martedì 31 luglio 2007

INPS, il vecchio carrozzone



L'INPS si basa su un assunto semplice: i nuovi lavoratori pagano le pensioni alla precedente generazione, e lo stesso avverrà per loro in un ciclo di solidarietà intergenerazionale.
Questo equilibrio finanziario ha retto per decenni, perché la quota di lavoratori dipendenti rimaneva all'incirca uguale fra una generazione e l'altra.

Il terzo millennio porta con sé profondi cambiamenti negli scenari macroeconomici. Da un lato, l'allungamento dell'aspettativa di vita comporta che le pensioni di anzianità siano corrisposte più a lungo, con un aumento sul lato delle uscite per l'INPS.

Ma più influenti e numerosi, in prospettiva, sono gli effetti sul lato delle entrate:
- l'introduzione sempre più spinta dell'automazione industriale e dell'informatica aumenta la disoccupazione (c.d. disoccupazione tecnologica);
- la globalizzazione spinge le aziende ad essere più competitive. Tale competitività viene ottenuta anche con politiche di labor saving che inducono ulteriore disoccupazione, o sostituiscono lavoratori dipendenti con forme contrattuali di precariato (contratti a termine, a progetto, interinale), più elastiche ed economiche. Se la legge di un paese non consente agevolmente l'adozione di tali politiche, è sempre possibile delocalizzare gli impianti industriali in nazioni meno regolamentate, come Cina o est europeo.

I governi europei, per limitare la fuga delle aziende all'estero e per mitigare gli effetti della disoccupazione in aumento, reagiscono in due modi: o favorendo forme di lavoro flessibile, come è avvenuto in Italia sotto i due precedenti governi di destra e di sinistra, o introducendo strumenti atti a redistribuire la ricchezza nazionale e ammortizzare gli effetti sociali della disoccupazione, come è avvenuto in Francia e Danimarca.

In Italia, ci si è accorti che i lavoratori precari pagano meno contributi dei lavoratori dipendenti, perciò le aliquote sono state innalzate nel tentativo di riequilibrare il bilancio dell'INPS.
Per le aziende, significa che il vantaggio ottenuto assumendo un precario diminuisce, perché pur rimanendo più facilmente licenziabile di un dipendente a tutti gli effetti, presenta un costo ogni anno più alto.
Sempre per mantenere l'INPS in equilibrio finanziario, ora si innalza l'età pensionabile. Tutto questo avviene perché si vuole mantenere l'INPS così com'è, apportando correttivi ma lasciando intatta la sostanza del meccanismo contributivo.

Ma guardando al futuro, questa politica è sostenibile? Se, come appare plausibile, l'automazione e la globalizzazione continueranno a ridurre il numero di posti di lavoro per le nuove generazioni, portando all'estremo l'attuale strategia italiana, continueremo ad aumentare sempre più l'età pensionabile e i contributi previdenziali. Arriveremo a dover lavorare quasi tutta la vita, e ad avere un cuneo fiscale così alto da far fuggire quei pochi imprenditori che ancora se la sentono di investire capitali qui da noi.
Sarebbe davvero ora di guardare alle soluzioni adottate da altri paesi europei, come la Francia, e progettare una riforma complessiva e futuribile della previdenza sociale italiana. Ma fino ad ora, né la coalizione dell'Ulivo, né la Casa delle Libertà, sembrano capaci di concepirla.

lunedì 30 luglio 2007

Banane




"(ANSA) -SAN PAOLO, 30 LUG - I trasferimenti di calciatori all'estero hanno reso di piu' al Brasile negli ultimi 2 anni delle esportazioni tipiche come banane e grano. Nel 2005 incassati 159 mln di dollari per 857 calciatori, contro 33 mln per 64 mln di tonnellate di banane."

Facciamo due calcoli veloci: un casco di banane da 4 pezzi pesa circa 1 Kg.
Ai valori indicati dall'articolo ANSA, 1 Kg di banane brasiliane all'ingrosso costa: (33 mln $) / (64 mln t.) = 0,05 centesimi di dollaro.

