venerdì 26 ottobre 2007

La non giustizia italiana, Berlusconi e De Magistris




Silvio Berlusconi, dopo l'assoluzione ricevuta a Pesaro nel caso SME, sottilinea oggi il ruolo di killer politico che, secondo lui, la magistratura avrebbe incarnato in questi ultimi 12 anni. [ANSA]

La notizia cade a fagiolo in questo momento di scontro a viso aperto fra magistratura e governo, o quantomeno fra alcuni magistrati (De Magistris, Forleo) e alcuni esponenti del governo in carica (Mastella, Prodi, Fassino, D'Alema).

Ma cosa sta accadendo? In effetti è innegabile lo strapotere della magistratura. In Italia, un magistrato riesce facilmente a tenere in galera una persona non ancora giudicata, in una custodia cautelare che può durare anche anni se il reato contestato è abbastanza grave.
Le tutele per l'indagato ci sono, è vero: i provvedimenti cautelativi devono essere convalidati da un GIP (che è, però, un magistrato anche lui, dello stesso tribunale del magistrato che ha disposto il provvedimento cautelare), ed è sempre possibile adire al tribunale delle libertà per un secondo parere (che, però, si basa sui documenti redatti da coloro che indagano e giudicano).
Insomma, può capitare spesso, ed anzi è oggetto di continui richiami da parte della Corte di giustizia europea e della Corte europea per i diritti dell'uomo, che un processo duri troppo, l'imputato sconti mesi o anni di restrizioni alla propria libertà, sequestri e controlli vari, prima di affrontare anche solo la prima udienza. E mentre questa persona sottoposta a giudizio attende, giornali e televisione hanno campo libero per diffamarne il nome, infliggendo un danno d'immagine potenzialmente enorme al personaggio pubblico finito, a torto o ragione, nella maglie della giustizia italiana.
Per non parlare, ovviamente, del "povero cristo" che kafkianamente viene assorbito nella macchina della giustizia, più grande di lui.

In questo contesto si inserisce la propaganda della CdL che da anni tuona contro la magistratura politicizzata, vessatrice, magari collusa con poteri forti: sinistra ideologica, massonerie, gruppi filocattolici, amici di potenti e potentati, nostalgici del duce e quant'altro l'immaginazione dietrologica può partorire. Non stupisce che questa propaganda anti-giudici abbia avuto largo seguito, nonostante l'immagine positiva che l'italiano ha (aveva?) del giudice nazionale, associato a personalità eroiche come quelle di Falcone e Borsellino, più diffusa di quella dell'ipotetico magistrato massone o confratello dell'Opus Dei. Vedere poi un ex-eroe popolare come il paladino di Tangentopoli Di Pietro, al governo con questa masnada di ex-democristiani ed ex-comunisti, non aiuta certo a tenere in auge l'immagine del potere giudiziario.

Ecco che allora si genera il paradosso: Berlusconi assolto tuona contro la magistratura-killer. Ma l'assoluzione non è di per sé dimostrazione di correttezza dell'organo giudiziario? E se al contrario Berlusconi fosse stato condannato a Pesaro, non avrebbe con tutta probabilità affermato che ciò sarebbe stata prova della collusione dei giudici? Una volta che la delegittimazione ha messo radici, è utilizzabile contro assoluzioni e condanne allo stesso modo.

Mentre sotto il governo Berlusconi il centrosinistra aveva gioco a sfruttare questa situazione (ricordate il Jolly "Previti-Dell'Utri" che balzava fuori ad ogni tornata elettorale? Un bel vantaggio per il centrosinistra!), oggi si scotta le mani. Probabilmente De Magistris e la Forleo sono brave persone, giudici seri che fanno il proprio lavoro senza volontà di avvantaggiare questo partito politico o quel gruppo di industriali, ma ciò non importa, perché si trovano a fronteggiare il muro mediatico eretto dalla CdL, avallato da un effettivo eccesso di potere di alcuni magistrati, ed ora sfruttato anche dall'attuale governo di centrosinistra, per neutralizzare mediaticamente qualsiasi velleità di giustizia nei confronti delle caste che governano e si spartiscono la nostra Italia.

Come finiranno De Magistris e la Forleo? I processi ci saranno? In caso affermativo, una assoluzione per gli indagati sarà la dimostrazione dell'accanimento ingiustificabile di questi due giudici, mentre una condanna... lo stesso.
Alla fine, questi giudici onesti e liberi verranno spostati su altre indagini meno moleste, mentre quei giudici collusi, che hanno creato l'humus per l'atteggiamento anti-giudiziario che arma la mano politica contro De Magistris e Forleo, rimarranno dove sono, immacolati nel loro ruolo di clientes d'alto bordo.

venerdì 19 ottobre 2007

La legge che distruggerà la poca libertà di informazione rimasta in Italia




Il disegno di legge del 3 agosto 2007, intitolato "Nuova disciplina dell’editoria e delega al Governo per l’emanazione di un testo unico sul riordino della legislazione nel settore editoriale", è il nuovo, agghiacciante mostro normativo di questo governo.

