venerdì 31 agosto 2007

"Cindia", il nuovo che avanza




"Cindia" è un neologismo con il quale si indica la somma delle economie cinese e indiana, fra le più esplosive del mondo. Il ventennio 1984-2004 è stato di vero boom per la Cina (tasso medio di crescita oscillante fra 8% e 9%), e le proiezioni indicano un tasso di crescita del PIL variabile fra l'8% e il 10% per i prossimi anni (noi italiani a stento raggiungiamo l'1,5%).
L'India presenta un tasso medio del 6% dal 2000, ma le proiezioni al rialzo (6,6% atteso) paiono confermate dai recenti dati trimestrali, che indicano una crescita del PIL fra aprile e giugno 2007, del 9,3% rispetto al livello raggiunto un anno fa [BBC].

Insomma il fenomeno Cina-India o, come romanticamente ribattezzato da alcuni media, "il Drago e la Tigre", non sembra incontrare battute d'arresto neppure in periodi di stagnazione internazionale dell'economia.
Rispetto ad analoghi fenomeni di nazioni asiatiche la cui economia è cresciuta a ritmi esplosivi nel giro di pochi anni, come accaduto in Giappone, Taiwan, Singapore ed oggi avviene in Corea del Sud, esiste una differenza dimensionale rilevante. Mentre, tutti insiemi, questi stati comprendono una popolazione di poco superiore ai 200 milioni di individui, la Cina conta 1 miliardo e 314 milioni di cinesi; l'India ospita un miliardo e 95 milioni di persone.
Insieme, "Cindia" è una realtà da oltre 2 miliardi e 400 milioni di anime, nate in una cultura plurimillenaria e ricca.

L'impatto di una crescita economica improvvisa di quasi metà della popolazione mondiale è sconcertante. Quando il Giappone si è posto quale leader industriale, assieme ai prodotti nipponici si è avuta una contaminazione culturale senza precedenti: la mia generazione è cresciuta guardando cartoni animati giapponesi in televisione, e quella successiva legge manga, gioca videogames disegnati in larga parte in oriente, mangia al sushi bar.
E parliamo di una nazione, il Giappone, che non arriva al 6% della popolazione di Cina+India.

Le trasformazioni indotte da questo spostamento dei flussi economici mondiali sono difficili da prevedere. Ciò che non mi piace notare, però, è la reazione di ottusa chiusura delle economie euroamericane. Recentemente la stampa ha dato risalto a una vasta serie di articoli che sembrano ben studiati per indurre un'avversione al prodotto cinese e favorire provvedimenti protezionisti. Qualche esempio: il caso dei giocattoli Mattel ritirati dal mercato (ricordiamo che solo lo stabilimento era in Cina, mentre la direzione e quindi, probabilmente, il controllo qualità e la progettazione sono gestiti dalla casa madre, statunitense, come affermano gli stessi cinesi che respingono le accuse); oppure il problema dei focolai di influenza aviaria, ben pubblicizzati dai TG se scoperti in Asia, meno se si tratta di polli&simili nostrani.
E ancora: dentifrici, vestiti, farmaci contraffatti, tutto ovviamente sempre e solo made in China. [Corriere della Sera]

Ma questi tentativi di chiusura alle importazioni dall'Oriente soffrono di miopia verso il futuro, è come tentare di arginare un fiume in piena con un foglio di carta (carta di di riso, visto che siamo in tema). La proposta del Ministro del Commercio Estero, Emma Bonino, poi, appare ridicola così come riportata dai quitidiani (ad esempio da RaiNews24): bloccare le importazioni dalla Cina? E perché? Semmai, bloccare le importazioni di giocattoli Mattel!

La crescita di Cina e India è inarrestabile, e questo dovrebbe far gioire gli imprenditori nostrani, che hanno un potenziale mercato di 2.400 milioni di persone cui vendere i propri prodotti.
La crescita orientale significa, infatti, aumento della domanda mondiale, una manna dal cielo per economie come quella italiana, asfittica e incapace di accelerare. Perciò si lascino da parte i neoprotezionismi, che in un'ottica di reciprocità impediscono il fiorire di durature relazioni commerciali, e si lavori alacremente ad una penetrazione nei mercati asiatici.

mercoledì 29 agosto 2007

La povertà che avanza (in Europa e negli USA)




Da tempo viene fatto notare un aumento del divario fra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione residente nei paesi ad elevata industrializzazione.

La percentuale di europei a rischio di povertà, calcolata dall'Eurostat dopo gli eventuali sussidi di solidarietà erogati dallo stato, ammontava nel 2006 al 16%, e questa percentuale sale al 19% fra i giovani sotto i 25 anni e gli anziani sopra i 65 anni. Detto in altri termini: un cittadino europeo su cinque, se giovane o anziano, è a rischio di povertà.

In Italia secondo dati ISTAT del 2006, i poveri in Italia sono in aumento e superano i 7,5 milioni, pari al 13,1% della popolazione residente. Inoltre, una famiglia su 10 fra quelle non povere è a rischio di diventarlo
.

Negli Stati Uniti, secondo dati recenti del Census Bureau [Herald Tribune], il reddito annuo di una famiglia media americana è inferiore di $ 1.000 rispetto all'anno 2000. Dal 2000 al 2006, 5 milioni di americani sono entrati nel bacino della povertà che raggiunge oggi i 36,5 milioni di anime. In tutto, le famiglie povere sono stimate essere il 12,3%.
L'Herald Tribune commenta i dati osservando che l'ultima recessione risale al 2001, e che "questa potrebbe entrare nella storia come l'unica espansione sostenuta, nella quale i redditi di una tipica famiglia americana non ha più raggiunto lo stesso livello di picco del ciclo precedente". Ancora, l'Herald Tribune continua affermando che "i proventi della crescita nazionale sono fluiti quasi esclusivamente verso i ricchi e i ricchissimi, lasciando poco e nulla per tutti gli altri".

Questi fatti sono allarmanti soprattutto considerato che si parla dei paesi più ricchi e industrializzati del mondo. La redistribuzione della ricchezza diventa allora un problema centrale, da affrontare subito sia all'interno delle singole nazioni, sia nei consessi internazionali.

In questo contesto ben venga l'esortazione dell'on. Bertinotti [ANSA] che afferma: "Il paese ha bisogno di una operazione complessa di redistribuzione della ricchezza".
Verissimo, e infatti c'è chi (come me, ad esempio in questo articolo) da tempo chiede una riforma del welfare, e l'introduzione di ammortizzatori sociali seri quali il reddito minimo garantito.
Un'operazione del genere, valutabile in prima approssimazione attorno ai 12 miliardi di euro, è possibile se accompagnata da una riforma dei sostegni sociali già esistenti (CIG e simili) e da tagli sul costo degli statali inutili, senza aumentare il deficit né le tasse. Anzi, un ammortizzatore generale consentirebbe più facilmente i tagli di personale necessari nel settore pubblico, e la creazione di un mercato del lavoro dinamico ed elastico.

Auspico che dalle parole, si arrivi rapidamente a fatti concludenti.

Disinformazione fra i banchi di scuola




La cattiva informazione, la disinformazione e la controinformazione, agiscono sulla persona già attraverso l'istruzione scolastica. Errori anche grossolani e verità parziali pullulano nei libri di testo e sulle bocche degli insegnanti, evidentemente non sempre all'altezza del compito di preparare le generazioni più giovani alla complessità del mondo.

Mentre, però, il controllo sulla qualità dell'insegnamento orale è difficile per un numero di ragioni, una verifica dei libri di testo sarebbe possibile e auspicabile, visto anche che il loro prezzo sale notevolmente. [l'Espresso]

Vediamo qualche esempio tratto da libri scolastici in uso presso scuole medie e licei.


- "L'Iliade e l'Odissea sono i poemi epici più antichi mai scritti".

Probabilmente errato. L'Epopea di Gilgamesh è uno splendido poema babilonese rinvenuto su tavole di argilla scolpite nel VII secolo a.C., la cui redazione risulta essere molto più antica grazie al ritrovamento di pezzi di narrazione in altre zone del mondo, risalenti a oltre 5.000 anni fa.
Se pure questa informazione nulla toglie alla grandiosa esperienza e ricchezza della cultura ellenica, è importante per inquadrare correttamente il ruolo culturale svolto dalle popolazioni mesopotamiche, fra le più ricche e influenti in tutto il Mediterraneo e il Medio Oriente.


- "Dopo l'annessione del sud Italia e la proclamazione del Regno d'Italia nel 1861, si diffuse il fenomeno del brigantaggio che sarà premessa della odierna mafia."

Incompleto. Se è giusto far risalire alcune forme criminali organizzate al fenomeno del brigantaggio, è vera disinformazione dare per scontata l'equivalenza brigante=bandito.
I briganti erano la resistenza che lottava contro l'invasore piemontese, fedeli alla corona borbonica e composti da civili ed ex-militari. Descriverli come semplici ladri e saccheggiatori è come definire la resistenza Iraquena contro l'invasione USA "terrorismo", o i partigiani italiani "banditi".


- "Catilina tentò, fallendo, un colpo di stato attraverso un programma di omicidi e attentati."

Incompleto. Catilina viene dipinto come un qualsiasi romano ricco, assetato di potere e con sicari al soldo, ma quali erano le motivazioni dietro la sua rivolta, e perché fece tanto scalpore?
La repubblica romana attraversava una fase di trasformazione, erosa prima da una classe dirigente disgraziata e dalla dittatura di Silla, e definitivamente distrutta pochi anni dopo ad opera di Giulio Cesare. In quel lasso di tempo Catilina si proponeva, probabilmente (e stando ai numerosi studi che ne rivalutano la figura) di ripristinare le istituzioni romane come erano prima degli sconvolgimenti subiti nell'ultimo cinquantennio, restituendo dignità al cittadino romano. Era, inoltre, una figura romantica e popolare, come si intuisce da una sua frase: "Mi sono assunto, com'è mio costume, la causa generale dei disgraziati".


Questi tre esempi (ma ne potrei aggiungere molti altri) possono rendere l'idea di quanto diffusa sia la cattiva informazione fra i banchi di scuola. Il giovane che si diploma passa così alla disinformazione offerta da quotidiani e televisione senza soluzione di continuità, e senza disporre del minimo bagaglio cognitivo necessario a discernere e analizzare.

lunedì 27 agosto 2007

Metti il pane nel motore...?



Come previsto (ad esempio in questo articolo del mese scorso), l'aumentata domanda di prodotti agricoli da parte dell'industria dei biocarburanti ha contribuito fortemente ad un'impennata dei prezzi.

In Europa, il prezzo del grano è quasi raddoppiato da €130 a €237 per tonnellata quest'anno, riflettendosi in aumenti per le famiglie [Financial Times]. Anche nel Regno Unito il prezzo è raddoppiato raggiungendo le £200 per tonnellata. [Mercopress]
Pasta e pane in Italia costano di più, con un incremento del prezzo finale balzato in alto nel solo agosto del 15% e fino al 20% per alcune categorie di prodotti. Secondo Coldiretti gli aumenti potrebbero raggiungere il 30%, ma rilevano che la materia prima (il grano) influisce solo per il 10% sulla produzione di pane e pasta, dunque il pericolo è che vi sia in atto una speculazione a valle della filiera. [l'Espresso]
Anche in Francia, prodotti quali baguette e croissant affrontano un aumento dei prezzi misurato nell'ordine del 5-7%. Tali alimenti sono consumati mediamente tre volte al giorno e perciò influiscono significativamente sul paniere del consumatore francese.

Anche altri prodotti agricoli stanno subendo un'inflazione sensibile: malto e orzo spingono in alto il prezzo della birra in Germania, l'aumentato costo del petrolio si riflette su un maggior prezzo delle verdure in Gran Bretagna (+9,6% nell'ultimo anno) lavorate e raccolte con un'uso intensivo di trattori e altre macchine agricole.

Le cause di qusta generale inflazione degli alimenti agricoli sono molteplici: un clima più caldo che porta siccità e riduce i raccolti, e l'enorme domanda alimentare proveniente dalla Cina (il Wall Street Journal riporta che per l'Europa, secondo gli economisti, è l'alba di una nuova era. "Improvvisamente, salta fuori un fattore che non era mai stato osservato nel mercato domestico" dice Stefan Tangermann, direttore del settore alimentazione, agricoltura e pesca dell'OCSE, "ovvero: che cosa mangiano i cinesi?").

In questo contesto entra anche la domanda di biomasse, semi oleosi per il biodiesel, cereali per l'etanolo. La strategia su cui puntano il governo Bush e il Brasile di Lula de Silva non è un piano che può funzionare nel lungo termine, perché trasferisce la scarsità di una risorsa (il petrolio) su altri prodotti (cereali e altri beni agricoli) i quali, oltre a poter fornire energia, hanno il ben più importante compito di sfamare la popolazione umana.

sabato 25 agosto 2007

Spia rossa per il petrolio



Mentre la spesa per le famiglie cresce in Italia (ANSA), anche a causa della dipendenza energetica dall'estero e dagli idrocarburi, si continua a dibattere sul petrolio e a chiedersi: quanto ce n'é ancora? (ad esempio in questo articolo di Beppe Grillo).

Secondo stime accreditate (1) attualmente consumiamo 84,5 milioni di barili di petrolio (bp) al giorno nel mondo.
La domanda è prevalentemente concentrata nelle Americhe che ne consumano oltre 30 mln (il 24% del consumo mondiale è assorbito dagli Stati Uniti), seguono i paesi asiatici e del pacifico che, tutti assieme, prendono 24,4 mln di bp/giorno (la Cina da sola vale per il 9% del consumo mondiale, il giappone per il 6%, la Russia per il 3,3%), e l'Europa che ne consuma 16,3 mln (l'Italia è il 13° consumatore mondiale con una quota del 2,2%).

La domanda di petrolio cresce ad un ritmo del 2,2% annuo. I consumi che aumentano più rapidamente sono quelli delle nazioni africane con il 5% annuo, che però in valore ne consumano appena 2,9 milioni di bp/giorno (l'Africa, per inciso, presenta secondo l'OECD un tasso di crescita del PIL del 4%).
Seguono i paesi asiatici e del Pacifico con una crescita annua del 3,25% trainati da Cina, Giappone, Russia, India e Corea del Sud. In Europa la domanda di petrolio è abbastanza stazionaria e cresce meno del 1% annuo, a fronte di un tasso medio di crescita del PIL del 1,4%.

A fronte di questi consumi, la produzione equivale la domanda (85 mln bp/giorno) e si distribuisce in modo assolutamente diseguale. I maggiori produttori sono attualmente: Arabia saudita 13,3%, Russia 12%, USA 8,4%, Iran 4,5%, Cina 4,5%, Messico 4,5%, Canada 3,9%, Emirati arabi 3,6%, Venezuela 3,5%, Norvegia 3,4%. Seguono Kwait (3,3%), Nigeria, Algeria, Iraq, Libia (2,2%). (2)

Si calcola che le riserve accertate nel mondo, cioè la quantità di petrolio scoperta ma non ancora utilizzata, ammonti a circa 1.208 miliardi di bp. A queste si sommano gli stock di petrolio greggio detenuti dai paesi industriali, ammontanti ad una cifra di cui si ignora l'esatto valore ma che oscillerebbe attorno ai 1.300 mln di bp.
Queste riserve "certe" si trovano nei seguenti paesi: 22% in Arabia Saudita, 11,4% in Iran, 9,5% in Iraq, 8,4% in Kwait, 8,1% in Venezuela, 6,6% in Russia, 3,5% in Libia, 3,3% in Kazakhstan, 3% in Nigeria. (2)

Con i dati qui riportati, immaginando che il tasso di crescita della domanda rimanga costante al 2,2% nei prossimi decenni (ciò è alquanto improbabile visto che paesi come Cina, India e altri stanno attraversando la fase di industrializzazione, ma preferisco per il presente articolo, mantenermi su ipotesi ottimistiche), le riserve certe e gli stock di greggio finiranno entro 30 anni.

A questo punto entrano in gioco diverse ipotesi. Focalizzando l'attenzione solo sul lato dell'offerta, il punto cruciale è quante riserve oltre quelle certe esistono. Qui le stime variano enormemente: c'è chi afferma che abbiamo più di 2.000 miliardi di bp in scisti oleosi e pozzi ancora da scoprire, chi invece non arriva a 500.
Anche nell'ipotesi più ottimista, con l'attuale ritmo di crescita dei consumi non arriveremo a 60 anni.

Ci sono però le fonti alternative: solare, eolico, ecc. Attualmente solo una minima percentuale dell'energia mondiale è prodotta così. Immaginiamo che tutto il petrolio sia usato per fini energetici e carburanti e che si riesca, in pochi anni, a raggiungere un'eccezionale quota del 20% di elettricità e carburanti da fonti ecocompatibili. Quanti anni guadagneremmo prima della fine del petrolio? Nell'ipotesi ottimista (oltre 2.000 miliardi di riserve non accertate), arriveremmo a 70 anni da oggi.

Insomma, comunque la si voglia vedere, entro una generazione umana il petrolio sarà finito. Possiamo attingere al carbone e al gas naturale per supplire alla sua mancanza, ma anche loro finiranno e ci daranno tempo al massimo fino alla fine del secolo.
Se il problema energetico verrà affrontato oggi, potremo ammortizzare gli effetti dovuti allo shortage mondiale, gli aumenti dei prezzi, le guerre per il controllo delle riserve (le quali come illustrato, sono concentrate in pochi paesi). Potremo anche consentire ai paesi arretrati di svilupparsi, dato che l'industrializzazione richiede grandi quantità di energia per realizzarsi.

Se rimandiamo a domani, il tempo potrebbe non bastare per una riconversione globale ad altre fonti di energia.



Fonti:
(1) OECD, Oil market report, agosto 2007
(2) British Petroleum, World Statistics, giugno 2007

venerdì 24 agosto 2007

Giocare a palla con il proprio cervello




In alcuni articoli mi sono occupato della mancata contabilizzazione dei danni ambientali nelle stime del PIL e del suo tasso di crescita. Evidenziavo, in sintesi, come il depauperamento del capitale ambientale (i boschi, le foreste, l'acqua, l'atmosfera, il riscaldamento globale, ecc.) abbia oggi un così vasto impatto sulla vita e sull'economia, da dover essere preso in considerazione nel valutare le performances e la bontà delle politiche di una nazione.

Noi esseri umani, nonostante facciamo di tutto per separarci dall'ambiente naturale isolandoci in distese di cemento chiamate città, siamo animali mammiferi, soffriamo la cattività e le alterazioni, anche in scala "micro", dell'ambiente in cui viviamo e della società che ci trasmette e impone valori e obiettivi.

La riprova di quanto affermato è nel drastico aumento di disturbi mentali rilevato in tutto il mondo, e particolarmente fra i giovani.
Il World Health Report del 2003 pubblicato dall'OMS, stimava la percentuale della popolazione mondiale sofferente di problemi psichici nell'11,6%, più di un essere umano su dieci. Se tale valore continuerà a crescere al tasso allora rilevato, si prevede di arrivare entro il 2010 al 15%.
Stime del 2002, sempre dell'OMS, contano nel mondo 154 milioni di persone affette da depressione, 25 milioni da schizofrenia, 91 milioni alcolizzati e 15 milioni di tossicodipendenti.

Nel mondo, ogni anno circa 877.000 persone muoiono suicidandosi.

