venerdì 19 ottobre 2007

La legge che distruggerà la poca libertà di informazione rimasta in Italia




Il disegno di legge del 3 agosto 2007, intitolato "Nuova disciplina dell’editoria e delega al Governo per l’emanazione di un testo unico sul riordino della legislazione nel settore editoriale", è il nuovo, agghiacciante mostro normativo di questo governo.

Tutto mi sarei aspettato da un governo di centrosinistra, fuorché una legge-bavaglio per la stampa libera, tradizionalmente sempre stata un sostegno forte per la sinistra italiana anche durante la precedente, non proprio felice esperienza al governo del paese.
La denuncia, come sempre più spesso accade, viene proprio dalla vittima di questo ddl (ribattezzato Levi-Prodi), ovvero l'informazione libera e spontanea di Internet: websites, blog e forum. Il visitatissimo blog di Beppe Grillo ha pubblicato oggi un'articolo con il testo integrale del ddl-bavaglio, che ha dell'incredibile.

Il primo articolo del ddl recita: "La disciplina prevista dalla presente legge in tema di editoria quotidiana, periodica e libraria ha per scopo la tutela e la promozione del principio del pluralismo dell’informazione affermato dall’articolo 21 della Costituzione e inteso come libertà di informare e diritto ad essere informati."

L'articolo 21 della Costituzione Italiana, qui citato, inizia così: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure". È abbastanza chiaro, nessuna autorizzazione o censura è consentita in Italia.

Bene, se le intenzioni sono queste, ottimo! E invece cosa prevede il ddl Levi-Prodi? Vediamo...

Definisce innanzitutto il prodotto editoriale (art. 2 co. 1) come: "qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso". Descrive poi il concetto di attività editoriale (art. 5) come "ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative" (sottolineo quest'ultimo periodo, "anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative").

Successivamente, stabilisce i nuovi obblighi (art. 6): "...tutti i soggetti che esercitano l’attività editoriale sono tenuti all’iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione, di cui all’articolo 1, comma 6, lettera a), numero 5, della legge 31 luglio 1997 n. 249...".
La legge 249/1997 al comma citato prevede che l'attuale registro degli operatori di comunicazione (quel registro cioè, in cui tutte le testate giornalistiche devono iscriversi, presso il tribunale di competenza, per poter esercitare l'attività editoriale) venga trasferito all'Autorità garante per le comunicazioni. I requisiti per l'accesso a questo registro saranno stabiliti con regolamento dell'Autorità, e se ricalcheranno (come è probabile) quelli attualmente esistenti, prevederanno la necessità che vi sia un direttore scelto fra gli iscritti all'albo dei giornalisti, oltre ad altri requisiti formali, come intestatario della testata editoriale.

Nel caso, poi, che potesse sorgere qualche dubbio sull'applicabilità di questa norma alle attività editoriali in Internet, il ddl espressamente prevede (art. 7 co. 1): "L’iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet rileva anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa". Quindi, dal combinato disposto di questi articoli, accadrà che un cittadino italiano, che voglia aprire un blog di informazione come ce ne sono a milioni in tutto il mondo, dovrà probabilmente:

1) trovare un giornalista disposto a fargli da direttore responsabile (probabilmente a pagamento, o se ha la fortuna di avere un amico giornalista che gli fa la cortesia, meglio per lui);
2) pagare le imposte di registro per l'iscrizione, o le marche da bollo normalmente richieste in questi casi (pochi soldi, ma sempre soldi!);
3) fare molta attenzione a ciò che scrive, perché rischia in caso di querela, di subire una condanna penale, che ai sensi del codice penale vigente, può arrivare fino a 3 anni di galera più una multa pecuniaria.

Torniamo quindi alla Costituzione italiana. È evidente che non solo questo ddl non fa nulla per tutelare e promuovere il pluralismo nell'informazione, come baldanzosamente annunciato nell'incipit dellarticolo 1, ma esattamente all'opposto, pone serie limitazioni alla possibilità di veicolare informazione libera attraverso non solo Internet, ma qualsiasi mezzo di comunicazione.
È inoltre, a mio avviso, palesemente incostituzionale in aperta violazione dell'art. 21. L'imposizione di iscrizione in un registro, di firma di un soggetto iscritto anch'egli in un altro registro secondo determinati requisiti, è di fatto un modo per limitare la libertà sancita dall'articolo 21. Non avviene attraverso l'autorizzazione preventiva del "pezzo" da pubblicare, è vero, ma più sottilmente, attraverso una selezione delle testate editoriali. Se l'obiettivo fosse davvero quello di una aumentata libertà di informazione, allora prima di questo ddl si dovrebbe cancellare l'albo dei giornalisti e i requisiti ad esso connessi. Solo allora, infatti, sarà possibile pretendere che chiunque pubblichi notizie potenzialmente diffamatorie, sia perseguibile ai sensi di legge.

E di fatto era ciò che affermava lo stesso Levi, coautore di questo obbrobrio di legge, giusto due mesi or sono. Cosa sarà avvenuto nel frattempo per trasformare un'annuciata buona riforma in un bavaglio per la libera stampa? Forse il V-Day ha fatto più paura di quanto si voglia dare a intendere?

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