Tutto mi sarei aspettato da un governo di centrosinistra, fuorché una legge-bavaglio per la stampa libera, tradizionalmente sempre stata un sostegno forte per la sinistra italiana anche durante la precedente, non proprio felice esperienza al governo del paese.
La denuncia, come sempre più spesso accade, viene proprio dalla vittima di questo ddl (ribattezzato Levi-Prodi), ovvero l'informazione libera e spontanea di Internet: websites, blog e forum. Il visitatissimo blog di Beppe Grillo ha pubblicato oggi un'articolo con il testo integrale del ddl-bavaglio, che ha dell'incredibile.

Il primo articolo del ddl recita: "La disciplina prevista dalla presente legge in tema di editoria quotidiana, periodica e libraria ha per scopo la tutela e la promozione del principio del pluralismo dell’informazione affermato dall’articolo 21 della Costituzione e inteso come libertà di informare e diritto ad essere informati."

L'articolo 21 della Costituzione Italiana, qui citato, inizia così: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure". È abbastanza chiaro, nessuna autorizzazione o censura è consentita in Italia.

Bene, se le intenzioni sono queste, ottimo! E invece cosa prevede il ddl Levi-Prodi? Vediamo...

Definisce innanzitutto il prodotto editoriale (art. 2 co. 1) come: "qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso". Descrive poi il concetto di attività editoriale (art. 5) come "ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative" (sottolineo quest'ultimo periodo, "anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative").

Successivamente, stabilisce i nuovi obblighi (art. 6): "...tutti i soggetti che esercitano l’attività editoriale sono tenuti all’iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione, di cui all’articolo 1, comma 6, lettera a), numero 5, della legge 31 luglio 1997 n. 249...".
La legge 249/1997 al comma citato prevede che l'attuale registro degli operatori di comunicazione (quel registro cioè, in cui tutte le testate giornalistiche devono iscriversi, presso il tribunale di competenza, per poter esercitare l'attività editoriale) venga trasferito all'Autorità garante per le comunicazioni. I requisiti per l'accesso a questo registro saranno stabiliti con regolamento dell'Autorità, e se ricalcheranno (come è probabile) quelli attualmente esistenti, prevederanno la necessità che vi sia un direttore scelto fra gli iscritti all'albo dei giornalisti, oltre ad altri requisiti formali, come intestatario della testata editoriale.

Nel caso, poi, che potesse sorgere qualche dubbio sull'applicabilità di questa norma alle attività editoriali in Internet, il ddl espressamente prevede (art. 7 co. 1): "L’iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet rileva anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa". Quindi, dal combinato disposto di questi articoli, accadrà che un cittadino italiano, che voglia aprire un blog di informazione come ce ne sono a milioni in tutto il mondo, dovrà probabilmente:

1) trovare un giornalista disposto a fargli da direttore responsabile (probabilmente a pagamento, o se ha la fortuna di avere un amico giornalista che gli fa la cortesia, meglio per lui);
2) pagare le imposte di registro per l'iscrizione, o le marche da bollo normalmente richieste in questi casi (pochi soldi, ma sempre soldi!);
3) fare molta attenzione a ciò che scrive, perché rischia in caso di querela, di subire una condanna penale, che ai sensi del codice penale vigente, può arrivare fino a 3 anni di galera più una multa pecuniaria.

Torniamo quindi alla Costituzione italiana. È evidente che non solo questo ddl non fa nulla per tutelare e promuovere il pluralismo nell'informazione, come baldanzosamente annunciato nell'incipit dellarticolo 1, ma esattamente all'opposto, pone serie limitazioni alla possibilità di veicolare informazione libera attraverso non solo Internet, ma qualsiasi mezzo di comunicazione.
È inoltre, a mio avviso, palesemente incostituzionale in aperta violazione dell'art. 21. L'imposizione di iscrizione in un registro, di firma di un soggetto iscritto anch'egli in un altro registro secondo determinati requisiti, è di fatto un modo per limitare la libertà sancita dall'articolo 21. Non avviene attraverso l'autorizzazione preventiva del "pezzo" da pubblicare, è vero, ma più sottilmente, attraverso una selezione delle testate editoriali. Se l'obiettivo fosse davvero quello di una aumentata libertà di informazione, allora prima di questo ddl si dovrebbe cancellare l'albo dei giornalisti e i requisiti ad esso connessi. Solo allora, infatti, sarà possibile pretendere che chiunque pubblichi notizie potenzialmente diffamatorie, sia perseguibile ai sensi di legge.

E di fatto era ciò che affermava lo stesso Levi, coautore di questo obbrobrio di legge, giusto due mesi or sono. Cosa sarà avvenuto nel frattempo per trasformare un'annuciata buona riforma in un bavaglio per la libera stampa? Forse il V-Day ha fatto più paura di quanto si voglia dare a intendere?

lunedì 15 ottobre 2007

Italiani nello spazio




La prossima settimana partirà uno Shuttle verso lo spazio, per adempiere alla missione STS-120. Uno fra i tanti voli effettuati dalla NASA, previsto dopo alcuni ritardi per il 23 ottobre 2007, che presenta peculiarità degne di nota.

Si tratta di un programma spaziale ad ampio respiro, condotto in collaborazione fra l'ente spaziale europeo (ESA), l'agenzia spaziale russa Roskosmos, e la NASA. L'importanza per l'ESA è tale che la BBC ha titolato "Europe set for a major space campaign", indicando con ciò la rilevanza del passo che l'ESA si appresta ad intraprendere.
Verà portato nello spazio e montato sulla stazione ISS (International Space Station) il modulo Harmony, una realizzazione in cui l'Italia, con Alenia Spazio, ha avuto un ruolo primario. Uno degli astronauti in partenza è il nostro connazionale Paolo Nespoli, che collaborerà al montaggio di questo modulo di collegamento che costituirà una vera e propria "casa" per gli astronauti, con tanto di armadi per energia, aria e acqua, sistemi per il supporto vitale e quant'altro necessario alla sopravvivenza nello spazio.
La missione è anche la prima ad essere comandata da una donna, l'americana Peggy A. Whitson.
A bordo, oltre al personale tecnico-scientifico, ci sarà un "turista spaziale", un certo Sheikh Muszaphar Shukor, di professione chirurgo, dalla Malesia, che a quanto pare ha vinto una specie di concorso per il primo astronauta malese (pare che questo "concorso" sia nato dopo accordi commerciali fra Russia e Malesia, dopo una compravendita di aerei da guerra e olio di palma).

Il modulo Harmony è il secondo dei tre moduli previsti, che collegheranno il laboratorio permanente Columbus (europeo anche lui, verrà assemblato assieme ad Harmony in questa missione), il modulo Destiny (USA) e il modulo Kibo (giapponese). L'aggancio dei moduli europei all'ISS significa che l'Europa diventerà comproprietaria della stazione internazionale. Significa, anche, l'inizio di tutta una serie di sperimentazioni scientifiche avanzate, impossibili in precedenza, e ora rese accessibili dall'infrastruttura permanente del Columbus.

Non male per l'Italia, fra gli ultimi paesi europei per spesa in ricerca!

giovedì 11 ottobre 2007

Una lettera degli eruditi Musulmani al Papa



BBC News, 11 ottobre: "oltre 130 studiosi Musulmani hanno scritto al Papa Benedetto XVI".
Firmata da eminenti esponenti del mondo accademico musulmano, fra cui alcuni Gran Mufti, professori universitari e leaders politici, provenienti da ogni angolo del mondo (Croazia, Siria, Giordania, Marocco, Slovenia, Russia, Turchia, Pakistan, USA, Egitto, Oman, Iraq, Canada, India, Yemen, Bosnia Erzegovina, Brunei, Libano, Regno Unito, Palestina, Algeria, Ucraina, Iran, Malesia, Indonesia, e altri), la lettera è stata indirizzata anche ad altre figure primarie della cristianità ortodossa, anglicana e di nuova costituzione.

Il tema di questa lettera (che consiglio caldamente di leggere nel suo testo originale, che può essere scaricato QUI in inglese, italiano, francese e arabo) è la possibilità di avvicinare i rispettivi credo, superando differenze e divergenze, sulla base del riconoscimento dei principi comuni che caratterizzano l'Islam e le religioni di matrice cristiana.
Citando versi della Bibbia, dei Vangeli e del Corano, gli eruditi firmatari della missiva mostrano come per ognuna delle religioni citate, esista uno e un solo Dio, indipendentemente dal nome e dagli attributi "divini" riconosciuti.

Ma l'aspetto più importante evidenziato dalla lettera, è la vicinanza che le religioni monoteiste mostrano nei precetti, cioè negli insegnamenti morali. Che importa riconoscere un unico Dio, se poi le regole morali stabilite sono diverse? Come si potrebbe conciliare una religione che invita all'amore e il perdono, con una che inneggia alla morte e all'odio?
Questo dissidio non esiste, anzi. Nel Corano, dicono gli autori della lettera, così come nei Vangeli e nella Bibbia, è scritto "ama il tuo prossimo", e commentano affermando: "senza dare al prossimo ciò che noi amiamo, non dimostriamo vero amore né verso il prossimo, né verso Dio".

