martedì 14 agosto 2007

Lettera a Il Sole 24ore



Pubblico una lettera che ho inviato oggi al quotidiano Il Sole 24ore, in risposta all'interessante discussione nata attorno ad un lettore e al Ministro Padoa Schioppa.


"Gentile redazione,

in relazione all'interessante discussione nata attorno alla lettera del "professionista deluso" pubblicata dal vostro giornale l'8 agosto e ai diversi contributi dei lettori ad essa seguiti, vorrei dire la mia in una maniera, forse, un po' "fuori dal coro".
Nel suo commento il Ministro Padoa Schioppa mette in guardia dal sostenere la dicotomìa "pubblico vs privato". Altre lettere pubblicate sembrano utilizzare un diverso manicheismo: "fannulloni vs lavoratori", o "evasori fiscali vs cittadini onesti".

La mia opinione è che il punto centrale delle vicende italiane sia stato avvicinato molto dall'intervento di Innocenzo Cipolletta, quando osserva che "se l'Italia fosse un paese perfetto", molta parte dell'economia nostrana ne soffrirebbe: avvocati, commercialisti, medici, servizi in generale ma anche, osserva Cipolletta, imprese di costruzioni favorite da appalti...come dire...all'italiana.

Se prendiamo questo grande bacino di lavoratori e imprese che vivono delle asimmetrie informative dei mercati, delle inefficienze pubbliche e degli sprechi dovuti alla cattiva politica, e ad esso sommiamo i "fannulloni" che si annidano nel settore pubblico (basta una passeggiata al comune della mia città per trovare orde di dipendenti che passano giornate a bere caffé e leggere il giornale sul posto di lavoro, non mi si dica che è un fenomeno unico!) ma anche in quello privato, si totalizza un bacino di occupati di tutto rispetto, nell'ordine probabile di qualche milione di individui.
Questa massa di lavoratori è "inutile", nel senso che non produce ricchezza per il paese: il dipendente fannullone non produce e basta, il professionista che vive dei fallimenti del mercato è una necessità eliminabile, e l'impresa di costruzioni che realizza opere che servono solo al circuito tangente-impresa collusa certo non apporta valore, non crea patrimonio economicamente produttivo per il paese.

Perché allora tenerci questa situazione? Perché, a conti fatti, non possiamo farne a meno.
L'Italia del boom economico è un bel ricordo, la nazione italiana dell'ultimo ventennio ha gradualmente eroso la ricchezza accumulata senza utilizzarla per aumentare lo stock di capitale, ridurre la dipendenza energetica dall'estero, investire in ricerca e sviluppo. È sufficiente leggere i dati del tasso di crescita del PIL per rendersene conto, da anni fisiologicamente ed ampiamente sotto il 2%.
Le aziende, sotto la pressione della competitività globalizzata, automatizzano i processi industriali, oppure delocalizzano gli impianti. La riduzione delle possibilità d'occupazione nell'industria è compensata dal settore dei servizi, in crescita costante: oggi abbiamo 1 milione di addetti nel settore agricolo, meno di 7 nell'industria (in veloce diminuzione), e ben 15 milioni nei servizi.

Se tutti i lavoratori "inutili" fossero mandati a casa, non avrebbero modo di accedere a un reddito. Il settore dei servizi è già saturo e accoglie nuove leve solo grazie all'introduzione dei contratti precari ex leggi Biagi e Treu, peraltro in quantità insufficiente a far salire il tasso di disoccupazione sopra il 6,7%.

Allora come se ne esce? Non vedo altra maniera al di fuori dell'introduzione di uno strumento "forte" di redistribuzione della ricchezza, quale il reddito minimo garantito propugnato da molti economisti (cito fra gli altri S. Bowles, T. Boeri e R. Targetti Lenti), previsto per legge in Italia ma mai applicato al di fuori di micro-sperimentazioni a caratere locale.
Un provvedimento del genere, che costituisca un ammortizzatore generale ed universale per i redditi delle famiglie, consentirebbe piccoli miracoli:
1) licenziare i fannulloni, dalle aziende private e dagli enti pubblici (riceverebbero comunque il reddito minimo);
2) ottimizzare il sistema economico italiano, eliminando orde di consulenti e professionisti improduttivi;
3) aumentare la propensione al consumo degli italiani, fra le più basse al mondo, grazie alla sicurezza del reddito minimo;
4) consentire una riforma seria della previdenza sociale (INPS e CIG in primis), in un'ottica di lungo periodo e di sistema;
5) aumentare la voglia di "fare impresa" e di rischiare dei giovani, grazie alla coscienza di non rischiare in caso di fallimento l'entrata nel bacino della povertà.

Parlare d'altro, lamentarsi delle tasse troppo alte e degli sprechi, è un pour parler, uno sfogo senza approdo a soluzioni plausibili.
Una riforma del welfare italiano è la base necessaria sulla quale ricostruire (citando l'economista P. De Grauwe) "un sistema sociale funzionale che ... conduca ad un miglioramento della produttività di una nazione".


Cordialmente

Diego d'Andria"

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