lunedì 13 agosto 2007

Lo stato sociale nel mondo Islamico



L'Islam è una religione che conta, con grande approssimazione, circa un miliardo e mezzo di fedeli nel mondo. Dal 11/9/2001 è balzata agli occhi dell'occidente ed ora va di moda dibattere e pubblicare libri sull'argomento.

Tralasciando per un momento gli aspetti più evidenziati dai media (estremismi, burka, scontri di civilità e altre amenità), trovo interessante sottolineare alcune peculiarità di valenza economica.
Tenendo a mente che tali precetti risalgono, perlopiù, direttamente alla predicazione di Maometto, dunque al VII secolo dopo Cristo, sarà possibile apprezzarne la modernità e la vicinanza al più avanzato concetto di welfare state.


Zakat: lo zakat è uno dei pilastri dell'Islam, vale a dire uno dei precetti fondamentali per i fedeli.
Sostanzialmente si tratta di una tassa prelevata su alcune categorie di reddito, che viene utilizzata a scopi sociali. Il ricavato dello zakat viene infatti corrisposto ai poveri, agli orfani, ai viaggiatori che si trovano in ristrettezze, a coloro che si sono indebitati troppo.
La collettività islamica (detta umma) è quindi vincolata ad una redistribuzione delle ricchezze prodotte al suo interno, a favore dei meno fortunati.
A questa tassa (oscillante attorno al 2,5% del reddito) è possibile aggiungere l'elemosina volontaria. In alcuni paesi, soprattutto di fede Sciita, si aggiunge una ulteriore tassa pari a circa il 20% del reddito (questa tassa è infatti chiamata khoms, cioè "il quinto"), che viene utilizzata soprattutto per le esigenze del clero.
Insomma, coloro che escono dal circuito produttivo non sono lasciati a sé stessi, ma aiutati dalla collettività con strumenti economici predisposti nella struttura stessa del sistema.


Libero mercato: la legge coranica così come fu applicata sino al XVI secolo, prevedeva, nelle città, uno spazio adibito a libero mercato, dove non erano collezionate tasse o rendite imposte dallo stato (quest'ultimo impersonato dalla figura del califfo), era garantita la libera circolazione delle merci, e dove era vietata espressamente la costruzione di edifici. Si consentiva di erigere solo tende, ciò appunto per consentire a chiunque (anche solo di passaggio) di occuparne il suolo per i propri affari.
In questo modo, in qualsiasi città del califfato era possibile accedere al mercato offrendo i propri prodotti, senza intermediari e senza alterazioni degli equilibri fra domanda e offerta dovute al prelievo fiscale o a barriere all'entrata.


Prestito senza interesse ed etica bancaria: l'Islam non accetta la pretesa di un interesse sul prestito di denaro, perciò l'unico modo concesso dalla sharia per far fruttare i propri risparmi è quello di investirli in attività produttive (un po' come avveniva in tutto il mondo cristiano precedente la rivoluzione industriale).
Questo precetto, assieme ad altri divieti che precludono determinate categorie di investimenti (alcool, armi, pornografia, ecc.), ha fatto sorgere istituti di investimento specializzati (si parla di islamic banking), concettualmente simili alle "Banche etiche" ma, con in più, la preclusione di qualsiasi impiego al fine di un guadagno sullo spread fra tassi d'interesse.

Questi precetti, che sembrano antidiluviani se paragonati al sistema economico capitalista che utilizziamo nei paesi OCSE, hanno in sé notevoli pregi. Un sistema dei capitali che investa solo in attività produttive, è un sistema che intrinsecamente argina l'inflazione e la volatilità finanziaria.
Inoltre, un sistema in cui la banca non "presta" denaro ma partecipa all'investimento, fa sì che il rischio d'impresa non sia lasciato al 100% sulle spalle del finanziato, ma venga condiviso con l'ente finanziatore, dunque si sollecita un maggior impegno e responsabilità per banche e intermediari al controllo, preventivo e concomitante, degli investimenti.

Infine, il divieto di investimenti in attività non consentite, spinge l'investitore, anche piccolo risparmiatore, ad una maggiore responsabilità nella scelta del proprio portafoglio-valori.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie del Suo articolo,
seppur in maniera sommaria evidenzia alcune delle caratteristiche principali del sistema economico preconizzato dalla rivelazione del Corano e dalla predicazione del Profeta Muhammad*.
Non si deve dimenticare inoltre che insegnandoci la responsabilità, la condivisione e la interdipendenza, il Profeta disse che gli uomini sono soci in tre cose: la terra, l'acqua e il fuoco.
Questa affermazione ci sembra abbia implicazioni assolutamente grandiose per quanto riguarda la responsabilità e la solidarietà: esse non sono pii optionals ma doveri precisi di ogni creatura umana.
cordialità
hamza piccardo

Diego d'Andria ha detto...

Gentile sig. Hamza Piccardo

Concordo pienamente con la sua osservazione: responsabilità e solidarietà sono doveri di ognuno per perseguire una vita armoniosa.

Spero che l'articolo possa contribuire, seppur minimamente, ad un'informazione e un confronto anche su temi più "pratici", ma di interesse generale, come l'introduzione di un'eticità nell'economia.

Il divario fra ricchi e poveri è in aumento in tutte le nazioni industriali, e credo che un insegnamento come quello del Profeta, che ci indica nella fratellanza e nella compassione la via maestra, sia oggi sentito quale necessità improrogabile di ogni collettività umana, e quale principio cui dovrebbero ispirarsi il sistema economico e l'ordinamento legislativo.

Cordialmente

Diego d'Andria