Se dunque le maggiori differenze sono formali, cosa impedisce un avvicinamento fra Islam e cristianità, religioni che assieme riguardano circa il 54% della popolazione mondiale?
È vero, il cristiano santifica Dio in una liturgia che prevede di bere del vino, mentre al musulmano viene fatto divieto di ogni alcolico. Si prega in maniera differente, ma in fondo non è solo una pura formalità il "come" pregare, e a maggior ragione il cosa mangiare, bere, vestire, rispetto al cuore spirituale dell'insegnamento religioso, che è nel caso di Islam e Cristianesimo, la compassione, la pietà, il senso di appartenenza ad una comunità in cui le persone si aiutino l'un l'altro e si rispettino?

Questo in estrema sintesi il richiamo di A Common Word, ad un anno dall'orazione di Papa Benedetto XVI che fece tanto scalpore e sollevò l'indignazione del mondo colto musulmano. La stranezza sta nel fatto che una dichiarazione così elevata, nel segno della pace e della comunione, sia passata inosservata (ho cercato su ANSA.it e ADNKRONOS, due grandi agenzie giornalistiche, ma non ho trovato alcun riferimento neppure di sfuggita), mentre il "casus belli" dell'anno scorso riempì le pagine di telegiornali e quotidiani per settimane.

Concludo con le stesse parole di buon auspicio, con le quali gli autori chiudono la loro missiva:

"Facciamo quindi in modo che le nostre differenze non provochino odio e conflitto tra noi. Gareggiamo gli uni con gli altri solamente in rettitudine e in opere buone.
Rispettiamoci, siamo giusti e gentili, e viviamo in pace sincera, nell'armonia e nella benevolenza reciproca. Dio dice nel Sacro Corano:

E su di te abbiamo fatto scendere il Libro secondo Verità, a confermare le Scritture precedenti e preservarle da ogni alterazione. Giudica tra loro secondo quello che Dio ha fatto scendere, non conformarti alle loro passioni allontanandoti dalla verità che ti è giunta. Ad ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via. E se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità, ma ha voluto provarvi con l’uso che farete di quel che vi ha donato. Gareggiate dunque nelle opere buone: voi tutti ritornerete a Dio ed Egli allora vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi.
(Al-Ma’idah, Sura della tavola imbandita 5:48)"

mercoledì 10 ottobre 2007

Giudizi internazionali sulla Finanziaria 2008



Quando viene annunciata una legge Finanziaria, è inevitabile che si sollevi un coro di proteste, persino qualora quella legge sia davvero la migliore possibile. Sindacati, partiti all'opposizione e "vox populi" si scagliano contro e, chi per un motivo, chi per un altro, manifestano in ogni possibile piazza il proprio dissenso.

Dunque, niente di nuovo nel leggere le critiche di Confindustria (nonostante il bel regalo del taglio all'IRES) e dei sindacati. La mia giovane memoria non ricorda un anno in cui queste parti sociali abbiano assentito con gioia alle scelte del governo in carica, fosse esso di destra o di sinistra.

Un po' più interessanti le osservazioni degli organismi tecnici. Mario Draghi alla guida di Banca d'Italia sembra pensarla come gli economisti de LaVoce.info, quando afferma: "I progressi nella riduzione degli squilibri di bilancio sono modesti" [ANSA], e anche la Corte dei Conti ha recentemente espresso "perplessità e preoccupazione" sulla manovra, dato che "il nodo della finanza pubblica resta non risolto" [ANSA].

Ancora più interessante appare rilevare la percezione che, all'estero nelle sedi opportune, si ha di questa Finanziaria.
Il commissario europeo agli affari monetari, Joaquin Almunia, è stato lapidariamente critico sostenendo che si tratti di una Finanziaria non ambiziosa, e soprattutto insufficiente sul lato del contenimento del debito italiano: "Al di là della correzione del deficit eccessivo, non possiamo ignorare che l’Italia ha un debito pubblico insostenibile, che ogni anno costa il 4,5% del Pil. Questa situazione non può protrarsi all’infinito". [Il Tempo]
Le società di rating, come Moody's, Fitch e S&P, non hanno migliorato il punteggio del debito italiano, già degradato circa un anno fa. "Senza interventi sulla spesa pubblica di natura strutturale – dicono da Moody’s – si ritiene che nel lungo periodo possa rivelarsi difficile affrontare il disavanzo di bilancio" [l'Occidentale]

Le stime per la crescita italiana sono rivedute al ribasso dal Fondo Monetario Internazionale (nel quale, per inciso, il nostro Padoa Schioppa è stato nominato nuovo Presidente del comitato finanziario e monetario), che dal 1,7% stimato in metà settembre passa al 1,3%, un valore inferiore al 1,5% previsto dall'attuale governo. [ilSole24Ore]

È da dire che qualche giudizio positivo è venuto dalla stampa economica, in particolare dal Wall Street Journal e dal Financial Times, mentre rimane estremamente critico l'Economist.

In conclusione di questa veloce rassegna, due parole di commento.
Tutte le critiche internazionali vertono sull'occasione mancata di ridurre il debito pubblico impiegando l'extragettito. Prodi ha ribattuto che non si può pensare solo agli aspetti finanziari, e che un paese con i conti in pareggio subito, può diventare un paese morto di fame altrettanto rapidamente.
Personalmente concordo, in astratto, con questa idea di Prodi, anche perché un paese forte dal punto di vista produttivo, che si avvantaggia di un mercato interno per sostenere le proprie imprese, è un paese che può fronteggiare il rimborso futuro di un debito anche molto alto, come hanno dimostrato negli anni passati le esperienze Giapponese e Statunitense.
Tuttavia, c'è da dire che l'extragettito è stato speso male, e non porterà ad un miglioramento sensibile del mercato interno, o della ricerca italiana, o del tessuto produttivo. Questo perché si è scelta una via di microinterventi, di spese una tantum e soluzioni che hanno più della propaganda politica che non dell'intervento economico mirato ad ottenere un risultato.

Rimango quindi della mia idea espressa pochi giorni fa (in questo articolo). L'extragettito dovrebbe essere utilizzato o per ridurre il debito, come ci spingono a fare i nostri partners europei, oppure per un programma, serio e ben meditato, di ripresa dei consumi e del prodotto nazionale.
Le vie di mezzo, tipiche della politica "mediana" all'italiana, in questo caso sono controproducenti e rischiano di affossare un'economia già da tempo in crisi.

martedì 9 ottobre 2007

Google Phone: la guerra dei telefonini di nuova generazione è iniziata




Google, che recentemente ha sfondato il valore di $ 600 ad azione, si appresta a lanciare il suo telefonino di ultimissima generazione, che i media ribattezzano "GPhone" quasi a voler sottolineare la competizione con l'iPhone di casa Apple.

Il New York Times ne parla ieri, e il Sole24Ore fornisce qualche informazione in più: "non un telefonino, ma un sistema operativo per cellulari", in collaborazione piuttosto che in concorrenza con Nokia, Samsung, Sony-Ericsson. Cioè, esattamente quello che auspicavo in un articolo giusto qualche settimana fa (qui l'articolo del 18/9) in cui spiegavo come iPhone potrà essere una di due cose: un successo clamoroso quale nuovo standard dei sistemi operativi per telefoni portatili, oppure la seconda occasione mancata per Apple, come quando ritirò le licenze ai produttori Macintosh "terze parti" e tornò a fare tutto da sola.

Dunque, se Steve Jobs preferirà la via tradizionale, rischierà di perdere rapidamente mercato. È infatti evidente che l'offerta di questo GPhone sarà dirompente. Immaginiamo solo le funzioni che Google può offrire fra quelle già esistenti: Google Maps, Google Earth, il motore di ricerca su Internet (ovviamente), Youtube, Picasa, servizi di email e gruppi di discussione, news, applicazioni Office gestibili in remoto (in pratica è come avere Word, Excel, ecc. sul telefonino), Ride Finder (per trovare taxi e altri mezzi di trasporto), traduttore multilingue, Blogger, e altro.

Lo scenario si fa interessante, presto si potrebbe poter scegliere fra un iPhone molto cool e dall'interfaccia intuitiva, o un Nokia con software Google strapieno di funzioni e servizi basati sul Web. Anche Microsoft con il suo Windows Mobile 6 non perde tempo: offre versioni leggere di Office e Outlook per telefonino, e il supporto per Windows Live che comprende, in un pacchetto integrato, Messenger, gestione email, ricerca sul Web, e supporto per blog e image sharing.

Chi vincerà la "guerra dei telefonini", un mercato oggi ricchissimo dato che riguarda, solo in Europa, più del 90% della popolazione?

lunedì 8 ottobre 2007

Il manicheismo come strumento dialettico




Il Manicheismo è una religione gnostica fondata da Mani (216-277 d.C.) in Medio Oriente. Questa religione-filosofia ebbe un enorme successo e diffusione, quasi soppiantando per un certo periodo il cristianesimo in tutta l'area mediterranea.

Paul Watzlawik, noto scrittore e ricercatore di psicologia, descrive così il pensiero di Mani : "era sostenitore di un radicale dualismo, di un inconciliabile contrasto luce e tenebra, spirito e materia, dio e demonio; un contrasto risolvibile solo con la vittoria assoluta del Bene. Appare tuttavia dubbio che i nostri antenati abbiano davvero atteso la venuta di Mani per dividere il mondo in principi contrastanti: Adamo ed Eva, ben prima di Mani, mangiarono all'albero della conoscenza e impararono a distinguere tra bene e male. E anche gli animali sembrano cavarsela abbastanza bene con questa filosofia: mangiare è bene, digiunare è male, essere mangiati ancora peggio - così va il mondo, e per comprenderlo non è certo necessario essere filosofi."

La visione manichea del mondo che classifica ogni elemento dell'esperienza in due macrocategorie totalmente disgiunte è oggi un potente strumento al servizio della dialettica, e rimane un pensiero latente nonostante le critiche già all'epoca mossevi da Sant'Agostino, che scriveva: "Vi chiedo dunque: chi è codesto Mani? Risponderete: Un apostolo di Cristo. Non ci credo. Non avrai il mio assenso qualunque cosa tu possa dire o fare; tu infatti mi promettevi la conoscenza della verità, e adesso mi costringi a credere ciò che non so" (un disinformatore ante litteram, insomma).

Anche Schopenhauer nel suo "l'Arte di ottenere ragione" includeva fra i consigli per averla vinta in una disputa, lo strumento manicheo: "per fare in modo che l'avversario accetti una tesi, dobbiamo presentare la tesi opposta e lasciare a lui la scelta, avendo l'accortenza di esprimere tale opposto in modo assai stridente, cosicché, se non vuole essere paradossale, egli deve risolversi alla nostra tesi che invece appare molto probabile".

Il manicheismo come strumento dialettico è oggi ampiamente utilizzato nei dibattiti di politica come nell'esposizione di notizie su telegiornali e quotidiani. Prendiamo il classico programma (pensiamo a Ballarò, Matrix, Porta a Porta, o altro talk-show similare) in cui vengano invitati politici ed altri esponenti della società per dibattere di un dato tema. Generalmente il discorso tenderà a polarizzarsi su due schieramenti opposti, il più delle volte combacianti con gli schieramenti dei bipolarismo politico destra-sinistra. Le voci che eventualmente intervengono ad offrire un terzo punto di vista, raramente sono accolte e discusse dai presenti, quasi fossero un elemento di disturbo.
Un esempio ci è stato offerto poco tempo fa in una trasmissione RAI, ospiti l'on. Bertinotti, il direttore de ilSole24Ore e Oscar Giannino. Il tema era il precariato e si scontrarono da un lato Bertinotti, il quale incarnando la visione dominante di sinistra propendeva per il ritorno ad una tutela forte del contratto di lavoro per tutti, e dall'altro lato De Bortoli che affermava la necessità della flessibilità. La "terza voce", in quell'occasione la più saggia, ovvero Oscar Giannino che tentava di portare avanti un discorso sugli ammortizzatori sociali italiani, fu quasi del tutto ignorata.

Altro esempio, le guerre in Medio Oriente. Il chiamare continuamente "terroristi" coloro che, armi alla mano, combattono contro le truppe USA stanziate in Afghanistan e Iraq, è un mezzo per accentuare una visione manichea dello scenario mediorientale. In questo modo anche la guerriglia iraquena di resistenza agli invasori, diventa "terrorismo". Anche la politica internazionale di uno stato sovrano come l'Iran, o fenomeni di neonati potentati locali nelle zone periferiche dei territori occupati, sono tutti ammantati sotto la larga definizione di "terroristi".
Questo gioco di parole è utile non solo all'amministrazione Bush per mantenere un'apparenza di lotta fra bene e male (la "guerra al terrore" della propaganda americana), ma è utile anche ad alcuni oppositori. Il governo iraniano e i comunicati di Al-Qaeda utilizzano la stessa semantica per indicare il "nemico": gli infedeli, gli occidentali, gli euro-americani, si confondono in una indistinta classificazione che avalla la visione manichea e aiuta la propaganda integralista.

Tornando alla politica interna, il vento prelettorale si fa sentire. Ritorna il manicheismo del "noi siamo meglio di loro", con le solite polemiche già viste a partire dal '93, anno di "discesa in campo" di Berlusconi.
Alle critiche alla legge Finanziaria, si risponde che è un compromesso, ma che ha il pregio di "iniziare a ridurre la spesa pubblica, cosa mai fatta prima" (questo in sintesi il pensiero di Padoa Schioppa espresso ieri in un'intervista con Lucia Annunziata). Cioè: il debito pubblico rimane altissimo, ma noi ci si deve contentare perché un inizio di riduzione come questo, il governo precedente non lo ha mai fatto.
L'opposizione dal canto suo cerca di cavalcare il momento di malcontento, critica gli aumenti delle tasse del governo Prodi, senza alcun pudore visto che nei loro 5 anni di governo hanno causato un aumento vertiginoso della spesa pubblica, dunque rimandando al governo successivo un gravame non da poco. Ed infatti questa è l'arma di difesa utilizzata dal governo: "è colpa della CdL, hanno speso troppo". Manicheismo, noi contro loro. Giustificazioni e scuse che riempiono il palcoscenico mediatico e lasciano fuori le proposte nuove.

