mercoledì 8 agosto 2007

La globalizzazione non riguarda i servizi




La globalizzazione economica è quel fenomeno che permette ad un'azienda di svincolarsi dai limiti geografici imposti dai confini nazionali e, in tal modo, acquistare forniture, localizzare impianti, fare investimenti e vendere i propri prodotti, potenzialmente in tutto il mondo.

Così, la competizione si allarga a più mercati. Il vantaggio per l'utente finale è spesso un abbassamento dei prezzi e un'ampliamento dei prodotti acquistabili.
Per le aziende, la globalizzazione è insieme un'opportunità e una sfida: permette di crescere, di sfruttare maggiormente la leva operativa, di offrire prodotti di nicchia sfruttando la più ampia base di clientela potenziale. Consente, inoltre, di ridurre alcuni costi delocalizzando gli impianti produttivi, o sfruttando oculatamente le oscillazioni nei tassi di cambio delle valute.

Allo stesso tempo, la competizione globalizzata è veloce, aggressiva, preme sulle aziende piccole che sovente sono fagocitate da quelle più grandi ed efficienti. Per sostenere la competizione, la maggior parte delle società (grandi e piccole) adotta politiche di risparmio dei costi, tagli del personale superfluo, rimpiazza parte di quello necessario con impianti produttivi ad elevata automazione. Ciò si verifica nell'industria come nell'agricoltura.

Mentre dunque assistiamo ad una riduzione della forza lavoro nell'industria e nell'agricoltura, con un contemporaneo aumento della produttività pro-capite, il settore dei servizi si muove in totale controtendenza: aumentano i lavoratori, mentre gli scambi cross-border sono estremamente contenuti, come se la globalizzazione avesse ignorato l'intero settore dei servizi.

Il seguente diagramma pubblicato dall'OCSE mostra quanto i settori che producono beni (industria+agricoltura, indicate per ciascuna nazione dalla barra chiara) siano esportati ed importati molto più dei servizi (indicati dalle barre scure):


La forza lavoro dei paesi industrializzati si sta concentrando nei servizi. In Italia, ad esempio, 1 milione di persone lavora nel settore agricolo, meno di 7 mln nell'industria, e ben 15 mln nei servizi.

A questo punto si aprono diversi scenari possibili per il prossimo futuro:

1) la globalizzazione potrebbe entare anche nei servizi. In questo caso, se la competizione porterà, come avvenuto per l'industria, a politiche di risparmio dei costi, dove andranno a lavorare coloro che saranno estromessi? Come verrà gestita la disoccupazione crescente anche nel settore dei servizi?

2) oppure, il settore dei servizi potrebbe resistere all'apertura dei confini a causa di sue caratteristiche peculari. In questo caso, si genera un altro problema potenziale, ovvero stabilire quale sia la reale capacità di assorbimento occupazionale dei servizi. È dimostrato che in periodi di recessione ciclica, i posti di lavoro più spesso tagliati dalle grandi multinazionali sono quelli nelle funzioni commerciale, marketing, controllo, quadri intermedi (ad esempio, ciò è avvenuto negli ultimi anni in IBM, Intel, AMD, HP per centinaia di migliaia di posti di lavoro), e analogamente le forniture ridotte sono quelle per pubblicità, consulenza e brand-pushing.

Dunque il rischio di questo secondo scenario è di avere un mercato del lavoro a due velocità: da un lato quello industriale ed agricolo, ad elevata automazione, dove pochi addetti specializzati gestiscono grandi volumi produttivi destinati ai mercati mondiali; dall'altro lato, la massa multiforme dei servizi, meno produttiva, ipersensibile ai cicli economici e agli shock settoriali, che non esporta e dunque dipende strettamente dalla capacità di consumo nazionale.

Nessun commento: