giovedì 2 agosto 2007

Danni ambientali, parte 2: le api




In un precedente articolo discutevo di come il calcolo del PIL non tenga conto adeguatamente dei danni ambientali, riferendomi in particolare al disboscamento dovuto a incendi e inquinamento.

Negli ultimi tempi sono state pubblicate notizie allarmanti anche sulle api. Queste piccole lavoratrici, necessarie per l'industria del miele e per l'impollinazione di molti tipi di frutta, pare siano affette da ciò che è stato prontamente definito come "colony collapse disorder": le api perdono l'orientamento, vagano per kilometri fino a quando, esauste e lontane dall'alveare, muoiono.
Questo fenomeno è stato osservato in molti paesi fra cui: USA, Regno Unito, Brasile, Spagna, Polonia, ed ora in Italia. Anche in altri paesi il fenomeno comincia ad essere rilevato, come in Israele, Germania, Canada e Australia. Si stima che nei casi più gravi, fino al 90% della popolazione di api venga decimata.
Le cause non sono conosciute ma esistono delle teorie, le più discusse indicano nel diffuso inquinamento elettromagnetico (particolarmente da onde utilizzate per la telefonia cellulare) un elemento di disturbo dei meccanismi naturali che le api usano per orientarsi. Secondo altri studi, il caldo torrido e la siccità avrebbero portato ad una schiusa anticipata di molte varietà di fiori. O, ancora, la diffusione su vasta scala degli insetticidi avrebbe ucciso molte api, anche prima di un loro disorientamento. Un'altra ipotesi teorizza che l'inquinamento induca una variazione nei componenti del polline, causando una carenza alimentare nell api che se ne cibano. Infine, anche le varietà di mais transgenico intrinsecamente insetticide sono fra le possibili cause.
Forse non esiste una spiegazione unica per tutti i casi osservati, visto che le api sono particolarmente sensibili a variazioni ambientali e possono risentire anche di un insieme di microfattori.

Se il dramma di una specie vivente a rischio d'estinzione non basta a smuovere i nostri aridi cuori, guardiamo ai danni economici che da ciò sono generati.

Il primo mercato che viene in mente è quello del miele. Secondo dati dell'Unione nazione degli apicoltori italiani (Unaapi), per il 2007 è atteso un calo della produzione di miele dal 20% al 50%, a seconda della varietà. I produttori di miele in Italia realizzano un giro d'affari stimato in 60 milioni di euro, dunque si parla di una perdita fra i 12 e i 30 milioni di euro.

Le api, però, sono anche il veicolo tramite il quale la natura permette l'impollinazione di numerosi fiori da frutto. A rischio sono, fra gli altri: mandorle, uva (quindi anche il vino), prugne, cetrioli, cantalupi, asparagi, mele, ciliege, pomodori, zucchini, zucche, soia, cotone, avocado, albicocca, mela, pera, fragola, mirtillo e mango. L'elenco non è completo, circa un terzo del cibo che mangiamo è impollinato dalle api.
Qualcuno comincia a contare in soldoni questi danni. Nella sola California, la produzione di mandorle è stimata in 2,7 miliardi di dollari (anno 2006). Con un calo nell popolazione di api del 20%, il danno potenziale sarebbe di 540 milioni di dollari. Negli USA le coltivazioni che dipendono totalmente dall'impollinazione delle api, superano in valore i 15 miliardi di dollari.

Anche nel caso delle api i danni ambientali causati dall'attività umana (qualunque sia la causa primaria della sindrome, se effetto serra, telefoni cellulari o quant'altro), non sono computati nelle variazioni del PIL.
Un effetto su vasta scala nella produzione ortofrutticola e di miele, come si sta verificando su scala mondiale, è un altro fattore di erosione del capitale ambientale a nostra disposizione.

Nessun commento: