giovedì 22 novembre 2007

Anche le prostitute nel mirino del Fisco




Se lo stato italiano è costretto a battere (mi si perdoni l'involontario gioco di parole) cassa pretendendo di riscuotere tasse sui redditi delle prostitute, siamo davvero alla frutta.

La prima notizia arriva il 25 ottobre, quando la tenutaria di una casa di appuntamenti a Bolzano viene colpita da accertamento fiscale. Durante un'ispezione dei carabinieri nella maison, fu rinvenuto un registro contabile che documentava incassi non dichiarati al fisco. Sulla base di tali risultanze l'Agenzia Entrate contestava alla signora bolzanina il mancato pagamento delle relative imposte ed inoltre si configurava reato penale (dovuto al superamento, per il debito tributario, della soglia di 77.000 euro).
L'avvocato difensore contestò, quindi, che i redditi non dichiarati superassero la soglia che configurava l'assoggettamento a sanzione penale, sostenendo che erano le ragazze ad incassare dai clienti e, successivamente, a versare una percentuale del 75% alla tenutaria della casa, non viceversa. Non essendo la prostituzione un reato di per sé, non si configurava alcuna attività penale e il debito tributario, così ridotto del 25%, rimaneva sotto il limite dei 77.000.
Il tribunale ha invece deciso che era la tenutaria ad incassare i compensi, girando poi una quota del 25% alle ragazze, configurando quindi reato di sfruttamento della prostituzione. Essendo i costi corrisposti a fronte di reati non deducibili fiscalmente, il PM ha ribadito la rilevanza penale della mancata dichiarazione dei redditi.

Fin qui tutto abbastanza consueto, è infatti prassi che lo "sfruttatore" venga colpito penalmente ed economicamente (vedi legge "Merlin"). Ma oggi la commissione tributaria della Lombardia ha superato questa idea, stabilendo che anche la prostituta deve pagare le tasse sui redditi illecitamente conseguiti [il Corriere della Sera].
Ciò avviene perché l'Agenzia delle Entrate, rafforzata dalle recenti leggi Finanziarie, può assoggettare a tassazione i redditi non dichiarati, e rilevati sulla base di indicatori patrimoniali (particolarmente per quanto riguarda proprietà immobiliari) e sulle movimentazioni di conti bancari. In questi casi l'accertamento fiscale non necessita di illustrare la provenienza dei redditi, ma solo il loro ammontare, lasciando al contribuente l'onere di dimostrare, documenti alla mano, l'eventuale non imponibilità.
L'effetto di tutto ciò, in pratica, è che è ora possibile tassare redditi da attività illecite che non configurino reati, quindi anche da prostituzione. Ma dato che una prostituta non emette fattura né tiene alcuna contabilità, è quasi impossibile dimostrare il minor reddito percepito, da opporre alla presunzione accertata dal fisco.

A questo punto, se tanto mi da tanto, mi pare che si tratti di un palese caso di iniquità, in cui la contribuente non viene messa nelle condizioni di difendersi dalle pretese tributarie. Se la prostituzione da oggi paga le tasse, allora deve avere regolare partita iva, fatturare le prestazioni, tenere una contabilità e poter così dimostrare, come qualsiasi contribuente nazionale, quale sia il reddito percepito.
Oppure, se vogliamo far prevalere una moralità ipocrita che rifiuta assolutamente la mercificazione del corpo, allora come potremmo guadagnarci sopra? Lo stato-sfruttatore non è una condizione peggiore che permettere l'esercizio della professione più antica del mondo, in autonomia e per libera scelta?
Se l'obiettivo della lotta alla prostituzione è la dignità della persona, mi pare che ciò passi anche per un equo trattamento economico, e per un'applicazione della legge (quindi anche della parità fra contribuente e Agenzia delle Entrate in fase di contraddittorio, requisito più volte sancito dalla Cassazione) eguale per tutti.

venerdì 16 novembre 2007

La tecnologia cinese è realtà




Huawei Technologies è un'azienda cinese specializzata in tecnologie di nerworking e telecomunicazioni. Fra il grande pubblico non è famosa come altri giganti del settore IT, ma dal punto di vista tecnologico è da diversi anni al livello di "mostri sacri" come l'americana Cisco. Con oltre 62.000 dipendenti (di cui il 70% impiegato in progetti di ricerca in 12 centri sparsi per il mondo), un fatturato globale stimato per il 2005 in 6,8 miliardi di euro (di cui 4,9 miliardi da vendite sui mercati internazionali) e cresciuto, rispetto al 2004, del 40%, è a tutti gli effetti una delle maggiori realtà mondiali nel settore IT.

Già fornitore di tecnologie UMTS per operatori telefonici in Asia e America latina, di recente ha chiuso un contratto con Telecom Italia per 1.200 nodi a banda larga da impiegare per il potenziamento della rete in Calabria e Sicilia.
Anche Vodafone ha optato per Huawei, addirittura lanciando una linea di telefonini UMTS in concorrenza con le majors del settore (Nokia, Samsung, Motorola, ecc.), fabbricati in Asia da Huawei e commercializzati da Vodafone col proprio brand.

Fino a pochi anni fa, i prodotti della Huawei erano considerati come l'alternativa economica e meno affidabile rispetto ai fornitori IT tradizionalmente utilizzati dalle TelCo, insomma seguivano il destino della maggior parte dei beni made in China, percepiti come versioni cheap e scadenti di quelli realizzati in USA, Europa e Giappone. Oggi, quello che fu un fenomeno circoscritto ad aree geografiche ad elevatissima specializzazione tecnologica, come Taiwan e Singapore, si allarga alla Cina con effetti prevedibilmente moltiplicati, se non altro per una questione di mera aritmetica anagrafica, ma non solo.
La Cina con i suoi 1,3 miliardi di abitanti, è infatti il mercato interno più vasto del mondo. Un'azienda cinese può dunque crescere enormemente interagendo con l'economia nazionale, ed affacciarsi, in un secondo momento, al mercato globale con una dimensione ragguardevole, sufficiente a porsi subito come concorrente reale di colossi multinazionali.

Insomma, mentre in Europa dibattiamo sui giocattoli fuori norma importati dalla Cina (ma fabbricati, ricordiamolo, dall'americana Mattel) e sui capi di abbigliamento con le firme fasulle, realtà aziendali come Huawei conquistano i mercati ad alto contenuto tecnologico.
Sarà un caso isolato? Assolutamente no, come dimostrano le tante notizie sparse per i media: la ZTE (telecomunicazioni e telefonia mobile, la quale fra parentesi, dichiara di spendere il 10% del proprio fatturato annuo in ricerca) è operativa in Europa e in altri paesi con il proprio brand; China Telecom (rete fissa) conta oltre 220 milioni di utenti in Cina e non porevede ancora di offrire i propri servizi all'estero, per il semplice motivo che ha un mercato potenziale intra moenia ancora tutto da coltivare; China Mobile (telefonia mobile, networking e VoIP), invece, offre servizi di connettività in Cina e Pakistan a oltre 240 milioni di persone, ed è fra le 400 compagnie internazionali più grandi censite annualmente dalla rivista Forbes.

Insomma, dire oggi che l'Italia rimane indietro nella ricerca e rischia di essere sorpassata dai cinesi, è un po' come affermare che i dinosauri stanno rischiando l'estinzione. È un po' tardi, no?