Tutto questo nella piena aderenza alla filosofia di Mani, per cui: Tertium non datur.
Con buona pace del povero Sant'Agostino e della sua critica.

mercoledì 3 ottobre 2007

La piccola rivolta



Nel passato antico, quando le condizioni di vita diventavano insostenibili per il popolo, scoppiava una rivolta. Alcune di queste ribellioni contro il potere dominante sono passate alla storia, come la rivoluzione francese, la sollevazione della plebe romana che incrociò le braccia rifiutandosi di produrre il pane (una forma ante litteram di sciopero), la rivolta napoletana capeggiata da Masaniello nel 1647.
Sovente queste rivolte sono state l'epilogo di un lungo periodo di ristrettezze. I rivoltosi, a ragione o a torto, individuando nei regnanti i responsabili del malessere, mettevano a ferro e fuoco il paese, rovesciavano governi, ponevano insomma in essere una serie di atti (solitamente violenti) per ripristinare una qualche equità nella distribuzione delle risorse.

L'età moderna ha, con le parole di Erich Fromm, "spezzato la spina dorsale spirituale dell'uomo". Oggi non ci si ribella con la stessa facilità, esistono molte valvole di sfogo al disagio, e spesso una manifestazione in piazza allevia l'incazzatura quel tanto che basta a far tornare a casa le persone, tranquille e con la sensazione di aver fatto comunque qualcosa di buono. Lo stesso V-Day di Beppe Grillo è una forma di valvola di sfogo: la gente segue lo spettacolo e le testimonianze sul palco, ride, si indigna, poi tutti tranquilli a casa. Magari qualcuno coltiverà l'illusione di poter cambiare l'Italia con una lista civica, che difficilmente supererà gli elevati sbarramenti previsti dall'attuale legge elettorale.

Ma ciò può avvenire con la pancia piena, quando i beni primari sono ancora accessibili pur in ristrettezze: cibo, acqua potabile, una casa.
Cosa succede quando perfino il minimo indispensabile è a rischio? Nel Mezzogiorno d'Italia consistenti fette di popolazione hanno vissuto senza il minimo necessario, e questo avviene da circa 150 anni, cioè da quell'unità d'Italia che ha sottratto risorse e impedito lo sviluppo industriale a tutta la penisola italica a sud di Roma. Derubati dei ricchi opifici campani, ridotti al minimo i prezzi corrisposti agli agricoltori, sottratte le grandi banche meridionali (Banco di Sicilia e Banco di Napoli), al sud è rimasta l'emigrazione dei giovani verso le conurbazioni settentrionali. Chi rimane, spesso si rassegna all'incapienza o si offre al crimine.

Ieri un gruppo di siciliani, composto da circa 18 persone disoccupate ed ex-detenute, ha dato vita ad una piccola rivolta davanti alla sede della Regione Sicilia a Palermo, incendiando cassonetti e facendo la voce grossa. La richiesta: un posto di lavoro. [ANSA]
Il TG1 ha dato la notizia stamane infarcendo la notizia di commenti dispregiativi, sottolineando che non si fa così, è un comportamento incivile, si tratta di pochi facinorosi già individuati dalle forze dell'ordine, ecc. ecc.
Ma immaginiamo un detenuto, magari uscito dopo anni di pena carceraria o per l'indulto, nella Sicilia della disoccupazione permanente (il tasso di disoccupazione siciliano è al 17%, quello giovanile supera il 40%). Senza soldi, senza grandi prospettive (provate a presentarvi ad un'azienda con precedenti penali), non trova un lavoro neppure fra quelli più disgraziati. E prima di lui, in fila, i disoccupati cronici con la fedina penale pulita, pronti ad accettare qualsiasi impiego. Ecco, in una situazione come questa, se un cittadino non vuole soggiacere alla criminalità organizzata ma neppure morire di fame, cosa dovrebbe fare?