Solo negli Stati Uniti si spendono 43,7 miliardi di dollari in psicofarmaci e altre spese mediche per disturbi mentali. In Italia, il consumo di psicofarmaci fra gli adulti sarebbe cresciuto, nel periodo 2000-2003, del 75%. Nello stesso periodo, sarebbe aumentato addirittura del 280% fra i ragazzi.
Secondo un'indagine recente, in Italia il 9% dei ragazzi italiani tra i 10 e i 14 anni presenta un disturbo psichico: di questi il 7% soffre d'ansia, il 5% di disturbi ossessivo-compulsivo e il 9,5% ha fobie sociali (ANSA).

Rispetto al passato è dunque rilevato un aumento vertiginoso dei casi di psicosi, ma prevedibilmente più vasto è il numero di persone che soffrono di nevrosi, cioè di disturbi psichici non invalidanti, perciò meno "gravi" ma più difficili da riconoscere.
È pur vero che prima si parlava poco di questi argomenti, difficilmente si usciva allo scoperto ed erano maggiori le pressioni della società e della famiglia a nascondere i "mali dell'anima", a vergognarsene quasi scaturissero da una colpa del malato. Perciò una parte dell'incremento statisticamente rilevato può anche essere dovuto ad un'aumentata capacità di parlare apertamente di questi problemi.
Ma, più probabilmente, molto maggiore è quella percentuale di disturbi mai venuti a galla, di persone che mai ne hanno parlato fuori dalle barriere familiari, con uno psicoterapeuta o anche solo con amici.

Quali possono essere le cause? È difficile stabilirlo, soprattutto perché il fenomeno è in aumento in tutto il mondo, in paesi con tradizioni e realtà molto diverse.
Indubbiamente l'assenza di spiritualità e di un "contatto" con il sé più profondo, l'aumento della povertà e del lavoro precario, l'accelerazione dei ritmi di vita nei paesi industrializzati, la presenza diffusa di inquinanti chimici ed elettromagnetici che hanno effetti nefasti sul sistema nervoso umano, le guerre, la sovrappopolazione urbana, sono tutte possibili concause.

È mia opinione che una delle cause principali sia la diffusione di religioni che prediligono al misticismo aspetti formali e regole esteriori. Religioni come il cattolicesimo moderno, il cristianesimo ortodosso, evangelico e valdese, l'Islam moderno, il buddismo indiano ma anche l'ateismo che sposa quale pseudoreligione un'ideologia (comunismo o altro) o il puro meccanicismo, non sollecitano la costruzione, costante, di un equilibrio psichico fra le diverse istanze di un individuo, fra l'individuo e il mondo, e fra l'individuo e il trascendente.
Viceversa, gli insegnamenti del cristianesimo più antico (ma anche alcune sue reincarnazioni medioevali, quale l'insegnamento di S. Francesco d'Assisi), del sufismo islamico, del buddismo zen, pongono quale primo obiettivo dell'uomo la ricerca di una spiritualità profonda, di un modo di vivere l'esperienza della vita (e del divino, ma percepito direttamente nel mondo terreno, a differenza di religioni, quale l'induismo, che sviliscono il valore della vita terrena a favore di ipotetici paradisi). Il benessere mentale, insomma, diventa un cammino quotidiano e non un qualcosa da prendere per scontato quando c'è. Si impara a gestire sé stessi e ad affrontare gli aspetti più bui dell'anima.

Credo che il modo migliore per arginare il dilagarsi di disturbi psichici, sia prima di ogni altra cosa, la ricostituzione di un patrimonio spirituale condiviso, ricercato quotidianamente e trasmesso alle generazioni giovani.

mercoledì 22 agosto 2007

Ancora tasse?!?



"Il Governo innalzerà dal 12,5 al 20% la tassazione sulle rendite finanziarie", è questa la notizia pubblicata oggi sulle principali agenzie di stampa (ilSole24Ore). Un commento è d'obbligo.

Distinguiamo per un momento la valutazione etica da quella economica.

Eticamente, mi pare giusto avvicinare il prelievo fiscale sugli investimenti in attività finanziarie a quello sui redditi. Ciò colpirà soprattutto i grandi capitali e quindi, in un'ottica di redistribuzione di ricchezza (necessaria nel nostro paese), mi porta a condividere la proposta.

Dal punto di vista economico, invece, la faccenda si complica molto:

1) innanzitutto, è un colpo alla borsa italiana, involuta rispetto ai nostri partners europei. L'investimento nel mattone è già una realtà invasiva in Italia, e un inasprimento delle tasse sui titoli finanziari chiaramente sfavorisce l'investimento in titoli nazionali, a favore di investimenti all'estero e nel real estate.

2) la manovra complessiva non sembra essere una redistribuzione a somma zero come dichiarato dal ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ma un aumento complessivo del prelievo fiscale. In un'Italia già martoriata dalle tasse e senza che il cittadino riceva in cambio una spesa sociale adeguata (a tale riguardo una recente ricerca Cgia), un paese dove il suo ministro dell'economia, Tommaso Padoa Schioppa, sottolinea l'esigenza di sostenere i consumi, è assurdo parlare di aumenti delle tasse senza discutere una riforma seria e generale del welfare.

3) si parla anche di incidere con l'ICI sui patrimoni della Chiesa, un altro modo per far affluire soldi alle casse dello stato. Ma lo stato italiano già spende troppo. È come dire che il governo, incapace ad attuare le riforme necessarie quali: taglio dei costi della politica e del settore pubblico; riforma dell'INPS e dell'intero apparato di previdenza sociale (reddito di cittadinanza? Ammortizzatori sociali? Dove siete finiti?); verifica e selezione degli appalti pubblici già approvati (le varie TAV e il ponte sullo stretto sono problemi solo rinviati, per non parlare dei termovalorizzatori); revisione della regolamentazione e vigilanza del settore bancario e finanziario; elaborazione ed attuazione di una politica energetica (solo per citare le riforme più urgenti), non trova di meglio che prendere altri soldi dai cittadini per sperperarli o utilizzarli per appianare il debito pubblico, cioè il debito nato per gli sperperi precedenti!

Sia questa la strategia per il prossimo anno, o solo un contentino per giustificare le solite rimostranze pro-elettorato della sinistra "radicale" in periodo di legge finanziaria, mi sembra davvero una proposta poco meditata, molto populista, assolutamente inadatta al momento storico.

Religione e libera interpretazione




È cosa triste che a farsi campioni autoproclamati di una religione, siano spesso gli individui che maggiormente ne ignorano gli insegnamenti.

Ieri un musulmano, stanco di vedere davanti casa una nicchia votiva con una immagine della Madonna, dopo invettive proferite verso la statua, ha preso cemento e cazzuola e ha tentato di murarla (fonte: AGI).

Ora, io purtroppo sono poco edotto nei precetti dell'Islam, e quel poco che so proviene da qualche lettura di approfondimento. Ma una certezza sta nel fatto che Gesù, pur non essendo considerato figlio di dio e messia, è tenuto in gran conto nel Corano quale profeta inserito in una ideale serie di rivelazioni che unisce i patriarchi del vecchio testamento all'ultima e più grande rivelazione, il Corano del profeta Maometto. E a Maria, madre di Gesù, viene riconosciuta l'immacolata concezione, per miracolo concesso direttamente da Allah.
Nel Corano (sura 19°, qui il testo integrale) Gesù arriva ad affermare: "In verità sono un servo di Allah. Mi ha dato la Scrittura e ha fatto di me un profeta. Mi ha benedetto ovunque sia e mi ha imposto l'orazione e la decima finché avrò vita, e la bontà verso colei che mi ha generato". Allah stesso impone la bontà verso Maria, dunque come può un musulmano compiere un atto così offensivo verso una sua immagine?

Ma c'è di peggio. La comunità islamica italiana denuncia da mesi attentati incendiari nel milanese contro le moschee. L'ultimo è avvenuto nel bresciano e risale ad una settimana fa (c'è anche un videoservizio pubblicato su Youtube a cura di Islam-online.it).

Un individuo che incendia una moschea non mira a contrastare il fenomeno degli immigrati extracomunitari , i quali possono seguire diverse religioni o essere del tutto atei. Né è pensabile che intenda scacciare le altre religioni non cattoliche dal territorio nazionale, perché altrimenti gli stessi attentati sarebbero stati indirizzati alle comunità degli evangelisti, degli ebrei, dei buddisti, dei testimoni di Geova e di tutti gli altri gruppi religiosi minoritari.
Niente di tutto questo: l'obiettivo è proprio manifestare un'intolleranza verso l'Islam.

A parte l'aspetto penale della vicenda, qui mi preme osservare quanto distante sia questo agire dall'insegnamento di Gesu Cristo. Quel Gesù che nei racconti evangelici entra in scena con un "Pace a voi!" e saluta dicendo "va' in pace".
Un esempio per tutti, il passaggio nel Vangelo secondo Matteo, in cui Gesù recita: "Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna".

Il muratore e gli incendiari delle news di agosto, quale libro sacro hanno mai letto?
Va bene interpretare gli insegnamenti spirituali, ma come è mai possibile derivarne la giustificazione di azioni che si oppongono diametralmente ai principali precetti?

lunedì 20 agosto 2007

lettera aperta al Ministro Padoa Schioppa



Invio oggi la seguente lettera al quotidiano La Repubblica, in risposta al Ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa (qui la lettera del Ministro):


"Gentile direttore,

ho letto con interesse la lettera del Ministro Padoa Schioppa pubblicata oggi su Repubblica, e sono rimasto piacevolmente colpito dall'apertura al dialogo che, già in altre occasioni (ad esempio con la lettera a ilSole24ore del 9/8), il nostro Ministro ha manifestato.
È un modo di fare politica che stimola al contributo positivo, e spero che altri seguano il suo esempio.

Proprio per aderire a questo stimolo alla partecipazione diretta, scrivo questa mia per porre alcuni interrogativi prendendo spunto dalla frase di Scalfari: "da questo momento in poi... la politica economica... deve evitare che flettano i consumi e quindi la domanda globale", e dall'adesione di Padoa Schioppa: "al pari di Scalfari, sono convinto che l'Italia abbia un bisogno quasi disperato di investire di più: occorrono treni, posti di ricercatori nelle università, laboratori, strade (soprattutto al Nord), acqua (soprattutto al Sud), discariche, metropolitane, opere di bonifica e consolidamento ambientale. La malavita si estende anche a causa di questo".

