mercoledì 12 settembre 2007

Precariato, Bertinotti e ilSole24Ore: posizioni opposte senza soluzioni?




Ieri sera è andata in onda l'ultima puntata di "Viva l'Italia", programma in diretta condotto da Riccardo Iacona.

Presenti i seguenti ospiti: Fausto Bertinotti, attuale presidente della Camera dei Deputati; Ferruccio De Bortoli, direttore del quotidiano ilSole24Ore; Oscar Giannino, direttore del quotidiano Libero Mercato.

Nel corso della trasmissione è stata presentata un'intervista al prof. Luciano Gallino, sociologo e studioso del mercato del lavoro. In essa il professore ha esposto le sue ben note critiche al precariato, definendolo un fenomeno che distrugge l'individuo, i suoi affetti e le sue relazioni all'interno della società.
A seguire, un breve dibattito sull'argomento ha visto contrapporsi il Presidente Bertinotti a De Bortoli. Il canovaccio della discussione è già noto e non porta novità: Bertinotti ha sostanzialmente avallato la critica di Gallino alla legge 30 (c.d. legge Biagi), e ha auspicato un ritorno ad una tutela "forte" del contratto di lavoro, rigorosamente a tempo indeterminato, lasciando spiragli per forme flessibili solo quali strumenti per favorire l'ingresso al mercato del lavoro.
Dalla parte opposta De Bortoli il quale, in linea con la tradizionale posizione di Confindustria, sottolinea come solo grazie all'introduzione di forme di lavoro flessibile si è riusciti a ridurre drasticamente la disoccupazione e il lavoro nero nel nostro paese.

Chi ha ragione? Gallino-Bertinotti che vogliono ridimensionare i contratti flessibili, o De Bortoli-Confindustria che invece sostengono la flessibilità occupazionale e contrattuale?
La mia risposta è: nessuno dei due.

Un'annullamento della flessibilità significherebbe accentuare drasticamente il dualismo, già invasivo nel mercato del lavoro italiano, che vede da un lato gli occupati "insider", dotati di contratto di lavoro a tempo indeterminato e fortemente tutelati dalla legge e dai sindacati, e dall'altro lato, una moltitudine di persone che non riescono ad entrare nel mondo dorato degli insiders (è il caso dei più giovani), o che una volta estromessi non vi rientrano, e si barcamenano in lavoretti temporanei e/o irregolari e/o sottopagati, esattamente come avveniva prima dell'introduzione di Co.co.co., lavoro interinale e simili.
Una situazione di questo tipo si può riscontrare oggi in Giappone, dove il numero di impiegati part-time o irregolari è cresciuto fino ad arrivare, nel 2006, al 30% degli occupati del paese. Questi lavoratori guadagnano in media il 60% in meno dei colleghi regolari. Secondo l'OCSE, in Giappone le differenze fra ricchi e poveri sono fra le più alte dei paesi industrializzati, e questo fenomeno sta investendo l'economia nazionale nel suo complesso, come mostrano gli indicatori macroeconomici più recenti. [FinanzaOnline.com]

Dall'altro lato, l'idea di Confindustria è altrettanto negativa. Un mercato iperflessibile, sul modello angloamericano, corrisponde a un "brutto mondo", come i precari testimoniano continuamente, in Italia (Schiavi Moderni è un libro scaricabile gratuitamente) e anche nel Regno Unito (The Idler è un giornale online che critica, con molta ironia, la flessibilità del lavoro nel Regno Unito).
Ma soprattutto, il precariato ha effetti nefasti sull'economia del paese. Una persona che non ha la ragionevole certezza di un reddito mensile, è portata ad assumere profili di consumo e risparmio molto diversi, che impattano sul sistema economico nazionale. Oggi la propensione al risparmio dell'italiano medio è calata clamorosamente, da che l'Italia era la nazione (negli anni '60 e '70) con il maggior risparmio pro capite del mondo.
Allo stesso tempo, i consumi sono erosi da spese necessarie. Secondo dati ISTAT del 2006, il 31% del reddito di famiglia va alla casa e le utenze: elettricità, gas, acqua. Tolte le tasse, tutte in aumento (anche l'ICI, nonostante sia Berlusconi sia Prodi abbiamo affermato di volerla ridurre, aumenta attraverso rivalutazioni catastali in atto da qualche mese), altre spese per cibo, abiti, scuola e spese sanitarie, è evidente che il reddito residuo spendibile è ben poca cosa, e spiega perché le pubbilcità in TV, radio e giornali siano piene di società per il credito al consumo.

Quale può essere, dunque, una terza via? Nel corso della puntata di Viva l'Italia, Oscar Giannino lo ha detto chiaramente: un mercato del lavoro flessibile, MA con l'introduzione di strumenti a sostegno della disoccupazione generali e consistenti, sulla falsariga del modello vigente in Danimarca.
Esistono numerosi studi che sottolineano sia l'efficacia di questo modello e il suo potenziale apporto in termini di maggiore efficienza del mercato del lavoro, sia la sostenibilità per i conti pubblici italiani.
A differenza di quanto molto brevemente sostenuto da Bertinotti nel corso della trasmissione, cioè che tale strumento sarebbe troppo costoso per un paese grande come l'Italia (mentre la Danimarca, più piccola, può permetterselo), vi sono numerosi studi di prestigiosi economisti, ad esempio: Tito Boeri su laVoce.info, Renata Targetti Lenti, e lo stesso on. Bertinotti che nel giugno 2001 presentava una proposta (DDL C 872 del 15/6/2001, presentata da "Bertinotti e altri") in cui proponeva l'introduzione di una "retribuzione sociale", che dicono il contrario.
Basti pensare che uno strumento del genere (di "reddito minimo garantito", o un più contenuto "ammortizzatore generale per la disoccupazione") andrebbe a sostituire tutti gli altri strumenti concorrenti, come l'istituto della CIG. Consentirebbe inoltre riforme serie dell'INPS e una riduzione degli impiegati statali in eccesso.

Insomma, se è vero che la politica non deve asservirsi all'economia (intesa soprattutto come poteri forti nel mercato), è pur vero che farebbe bene ad utilizzare gli strumenti delle scienze economiche per scegliere dove dirigere il proprio timone.

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