martedì 31 luglio 2007

INPS, il vecchio carrozzone



L'INPS si basa su un assunto semplice: i nuovi lavoratori pagano le pensioni alla precedente generazione, e lo stesso avverrà per loro in un ciclo di solidarietà intergenerazionale.
Questo equilibrio finanziario ha retto per decenni, perché la quota di lavoratori dipendenti rimaneva all'incirca uguale fra una generazione e l'altra.

Il terzo millennio porta con sé profondi cambiamenti negli scenari macroeconomici. Da un lato, l'allungamento dell'aspettativa di vita comporta che le pensioni di anzianità siano corrisposte più a lungo, con un aumento sul lato delle uscite per l'INPS.

Ma più influenti e numerosi, in prospettiva, sono gli effetti sul lato delle entrate:
- l'introduzione sempre più spinta dell'automazione industriale e dell'informatica aumenta la disoccupazione (c.d. disoccupazione tecnologica);
- la globalizzazione spinge le aziende ad essere più competitive. Tale competitività viene ottenuta anche con politiche di labor saving che inducono ulteriore disoccupazione, o sostituiscono lavoratori dipendenti con forme contrattuali di precariato (contratti a termine, a progetto, interinale), più elastiche ed economiche. Se la legge di un paese non consente agevolmente l'adozione di tali politiche, è sempre possibile delocalizzare gli impianti industriali in nazioni meno regolamentate, come Cina o est europeo.

I governi europei, per limitare la fuga delle aziende all'estero e per mitigare gli effetti della disoccupazione in aumento, reagiscono in due modi: o favorendo forme di lavoro flessibile, come è avvenuto in Italia sotto i due precedenti governi di destra e di sinistra, o introducendo strumenti atti a redistribuire la ricchezza nazionale e ammortizzare gli effetti sociali della disoccupazione, come è avvenuto in Francia e Danimarca.

In Italia, ci si è accorti che i lavoratori precari pagano meno contributi dei lavoratori dipendenti, perciò le aliquote sono state innalzate nel tentativo di riequilibrare il bilancio dell'INPS.
Per le aziende, significa che il vantaggio ottenuto assumendo un precario diminuisce, perché pur rimanendo più facilmente licenziabile di un dipendente a tutti gli effetti, presenta un costo ogni anno più alto.
Sempre per mantenere l'INPS in equilibrio finanziario, ora si innalza l'età pensionabile. Tutto questo avviene perché si vuole mantenere l'INPS così com'è, apportando correttivi ma lasciando intatta la sostanza del meccanismo contributivo.

Ma guardando al futuro, questa politica è sostenibile? Se, come appare plausibile, l'automazione e la globalizzazione continueranno a ridurre il numero di posti di lavoro per le nuove generazioni, portando all'estremo l'attuale strategia italiana, continueremo ad aumentare sempre più l'età pensionabile e i contributi previdenziali. Arriveremo a dover lavorare quasi tutta la vita, e ad avere un cuneo fiscale così alto da far fuggire quei pochi imprenditori che ancora se la sentono di investire capitali qui da noi.
Sarebbe davvero ora di guardare alle soluzioni adottate da altri paesi europei, come la Francia, e progettare una riforma complessiva e futuribile della previdenza sociale italiana. Ma fino ad ora, né la coalizione dell'Ulivo, né la Casa delle Libertà, sembrano capaci di concepirla.

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