sabato 29 settembre 2007

Finanziaria 2008: il solito minestrone



Finalmente si apre il sipario sulla prossima legge Finanziaria, sulla quale partono immediatamente grandi proclami: "Cento buone notizie per gli italiani", "questa è la Finanziaria del mantenimento delle promesse", e ancora Prodi: "una Finanziaria di squadra, di cui dobbiamo essere fieri". [ilSole24Ore]

Vediamo i punti salienti (riclassificati a modo mio):

-ICI: si potrà detrarre un importo pari allo 0,133% della base imponibile, fino a un massimo di 200 euro, per l'abitazione principale. Se consideriamo gli aumenti dovuti alle rivalutazioni catastali dell'ultimo anno, forse il gettito ICI complessivo nel 2008 aumenterà nonostante questa agevolazione. Insomma, da che si parlava di esenzioni per la prima casa, si è passati a poter ridurre fino a 200 euro, non un granché.

- Rendite finanziarie: aumento dal 12,5% al 18,5% del prelievo sulle rendite finanziarie (presumo ci si riferisca alla ritenuta a titolo di imposta sostitutiva su dividendi percepiti da persone fisiche, residenti in Italia e proprietarie di partecipazioni non qualificate). Già in un precedente articolo ho espresso i miei dubbi a riguardo. Secondo il portavoce di Visco si tratterebbe solo di una modifica atta a riequilibrare la tassazione in capo al socio azionista in conseguenza delle variazioni introdotte sull'IRES (vedi sotto).
Mi chiedo allora se anche la ritenuta applicata ai soci non residenti verrà elevata, visto che attualmente già maltrattiamo gli investitori esteri applicando loro un'imposta sostitutiva più alta (27% invece di 12,5%).

- Riduzione IRES e IRAP: si annuncia una forte riduzione dell'IRES (dal 33% al 28%) e dell'IRAP (dal 4,25% al 3,9%). Si tratta evidentemente di un'ENORME sconto fiscale alle imprese, con molta gioia per Montezemolo che la richiede a gran voce da quando si è insediato alla presidenza di Confindustria.

- Welfare: cosa propone il governo Prodi per lo stato sociale? Un investimento in case popolari (finalmente una buona notizia) per 550 milioni di euro. Due miliardi di euro per sostenere gli "incapienti", particolarmente giovani e precari (ma sull'esatto programma di spesa non ci sono dettagli, vedremo... una formula del tipo "reddito di inserimento" sulla falsariga della Svezia sarebbe eccellente per sostenere la domanda nazionale, mentre una distribuzione di fondi a pioggia o nella forma di crediti d'imposta, un probabile fallimento). C'è anche uno sconto fiscale per chi ha l'abitazione in fitto (300 o 150 a seconda del reddito, poca roba) e un "Protocollo Welfare" da 1.500 mln/euro, di cui non si sa ancora niente.

- Ricerca, istruzione, infrastrutture: come in ogni Finanziaria sono previsti molti milioni per opere pubbliche. 500 vanno ai trasporti metropolitani, 800 alle ferrovie per opere sulle vecchie tratte e 235 per la manutenzione (anche questa una buona notizia, da pendolare Roma-Napoli ho assistito negli ultimi due anni ad un progressivo peggioramento del servizio FS).
Previsto un aumento del credito di imposta per spese in ricerca dal 15% al 40%. Buono, ma davvero poco visto lo stato della ricerca in Italia.

- Ambiente ed energia: si parla di Taxi ecologici, e di un rinnovo del bonus fiscale per lavori di riqualificazione energetica degli edifici. Ma scherziamo? Dipendiamo per oltre l'80% del fabbisogno energetico dagli idrocarburi, e questo è tutto? Il Regno Unito sta investendo in tecnologie per sfruttare le onde del mare come fonte, e costano molto meno di tante altre spese assurde di questa Finanziaria (come i 500 milioni per "impegni di pace", cioè i militari inviati in Medio Oriente?). Prendiamo esempio dagli amici inglesi e diamoci una mossa.

- Tagli alle spese dello stato: previsti limiti agli stipendi e alle assunzioni pubbliche, e l'uso obbligatorio del VoIP per le telefonate.


È opportuno ora un giudizio complessivo sulla manovra, anche se necessariamente provvisorio viste le poche informazioni rilasciate.

Dal momento in cui si è insediato, il governo Prodi ha alzato il prelievo fiscale soprattutto sulle famiglie (qui un elenco abbastanza completo). Per contro, e indipendentemente dall'attuale governo, gli italiani soffrono un aumento del divario fra ricchi e poveri, un aumento costante del costo della vita particolarmente dovuto alla bolletta energetica, al costo della casa (fitto o ICI), e recentemente anche a rincari significativi sui beni di base (pasta, pane, latte, libri scolastici, benzina).
Oltre a ciò, sussiste sia il problema dello squilibrio INPS, solo rimandato dalla recente manovrina, sia quello, gravissimo, della precarietà del lavoro per i giovani, delle difficoltà di inserimento, e di un trend che vede aumentare il numero di persone le quali, sfiduciate, smettono di cercare un lavoro.

In questo contesto il governo Prodi correttamente prevede un investimento in case popolari per alleggerire l'incidenza del costo dell'abitazione, e prevede genericamente una spesa per welfare e incapienti, su cui mi riservo il giudizio non appena si avranno disponibili maggiori notizie.
Va poi a ridurre, e di molto, il prelievo sulle attività produttive, con un taglio di ben 5 punti percentuali sull'IRES e un taglio dello 0,35% sull'IRAP. Ma quest'ultima arriva dopo un incremento dell'IRAP, dovuto all'addizionale regionale in caso di disavanzo non coperto.

La mia previsione è che il taglio sull'IRES non indurrà nuova occupazione, né un aumento dei redditi delle famiglie. I problemi fondamentali dei cittadini (a parte quanto detto favorevolmente per l'edilizia popolare e il protocollo di welfare) rimangono tali.
Speravo che la sinistra radicale, in questo apparente braccio di ferro con i partners centristi, proponesse una riforma vera del welfare: l'introduzione di ammortizzatori per la disoccupazione come auspicava il prof. Biagi; del reddito di cittadinanza come proponeva, a suo tempo (2002-2003), l'on. Bertinotti; di un piano per l'energia e la ricerca che desse nuovo impulso alle Università e all'Enea, reinvestisse i superprofitti di Enel ed Eni in un'ottica di lungo periodo.
Invece, avremo il solito minestrone: soldi ai costruttori (con la spesa delle ferrovie e in edilizia), micro-interventi fiscali per sollecitare questa o quella spesa, micro-interventi a fini politici per poter dire che "sì, in Finanziaria c'è l'ambiente e c'è il taglio dei costi della politica".

giovedì 27 settembre 2007

Telecom Italia: all'arrembaggio dei vecchi clienti




Si discute in questi giorni delle voci di un possibile prossimo scorporo operativo della rete da parte di Telecom Italia. Fra smentite, critiche e dubbi sull'operazione anche in sede Europea, in attesa delle nuove norme UE in materia di comunicazioni, attese per il 13 novembre, il dibattito si concentra su un punto essenziale: la rete deve essere completamente separata dalle TelCo ex-monopoli di stato che su di essa veicolano i propri servizi telefonici? O è sufficiente, seguento il modello inglese di British Telecom, una separazione solo "funzionale", con la predisposizione di adeguati sistemi di controllo?