Io credo che sia ora che il cittadino italiano torni a pretendere, anche facendo la voce grossa, il proprio diritto a partecipare al benessere nazionale. Il sistema rappresentativo democratico funziona nel momento in cui i politici eletti sono responsabilizzati e indotti a dar conto all'elettorato del loro agire. Negli altri paesi europei, uno scandalo sui giornali può decretare la fine di un politico. Qui in Italia, abbiamo il peggio del peggio al Parlamento, e nessuno scandalo per quanto enorme è riuscito realmente ad abbattere i potentati italiani.
Contro il muro di gomma della cattiva politica italiana, se la pretesa democraticamente espressa non basta, quale altro strumento rimane al cittadino che si trova al fondo della scala sociale, se non quella della rivolta "alla Masaniello"?
Questa considerazione permette di comprendere quanto importante sia il discorso attorno al welfare nazionale: per giustizia sociale, per supportare i consumi nazionali, ed anche per la sicurezza dei cittadini.

martedì 2 ottobre 2007

La Finanziaria "chimerica" spiegata ai non addetti ai lavori




Un articolo di T. Boeri e P. Garibaldi pubblicato su LaVoce.info, intitolato "Come dilapidare il tesoretto", ha espresso senza riserve un giudizio negativo sulla Finanziaria 2008, che non riduce l'indebitamento italiano, né favorisce con misure determinanti la crescita del paese.
Ripreso l'articolo dal quotidiano La Repubblica, giunge rapida la risposta del Ministro Giulio Santagata che cerca di difendere le scelte del governo. [LaVoce.info]

Ma in termini semplici e comprensibili ai non addetti ai lavori, cosa sta succedendo?
Il governo è posto ogni anno davanti a diverse scelte di politica economica. Può decidere di usare le tasse per ripagare il debito pubblico, così lo stato avrà in futuro meno interessi finanziari da corrispondere. Oppure, può decidere di spendere i soldi per la crescita e il sociale, in questo caso lasciando il debito com'è o aumentandolo.

Solitamente alle due politiche qui brevemente descritte corrispondono effetti diversi sul sistema-paese: una politica "restrittiva" di riduzione del debito significa meno risorse per la gente, si sceglie cioè di "soffrire un po'" per risanare i conti. Questa scelta è di solito quella consigliata nei momenti di maggiore ricchezza, quando l'economia nazionale cresce e genera più entrate fiscali e la popolazione riesce meglio ad assorbire eventuali riduzioni di spesa pubblica.
L'altra politica, quella dell'aumento della spesa, contribuisce a far crescere il debito pubblico ma, se indirizzata a determinati destinatari con il fine di incentivare i consumi o agevolare determinate attività produttive, sollecita la crescita economica e quindi, la capacità del paese di ripagare il debito in futuro. È un po' come quando una persona contrae un mutuo per acquistare un nuovo impianto per la propria industria, contando sulla capacità di produrre, grazie ad esso, reddito sufficiente a ripagare le rate e avere anche un profitto.

Fin qui tutto chiaro e semplice. Tuttavia nel caso dell'Italia del 2007, il governo sceglie una strana via di mezzo.
Il prelievo fiscale infatti è aumentato non tanto per la crescita della nostra economia, quanto piuttosto per un aumento di controlli fiscali e previsioni tributarie. Si è venuto a creare così il cosiddetto "tesoretto", cioè qualche miliardo di euro di tasse. A questo punto il bivio per il governo: spenderlo per ridurre il debito (come richiedono gli accordi europei), o spendere per dare un'accelerata alla crescita del PIL?
La scelta adottata è un ibrido poco riuscito fra le due, una vera chimera. Mentre infatti il debito non viene ridotto (è questa la critica degli articolisti de LaVoce.info), non viene neppure programmata una spesa per ridare spinta al paese. Infatti, tolti alcuni capitoli degni di menzione (investimenti in case popolari, rimodulazione delle tasse sulle imprese, piccoli sgravi per le famiglie con abitazione in affitto, piccola riduzione dell'ICI, piccolissimo trasferimento di soldi agli "incapienti", cioè a quelle persone che hanno un reddito così basso da non poter utilizzare le esenzioni fiscali) il resto... è niente.

È niente perché non si prevedono interventi volti a tagliare il cuneo fiscale sul costo del lavoro, non ci sono aiuti per le nuove imprese nonostante il chiaro malfunzionamento della gestione dei fondi strutturali e sociali da parte di Sviluppo Italia. Non ci sono previsioni per sostenere il reddito delle famiglie, per aiutare i giovani precarizzati, insomma per dare nuova scossa ai consumi e quindi all'economia italiana, che dipende in larga parte dalla domanda interna del paese. Non c'é niente, in questa Finanziaria, per risolvere il problema energetico di dipendenza dagli idrocarburi, né per la ricerca (a parte un credito d'imposta, già esistente, che viene aumentato da 15% a 40%).
Insomma, non c'è nulla che faccia prevedere una possibile accelerazione del prodotto italiano (attualmente crescente ad un ridottissimo 1,5% [ilSole24Ore]) e, di conseguenza, nulla che permetta di sperare in una futura riduzione del debito pubblico (che invece aumenta eccome, con un deficit pubblico del 2,2%).