venerdì 31 agosto 2007

"Cindia", il nuovo che avanza




"Cindia" è un neologismo con il quale si indica la somma delle economie cinese e indiana, fra le più esplosive del mondo. Il ventennio 1984-2004 è stato di vero boom per la Cina (tasso medio di crescita oscillante fra 8% e 9%), e le proiezioni indicano un tasso di crescita del PIL variabile fra l'8% e il 10% per i prossimi anni (noi italiani a stento raggiungiamo l'1,5%).
L'India presenta un tasso medio del 6% dal 2000, ma le proiezioni al rialzo (6,6% atteso) paiono confermate dai recenti dati trimestrali, che indicano una crescita del PIL fra aprile e giugno 2007, del 9,3% rispetto al livello raggiunto un anno fa [BBC].

Insomma il fenomeno Cina-India o, come romanticamente ribattezzato da alcuni media, "il Drago e la Tigre", non sembra incontrare battute d'arresto neppure in periodi di stagnazione internazionale dell'economia.
Rispetto ad analoghi fenomeni di nazioni asiatiche la cui economia è cresciuta a ritmi esplosivi nel giro di pochi anni, come accaduto in Giappone, Taiwan, Singapore ed oggi avviene in Corea del Sud, esiste una differenza dimensionale rilevante. Mentre, tutti insiemi, questi stati comprendono una popolazione di poco superiore ai 200 milioni di individui, la Cina conta 1 miliardo e 314 milioni di cinesi; l'India ospita un miliardo e 95 milioni di persone.
Insieme, "Cindia" è una realtà da oltre 2 miliardi e 400 milioni di anime, nate in una cultura plurimillenaria e ricca.

L'impatto di una crescita economica improvvisa di quasi metà della popolazione mondiale è sconcertante. Quando il Giappone si è posto quale leader industriale, assieme ai prodotti nipponici si è avuta una contaminazione culturale senza precedenti: la mia generazione è cresciuta guardando cartoni animati giapponesi in televisione, e quella successiva legge manga, gioca videogames disegnati in larga parte in oriente, mangia al sushi bar.
E parliamo di una nazione, il Giappone, che non arriva al 6% della popolazione di Cina+India.

Le trasformazioni indotte da questo spostamento dei flussi economici mondiali sono difficili da prevedere. Ciò che non mi piace notare, però, è la reazione di ottusa chiusura delle economie euroamericane. Recentemente la stampa ha dato risalto a una vasta serie di articoli che sembrano ben studiati per indurre un'avversione al prodotto cinese e favorire provvedimenti protezionisti. Qualche esempio: il caso dei giocattoli Mattel ritirati dal mercato (ricordiamo che solo lo stabilimento era in Cina, mentre la direzione e quindi, probabilmente, il controllo qualità e la progettazione sono gestiti dalla casa madre, statunitense, come affermano gli stessi cinesi che respingono le accuse); oppure il problema dei focolai di influenza aviaria, ben pubblicizzati dai TG se scoperti in Asia, meno se si tratta di polli&simili nostrani.
E ancora: dentifrici, vestiti, farmaci contraffatti, tutto ovviamente sempre e solo made in China. [Corriere della Sera]

Ma questi tentativi di chiusura alle importazioni dall'Oriente soffrono di miopia verso il futuro, è come tentare di arginare un fiume in piena con un foglio di carta (carta di di riso, visto che siamo in tema). La proposta del Ministro del Commercio Estero, Emma Bonino, poi, appare ridicola così come riportata dai quitidiani (ad esempio da RaiNews24): bloccare le importazioni dalla Cina? E perché? Semmai, bloccare le importazioni di giocattoli Mattel!

La crescita di Cina e India è inarrestabile, e questo dovrebbe far gioire gli imprenditori nostrani, che hanno un potenziale mercato di 2.400 milioni di persone cui vendere i propri prodotti.
La crescita orientale significa, infatti, aumento della domanda mondiale, una manna dal cielo per economie come quella italiana, asfittica e incapace di accelerare. Perciò si lascino da parte i neoprotezionismi, che in un'ottica di reciprocità impediscono il fiorire di durature relazioni commerciali, e si lavori alacremente ad una penetrazione nei mercati asiatici.

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