Mentre nelle alte sfere si dibatte, mi giunge ieri pomeriggio una telefonata. Premetto di essere un suddisfatto cliente Fastweb da almeno quattro anni, e di aver chiesto il trasferimento della linea telefonica e dati, precedentemente gestita da Telecom Italia, con molta gioia visti i continui disservizi in cui incorrevo. Quindi, dal momento dello switch non ho alcun rapporto commerciale con Telecom Italia, neppure per il canone fisso.

Più o meno ecco il contenuto della telefonata: "Salve, sono della direzione generale di Fastweb. La disturbo in seguito a segnalazioni di alcuni nostri clienti, che affermano di essere stati contattati da Telecom Italia nell'ultimo mese, più volte, per proposte commerciali volte a sostituire l'attuale contratto con una nuova utenza Telecom Italia".

Rispondo che in effetti, siamo stati contattati più volte nei mesi precedenti per offerte inerenti nuovi piani tariffari e connettività (mi pare si trattasse della linea Alice). Parlando con mia moglie, scopro che almeno altre 2-3 telefonate promozionali sono state effettuate nel solo mese corrente.

A questo punto, comincio a lavorare di fantasia. Da quel che mi risulta, Fastweb è l'unico gestore telefonico oltre Telecom Italia a poter vantare una rete fissa proprietaria abbastanza diffusa, almeno fra le città più popolate. Uno scorporo "strutturale" della rete di Telecom, qualora non vi fossero limiti posti dall'UE anche per le aziende private non ex-monopoli di stato, porterebbe a Fastweb un enorme vantaggio competitivo.
Questa tesi può essere sostenuta alla luce delle recentissime affermazioni di Stefano Parisi, AD di Fastweb, che dichiara prossimi investimenti per 2 miliardi di euro per la nuova rete, dopo i già investiti 3,6 miliardi in 7 anni per la realizzazione dell'attuale infrastruttura, che copre, secondo Parisi, il 45% della popolazione italiana. [Milano Finanza]

Parisi chiude affermando: "quello che chiediamo è un quadro regolatorio certo e chiaro". E a tal riguardo qualcosa si muove in Europa, ma anche qui in Italia c'è aria di cambiamento, come ad esempio per la prossima molto attesa, asta per le licenze WiMax. Il WiMax è uno standard che teoricamente consentirebbe la realizzazione di reti senza posa di cavi, anche su aree geografiche molto estese, una possibile alternativa al transito su rete fissa per il traffico voce e dati. Fastweb e Telecom Italia sono ovviamente fra i primi in lizza.
Anche il Ministro Bersani ha recentemente parlato di contributi per la costruzione di una rete veloce e il superamento del "digital divide" nostrano. Fastweb e Vodafone hanno espresso un timore (che sarà venuto in mente a molti), e cioè il rischio che questo contributo si trasformi in un regalo all'ex-monopolio, il quale in assenza di uno scorporo della rete rafforzerà la sua posizione di quasi-monopolista con probabile alterazione della libera concorrenza.

La travagliata storia di Telecom Italia, insomma, non ha mai fine. Certo è che, dopo i pessimi trascorsi di intercettazioni illecite e comportamenti lesivi del libero mercato (come questo e quest'altro), se i piani per il futuro consistono nel soffiare clientela ai concorrenti più competitivi, attraverso campagne pubblicitarie del tipo "telefona all'ex cliente e convincilo che il suo attuale provider è pessimo", meglio propendere subito e senza indugi per uno scorporo della rete che sia totale, strutturale e definitivo.

lunedì 24 settembre 2007

Ahmadinejad e il metodo diplomatico




Mahmoud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica Iraniana dal 2005, si è dimostrato un genio nel gestire le relazioni internazionali.
Assediato dagli Stati Uniti e dalle nazioni aderenti al patto NATO, aperto avversatore dello stato di Israele e sostenitore di un nuovo corso per gli stati mediorientali che dovrebbero, secondo quanto mi pare di intendere dalle dichiarazioni rilasciate, abbandonare la politica filo-occidentale per unirsi in una gestione congiunta dell'area (sembra, questa, una critica mirata a Qatar, Bahrain ed Egitto, forse anche ai sauditi e al Pakistan di Musharraf), Amahdinejad riesce a districarsi attraverso la campagna denigratoria intessuta dalla stampa internazionale senza scomporsi e senza perdere colpi.

All'annuncio dell'avvio del programma nucleare iraniano, si è sollevato un polverone mediatico. Immediata l'aggressione verbale degli Stati Uniti: "intollerabile". Stesso termine, "intollerabile", utilizzato dalla cancelliera Angela Merkel. Ahmadinejad risponde più volte per le rime: "Se ci attaccano gli faremo rimpiangere l'azione", mostra i muscoli e non arretra. Gli speakers occidentali rimangono un po' spiazzati, e intanto Ahmadinejad dopo la sferzata offre la mano, invita chiunque lo desideri a visite guidate dei nuovi centri di arricchimento dell'uranio, poi getta ironicamente acqua sul fuoco sulle affermazioni belligeranti del neo-Ministro francese Kouchner ("non prendiamo sul serio i commenti" avrebbe detto Amahdinejad ai giornalisti).

La comunità internazionale non lascia la presa, viene attivata una procedura in seno all'ONU e da più parti (USA in testa, ora coadiuvati dalla Francia di Sarkozy) si reclamano sanzioni economiche e si adombrano interventi armati. Ahmadinejad fa visitare gli impianti ai tecnici ONU, e intanto si muove ammorbidendo la Russia di Putin che pone il veto in seno al Consiglio di sicurezza e stringe accordi di commercializzazione per Gazprom. Fa visita al presidente venezuelano Hugo Chavez, dichiarato oppositore del governo Bush, e assieme stringono accordi commerciali e di investimento (è previsto a giorni un nuovo incontro fra i due, cui seguirà anche una visita a Evo Morales in Bolivia).

USA e Francia, mentre cercano un modo per aggirare il veto russo, spingono l'ONU all'azione. Ahmadinejad fa spallucce e risponde che "dal nostro punto di vista, il dossier nucleare dell'Iran è chiuso". Ribadisce inoltre: "commette un errore chi pensa di fermare il programma nucleare iraniano con sanzioni economiche". [ANSA]
Le dichiarazioni del ministro Kouchner sono ora per un'intensa opera di negoziazione, e anche la Cina si associa ad affermare la propria contrarietà ad azioni militari contro l'Iran: "riteniamo che i negoziati diplomatici siano il modo migliore per risolvere i problemi...ci opponiamo alle minacce incontrollate dell'uso della forza nei rapporti internazionali" ha affermato un portavoce del governo. [AGINews]

E intanto, serafico e sorridente, Ahmadinejad atterra negli USA, nella bocca del leone e preceduto da una settimana mediatica all'insegna di titoli del calibro di "Il pazzo iraniano cammina tra di noi" e "Il male e' atterrato a New York", per un summit delle Nazioni Unite. Non perde occasione per una conferenza presso la Columbia University (lui che è stato professore universitario di ingegneria civile), per uno scambio di idee con studenti e docenti. Avrebbe voluto anche fare una visita a ground zero, ma le autorità lo hanno vietato.
Alla Columbia viene interrotto da manifestanti e finisce quasi in rissa. Il suo commento: "Sono sorpreso che in un Paese che dice di avere la libertà di espressione ci siano persone che vogliono prevenire altre dal parlare" [la Stampa].

Interrogato dai giornali sul programma atomico, risponde quasi stupito: "che bisogno abbiamo di una bomba nucleare?". Sul tema di Israele, contro il quale ha sempre sparato attacchi dai toni un po' forti, smentisce ogni intenzione militarista: "Teheran, ha detto anche Ahmadinejad, non riconosce Israele, perche' e' un regime basato sulla discriminazione e l'occupazione, ma assicura che non saranno lanciati attacchi ne' contro Israele ne' contro altri Paesi" [il Corriere della Sera]
Addirittura, oggi al TG3 vedo Giovanna Botteri a New York, intervistare un gruppo di ebrei ortodossi (abbigliati alla maniera tradizionale, con treccine, zucchetto e abito nero). Interrogati sul pericolo per Israele costituito dall'Iran, rispondono che non è vero, che si tratta di una montatura mediatica dei sionisti israeliani (!!!).

Insomma, Ahmadinejad tiene testa all'impero USA-NATO, si muove come nelle migliori strategie di Sun Tzu, e sembra focalizzare e intensificare l'azione antiamericana (o più esattamente dovrei dire "parallela al sistema economico USA") di stati quali Russia, Cina e Venezuela.
Se riuscirà a trascinare con sé altre nazioni, che siano o meno a forte presenza islamica, ma ricche di risorse petrolifere come il Venezuela e la Russia, il futuro potrà riservarci inediti scenari geopolitici.

Lo si può stimare, temere od odiare, ma è innegabile l'incredibile capacità di Ahmadinejad di cavalcare l'onda mediatica senza mai cadere, in una perfetta alternanza di pugni duri e totale apertura al dialogo o, come un taoista forse direbbe, di "alternanza di ferro e di acqua".

domenica 23 settembre 2007

Euro su, Italia giù?




Un Euro più forte
significa minore competitività delle nostre esportazioni, questo è evidente e viene sottolineato correttamente dal presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. [AGI News]

Significherebbe, anche, maggiore capacità di spesa per la nazione italiana in beni il cui prezzo viene fissato in termini di valuta estera, come avviene per il petrolio e il gas naturale. Invece, i prezzi dei prodotti derivati da idrocarburi non calano mai in Italia, neppure con l'Euro a quota 1,40 rispetto al dollaro.
Pur non avvantaggiandosi mai delle riduzioni dovute al cambio favorevole, le famiglie italiane subiscono, sempre, i rincari dovuti all'andamento dei mercati internazionali. Si prevede ad esempio un rincaro per il mese di ottobre del 1,6% per le tariffe elettriche, e del 2,3% del gas. [ANSA]

Ma allora quelle riduzioni del prezzo relativo dovute al cambio euro-dollaro, dove vanno a finire?
I risultati del settore energetico, ENEL ed ENI in testa con generose distribuzioni di utili [ilTempo], perfino nei peggiori momenti della recente bufera subprime [ilGiornale], portano a sospettare che forse, la vigilanza sull'andamento dei prezzi al consumo dei servizi energetici non sia poi tanto solerte.

Che la soluzione al rincaro dei prezzi della bolletta elettrica e del gas, sia in un investimento di massa da parte delle famiglie in azioni Enel ed ENI? Ma l'Autorità per l'Energia e il Gas non dovrebbe, secondo legge, "garantire la promozione della concorrenza e dell’efficienza" nei settori di sua competenza?

mercoledì 19 settembre 2007

Metaplace: Crea il tuo mondo virtuale




"Mondi virtuali aperti a tutti" titola la BBC. La notizia è deliziosa, anche se è da verificare quanto le affermazioni pubblicate saranno vere una volta che sarà distribuita la prima versione utilizzabile del software.

Metaplace è un software open in via di realizzazione, pubblicato dalla Areae Inc. , una start-up creata da sviluppatori di giochi online di massa di vecchia data (alcuni provengono dal team di Ultima Online).
Detto in poche parole, l'obiettivo di Metaplace è di fornire una piattaforma di sviluppo per ambienti virtuali, completamente modulare, di utilizzo semplice e immediato. Che si voglia realizzare una chat grafica, un MMORPG o un clone di Second Life, Metaplace dovrebbe consentirlo attraverso un sistema intuitivo (gli sviluppatori dicono che durante le loro prove, hanno creato una chat basilare in meno di 5 minuti).
Inoltre, Metaplace sarà direttamente interfacciabile col Web. Ad esempio, dovrebbe essere possibile inviare informazioni dal mondo virtuale verso l'esterno attraverso RSS feed o XML, consentendo così un sacco di cose carine, come introdurre notizie (o pubblicità...) dal mondo "reale" in quello virtuale, o consentire lo scambio di messaggi da (e verso) pagine HTML, e così via.

Ma l'idea vincente sta nel fatto che Metaplace non è un mondo già costruito, ma piuttosto un tool per creare mondi. Esistono già fenomeni del genere che sfruttano videogames online come Ultima Online e Neverwinter Nights, ma questi sono legati al mondo originario sviluppato dalle rispettive software houses, sono insomma mondi chiusi dove la possibilità di introdurre grafica, elementi di logica (come il comportamento dei personaggi che si muovono autonomamente nel mondo virtuale) o regole di comportamento fisico dell'ambiente sono estremamente limitate. Metaplace invece, ambiziosamente mira alla massima libertà espressiva: "puoi arraffare un'intera directory di contenuti grafici e utilizzarla come base per blocchi di modulo" scrivono sul website, "o inserire un sistema di movimento con un copia&incolla".

Le possibilità paiono infinite. Se la metà di quanto affermato dagli svilupaptori di Areae Inc. sarà vero, potremmo dire addio al vasto mondo dei mondi virtuali proprietari, come Second Life, Habbo et similia.

martedì 18 settembre 2007

iPhone: perché è già un successo




Ho resistito fino ad ora a non parlare di iPhone, l'ultimo appetibile giocattolo di Steve Jobs e Apple, non perché me ne sia disinteressato o per volontà di distinguermi dalle masse (seguo la nascita di questo prodotto da quasi un anno), ma per un sovraffollamento dei media internettiani che ne chiacchierano in tutte le salse e da qualunque punto di vista.

Dunque, iPhone. Una delle parole più taggate in Technorati, dei temi più discussi nella blogosfera ed ora, dopo il lancio ufficiale negli USA e un rincorrersi di voci su quello europeo, anche sui quotidiani che si interrogano su quali TelCo chiuderanno l'affare con Apple.

C'è già chi lo ama e chi minimizza. I detrattori dicono che è solo fumo, in fondo telefonini multifunzione che siano anche lettori mp3, videocamere e con accesso al Web ce ne sono da tempo e delle migliori marche.
Ma anche al lancio di iPod si diceva lo stesso, cioè che a parte il design carino e l'interfaccia intuitiva, non portava nulla di nuovo nel panorama dei lettori digitali portatili, eppure si guardi oggi il successo planetario che ha avuto. Qual è allora l'elemento che decreterà il successo, se (come pare dalle prime vendite USA) vi sarà, di iPhone?
Decisamente io propendo per indicare nell'interfaccia la vera svolta di Apple.

