domenica 19 agosto 2007

Ordine dei giornalisti? No grazie.



Riccardo Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per l'informazione e l'editoria, ha affermato oggi che "non c'e' dubbio che l'Ordine dei Giornalisti abbia bisogno di essere profondamente rivisto". Ha aggiunto poi che "tanti paesi dalla grande tradizione giornalistica non hanno un ordine dei giornalisti" e che è, questo, un "tema che affronteremo in un testo unico sull'editoria". [fonte: ANSA]

Personalmente non vedo alcun motivo valido per limitare la libertà di parola nel nostro paese: quale altro scopo viene infatti raggiunto dall'ordine dei giornalisti italiano? Per diventare pubblicista o professionista si richiede di avere già pubblicato un certo numero di articoli su testate riconosciute, e che altri giornalisti già iscritti all'ordine avallino la richiesta, proprio come avviene nei club più esclusivi dove si viene presentati da un socio e candidati a divenirne membri effettivi.

I giornalisti godono, poi, di altre peculiarità: utilizzano una cassa previdenziale separata (l'INPGI), come se il loro mestiere fosse tanto particolare da non renderli gestibili dall'INPS come i comuni mortali. Secondo il sito web dell'INPGI, ciò si sarebbe reso necessario perché la professione vede i giornalisti "esposti oltre che ai normali rischi inerenti il rapporto di lavoro anche all'alea delle vicende politiche" (quale sarebbe quest'alea dovuta alle vicende politiche e in che modo influenzerebbe la previdenza sociale, non è specificato).
Inoltre, sono gli unici dipendenti a poter rendere sempre visibili eventuali rimostranze sindacali. Tutti noi ascoltiamo i comunicati sui TG nazionali e sui quotidiani, veniamo informati di come gli editori vogliano imbavagliare la libera stampa e di come si neghi un'equa contrattazione collettiva (nonostante gli stipendi minimi previsti per i giornalisti professionisti siano più che discreti).

Insomma, l'ordine dei giornalisti a me pare lo strumento per mantenere in vita una piccola "casta" (una delle tante in Italia). Certo è così, perché non vi è motivo per cui un libero cittadino non possa pubblicare ciò che vuole, con il limite dato dall'ordinamento giudiziario esistente per cui, se diffama o scrive falsità, può essere soggetto a querela.
Aggiungo che le limitazioni poste all'editoria informativa sono inadatte alla realtà moderna, quando chiunque può aprire un sito sul web e veicolare qualsiasi opinione desideri.

Quindi ben venga un testo unico di riforma, e ben venga una liberalizzazione in questo ambito, in un paese, l'Italia, che nella classifica di Reporters sans frontières figura ad uno sconvolgente quarantesimo posto per libertà di stampa.

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