a lei può rischiare d'apparire un po' un regalo boomerang, ma è innegabile l'appeal di questi prodotti vista la diffusione crescente di negozi di intimo di lusso (a dire il vero non solo legata alla festa di San Valentino. Nel mondo, il fatturato dell'industria dell'intimo ha superato i 22 miliardi di euro, di cui l'80% viene acquistato nei paesi industrializzati). Interessante notare che il prodotto di intimo di lusso si orienta anche all'uomo, con fatturati sempre crescenti.

Insomma, il 14 febbraio è si la festa degli innamorati, ma anche industriali e commercianti hanno di che gioire!