mercoledì 3 ottobre 2007

La piccola rivolta



Nel passato antico, quando le condizioni di vita diventavano insostenibili per il popolo, scoppiava una rivolta. Alcune di queste ribellioni contro il potere dominante sono passate alla storia, come la rivoluzione francese, la sollevazione della plebe romana che incrociò le braccia rifiutandosi di produrre il pane (una forma ante litteram di sciopero), la rivolta napoletana capeggiata da Masaniello nel 1647.
Sovente queste rivolte sono state l'epilogo di un lungo periodo di ristrettezze. I rivoltosi, a ragione o a torto, individuando nei regnanti i responsabili del malessere, mettevano a ferro e fuoco il paese, rovesciavano governi, ponevano insomma in essere una serie di atti (solitamente violenti) per ripristinare una qualche equità nella distribuzione delle risorse.

L'età moderna ha, con le parole di Erich Fromm, "spezzato la spina dorsale spirituale dell'uomo". Oggi non ci si ribella con la stessa facilità, esistono molte valvole di sfogo al disagio, e spesso una manifestazione in piazza allevia l'incazzatura quel tanto che basta a far tornare a casa le persone, tranquille e con la sensazione di aver fatto comunque qualcosa di buono. Lo stesso V-Day di Beppe Grillo è una forma di valvola di sfogo: la gente segue lo spettacolo e le testimonianze sul palco, ride, si indigna, poi tutti tranquilli a casa. Magari qualcuno coltiverà l'illusione di poter cambiare l'Italia con una lista civica, che difficilmente supererà gli elevati sbarramenti previsti dall'attuale legge elettorale.

Ma ciò può avvenire con la pancia piena, quando i beni primari sono ancora accessibili pur in ristrettezze: cibo, acqua potabile, una casa.
Cosa succede quando perfino il minimo indispensabile è a rischio? Nel Mezzogiorno d'Italia consistenti fette di popolazione hanno vissuto senza il minimo necessario, e questo avviene da circa 150 anni, cioè da quell'unità d'Italia che ha sottratto risorse e impedito lo sviluppo industriale a tutta la penisola italica a sud di Roma. Derubati dei ricchi opifici campani, ridotti al minimo i prezzi corrisposti agli agricoltori, sottratte le grandi banche meridionali (Banco di Sicilia e Banco di Napoli), al sud è rimasta l'emigrazione dei giovani verso le conurbazioni settentrionali. Chi rimane, spesso si rassegna all'incapienza o si offre al crimine.

Ieri un gruppo di siciliani, composto da circa 18 persone disoccupate ed ex-detenute, ha dato vita ad una piccola rivolta davanti alla sede della Regione Sicilia a Palermo, incendiando cassonetti e facendo la voce grossa. La richiesta: un posto di lavoro. [ANSA]
Il TG1 ha dato la notizia stamane infarcendo la notizia di commenti dispregiativi, sottolineando che non si fa così, è un comportamento incivile, si tratta di pochi facinorosi già individuati dalle forze dell'ordine, ecc. ecc.
Ma immaginiamo un detenuto, magari uscito dopo anni di pena carceraria o per l'indulto, nella Sicilia della disoccupazione permanente (il tasso di disoccupazione siciliano è al 17%, quello giovanile supera il 40%). Senza soldi, senza grandi prospettive (provate a presentarvi ad un'azienda con precedenti penali), non trova un lavoro neppure fra quelli più disgraziati. E prima di lui, in fila, i disoccupati cronici con la fedina penale pulita, pronti ad accettare qualsiasi impiego. Ecco, in una situazione come questa, se un cittadino non vuole soggiacere alla criminalità organizzata ma neppure morire di fame, cosa dovrebbe fare?

Io credo che sia ora che il cittadino italiano torni a pretendere, anche facendo la voce grossa, il proprio diritto a partecipare al benessere nazionale. Il sistema rappresentativo democratico funziona nel momento in cui i politici eletti sono responsabilizzati e indotti a dar conto all'elettorato del loro agire. Negli altri paesi europei, uno scandalo sui giornali può decretare la fine di un politico. Qui in Italia, abbiamo il peggio del peggio al Parlamento, e nessuno scandalo per quanto enorme è riuscito realmente ad abbattere i potentati italiani.
Contro il muro di gomma della cattiva politica italiana, se la pretesa democraticamente espressa non basta, quale altro strumento rimane al cittadino che si trova al fondo della scala sociale, se non quella della rivolta "alla Masaniello"?
Questa considerazione permette di comprendere quanto importante sia il discorso attorno al welfare nazionale: per giustizia sociale, per supportare i consumi nazionali, ed anche per la sicurezza dei cittadini.

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