Sia lodato iddio se finalmente il nostro paese dovesse veder crescere la capitalizzazione in infrastrutture e, soprattutto, il capitale di conoscenze e ricerca scientifica! Il tasso di crescita del PIL italiano mostra quanto la competitività nazionale sia inferiore sia agli altri paesi europei, sia alla stessa Italia di appena 20 anni prima. Si può attribuire tale performance a molti fattori, ma è chiaro che la strategia sino ad ora adottata, che spende la ricchezza accumulata nel periodo d'oro della nostra economia senza un programmato reinvestimento, è esattamente il medesimo meccanismo che (proseguendo con l'analogia proposta dal Ministro Padoa Schioppa) conduce ad un'azienda iperindebitata e sottocapitalizzata.

A questo punto, però, mi sorge un dubbio. Non solo la crescita complessiva del sistema-Italia è sofferente per quanto appena detto, ma ancor più la distribuzione della ricchezza, che vede aumentata la forbice sia geograficamente (a riguardo cito i dati della ricerca di Unioncamere di questo giugno), sia fra fasce di reddito (l'ISTAT in una pubblicazione del 2006, affermava che i poveri in Italia sono in aumento e superano i 7,5 milioni, pari al 13,1% della popolazione residente. Inoltre, una famiglia su 10 fra quelle non povere è a rischio di diventarlo).
Parallelamente l'Italia è, assieme alla Grecia, l'unico paese dell'area Euro a non avere alcuno strumento generale di sostegno sociale. Anzi, la spesa pro-capite dell'Italia per fronteggiare la disoccupazione ha un valore (fonte Eurostat) di 119, ben poca cosa se paragonata alle altre nazioni europee: Francia 567, Spagna 555, Germania 597, Svezia 524, Olanda 470, Belgio 937, Danimarca 778, Irlanda 414, Portogallo 216, Grecia 277.

Se dunque il Ministro Padoa Schioppa aderisce all'affermazione di Scalfari, secondo cui la politica deve evitare che flettano i consumi (sempre nel rispetto dei vincoli di bilancio pubblico), chiedo a lui in primis nelle vesti di prestigioso economista, e poi quale Ministro dell'Economia, quali programmi sono in atto o quantomeno in discussione, per sostenere i redditi degli italiani. È in programma una riforma della CIG e l'introduzione di strumenti analoghi a quelli dei nostri partners europei? Un'applicazione su scala nazionale, dopo le micro-sperimentazioni a carattere locale, dell'istituto del reddito di cittadinanza è finalmente prevista? E per quanto riguarda le case, visto che oggi le spese per affitto e utenze domestiche superano un terzo delle spese complessive di una famiglia italiana media?

O, piuttosto, le risorse pubbliche saranno indirizzate nella quasi totalità ad una serie di appalti per l'ammodernamento delle infrastrutture? Ma se è così, attenzione Ministro! Perché la criminalità organizzata è il "datore di lavoro di ultima istanza", e attinge dal bacino degli inoccupati la sua forza lavoro, per poi lucrare anche sugli investimenti onesti quali, appunto, gli appalti per opere pubbliche.
Se non viene fornita una scappatoia al cittadino povero o a rischio di povertà mediante strumenti di sostegno al reddito, il crimine organizzato diventa un interlocutore necessario. Per chi, come me, nasce e vive in una città come Napoli, questa considerazione è tanto evidente da sembrare quasi inutile.

In conclusione, sarei felice di ricevere rassicurazioni dal Ministro, nella speranza che la strategia di sostegno della domanda aggregata interna sia ai primi posti nei pensieri del nostro Governo.


Cordialmente

dott. Diego d'Andria"

domenica 19 agosto 2007

Ordine dei giornalisti? No grazie.



Riccardo Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per l'informazione e l'editoria, ha affermato oggi che "non c'e' dubbio che l'Ordine dei Giornalisti abbia bisogno di essere profondamente rivisto". Ha aggiunto poi che "tanti paesi dalla grande tradizione giornalistica non hanno un ordine dei giornalisti" e che è, questo, un "tema che affronteremo in un testo unico sull'editoria". [fonte: ANSA]

Personalmente non vedo alcun motivo valido per limitare la libertà di parola nel nostro paese: quale altro scopo viene infatti raggiunto dall'ordine dei giornalisti italiano? Per diventare pubblicista o professionista si richiede di avere già pubblicato un certo numero di articoli su testate riconosciute, e che altri giornalisti già iscritti all'ordine avallino la richiesta, proprio come avviene nei club più esclusivi dove si viene presentati da un socio e candidati a divenirne membri effettivi.

I giornalisti godono, poi, di altre peculiarità: utilizzano una cassa previdenziale separata (l'INPGI), come se il loro mestiere fosse tanto particolare da non renderli gestibili dall'INPS come i comuni mortali. Secondo il sito web dell'INPGI, ciò si sarebbe reso necessario perché la professione vede i giornalisti "esposti oltre che ai normali rischi inerenti il rapporto di lavoro anche all'alea delle vicende politiche" (quale sarebbe quest'alea dovuta alle vicende politiche e in che modo influenzerebbe la previdenza sociale, non è specificato).
Inoltre, sono gli unici dipendenti a poter rendere sempre visibili eventuali rimostranze sindacali. Tutti noi ascoltiamo i comunicati sui TG nazionali e sui quotidiani, veniamo informati di come gli editori vogliano imbavagliare la libera stampa e di come si neghi un'equa contrattazione collettiva (nonostante gli stipendi minimi previsti per i giornalisti professionisti siano più che discreti).

Insomma, l'ordine dei giornalisti a me pare lo strumento per mantenere in vita una piccola "casta" (una delle tante in Italia). Certo è così, perché non vi è motivo per cui un libero cittadino non possa pubblicare ciò che vuole, con il limite dato dall'ordinamento giudiziario esistente per cui, se diffama o scrive falsità, può essere soggetto a querela.
Aggiungo che le limitazioni poste all'editoria informativa sono inadatte alla realtà moderna, quando chiunque può aprire un sito sul web e veicolare qualsiasi opinione desideri.

Quindi ben venga un testo unico di riforma, e ben venga una liberalizzazione in questo ambito, in un paese, l'Italia, che nella classifica di Reporters sans frontières figura ad uno sconvolgente quarantesimo posto per libertà di stampa.

sabato 18 agosto 2007

Taglio dei tassi da parte della FED: euforia giustificata?




La Federal Reserve Bank ha ridotto dello 0,5% il tasso ufficiale di sconto, dal 6,25% al 5,75%, per agevolare l'accesso alla liquidità immessa nei mercati, nei giorni scorsi, al fine di fronteggiare l'emergenza causata dai mutui subprime.

L'intervento è condivisibile e tempestivo, come hanno sottolineato anche il ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa e Bankitalia, e sta influenzando positivamente anche i mercati europei.

Se tutto va bene, le perturbazioni violente nei mercati finanziari andranno gradualmente a smorzarsi, come già pare stiano facendo dopo l'annuncio della FED.
Questo però non significa che le cause degli scossoni siano rientrate: le famiglie americane iper-indebitate ci sono ancora, e lo stesso vale peri mutui subprime incorporati in titoli d'investimento negoziati nelle borse mondiali.

Perciò, a parte il corretto intervento finanziario della FED, mi piacerebbe sapere: quali strategie il governo USA ha in programma di attuare per intervenire sui mutui subprime?
Come insegna la medicina, dopo aver lenito i sintomi di una malattia bisogna curarne le cause, altrimenti i dolori si ripresenteranno e, a lungo andare, possono diventare cronici.

venerdì 17 agosto 2007

Il multilateralismo asiatico




"In questo tempo di decisioni così fatali quello che dobbiamo dire ai nostri concittadini pare soprattutto questo: dove la fiducia nell'onnipotenza della forza fisica ha il sopravvento sulla vita politica, tale forza assume una vita a sé, e si rivela superiore agli uomini che pensano di usare la forza come strumento. La proposta militarizzazione della nazione non solo ci espone immediatamente a una minaccia di guerra; distruggerà anche con lenta ma sicura gradualità lo spirito democratico e la dignità dell'individuo nel nostro paese. L'asserzione che sarebbero gli eventi all'estero a costringerci ad armarci è errata e dobbiamo combatterla con tutta la nostra forza. In realtà, sarà il nostro stesso riarmo, con la conseguente reazione che susciterà nelle altre nazioni, a provocare la stessa esatta situazione che i suoi fautori accampano a giustificazione delle loro proposte"

[Albert Einstein, 1948]


Che gli Stati Uniti d'America perseguano da tempo una
politica di stampo imperialista in tutto il mondo, e particolarmente nell'area mediorientale, è argomento noto e comprovato.
I mezzi adoperati vanno dall'influenza economica e politica, sino a interventi armati su vasta scala. La storia recente in Vietnam, Panama, Cuba, Afghanistan e Israele (solo per citare alcuni casi eclatanti), mostra senza ombra di dubbio la realtà di una protezione degli "interessi nazionali" che si estende molto lontano dai confini dello stato USA.

Recentemente la strategia americana predilige
l'uso diretto della forza. Con la risposta all'attentato dell'11/9 in Afghanistan e l'invasione dell'Iraq, gli Stati Uniti hanno oggi posizionato basi militari in diverse nazioni: Pakistan, Kyrgyzstan, fino all'anno scorso Uzbekistan. Mantengono inoltre i vecchi presidi (Cuba, Arabia Saudita) e le basi del patto NATO.
È stata programmata la costruzione di basi missilistiche in Polonia e in Repubblica Ceca; in Italia, è in corso di realizzazione una nuova base militare a Vicenza.

A ciò si aggiunge la decisione di elargire 30 miliardi di dollari allo stato di Israele, da spendere per la difesa (leggasi: armamenti). Inoltre, la guardia nazionale iraniana sarà inclusa nell'elenco delle organizzazioni terroriste (BBC) assieme ad Al-Qaeda, Hezbollah e altri.

Se l'Unione Europea resta muta, nonostante il passato di guerra totale risalente appena a mezzo secolo fa, lo stesso non fanno gli altri "big" del mondo. Oggi si è riunito il summit della Shanghai Cooperation Organisation (Guardian), che ha visto riunite in qualità di membri Russia, Cina, Kyrgyzstan, Kazakhstan, Uzbekistan e Tajikistan, e in qualità di osservatori, Iran, India, Pakistan e Mongolia.
Il risultato dell'incontro è riassunto efficacemente dalle parole di Vladimir Putin: "
Qualunque tentativo di risolvere i problemi globali e regionali in modo unilaterale, è senza speranza".

A seguire, circa
6.000 soldati e una moltitudine di aerei e veicoli corazzati di nazionalità russa e cinese hanno condotto un'esercitazione (ma si potrebbe chiamare più propriamente una "dimostrazione") in territorio russo, sotto lo sguardo congiunto di Putin e del presidente cinese Hu Jintao. Molti hanno letto in ciò un chiaro messaggio diretto agli americani.

Concludo come ho iniziato, con le parole di Albert Einstein, scritte nel 1946:

"Possiamo considerare una persona o una nazione amante della pace solo se è pronta a consegnare la propria forza militare alle autorità internazionali e a rinunciare ad ogni tentativo o persino ai mezzi con cui perseguire i propri interessi interni ed esterni mediante l'uso della forza.
È evidente [...] che le Nazioni Unite così come sono oggi non hanno né la forza militare né la base legale per poter realizzare uno stato di sicurezza internazionale. Né tengono conto dell'effettiva ditribuzione del potere. Il potere reale, al momento, è nelle mani di pochi".

Così scarsi sono i progressi ottenuti dalla seconda guerra mondiale ad oggi!

giovedì 16 agosto 2007

Greenspan e i mutui birbanti



In un articolo dell'economista premio nobel Joseph E. Stiglitz, pubblicato il 10/8/07 su Repubblica.it, viene finalmente spiegato in termini chiari e perfettamente comprensibili cosa sta accadendo ai mercati finanziari: la questione dei mutui a tasso d'interesse stracciato che negli USA hanno spopolato in anni recenti.

Secondo Stiglitz "con l'avallo di Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, il presidente George W. Bush aveva fatto approvare uno sgravio fiscale finalizzato ad avvantaggiare gli americani più ricchi, ma non a risollevare l'economia dalla recessione che aveva fatto seguito allo scoppio della bolla di Internet. Una volta commesso quell'errore, alla Fed restava ben poca scelta: se voleva rispettare il proprio mandato, consistente nel mantenere la crescita e l'occupazione, doveva necessariamente abbassare i tassi di interesse".

Ma, invece di favorire gli investimenti delle imprese, la riduzione dei tassi d'interesse ha spinto ad una corsa al mutuo domestico: le famiglie americane si sono iper-indebitate con finanziamenti a tasso variabile e, adesso che i tassi salgono, non riescono a fronteggiare le uscite.
Le banche, dal canto loro, hanno finanziato famiglie che normalmente non avrebbero soddisfatto gli standard minimi di solvibilità.

Stiglitz continua affermando che "Alan Greenspan li ha incitati a esagerare con i rischi, spingendo questi mutui a tasso variabile. Il 23 febbraio 2004 Greenspan osservò che "molti proprietari di casa avrebbero potuto risparmiare decine di migliaia di dollari se nell'ultimo decennio avessero sottoscritto mutui a tasso regolabile invece che mutui a tasso fisso". È mai possibile che Greenspan si aspettasse davvero che i tassi d'interesse sarebbero rimasti per sempre all'uno per cento, un tasso di interesse reale assolutamente negativo? Possibile che Greenspan non abbia pensato a quello che sarebbe accaduto agli americani poveri con mutui a tasso variabile quando i tassi di interesse fossero saliti, come quasi inevitabilmente avrebbero finito col fare?"

Alan Greenspan non ricopre più il suo ruolo alla FED. Dove sarà andato a finire questo arzillo ultraottantenne, tra i principali fautori degli scossoni che i mercati finanziari stanno soffrendo?
Le news ci dicono che è stato ingaggiato dalla Deutsche Bank come consulente agli investimenti.

A buon intenditor, poche parole...

martedì 14 agosto 2007

Lettera a Il Sole 24ore



Pubblico una lettera che ho inviato oggi al quotidiano Il Sole 24ore, in risposta all'interessante discussione nata attorno ad un lettore e al Ministro Padoa Schioppa.


"Gentile redazione,

in relazione all'interessante discussione nata attorno alla lettera del "professionista deluso" pubblicata dal vostro giornale l'8 agosto e ai diversi contributi dei lettori ad essa seguiti, vorrei dire la mia in una maniera, forse, un po' "fuori dal coro".
Nel suo commento il Ministro Padoa Schioppa mette in guardia dal sostenere la dicotomìa "pubblico vs privato". Altre lettere pubblicate sembrano utilizzare un diverso manicheismo: "fannulloni vs lavoratori", o "evasori fiscali vs cittadini onesti".

La mia opinione è che il punto centrale delle vicende italiane sia stato avvicinato molto dall'intervento di Innocenzo Cipolletta, quando osserva che "se l'Italia fosse un paese perfetto", molta parte dell'economia nostrana ne soffrirebbe: avvocati, commercialisti, medici, servizi in generale ma anche, osserva Cipolletta, imprese di costruzioni favorite da appalti...come dire...all'italiana.

Se prendiamo questo grande bacino di lavoratori e imprese che vivono delle asimmetrie informative dei mercati, delle inefficienze pubbliche e degli sprechi dovuti alla cattiva politica, e ad esso sommiamo i "fannulloni" che si annidano nel settore pubblico (basta una passeggiata al comune della mia città per trovare orde di dipendenti che passano giornate a bere caffé e leggere il giornale sul posto di lavoro, non mi si dica che è un fenomeno unico!) ma anche in quello privato, si totalizza un bacino di occupati di tutto rispetto, nell'ordine probabile di qualche milione di individui.
Questa massa di lavoratori è "inutile", nel senso che non produce ricchezza per il paese: il dipendente fannullone non produce e basta, il professionista che vive dei fallimenti del mercato è una necessità eliminabile, e l'impresa di costruzioni che realizza opere che servono solo al circuito tangente-impresa collusa certo non apporta valore, non crea patrimonio economicamente produttivo per il paese.

Perché allora tenerci questa situazione? Perché, a conti fatti, non possiamo farne a meno.
L'Italia del boom economico è un bel ricordo, la nazione italiana dell'ultimo ventennio ha gradualmente eroso la ricchezza accumulata senza utilizzarla per aumentare lo stock di capitale, ridurre la dipendenza energetica dall'estero, investire in ricerca e sviluppo. È sufficiente leggere i dati del tasso di crescita del PIL per rendersene conto, da anni fisiologicamente ed ampiamente sotto il 2%.
Le aziende, sotto la pressione della competitività globalizzata, automatizzano i processi industriali, oppure delocalizzano gli impianti. La riduzione delle possibilità d'occupazione nell'industria è compensata dal settore dei servizi, in crescita costante: oggi abbiamo 1 milione di addetti nel settore agricolo, meno di 7 nell'industria (in veloce diminuzione), e ben 15 milioni nei servizi.

Se tutti i lavoratori "inutili" fossero mandati a casa, non avrebbero modo di accedere a un reddito. Il settore dei servizi è già saturo e accoglie nuove leve solo grazie all'introduzione dei contratti precari ex leggi Biagi e Treu, peraltro in quantità insufficiente a far salire il tasso di disoccupazione sopra il 6,7%.

Allora come se ne esce? Non vedo altra maniera al di fuori dell'introduzione di uno strumento "forte" di redistribuzione della ricchezza, quale il reddito minimo garantito propugnato da molti economisti (cito fra gli altri S. Bowles, T. Boeri e R. Targetti Lenti), previsto per legge in Italia ma mai applicato al di fuori di micro-sperimentazioni a caratere locale.
Un provvedimento del genere, che costituisca un ammortizzatore generale ed universale per i redditi delle famiglie, consentirebbe piccoli miracoli:
1) licenziare i fannulloni, dalle aziende private e dagli enti pubblici (riceverebbero comunque il reddito minimo);
2) ottimizzare il sistema economico italiano, eliminando orde di consulenti e professionisti improduttivi;
3) aumentare la propensione al consumo degli italiani, fra le più basse al mondo, grazie alla sicurezza del reddito minimo;
4) consentire una riforma seria della previdenza sociale (INPS e CIG in primis), in un'ottica di lungo periodo e di sistema;
5) aumentare la voglia di "fare impresa" e di rischiare dei giovani, grazie alla coscienza di non rischiare in caso di fallimento l'entrata nel bacino della povertà.

Parlare d'altro, lamentarsi delle tasse troppo alte e degli sprechi, è un pour parler, uno sfogo senza approdo a soluzioni plausibili.
Una riforma del welfare italiano è la base necessaria sulla quale ricostruire (citando l'economista P. De Grauwe) "un sistema sociale funzionale che ... conduca ad un miglioramento della produttività di una nazione".


Cordialmente

Diego d'Andria"

lunedì 13 agosto 2007

Lo stato sociale nel mondo Islamico



L'Islam è una religione che conta, con grande approssimazione, circa un miliardo e mezzo di fedeli nel mondo. Dal 11/9/2001 è balzata agli occhi dell'occidente ed ora va di moda dibattere e pubblicare libri sull'argomento.

Tralasciando per un momento gli aspetti più evidenziati dai media (estremismi, burka, scontri di civilità e altre amenità), trovo interessante sottolineare alcune peculiarità di valenza economica.
Tenendo a mente che tali precetti risalgono, perlopiù, direttamente alla predicazione di Maometto, dunque al VII secolo dopo Cristo, sarà possibile apprezzarne la modernità e la vicinanza al più avanzato concetto di welfare state.