Quando circolavano i primi personal computers, esisteva una barriera psicologica che tratteneva le persone dall'utilizzare terminali con comandi scritti (come il vecchio DOS): tutto avveniva tramite tastiera, senza alcuna intuitività, un po' come l'odierno Linux qualora venga installato senza shell grafica. Poi arrivarono le prime interfacce grafiche, e con esse il mouse. Grazie ai sistemi operativi Macintosh e Windows oggi un file si copia "trascinandolo", una pagina si visualizza facendo "clic" e così via, più o meno allo stesso modo in tutte le versioni di Windows e MacOs.
I telefonini invece scontano ancora una non standardizzazione delle interfacce: ciascuna casa di produzione ha una propria disposizione dei menu e dei tasti, una differente gestione degli shortcuts, dei segnali e delle funzioni. Esistono diversi sistemi operativi: Symbian, Windows CE, sistemi proprietari di Nokia, Motorola, Samsung, Sony-Ericsson, ognuno sviluppato indipendentemente dagli altri.

Io vedo un enorme successo per iPhone, non solo perché è cool e pieno di funzioni, ma soprattutto perché l'approccio scelto da Apple, che combina il touchscreen con un'enorme intuitività dei comandi, può diventare uno standard così comodo ed acquisito dagli utenti, che tutti gli altri produttori saranno costretti a corrergli dietro, proprio come avvenne quando i sistemi operativi grafici ruppero la barriera e costrinsero tutti gli assemblatori di PC a installare Windows.

Allo stesso tempo, conoscendo un po' Apple e il sig. Jobs, vedo un potenziale pericolo per questo business. Negli anni '90 la Apple, per la prima volta nella sua lunga storia, si aprì al mondo esterno e rilasciò il proprio sistema operativo ad alcuni produttori esterni. Cominciarono ad esistere così dei pc "compatibili MacOS", proprio come avveniva già per il mondo PC compatibile.
Il MacOS era un sistema superiore, Windows '95 doveva ancora vedere la luce e, quando fu rilasciato sul mercato, era così pieno di bug e scarsamente performante da non costituire una seria minaccia, almeno dal punto di vista tecnico. In quella parentesi temporale in cui il mercato informatico esplodeva letteralmente sotto la spinta del fenomeno Internet, Apple avrebbe potuto espandersi a dismisura guadagnando fette di mercato quale produttore di software a scapito di Microsoft. Il "ritornato" Steve Jobs, succeduto al precedente CEO dopo alcuni risultati di bilancio non proprio rosei, attuò invece una politica che potremmo definire "alla vecchia maniera", disincentivando le licenze di MacOs a terzi e concentrando gli sforzi sul design (iMac) e su iPod.

Non che la scelta di Jobs sia oggi criticabile visti gli ottimi risultati, ma lo stesso errore che ridusse MacOs ad un sistema operativo di nicchia, quando avrebbe potuto avvantaggiarsi di una diffusione ben più vasta, potrebbe ripetersi con iPhone se Apple non sarà attenta a due aspetti critici:
1) evitare di legarsi nel lungo periodo a singole TelCo, e favorire invece la penetrazione di iPhone nel mercato concorrenziale delle tariffe telefoniche. iPhone per essere universalmente accolto come iPod deve essere utilizzabile con qualsiasi provider di telefonia mobile.
2) collaborare con i grandi produttori di telefoni mobili, come Nokia che già è partita al contrattacco. Una strategia di licencing del SO di iPhone, fra un anno o due, potrebbe determinare una leadership di Apple in un nuovo segmento di mercato, quello dei sistemi operativi palm e mobile.

Le differenti strategie di Apple determineranno se iPhone sarà solo "un bel cellulare", oppure un nuovo standard con il quale gli altri produttori di telefonini faranno i conti nel prossimo futuro.

lunedì 17 settembre 2007

Energia dalle onde, nasce un progetto in UK




BBC News, 17-9-07: "Il governo (inglese) ha approvato la progettazione di un impianto su vasta scala per la produzione di energia dalle onde marine, al largo della costa del Cornwall".
[qui la notizia completa]

Sono sempre stato affascinato dall'idea che un ininterrotto fluire di energia circondi il nostro vivere quotidiano. Il vento e le onde del mare ne sono l'emblema, talvolta lievi e altre volte violenti, sempre in movimento.
Le tecnologie più riuscite nel campo della produzione di energia da fonti rinnovabili sono proprio quelle che attingono da questa energia in circolo: dal sole, dal vento, dalle maree.
Nel Regno Unito il governo ha voluto esprimere fiducia ad un progetto ambizioso, che prevede lo sfruttamento delle onde del mare per la generazione di energia elettrica su vasta scala.

Il progetto consiste nel collegare ciascuno dei generatori ad onde (una sorta di grossi pistoni galleggianti mossi dal mare) ad uno smistatore centralizzato, che condurrà l'elettricità alla terraferma attraverso un cavo, posato sul fondale marino, lungo 16 Km.
Idealmente simile ad un impianto eolico off-shore, questo sistema dovrebbe richiedere investimenti molto più contenuti (attorno ai 15 milioni di sterline, circa 21 milioni di euro, per servire 14.000 utenze domestiche) ed avere una vita utile prevista di 25 anni.
Non ultimo, il vantaggio estetico che evita la presenza degli enormi torrioni eolici, visibili anche a grande distanza (a me gli aerogeneratori non dispiacciono affatto, ma c'è chi se ne lamenta, particolarmente in luoghi a vocazione turistica o naturalistica).

Non so quanto una centrale elettrica di questo tipo possa essere esportata nel mondo, e quanti luoghi adatti alla generazione di energia dalle onde esistano per renderla economicamente valida, ma l'idea è certamente interessante e degna di approfondimenti anche qui in Italia, dove pur difettando delle grandi onde oceaniche, siamo circondati dal mare.

mercoledì 12 settembre 2007

Precariato, Bertinotti e ilSole24Ore: posizioni opposte senza soluzioni?




Ieri sera è andata in onda l'ultima puntata di "Viva l'Italia", programma in diretta condotto da Riccardo Iacona.

Presenti i seguenti ospiti: Fausto Bertinotti, attuale presidente della Camera dei Deputati; Ferruccio De Bortoli, direttore del quotidiano ilSole24Ore; Oscar Giannino, direttore del quotidiano Libero Mercato.

Nel corso della trasmissione è stata presentata un'intervista al prof. Luciano Gallino, sociologo e studioso del mercato del lavoro. In essa il professore ha esposto le sue ben note critiche al precariato, definendolo un fenomeno che distrugge l'individuo, i suoi affetti e le sue relazioni all'interno della società.
A seguire, un breve dibattito sull'argomento ha visto contrapporsi il Presidente Bertinotti a De Bortoli. Il canovaccio della discussione è già noto e non porta novità: Bertinotti ha sostanzialmente avallato la critica di Gallino alla legge 30 (c.d. legge Biagi), e ha auspicato un ritorno ad una tutela "forte" del contratto di lavoro, rigorosamente a tempo indeterminato, lasciando spiragli per forme flessibili solo quali strumenti per favorire l'ingresso al mercato del lavoro.
Dalla parte opposta De Bortoli il quale, in linea con la tradizionale posizione di Confindustria, sottolinea come solo grazie all'introduzione di forme di lavoro flessibile si è riusciti a ridurre drasticamente la disoccupazione e il lavoro nero nel nostro paese.

Chi ha ragione? Gallino-Bertinotti che vogliono ridimensionare i contratti flessibili, o De Bortoli-Confindustria che invece sostengono la flessibilità occupazionale e contrattuale?
La mia risposta è: nessuno dei due.

Un'annullamento della flessibilità significherebbe accentuare drasticamente il dualismo, già invasivo nel mercato del lavoro italiano, che vede da un lato gli occupati "insider", dotati di contratto di lavoro a tempo indeterminato e fortemente tutelati dalla legge e dai sindacati, e dall'altro lato, una moltitudine di persone che non riescono ad entrare nel mondo dorato degli insiders (è il caso dei più giovani), o che una volta estromessi non vi rientrano, e si barcamenano in lavoretti temporanei e/o irregolari e/o sottopagati, esattamente come avveniva prima dell'introduzione di Co.co.co., lavoro interinale e simili.
Una situazione di questo tipo si può riscontrare oggi in Giappone, dove il numero di impiegati part-time o irregolari è cresciuto fino ad arrivare, nel 2006, al 30% degli occupati del paese. Questi lavoratori guadagnano in media il 60% in meno dei colleghi regolari. Secondo l'OCSE, in Giappone le differenze fra ricchi e poveri sono fra le più alte dei paesi industrializzati, e questo fenomeno sta investendo l'economia nazionale nel suo complesso, come mostrano gli indicatori macroeconomici più recenti. [FinanzaOnline.com]

Dall'altro lato, l'idea di Confindustria è altrettanto negativa. Un mercato iperflessibile, sul modello angloamericano, corrisponde a un "brutto mondo", come i precari testimoniano continuamente, in Italia (Schiavi Moderni è un libro scaricabile gratuitamente) e anche nel Regno Unito (The Idler è un giornale online che critica, con molta ironia, la flessibilità del lavoro nel Regno Unito).
Ma soprattutto, il precariato ha effetti nefasti sull'economia del paese. Una persona che non ha la ragionevole certezza di un reddito mensile, è portata ad assumere profili di consumo e risparmio molto diversi, che impattano sul sistema economico nazionale. Oggi la propensione al risparmio dell'italiano medio è calata clamorosamente, da che l'Italia era la nazione (negli anni '60 e '70) con il maggior risparmio pro capite del mondo.
Allo stesso tempo, i consumi sono erosi da spese necessarie. Secondo dati ISTAT del 2006, il 31% del reddito di famiglia va alla casa e le utenze: elettricità, gas, acqua. Tolte le tasse, tutte in aumento (anche l'ICI, nonostante sia Berlusconi sia Prodi abbiamo affermato di volerla ridurre, aumenta attraverso rivalutazioni catastali in atto da qualche mese), altre spese per cibo, abiti, scuola e spese sanitarie, è evidente che il reddito residuo spendibile è ben poca cosa, e spiega perché le pubbilcità in TV, radio e giornali siano piene di società per il credito al consumo.

Quale può essere, dunque, una terza via? Nel corso della puntata di Viva l'Italia, Oscar Giannino lo ha detto chiaramente: un mercato del lavoro flessibile, MA con l'introduzione di strumenti a sostegno della disoccupazione generali e consistenti, sulla falsariga del modello vigente in Danimarca.
Esistono numerosi studi che sottolineano sia l'efficacia di questo modello e il suo potenziale apporto in termini di maggiore efficienza del mercato del lavoro, sia la sostenibilità per i conti pubblici italiani.
A differenza di quanto molto brevemente sostenuto da Bertinotti nel corso della trasmissione, cioè che tale strumento sarebbe troppo costoso per un paese grande come l'Italia (mentre la Danimarca, più piccola, può permetterselo), vi sono numerosi studi di prestigiosi economisti, ad esempio: Tito Boeri su laVoce.info, Renata Targetti Lenti, e lo stesso on. Bertinotti che nel giugno 2001 presentava una proposta (DDL C 872 del 15/6/2001, presentata da "Bertinotti e altri") in cui proponeva l'introduzione di una "retribuzione sociale", che dicono il contrario.
Basti pensare che uno strumento del genere (di "reddito minimo garantito", o un più contenuto "ammortizzatore generale per la disoccupazione") andrebbe a sostituire tutti gli altri strumenti concorrenti, come l'istituto della CIG. Consentirebbe inoltre riforme serie dell'INPS e una riduzione degli impiegati statali in eccesso.

Insomma, se è vero che la politica non deve asservirsi all'economia (intesa soprattutto come poteri forti nel mercato), è pur vero che farebbe bene ad utilizzare gli strumenti delle scienze economiche per scegliere dove dirigere il proprio timone.

martedì 11 settembre 2007

Chiamate fra telefonini gratis? La tecnologia c'è e si chiama TerraNet



TerraNet è un'azienda svedese e opera in paesi dove le reti cellulari non esistono: Tanzania, Ecuador, e fra breve in altre zone del mondo dove è impensabile realizzare infrastrutture di trasmissione, in Africa, Sud America, India e Cina. [BBC]

La tecnologia che hanno sviluppato si basa sul concetto di Peer-to-Peer, analogo a quello adottato da milioni di internauti per condividere files in rete (i vari eMule, WinMX, Bittorrent, DC++, ecc.).
Ciascun telefonino viene infatti dotato di un meccanismo che consente l'instradamento di chiamate fra cellulari, fungendo in tal modo da ripetitore. Le telefonate evitano così di transitare attraverso le antenne e le altre apparecchiature dei providers di telefonia mobile, eliminando totalmente i costi di impianto.

TerraNet è ancora un sistema involuto, i telefonini coprono una distanza di appena 1 Km e inoltre esiste un problema di disponibilità di frequenze. Ma la tecnologia funziona e, in un futuro non molto lontano, potrebbe essere inclusa in tutti i telefonini come è oggi il Bluetooth, come auspica il fondatore della compagnia, Anders Carlius.
Ipotizzando una diffusione di TerraNet nelle zone ad alta densità di popolazione del mondo, come nelle città italiane, è facile immaginare che ci sarà sempre un telefonino entro la portata di 1Km. Il potenziale di questa infrastruttura è evidente e permetterebbe, di fatto, chiamate gratis fra telefoni portatili.
Altro vantaggio la possibilità di collegare il telefono mobile ad un PC tramite una comune porta USB, e utilizzare il P2P TerraNet via Internet.

Secondo Carlius le aziende telefoniche non gradiscono la sua idea, e la cosa non stupisce visto che un sistema del genere preclude la tariffazione a consumo delle telefonate effettuate in P2P. In altre parole, si "disintermedia" il mercato della telefonia mobile a vantaggio dell'utente finale, ma a svantaggio di aziende che hanno investito milioni per costruire la propria rete cellulare.
I grandi produttori di telefoni cellulari ne sono invece attratti, e già Ericsson ha investito circa 3 milioni di sterline in TerraNet.

Ultimo ma non per importanza, il fattore sicurezza e privacy. Come si intercetta una telefonata fra due telefonini, se questa transita attraverso N apparecchi secondo una logica dinamica di instradamento? Potrebbe rivelarsi la soluzione definitiva per garantire la riservatezza delle telefonate, in barba ai Tavaroli & Cipriani della situazione.

lunedì 10 settembre 2007

Carlos Menem di nuovo all'attacco




Ve lo ricordate Carlos Menem? Presidente della Repubblica di Argentina dal 1989 al 1999, è stato il fautore della politica di ancoraggio della moneta nazionale argentina (il peso) al valore del dollaro USA, conducendo il paese ad un'iperinflazione e un indebitamento pubblico senza precedenti.
Tutto questo avvenne con l'avallo e i "saggi" consigli del Fondo Monetario Internazionale. La storia finì molto male, e fra il 2000 e il 2001 l'Argentina ha affrontato la peggior crisi degli ultimi decenni, raggiungendo verso la fine del 2002 un tasso di povertà di oltre il 50% della popolazione e una contrazione del PIL di più del 10%.

In quel periodo, precisamente nel dicembre 1997 quando già il peso era trascinato dall'apprezzamento del dollaro sui mercati valutari, l'Università di Bologna pensò bene di attribuire al presidente Menem il prestigioso riconoscimento del "sigillo d'oro", in una cerimonia alla quale parteciparono numerosi docenti dell'ateneo bolognese ed esponenti dell'impresa e del mondo politico.
La cosa più buffa (per così dire) è leggere nelle motivazioni che "dal '95 l'economia in quel paese è risanata e il cammino della crescita è ripreso, ed è tornata la fiducia degli investitori nazionali e internazionali".
Per non rischiare d'essere presa in equivoco, nel 1999 l'Università di Bologna pare abbia assegnato anche la laurea ad honorem all'allora Ministro dell'Economia Domingo Cavallo (in carica fra il '91 e il '96), il quale dato che aveva così abilmente placato l'inflazione argentina (!), fu poi inviato dal FMI in Russia come consulente per il programma di stabilizzazione monetaria (!!!). [AlmaNews]

Tornando a Carlos Menem, oltre alla sua performance di economista, è stato accusato di aver fornito 6.500 tonnellate di fucili, mitragliatrici, cannoni, missili anticarro e munizioni varie all'Ecuador e alla Croazia, nel periodo in cui si trovavano in pieno conflitto (parliamo degli anni fra il 1991 e il 1995), il primo in guerra con il Perù, e la seconda durante lo sfaldamento dello stato jugoslavo.
A ciò si aggiunge che, secondo il giudice competente, dei 37 milioni di dollari guadagnati attraverso questi traffici illegali, buona parte sarebbero stati spesi per varie forme di corruzione nel paese. [BBC]

Menem non si è perso d'animo, nonostante gli sia stato confiscato il passaporto e congelati fondi per 120 milioni di dollari, e a 77 anni si è candidato per il ruolo di governatore della sua provincia d'origine, La Rioja. Purtroppo per lui, ha subito una pesante sconfitta questo agosto 2007, prendendo il 22% dei voti contro il 42% del candidato vincente. [Mercopress]
Pare si voglia ricandidare alla presidenza del paese nonostante tutto, e in questa chiave si possono leggere i suoi attacchi all'attuale leader argentino Nestor Kirchner e a presunte ingerenze del governo venezuelano di Hugo Chavez negli affari interni del paese.

Che dire, uno così, con alle spalle il crack finanziario di una nazione, indagato per traffico d'armi e corruzione, dobbiamo assolutamente ospitarlo in Italia. Già lo abbiamo premiato con il gagliardetto dell'università di Bologna ma non basta, un personaggio di tale livello fa impallidire i leaders nostrani.

sabato 8 settembre 2007

Le ultime parole famose: Romano Prodi




"L'Italia s'è rimessa in moto. È uscita dall'emergenza finanziaria in cui si trovava... il paese è ripartito grazie alla capacità delle imprese... Confindustria ci ha più volte chiesto, rivendicando la centralità dell'impresa nel processo di crescita economica del Paese, di tifare per il sistema industriale. Mi sembra che le cifre parlino chiaro".

Romano Prodi, Presidente del Consiglio
8 settembre 2007 [fonte: ilSole24Ore]



Gentile Presidente,

non so a quali dati Lei faccia riferimento. Parliamo sempre dell'Italia, giusto? Perché a me risulta tutt'altro, le cito ad esempio questo articolo de ilSole24Ore di due giorni fa, a firma di Michele De Gaspari, in cui si afferma quanto segue:

"Nei primi sei mesi del 2007 l'economia italiana è cresciuta a un ritmo ben più modesto del previsto: +0,1% congiunturale e +1,8% tendenziale annuo nel secondo trimestre (+0,3% e +2,3% rispettivamente nel primo). Per centrare l'obiettivo programmatico del 2% fissato nel Dpef 2008-2011 dello scorso giugno - come ha precisato l'Istat nella successiva audizione parlamentare - sarebbe necessario un aumento medio dello 0,4% congiunturale in ciascun trimestre dell'anno, un risultato ormai difficilmente raggiungibile, pur nella relativa volatilità dei dati statistici. Al rallentamento in atto ha senza dubbio contribuito lo scarso dinamismo della produzione industriale, la cui migliore performance sembra essere alla spalle, anche se i segnali di novità nel campo dell'industria manifatturiera (ristrutturazioni) dovrebbero portare a qualche ulteriore positivo risultato sul piano della congiuntura, grazie ai recuperi di produttività."

Il suo Ministro per l'Economia, Tommaso Padoa Schioppa, ha ammesso che "l'obiettivo per una crescita del 2% nel 2007 è più ambizioso di quanto ritenessimo 2 mesi fa" [Reuters Italia] e che le stime dovranno probabilmente essere ritoccate al ribasso quando si disporrà dei dati aggiornati.
Se qualcosa il suo governo ha fatto nel migliorare la situazione dei conti dello stato (peraltro il debito pubblico continua ad aumentare molto nonostante la vostra politica restrittiva, le cito a riguardo un noto economista: Beppe Grillo ;), non è certo grazie "alla capacità delle imprese" come lei sostiene. La crescita del PIL nazionale continua a languire ed aumenta di quache decimo di punto percentuale, rimanendo comunque agli ultimi posti delle graduatorie Eurostat.

L'aumento delle entrate, non ce lo nascondiamo, è stato attuato attraverso un incremento del prelievo fiscale. Sono i maggiori controlli e la maggiore imposizione di tasse a migliorare i conti pubblici, non le imprese o un atteggiamento del governo favorevole al tessuto produttivo del paese.
L'articolo di De Gaspari conclude così: "Una buona parte della crescita del Pil italiano nel 2007 dipende, in ogni caso, dall'andamento della spesa delle famiglie, che i più recenti dati sui consumi vedono in affanno... Il quadro dei consumi privati resta, dunque, incerto; la dinamica del reddito reale disponibile è condizionata sia dai timori di una possibile risalita dell'inflazione, sia della modesta crescita salariale. In più, le prospettive per l'occupazione appaiono quest'anno meno brillanti che nel 2006 e accentuano lo stato di debolezza della domanda per consumi, a cui non giova la persistente incertezza nelle scelte della politica economica".

Caro Presidente, si rilegga le statistiche Istat prima di fare affermazioni così ottimistiche.

venerdì 7 settembre 2007

La ristrutturazione postfordista del commercio di droga




ANSA, 6 settembre 2007: Il presidente Napolitano auspica un ulteriore sforzo delle istituzioni contro la criminalita' organizzata. "Il mio piu' fermo auspicio e' che Governo, Parlamento e Istituzioni democratiche compiano ulteriori sforzi per affrontare e debellare i fenomeni criminali che segnano tanta parte del nostro Paese".

Se tutti noi cittadini applaudiamo alla dichiarazione di intenti del Presidente, sarebbe da discutere "come" combattere il crimine. Il recente provvedimento di indulto non sembra avere aiutato in questo senso. È pur vero che le carceri sono in uno stato di sovraffollamento disumano, ma ciò non toglie che, dati alla mano, sembra che i crimini post- indulto abbiano subito un'impennata (su laVoce.info è stato pubblicato un confronto statistico, molto interessante, che evidenzia un aumento del numero di rapine in banca in questo ultimo anno).

Ma lasciamo pure da parte il piccolo crimine, e guardiamo ai grandi affari che la criminalità organizzata conduce in scenari internazionali. Scrive Saviano in Gomorra: "tra i maggiori proventi si confermano quelli legati all'ambito degli appalti dei lavori pubblici e delle imprese (17.520 milioni di euro), estorsione ed usura (13.520 milioni), prostituzione (5.104 milioni) e traffico di armi (4.774 milioni). Continua il primato della 'ndrangheta principalmente per gli affari legati al traffico di droga (22.340 milioni di euro), seguita da cosa nostra (18.224 milioni), camorra (16.459 milioni, alias 16 miliardi e mezzo) e sacra corona unita (1.999 milioni)".
Dunque, il commercio di droga nel complesso continua a figurare al primo posto, particolarmente per gli affari della 'ndrangheta che richiama l'attenzione dei media in Germania come a Locri.

In uno studio dell'economista Paul De Grauwe, dell'aprile 2007 ("Globalization and the price decline of illicit drugs"), viene analizzato il fenomeno che Saviano chiama di "ristrutturazione postfordista" nel mercato internazionale della droga. I risultati sono di estremo interesse per comprendere cosa accade nel segreto mondo del crimine organizzato e per stabilire quale sia la strategia politica migliore per affrontarlo.

Il prezzo della dose di droga al consumatore è determinato da tre componenti fondamentali:
1) il prezzo praticato dai produttori, cioè da coloro che coltivano il prodotto: foglie di coca, papavero da oppio, piante di cannabis, ecc.
2) l'intermediazione, cioè il prezzo assorbito dalla catena di esportatori e raffinatori del prodotto.
3) variazioni della domanda di droga rispetto all'offerta.

Lo studio di De Grauwe evidenzia che il produttore incide sul prezzo finale solo per un 2-3% del totale. Inoltre, le quantità di droga prodotte nel mondo sono in aumento costante. La domanda di droga appare aumentare in maniera superiore alla quantità prodotta: ciò dovrebbe causare un innalzamento dei prezzi secondo il canonico modello di domanda-offerta, mentre si osserva dal 1990 una drastica riduzione dei prezzi di cocaina, eroina e marjuana in Europa e negli USA (cioè i principali mercati mondiali).

Il risultato dello studio evidenzia, perciò, che la riduzione nei prezzi è dovuta essenzialmente a modificazioni nel margine di intermediazione, dovuto a due fattori contemporanei:
1) una maggiore efficienza della criminalità organizzata (ecco il postfordismo raccontato da Saviano) agevolata anche dalle nuove tecnologie, che permette di ridurre il numero di intermediari, il costo di stoccaggio e di trasporto. Inoltre, l'aumento del commercio internazionale e quindi del numero di voli consente di nascondere più facilmente il prodotto, e la complessità del sistema finanziario apre nuove vie per il riciclaggio di denaro.
2) l'esistenza di un premio per il rischio. In altre parole, gli intermediari trattengono margini maggiori quanto più sale il rischio del crimine commesso.
Questo secondo fattore significa che una politica più restrittiva sul lato dell'offerta di droga può essere compensata dal fatto che i criminali alzano il premio per il rischio, quindi il profitto, e dunque richiamano più investimenti del crimine organizzato attirato dai maggiori guadagni attesi rispetto ad altri investimenti (estorsione, appalti, ecc.)

La conclusione è che allo stato attuale, con i prezzi della droga che scendono continuamente ed hanno già reso la cocaina, prima "droga dei ricchi", un bene di largo consumo, un aumento di politiche restrittive sul lato dell'offerta (cioè: aumento dei controlli di polizia, divieti di produzione, ecc.) viene compensato dall'ingresso nel mercato di più agenti attratti dalla crescente profittabilità del settore, il che abbassa di nuovo il margine di intermediazione riportandolo al valore iniziale.
Qual è dunque, da un punto di vista economico, la soluzione politica da adottare? Per quanto detto, ci sono due strada da seguire:
1) una politica che riduca la domanda di droghe, attraverso azioni di prevezione, informazione ed educazione;
2) una depenalizzazione del traffico di droga. Ciò causerebbe un drastico calo nel premio di rischio e dunque nei profitti del settore, e allontanerebbe coloro che sono stati attratti nel business dall'alto guadagno atteso.

Nel discutere i provvedimenti sulla sicurezza, in questi giorni al vaglio del Ministro Amato e sotto i fari dei media, si faccia attenzione a non cadere in soluzioni facili, ma inutili o perfino controproducenti.
Alla criminalità bisogna chiudere i cordoni della borsa, questa è l'unica via per una guerra reale a 'ndrangheta, mafia e camorra.

giovedì 6 settembre 2007

Gli effetti reali della bufera subprime




Il prof. Amodeo, insigne studioso partenopeo di economia aziendale, soleva ripetere che l'equilibrio finanziario (fra attività e passività finanziarie) è sì importante nel breve e medio periodo, ma è l'equilibrio economico (fra costi e ricavi) a determinare la sopravvivenza e la redditività di un'impresa.
In questo semplice concetto sta una grande verità applicabile alle aziende come ai macrosistemi economici: è il prodotto reale a determinare la ricchezza delle nazioni, non la sua espressione numerica, monetaria, finanziaria.

Quando i mutui subprime statunitensi si sono rivelati ed hanno iniziato l'onda di perturbazioni nelle borse di tutto il mondo, la reazione delle banche centrali, così come le preoccupazioni della stampa specializzata, si sono focalizzate sulle quotazioni. Le immissioni dosate di liquidità hanno smorzato le oscillazioni dei prezzi sui mercati regolamentati e, forse, hanno arginato una ondata di illiquidità che avrebbe potuto tracimare in altri settori.
Dunque bene hanno fatto FED, BCE e banche centrali asiatiche, ma adesso è tempo di spostare la nostra attenzione alle cause "reali" di queste perturbazioni.

In un articolo del 18 agosto (qui) mi domandavo appunto se l'euforia per la quiete dopo la tempesta indotta dagli interventi suddetti fosse giustificata, o se piuttosto non ci si dovesse interrogare sul destino delle famiglie americane rovinate dai mutui, e sulle politiche che il governo USA adotterà per fronteggiare questa ondata di povertà. Puntuale come un orologio la notizia pubblicata oggi [ilSole24Ore], che riporta un aumento dei pignoramenti di immobili, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, del 44%.
Se a ciò si aggiunge la non rosea situazione delle fasce a basso reddito (descritta in questo articolo), è evidente che la recessione statunitense è praticamente una realtà inevitabile, ed è ben più preoccupante del saliscendi dei corsi azionari perché si rifletterà in una contrazione dei consumi anche qui da noi.

Perciò, rinnovo il mio interrogativo: in cosa consisterà l'azione di governo USA? Quali strumenti metterà in campo per contrastare l'impoverimento di oltre 36 milioni di americani, cui si sommano ora le famiglie senza casa dei neo-pignorati?
La risposta a questa domanda, a mio parere, è la principale determinante per l'andamento economico dei prossimi mesi nei paesi OCSE.

AGGIORNAMENTO (7-9-07): il Financial Times commenta i dati occupazionali USA di periodo, assolutamente negativi. Si rileva la prima caduta nell'occupazione in 4 anni, con un taglio di 4.000 lavoratori a fronte delle previsioni di Wall Street che indicavano un aumento dei posti di lavoro per lo stesso periodo di +110.000 impieghi. Anche il governo afferma che, nei mesi di giugno e luglio, sono stati creati 81.000 posti di lavoro in meno rispetto alle previsioni.
Molti dubbi sono sollevati su un possibile taglio del tasso ufficiale di sconto da parte della FED.

martedì 4 settembre 2007

Ancora sul Mobile-Payment



AGGIORNAMENTO:


Neanche sono passate 24 ore dall'articolo di ieri (Compri al negozio, paghi con il telefonino), che spunta fuori Gpay, sistema di pagamento su telefonìa mobile di Google. [ilSole24Ore]

Anche Google punta sulla gestione delle transazione via SMS. Oltre alla notizia in sé, interessante perché confermerebbe l'interesse del mercato per una offerta su vasta scala di sistemi di Mobile-Payment, la mossa di Google parrebbe confermare una sua entrata in scena nella telefonìa mobile, mossa anticipata e già ampiamente chiacchierata in rete. La crescita esponenziale di Google, però, solleva preoccupazioni e ombre monopolistiche sulle pagine dell'Economist.

lunedì 3 settembre 2007

Compri al negozio, paghi con il telefonino




I sistemi di pagamento basati sull'utilizzo del telefono cellulare, stando a quanto avviene nel mercato inglese, sembrano maturi per una diffusione di massa.

Il Mobile-Payment è un servizio che utilizza la SIM di un cellulare come mezzo di autenticazione, per accedere (di solito via SMS) ad un conto su cui è possibile addebitare somme di denaro.
Le somme pagate vengono scalate da un plafond esistente, in maniera simile ad una normale debit card prepagata, oppure addebitate sulla bolletta del telefono. Per adesso l'addebito è istantaneo, ma non è improbabile che future implementazioni possano veicolare anche servizi di finanziamento, esattamente come se si disponesse di una carta di credito nel telefonino.

Servizi del genere sono già stati sperimentati e offerti commercialmente. Il primo provider a lanciarsi in questo business, proprio nel Regno Unito, fu Vodafone che nel 2001 avviò un servizio di micropagamenti, per cifre fra i 5 pence e le 5 sterline (ci si poteva acquistare un quotidiano o le sigarette).
Evidentemente il sistema bancario ha intravisto in questi servizi un'opportunità, e forse anche una minaccia data dalla possiblità di una concorrenza, reale e su vasta scala, delle compagnie telefoniche nel segmento dei servizi di pagamento. Sono così nate iniziative come Paybox, emanazione di Deutsche Bank orientata al B2B e presente in 5 nazioni europee, e in Italia Bankpass Mobile dell'ABI (in lavorazione da anni ma non ancora sfociato in un'offerta commerciale).

La novità sta nella notizia che i maggiori providers inglesi hanno siglato un accordo di standard, denominato PayForIt, che permetterebbe la creazione di una piattaforma unica per gestire transazioni fino a 10 sterline di valore unitario. [BBC]
Lo standard PayForIt è utilizzabile nel Regno Unito a
partire dal 1° settembre ed è stato sottoscritto da big quali Gameloft, EA, SonyEricsson e Samsung. Inizialmente sarà utilizzato per piccoli acquisti, quali suonerie per il cellulare, loghi, videogames, biglietti della metro, ticket per i parcheggi, ecc. È evidente, comunque, che il successo dello standard per i micropagamenti potrà aprire la strada a transazioni di valore più elevato, mettendo in diretta competizione la telefonia mobile con altri strumenti di pagamento elettronico, visto il sorprendente tasso di penetrazione dei telefonini in Europa (i quali ormai superano il numero dei cittadini).

domenica 2 settembre 2007

La diplomazia del muro




L'imperatore cinese Qin Shi Huangdi ordinò nel III secolo a.C. l'edificazione di un muro lungo oltre 6.300 kilometri, al fine di arginare le ricorrenti invasioni dei Mongoli lungo il confine. Fu un'opera grandiosa, pari ad un'altra sua trovata da megalomane ispirato (il famoso Esercito di Terracotta), ed oggi viene annoverata fra le meraviglie del mondo e nel patrimonio dell'UNESCO.

Nel II secolo dopo Cristo, anche l'imperatore Adriano fece costruire un imponente muro, cui si accompagnavano altre opere di difesa quali fossati, terrapieni e palizzate di pali appuntiti, che separavano il territorio dell'Impero Romano da quello abitato dai "barbari" scozzesi.
Il muro era una costruzione notevole, percorreva tutto il confine per 4-5 metri di altezza e con numerosi forti militari ad intervalli regolari. Una guarnigione di 9.000 soldati era stanziata lungo il Vallum e, pare, tanto rimasero in quei luoghi da mescolarsi e sposarsi con le genti del luogo (un curioso paradosso, che i militi stanziati a garantire la separazione fra Roma e tribù celtiche, fossero stati i primi a sancirne l'unione di sangue).
Il muro di Adriano non ha retto il passare del tempo, già nel 400 d.C. era caduto in disuso. Nei secoli le sue pietre sono state utilizzate per altre costruzioni e quindi, di esso rimane poco da vedere lungo l'antico tracciato. Mi piace pensare, un po' romanticamente, che alcune di quelle pietre abbiano contribuito ad erigere le case delle neo-famiglie romane e celtiche, ma chissà.

L'uso del muro come strumento per affrontare i problemi della diplomazia internazionale è un'idea piaciuta anche ai nostri contemporanei, i quali con più modestia dei maestosi antenati cinesi e romani, ne hanno realizzato uno a Berlino (durato pochi decenni), e ora uno parecchio più lungo in Israele.
Quest'ultimo ha riscosso un tale successo fra il popolo di Abramo, da far ben pensare di costruirne subito un altro sul confine egiziano [ANSA], nonostante già il primo avesse sollevato un vespaio di critiche e richieste di abbattimento. [Peace Reporter]

Gli amici americani non potevano farsi sfuggire una così ghiotta occasione d'emulazione, e così anche loro avranno il loro muro, questa volta al confine con il Messico per arginare l'immigrazione clandestina (i cosiddetti "mojados", cioè "bagnati" perché per arrivare negli USA passavano il fiume Rio Grande). [Peace Reporter]
Certo un'opera modesta se paragonata a quelle di Qin Shi Huangdi e Adriano (è alto solo 3 metri), ma a ciò sopperisce la moderna tecnologia che fornirà telecamere e sensori lungo tutta la lunghezza del manufatto.

Insomma l'insegnamento della storia a questo punto dovrebbe essere chiaro: se hai problemi con un vicino di casa, prendi mattoni, cemento e cazzuola... e buon lavoro!