Zakat: lo zakat è uno dei pilastri dell'Islam, vale a dire uno dei precetti fondamentali per i fedeli.
Sostanzialmente si tratta di una tassa prelevata su alcune categorie di reddito, che viene utilizzata a scopi sociali. Il ricavato dello zakat viene infatti corrisposto ai poveri, agli orfani, ai viaggiatori che si trovano in ristrettezze, a coloro che si sono indebitati troppo.
La collettività islamica (detta umma) è quindi vincolata ad una redistribuzione delle ricchezze prodotte al suo interno, a favore dei meno fortunati.
A questa tassa (oscillante attorno al 2,5% del reddito) è possibile aggiungere l'elemosina volontaria. In alcuni paesi, soprattutto di fede Sciita, si aggiunge una ulteriore tassa pari a circa il 20% del reddito (questa tassa è infatti chiamata khoms, cioè "il quinto"), che viene utilizzata soprattutto per le esigenze del clero.
Insomma, coloro che escono dal circuito produttivo non sono lasciati a sé stessi, ma aiutati dalla collettività con strumenti economici predisposti nella struttura stessa del sistema.


Libero mercato: la legge coranica così come fu applicata sino al XVI secolo, prevedeva, nelle città, uno spazio adibito a libero mercato, dove non erano collezionate tasse o rendite imposte dallo stato (quest'ultimo impersonato dalla figura del califfo), era garantita la libera circolazione delle merci, e dove era vietata espressamente la costruzione di edifici. Si consentiva di erigere solo tende, ciò appunto per consentire a chiunque (anche solo di passaggio) di occuparne il suolo per i propri affari.
In questo modo, in qualsiasi città del califfato era possibile accedere al mercato offrendo i propri prodotti, senza intermediari e senza alterazioni degli equilibri fra domanda e offerta dovute al prelievo fiscale o a barriere all'entrata.


Prestito senza interesse ed etica bancaria: l'Islam non accetta la pretesa di un interesse sul prestito di denaro, perciò l'unico modo concesso dalla sharia per far fruttare i propri risparmi è quello di investirli in attività produttive (un po' come avveniva in tutto il mondo cristiano precedente la rivoluzione industriale).
Questo precetto, assieme ad altri divieti che precludono determinate categorie di investimenti (alcool, armi, pornografia, ecc.), ha fatto sorgere istituti di investimento specializzati (si parla di islamic banking), concettualmente simili alle "Banche etiche" ma, con in più, la preclusione di qualsiasi impiego al fine di un guadagno sullo spread fra tassi d'interesse.

Questi precetti, che sembrano antidiluviani se paragonati al sistema economico capitalista che utilizziamo nei paesi OCSE, hanno in sé notevoli pregi. Un sistema dei capitali che investa solo in attività produttive, è un sistema che intrinsecamente argina l'inflazione e la volatilità finanziaria.
Inoltre, un sistema in cui la banca non "presta" denaro ma partecipa all'investimento, fa sì che il rischio d'impresa non sia lasciato al 100% sulle spalle del finanziato, ma venga condiviso con l'ente finanziatore, dunque si sollecita un maggior impegno e responsabilità per banche e intermediari al controllo, preventivo e concomitante, degli investimenti.

Infine, il divieto di investimenti in attività non consentite, spinge l'investitore, anche piccolo risparmiatore, ad una maggiore responsabilità nella scelta del proprio portafoglio-valori.

venerdì 10 agosto 2007

+0,3° C in dieci anni, fino a +4° C entro fine secolo



L'utilizzo della telemetria satellitare e di rilevazioni puntuali di dati hanno consentito ad un gruppo di scienziati inglesi di costruire un modello del clima del pianeta terra su scala decennale (fonte: BBC).

I modelli sino ad oggi utilizzati sono sempre stati misurati in termini di secoli, mentre questo nuovo strumento permette una maggiore precisione soprattutto per la valutazione dell'impatto delle attività umane, le quali secondo questi scienziati, hanno con tutta probabilità una grande influenza sul riscaldamento globale del pianeta.

Da tale studio risulta che dal 2004 al 2014, la temperatura media si alzerà di circa 0,3° C. Entro la fine del secolo, si prevede un incremento compreso fra 1,8° e 4° C.

Le conseguenze le avvertiamo già adesso: estati roventi, modificazioni climatiche, incendi facili, siccità. Ma anche: scioglimento dei ghiacciai e dei poli, alterazione degli equilibri ecosistemici, modifiche nella fauna locale (è da qualche anno che noto insetti mai visti prima nel giardino di casa mia, che siano un sintomo del clima che cambia?).

E mentre ne parliamo, la temperatura continua a salire.

mercoledì 8 agosto 2007

La globalizzazione non riguarda i servizi




La globalizzazione economica è quel fenomeno che permette ad un'azienda di svincolarsi dai limiti geografici imposti dai confini nazionali e, in tal modo, acquistare forniture, localizzare impianti, fare investimenti e vendere i propri prodotti, potenzialmente in tutto il mondo.

Così, la competizione si allarga a più mercati. Il vantaggio per l'utente finale è spesso un abbassamento dei prezzi e un'ampliamento dei prodotti acquistabili.
Per le aziende, la globalizzazione è insieme un'opportunità e una sfida: permette di crescere, di sfruttare maggiormente la leva operativa, di offrire prodotti di nicchia sfruttando la più ampia base di clientela potenziale. Consente, inoltre, di ridurre alcuni costi delocalizzando gli impianti produttivi, o sfruttando oculatamente le oscillazioni nei tassi di cambio delle valute.

Allo stesso tempo, la competizione globalizzata è veloce, aggressiva, preme sulle aziende piccole che sovente sono fagocitate da quelle più grandi ed efficienti. Per sostenere la competizione, la maggior parte delle società (grandi e piccole) adotta politiche di risparmio dei costi, tagli del personale superfluo, rimpiazza parte di quello necessario con impianti produttivi ad elevata automazione. Ciò si verifica nell'industria come nell'agricoltura.

Mentre dunque assistiamo ad una riduzione della forza lavoro nell'industria e nell'agricoltura, con un contemporaneo aumento della produttività pro-capite, il settore dei servizi si muove in totale controtendenza: aumentano i lavoratori, mentre gli scambi cross-border sono estremamente contenuti, come se la globalizzazione avesse ignorato l'intero settore dei servizi.

Il seguente diagramma pubblicato dall'OCSE mostra quanto i settori che producono beni (industria+agricoltura, indicate per ciascuna nazione dalla barra chiara) siano esportati ed importati molto più dei servizi (indicati dalle barre scure):


La forza lavoro dei paesi industrializzati si sta concentrando nei servizi. In Italia, ad esempio, 1 milione di persone lavora nel settore agricolo, meno di 7 mln nell'industria, e ben 15 mln nei servizi.

A questo punto si aprono diversi scenari possibili per il prossimo futuro:

1) la globalizzazione potrebbe entare anche nei servizi. In questo caso, se la competizione porterà, come avvenuto per l'industria, a politiche di risparmio dei costi, dove andranno a lavorare coloro che saranno estromessi? Come verrà gestita la disoccupazione crescente anche nel settore dei servizi?

2) oppure, il settore dei servizi potrebbe resistere all'apertura dei confini a causa di sue caratteristiche peculari. In questo caso, si genera un altro problema potenziale, ovvero stabilire quale sia la reale capacità di assorbimento occupazionale dei servizi. È dimostrato che in periodi di recessione ciclica, i posti di lavoro più spesso tagliati dalle grandi multinazionali sono quelli nelle funzioni commerciale, marketing, controllo, quadri intermedi (ad esempio, ciò è avvenuto negli ultimi anni in IBM, Intel, AMD, HP per centinaia di migliaia di posti di lavoro), e analogamente le forniture ridotte sono quelle per pubblicità, consulenza e brand-pushing.

Dunque il rischio di questo secondo scenario è di avere un mercato del lavoro a due velocità: da un lato quello industriale ed agricolo, ad elevata automazione, dove pochi addetti specializzati gestiscono grandi volumi produttivi destinati ai mercati mondiali; dall'altro lato, la massa multiforme dei servizi, meno produttiva, ipersensibile ai cicli economici e agli shock settoriali, che non esporta e dunque dipende strettamente dalla capacità di consumo nazionale.

martedì 7 agosto 2007

I fondi di investimento denudati




"I fondi d'investimento rendono meno di Bot e Cct", è questo il contenuto di un articolo pubblicato oggi sul ilSole24ore.com a firma di Antonella Olivieri.

La giornalista riporta che negli ultimi sette anni, i fondi di investimento italiani hanno mostrato performances decisamente peggiori degli indici di riferimento: "chi ha investito in fondi ha rinunciato a oltre l'11% di rendimento rispetto a chi ha puntato direttamente sui benchmark". In altre parole, un investitore che sette anni fa avesse riposto i propri risparmi in un insieme di titoli che replicasse il paniere usato per il MIB30, l'FTSE100, o il S&P500 (o qualsiasi altro indice bilanciato), avrebbe guadagnato decisamente di più.

Come è possibile che i fondi, gestiti da esperti del settore, siano stati così disastrosamente scadenti?
Questi sedicenti esperti sono così scarsi nel loro lavoro, o c'è dell'altro? Vediamo...

1. Come riporta la Olivieri, c'è un costo di negoziazione molto alto se confrontato con quello che pagano i grandi investitori: 1,5% sui titoli azionari contro una media del 1%. Ciò sarebbe dovuto soprattutto alla doppia intermediazione pagata sul trading di titoli esteri.

2. I fondi gestiti italiani, pur godendo di un'autonomia patrimoniale (garantita per legge), sono perlopiù emanazione del mondo bancario. Ogni fondo ha una banca "madre" che funge da depositaria dei titoli e della liquidità, procura il personale gestore e negozia le quote del fondo sul mercato.
Quando un fondo acquista titoli, spesso accende un finanziamento presso la banca madre, e ad essa paga interessi e commissioni.

3. Il gestore di un fondo sceglie autonomamente come investire e con quale strategia. Ma immaginiamo che qualcuno gli proponga di acquistare dei titoli rischiosi o consapevolmente scadenti (di una società prossima al fallimento, ad esempio). Date le dimensioni molto grandi dei fondi d'investimento, spesso è possibile far rientrare negli acquisti anche questi titoli-spazzatura con un impatto globale contenuto, giustificandoli in un'ottica di bilanciamento generale degli assets.
Il gestore può essere invogliato da benefits personali, o perché chi propone l'operazione è soggetto vicino, magari proprio la banca madre. In questi casi, evidentemente, siamo di fronte ad un discostarsi degli obiettivi del management da quelli del fondo gestito.

4. Infine, il gestore del fondo percepisce una commissione stabilita normalmente in un fisso più una percentuale commisurata all'incremento di valore del fondo, rilevato periodicamente.
Quindi, per l'investitore che ha acquistato quote di un fondo, questo deve ottenere una performance superiore a quella di mercato, anzi, per ottenere lo stesso utile generato dal mercato (indichiamolo con Rm, e con Rc la commissione percentuale trattenuta dal gestore), il fondo deve crescere in valore di almeno: Rm + Rc.
Un fondo d'investimento, per essere conveniente rispetto all'investimento autonomo in un paniere che replichi gli indici di borsa, deve fare molto meglio del mercato per poter ripagare sia il gestore, sia l'investitore. In Italia, addirittura, stiamo osservando il fenomeno opposto.

Da queste semplici osservazioni se ne evince che con i fondi italiani, a guadagnarci sono soprattutto le banche madri, attraverso finanziamenti e spostamento di titoli scadenti nel fondo, e i gestori, spesso emanazione delle stesse banche madri.

domenica 5 agosto 2007

Monnezza connection: i termovalorizzatori



Mentre la provincia di Napoli continua a rimanere sommersa dai rifiuti, nonostante le parole cariche di speranza del sindaco Iervolino, si parla con insistenza di termovalorizzatori.
Anche in altre province d'Italia sono richiesti, ad esempio a Salerno e Latina, e parallelamente sorgono i comitati del "No".

Per "termovalorizzatore" si intende un impianto nel quale i rifiuti vengono bruciati, ed eventualmente, il calore così prodotto viene recuperato per generare energia elettrica, o per riscaldare siti geograficamente vicini. Quindi in pratica, si tratta dei vecchi "inceneritori" con l'aggiunta, eventuale, di un sistema di raccoglimento e sfruttamento del calore.

Questo tipo di impianto, tecnicamente molto semplice, presenta numerosi svantaggi:
  1. Emissioni e residui: i rifiuti sono composti da un mix di sostanze. Nell'immondizia si trovano plastiche, farmaci, residui di liquidi (detersivi e altro). Anche a casa potete fare un semplice esperimento: prendete una pezzetto di bottiglia di plastica, di quelle assolutamente igieniche usate per contenere l'acqua da bere, e bruciatelo: vedrete la puzza, il fumo nero e tossico, e un residuo di cenere appiccicoso. È esattamente ciò che avviene all'interno di un inceneritore, ma moltiplicato per tonnellate di rifiuti e per migliaia di diversi composti chimici. Tutti questi fumi e residui secchi, evidentemente, non sono compatibili con l'ambiente.
  2. Polveri sottili: molti studiosi affermano che i rifiuti bruciati producono anche nano-polveri, le quali se respirate, produrrebbero svariati danni sanitari anche molto gravi. Queste nano-polveri sono difficili da catturare con i tradizionali filtri alle emissioni aeree, come i precipitatori di particelle.
  3. Puzza: gli inceneritori puzzano. Perciò, è improponibile che vengano posizionati vicino a centri abitati o agricoli. La lontananza dall'abitato limita la possibilità di riutilizzare il calore prodotto dalla combustione.
  4. Bassa efficienza energetica: nei casi in cui il termovalorizzatore produce elettricità, la capacità di conversione è bassa.
Se dunque diciamo no ai termovalorizzatori, ma allo stesso tempo la raccolta differenziata stenta a raggiungere livelli consistenti del totale dei rifiuti, cosa si può fare?

Si può imitare la scelta di paesi come la Germania, dove da tempo si costruiscono "gassificatori" (che non sono i "rigassificatori, tutt'altra cosa).
In un gassificatore, i rifiuti non sono bruciati, ma riscaldati. In questo modo perdono volume e peso (fino anche al 90% a seconda del tipo di materiale), e rilasciano una miscela di gas.
Questi gas sono poi utilizzabili a valle del ciclo, in un motore o in una speciale fuel cell, per produrre elettricità (con un rendimento più che discreto) e calore, utilizzabili per il consumo energetico del gassificatore.

In pratica, un gassificatore produce quantità minime di micropolveri, si autoalimenta dell'energia che esso stesso produce, riduce enormemente le trasformazioni chimiche dannose all'ambiente (quelle che producono acidi, CO e ossidi di zolfo e azoto).
Allora perché i politici italiani non si aggiornano, archiviano l'idea di nuovi termovalorizzatori/inceneritori, e cominciano a parlare delle tecnologie che in Europa sono già realtà?

sabato 4 agosto 2007

La crisi Italiana in linee colorate



Che l'Italia abbia eroso gran parte della ricchezza guadagnata durante il boom economico è una certezza, lo avvertiamo nella vita di tutti i giorni, lo subodoriamo nelle scalate che i capitali stranieri compiono (se non vengono intralciati dal Fazio della situazione) nelle nostre compagnie di bandiera.

Gli indici macroeconomici ce lo confermano: ultimi nel tasso di crescita del PIL fra i paesi industriali, non meglio collocati per disoccupazione, inflazione, deficit di bilancio, PIL pro capite.
La lettura e il confronto degli indici macroeconomici è però operazione da perdere la vista, sono tanti i numeri e le serie storiche e il confronto, per un non addetto ai lavori, è disagevole.
Allora per avere un colpo d'occhio immediato del posizionamento del nostro paese, ho preparato dei grafici comparativi, basandomi sui dati pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale per gli anni dal 1980 al 2007 (con, in più, le proiezioni previste per il 2008).

La linea rossa più spessa rappresenta l'Italia.



In questo primo grafico è evidente la perdita di competitività che subiamo dal tracollo del '93. Mentre in tutto il decennio1981-1992 in qualche modo il ritmo di crescita della nostra economia regge il confronto col resto del mondo, dalla fatidica data del 1993 non ci siamo più ripresi e costituiamo la bottom line d'Europa.



In questo secondo diagramma, si evidenzia come il nostro tasso di disoccupazione, pur rientrato dall'11% degli anni '90, rimane fra i più alti dei paesi industriali.
Se non si fossero introdotte le forme di lavoro precario dei Co.co.co. e della "legge Biagi", il nostro tasso di disoccupazione sarebbe più alto di almeno 2 punti percentuale, collocandoci fra gli ultimi posti per utilizzo della forza lavoro.



L'ultima immagine racconta l'andamento dei tassi di inflazione, per i quali siamo abbastanza allineati al resto del mondo.
Ciò che è interessante notare è l'impatto positivo che il regime di cambi semifissi con i paesi europei e, poi, l'introduzione dell'Euro, ha avuto sull'inflazione italiana, contrariamente a quanto affermano gli antieuropeisti. Rispetto ai tassi degli anni '80, mostruosamente alti, oggi l'Italia si confronta su variazioni dell'ordine del decimo di punto percentuale, una novità notevole per una nazione che ha vissuto, appena 25 anni fa, con un tasso di oltre il 15%.

venerdì 3 agosto 2007

Il mercato d'oro del gaming online



Oggi prenderò spunto da un editoriale pubblicato su TGMOnline.it.

Per chi non lo sapesse, The Games Machine (TGM in breve) è da diversi anni la più autorevole rivista di videogames pubblicata in Italia. In un recente editoriale della versione online della rivista, il redattore si domanda come mai i giornali presentino continuamente un gioco come Second Life come un fenomeno di massa, una sorta di vero e proprio mondo alternativo, quando è solo un elemento minimo dell'universo enorme del gaming online, letteralmente esploso negli ultimi anni.

Second Life è un ambiente virtuale tridimensionale nel quale è possibile ricrearsi un alter ego digitale, scegliendo tratti somatici, abbigliamento e accessori.
A parte questo, non c'è molto altro da fare oltre le normali attività da chat: chiacchierare, o simulare eventi sociali (andare a ballare, ad un concerto, ecc.).
Il modello di business prevede che i giocatori possano accedervi gratuitamente. Se però intendono acquistare una "proprietà immobiliare", come una casa o un'isola, pagheranno con soldi veri un canone mensile ($ 9,95/mese, di più se l'immobile virtuale è grande). Si può inoltre comprare e vendere immobili fra giocatori, come in un normale mercato ad asta.
La pubblicità di cui Second Life ha goduto sui media ha spinto alcune aziende ad acquistare spazi per erigere strutture virtuali pubblicitarie, così ad esempio, in gioco si può trovare il grattacielo della Warner Bros, o l'ufficio del Ministero italiano per i beni e le attività culturali.
Un sistema di revenues simile è adottato da alcuni titoli asiatici, dove sia il gioco sia l'accesso online sono gratuiti, ma dove per superare determinati livelli di potenza del proprio personaggio digitale o per ottenere oggetti speciali, è necessario denaro vero.

Second Life dichiara 8,5 milioni di utenti iscritti. Questo numero, molto alto, è un po' ingannevole dato che l'iscrizione è gratuita e non decade col tempo (un po' come accadeva con i primi servizi di email gratuita, quando Tiscali, Libero e TIN dichiaravano complessivamente un numero di iscritti che era almeno 4 volte gli utenti italiani connessi ad Internet). Una stima più plausibile è fornita rilevando il numero di utenti che si connette in un mese, mediamente attorno al milione.

Altri giochi utilizzano un modello di business diverso. Il più semplice consiste nel fornire a pagamento il software del gioco, più eventuali espansioni che lo arricchiscono di contenuti, e lasciare che l'accesso ai server online sia gratuito.
Una evoluzione di questo business integra, all'interno dei giochi, spazi pubblicitari dinamici, rivendibili a terzi. È così possibile mostrare al giocatore mentre guida un'auto da corsa, o si prende allegramente a pistolettate con i compagni, dei cartelloni in cui il messaggio pubblicitario può variare esattamente come avviene con i banner dei siti web.
Quest'ultimo genere di advertising non deve essere preso sottogamba, se colossi come Microsoft e Google si sono già mossi (Microsoft ha acquisito la Massive Inc., il primo network pubblicitario espressamente concepito per i videogiochi, con un accordo dal costo oscillante attorno ai 300 milioni di dollari, "un sacco di soldi" secondo il Wall Street Journal per una piccola compagnia con appena 80 dipendenti; Google ha invece comprato AdScape Media, nel medesimo settore, per 23 milioni di dollari), e grandi nomi dell'industria sono già annoverati fra gli inserzionisti: Coca Cola, Intel, Honda, Nestlé, Paramount, per citarne alcuni.

Un ulteriore modello di business è quello che ha fatto da volano per un numero sconfinato di progetti. Si tratta dei "MMORPG", sigla che sta per Massive Multiplayer Online Role Playing Games, ovvero in termini più semplici, giochi in cui il proprio personaggio "cresce" di potenza e abilità, in un mondo in cui è possibile immergersi come in un film in cui il protagonista è il giocatore.
Il leader di mercato di questo segmento è sicuramente World of Warcraft, un titolo che ha raggiunto quota 9 milioni di utenti. In questo caso a differenza di Second Life, significa che ci sono 9 milioni di persone le quali, ogni mese, versano alla software house del gioco (la Blizzard Entertainment, parte del gruppo Vivendi) un canone di circa 12 euro. Vi risparmio i calcoli: 9 milioni per 12 euro = 108 milioni di euro incassati mensilmente. Non male, vero? È ciò che hanno pensato molti "big" dell'industria del gioco online, che subito hanno proposto nuovo titoli o tentato di rilanciarne di vecchi (QUI è pubblicato un elenco aggiornato dei MMORPG esistenti e in corso di realizzazione).

Questo sito (purtroppo fermo ai dati dell'anno scorso) permette di farsi un'idea delle dimensioni del fenomeno, e della crescita quasi esponenziale del numero di iscritti ad almeno un MMORPG.
Il dato indicato per il mese di luglio 2006 (12.466.000 giocatori con un'iscrizione attiva), ai prezzi correnti (12€/mese), significa un giro d'affari annuo di oltre 1,7 miliardi di euro.

I gamers online sono in ulteriore crescita. Sony stima che nel mondo ci siano almeno 58 milioni di giocatori online, di cui 22,8 milioni sono in Cina (dove il numero di videogiocatori complessivo, online e non, raggiunge la ragguardevole cifra di 137 milioni di anime).
In Italia si stimano circa 24 milioni di videogiocatori, di cui 1,8 milioni online. Il mercato videoludico nostrano ha segnato un giro d'affari che supera i 600 milioni di euro, con una crescita del 17% in volume e del 8% in valore in un anno.

Secondo un'indagine di Nielsen Entertainment, negli USA esisterebbero 117 milioni di giocatori attivi. Questi spenderebbero mediamente 54$ al mese fra sottoscrizioni e acquisti, per il 56% giocano online e, dato interessante, ben il 64% è composto da donne le quali sono soprattutto interessate all'aspetto online (interazione sociale) dei videogames.

Perciò in conclusione, se leggerete un altro articolo che vi parla di Second Life come del fenomeno del momento, saprete che si tratta di un giornalista totalmente all'oscuro della materia e rimasto fermo, probabilmente, all'epoca di Pac-Man e Pong.

giovedì 2 agosto 2007

Danni ambientali, parte 2: le api




In un precedente articolo discutevo di come il calcolo del PIL non tenga conto adeguatamente dei danni ambientali, riferendomi in particolare al disboscamento dovuto a incendi e inquinamento.

Negli ultimi tempi sono state pubblicate notizie allarmanti anche sulle api. Queste piccole lavoratrici, necessarie per l'industria del miele e per l'impollinazione di molti tipi di frutta, pare siano affette da ciò che è stato prontamente definito come "colony collapse disorder": le api perdono l'orientamento, vagano per kilometri fino a quando, esauste e lontane dall'alveare, muoiono.
Questo fenomeno è stato osservato in molti paesi fra cui: USA, Regno Unito, Brasile, Spagna, Polonia, ed ora in Italia. Anche in altri paesi il fenomeno comincia ad essere rilevato, come in Israele, Germania, Canada e Australia. Si stima che nei casi più gravi, fino al 90% della popolazione di api venga decimata.
Le cause non sono conosciute ma esistono delle teorie, le più discusse indicano nel diffuso inquinamento elettromagnetico (particolarmente da onde utilizzate per la telefonia cellulare) un elemento di disturbo dei meccanismi naturali che le api usano per orientarsi. Secondo altri studi, il caldo torrido e la siccità avrebbero portato ad una schiusa anticipata di molte varietà di fiori. O, ancora, la diffusione su vasta scala degli insetticidi avrebbe ucciso molte api, anche prima di un loro disorientamento. Un'altra ipotesi teorizza che l'inquinamento induca una variazione nei componenti del polline, causando una carenza alimentare nell api che se ne cibano. Infine, anche le varietà di mais transgenico intrinsecamente insetticide sono fra le possibili cause.
Forse non esiste una spiegazione unica per tutti i casi osservati, visto che le api sono particolarmente sensibili a variazioni ambientali e possono risentire anche di un insieme di microfattori.

Se il dramma di una specie vivente a rischio d'estinzione non basta a smuovere i nostri aridi cuori, guardiamo ai danni economici che da ciò sono generati.

Il primo mercato che viene in mente è quello del miele. Secondo dati dell'Unione nazione degli apicoltori italiani (Unaapi), per il 2007 è atteso un calo della produzione di miele dal 20% al 50%, a seconda della varietà. I produttori di miele in Italia realizzano un giro d'affari stimato in 60 milioni di euro, dunque si parla di una perdita fra i 12 e i 30 milioni di euro.

Le api, però, sono anche il veicolo tramite il quale la natura permette l'impollinazione di numerosi fiori da frutto. A rischio sono, fra gli altri: mandorle, uva (quindi anche il vino), prugne, cetrioli, cantalupi, asparagi, mele, ciliege, pomodori, zucchini, zucche, soia, cotone, avocado, albicocca, mela, pera, fragola, mirtillo e mango. L'elenco non è completo, circa un terzo del cibo che mangiamo è impollinato dalle api.
Qualcuno comincia a contare in soldoni questi danni. Nella sola California, la produzione di mandorle è stimata in 2,7 miliardi di dollari (anno 2006). Con un calo nell popolazione di api del 20%, il danno potenziale sarebbe di 540 milioni di dollari. Negli USA le coltivazioni che dipendono totalmente dall'impollinazione delle api, superano in valore i 15 miliardi di dollari.

Anche nel caso delle api i danni ambientali causati dall'attività umana (qualunque sia la causa primaria della sindrome, se effetto serra, telefoni cellulari o quant'altro), non sono computati nelle variazioni del PIL.
Un effetto su vasta scala nella produzione ortofrutticola e di miele, come si sta verificando su scala mondiale, è un altro fattore di erosione del capitale ambientale a nostra disposizione.

mercoledì 1 agosto 2007

Italia paese di banche e finanziarie



La rivista Forbes.com pubblica ogni anno un elenco, contenente le 2000 società per azioni più grandi al mondo per fatturato, utili, patrimonio e valore di mercato.

L'Italia si difende bene, vantando una presenza di 42 compagnie.
Fra queste troviamo i nomi che ci aspetteremmo: Pirelli, Mediaset, Fiat. Ci sono 8 aziende pubbliche o ex- pubbliche: Telecom Italia, Autostrade, Alitalia, Enel, Terna, ENI, Finmeccanica, AEM. Resiste in classifica Parmalat nonostante le vicissitudini subite.

Ciò che ho trovato interessante è però un altra informazione. Delle 42 voci, ben 23 sono banche, assicurazioni e "diversified financials". Significa che il 54% delle grandi public companies nostrane, incluse nell'elenco di Forbes, proviene dal settore finanziario, una quota molto più alta dei nostri partners europei.
Se infatti prendiamo le nazioni dell'area Euro con il più alto valore aggregato di impieghi del settore finanziario, nell'ordine presentano quote ben più contenute:
  1. Germania 22,8% su 57 voci
  2. Francia 19,7% su 66 voci
  3. Italia 54,7% su 42 voci
  4. Spagna 36,1% su 36 voci
  5. Paesi Bassi 24,1% su 29 voci
  6. Belgio 27,2% su 11 voci
Anche gli altri membri del G8 non raggiungono una quota vicina a quella italiana: gli USA su 659 aziende incluse da Forbes, presentano 159 finanziarie (il 24%). Il Regno Unito il 26% su 126 voci. Il Giappone è l'unico ad avere una quota paragonabile a quella italiana: 48% su 191 voci.

Come mai l'Italia vanta così tante banche e assicurazioni fra le 2000 "big" del mondo? E perché l'Italia, con un tasso di crescita del PIL tanto sofferente, è il terzo paese dell'area Euro per impieghi bancari (dopo Francia e Germania)?

Prima l'Italia era conosciuta all'estero per la Ferrari, la Fiat 500, il buon cibo, l'ENI di Mattei, gli abiti di Valentino e Armani.
Ora saremo quelli dei depositi bancari e delle polizze full risk?