Con la spesa per i calciatori brasiliani, ci si potrebbero comprare: (159 mln $) / (0,0005 $) = 308 miliardi di confezioni di banane da 1 Kg.
Se regalassimo queste banane agli affamati di un qualche paese disastrato, erogando a pranzo e cena 1 Kg a testa per pasto, potremmo sfamare (tenendo conto del solo apporto calorico) in un anno circa 422 milioni di individui. In un paese come l'Etiopia che conta circa 68 milioni di abitanti più volte colpiti da carestie, questi potrebbero mangiare banane due volte al giorno per oltre 6 anni.

Alternativamente potremmo utilizzare le banane come combustibile energetico per la produzione di biogas o di etanolo. Da una tonnellata di banane, ricche di carboidrati, ricaveremmo un quantitativo medio di energia intrinseca di almeno 2 MWh (calcolando una perdita di peso del 50% non sfruttata per produzione elettrica, dovuta ad acqua e residuo secco). Con una capacità di conversione in elettricità del 30%, adoperando la spesa in calciatori 2005, potremmo teoricamente ottenere 184 TWh di elettricità. In Italia, dove il kWh nella bolletta costa agli utenti finali, in media, non meno di 20 cent./€, ciò significherebbe un valore di 36 miliardi di euro di costi elettrici.

Perciò, in conclusione e per equivalenze, si può dire che i calciatori brasiliani costano quanto la fame di 420 milioni di persone per un anno, o quanto un quinto dell'elettricità consumata in Italia nel 2005.

"E" come: Energia, Europa, Enel, Endesa



Rapporto sull'Efficienza Energetica 2006


Nell'Europa dei 25 secondo un'indagine della Commissione Europea, il consumo di energia elettrica è cresciuto, nel periodo compreso fra il 1999 e il 2004, del 10,8% nel settore residenziale, del 15,6% nel terziario, del 9,5% nell'industria.

L'indagine si sofferma poi sui principali fattori che hanno portato a questi aumenti. In particolare nel segmento residenziale, i principali sono individuati in:

- una maggiore diffusione di elettrodomestici tradizionali (lavastoviglie, PC, condizionatori, che ancora non sono diffusi al 100% fra la popolazione europea)
- la diffusione di nuovi apparecchi su vasta scala: lettori DvD, banda larga, apparecchi wireless, ecc.
- un uso maggiore in termini di ore di tutti i suddetti apparecchi
- un'aumentata ridondanza: più famiglie comprano due o tre televisori, stereo, frigoriferi...
- appartamenti mediamente più grandi e abitati da singole famiglie, e una più lunga permanenza in casa, con conseguenti maggiori consumi per illuminazione e riscaldamento.

In Italia, si calcola che il consumo medio elettrico di una abitazione, esclusi gli utilizzi per riscaldamento di acqua e ambiente, è di 3.157 kWh per anno.
Il consumo per l'aria condizionata è in rapida crescita. La vendita di piccoli apparati domestici è salita da 950 mila unità nel 2001, a 2.100 mila nel 2004, per poi ridiscendere a 1.367 mila nel 2005. Si valuta oggi un tasso di penetrazione nelle case attorno al 20%, un valore simile a quello degli USA (che è fra i più alti al mondo).

Di tutti questi elettrodomestici, in Italia per fortuna la maggior parte è a risparmio energetico. Sommando i tipi di classe A e classe A+, frigoriferi e i congelatori superano il 60%, le lavatrici il 74%, le lavastoviglie (elettrodomestico di più recente diffusione nel nostro paese) l'87%.


La strategia Enel

A fronte dei suddetti aumenti nei consumi elettrici, cosa fa l'ente nazionale per l'energia?

Per il 2006 l'Enel ha dichiarato circa 3 miliardi di euro di utile (nel 2005 erano 3,9 miliardi). L'Ebitda, cioè l'utile calcolato al lordo di tasse, oneri finanziari, ammortamenti e svalutazioni, cresce nel primo trimestre 2007 di oltre il 10%.
Questi soldi (tanti), potrebbero essere utilizzati per abbassare il costo dell'energia per le famiglie italiane, visto che è fra i più alti in europa (siamo al secondo posto dopo la Danimarca, con un costo per kWh oscillante fra 20 e 24 cent./€ contro la media UE di 15 cent./€). Oppure, potrebbero essere investiti per nuovi impianti ecocompatibili: eolici, solari, a biogas.

Invece la strategia del management Enel è di aumentare la partecipazione nella spagnola Endesa.

A me pare che sia un implicita affermazione di inettitudine: è come dire, insomma, che gli spagnoli di Endesa sono più bravi di noi a gestire il business elettrico, perciò i soldi italiani è meglio investirli là, piuttosto che in patria.

domenica 29 luglio 2007

Sacro Americano Impero




IMPERIALISMO: Wikipedia lo definisce come "una strategia politica finalizzata ad estendere l'autorità di uno stato su entità di altri stati con metodi d'annessione e/o di mantenimento del potere, sia operando direttamente sul territorio, sia tramite mezzi indiretti di controllo della politica e/o dell'economia di altri stati".

La notizia di oggi, fonte Ansa, è questa: "GERUSALEMME, 29 LUG - Lo Stato di Israele ricevera' dagli Stati Uniti aiuti per 30 miliardi di dollari nel prossimo decennio. Lo ha confermato il premier, Ehud Olmert, aprendo la seduta settimanale del consiglio dei ministri. 'Gli Stati Uniti - ha aggiunto - si impegnano a mantenere il divario di qualita' fra Israele e i suoi vicini. Non c'e' dubbio che per il nostro bilancio di difesa cio' rappresenta un miglioramento cospicuo'".

Roma non è mai caduta. Si è solo trasferita oltreoceano.

venerdì 27 luglio 2007

Carburanti verdi? Si ma quali?




Si parla molto di carburanti "verdi", intendendo sia i carburanti ottenuti da materie prime naturali (come il biodiesel e l'etanolo), sia quelli da lavorazione petrolchimica che inquinano di meno.
Ma quali, fra i diversi tipi, sono davvero "verdi"? Vediamo...

La benzina verde è, fra tutti, il carburante meno ecologico. Per rimuovere gli additivi contenenti piombo e benzene, si è utilizzato un composto chiamato MTBE (MetilTert-ButilEtere), che si è scoperto essere estremamente inquinante per le falde acquifere. Inoltre la combustione di benzina rimane un potente agente di immissione di CO2 nell'aria. Questa CO2 sarebbe rimasta inerte sottoterra, se nessuno avesse estratto il petrolio, poi raffinato e bruciato come benzina nelle automobili, dunque è da considerarsi una aggiunta di CO2 rispetto alla quantità già diffusa nell'atmosfera (la CO2 contribuisce all'effetto-serra, cioè al surriscaldamento del pianeta. Se quest'estate state soffrendo il caldo più del solito, sapete a cosa dare la colpa).
Al posto del MTBE si sarebbero potuti usare altri additivi meno inquinanti, come l'etanolo, ma i grandi produttori di petrolio pare non gradissero far entrare nel business produttori esterni al loro club delle "sette sorelle".

Il gas metano ha dei vantaggi rispetto alla benzina: quando brucia, emette acqua e CO2. Non ha bisogno di additivi potenzialmente inquinanti. Sarebbe un ottimo combustibile, se non fosse che, come il petrolio, non ce n'è per sempre né abbastanza per tutti nei prossimi decenni.

Passiamo ai carburanti basati su olii vegetali. Il più diffuso sembra oggi il biodiesel, che si ottiene mediante un procedimento chimico ("transesterificazione") a partire da olio di palma, colza, girasole o altro. Non tutti gli olii hanno le stesse caratteristiche, alcuni tendono a congelare al freddo e periò non vanno bene per l'uso nei riscaldamenti domestici d'inverno. Altri non rispondono ai parametri di qualità necessari per ottenere un buon carburante per automezzi. Ma in generale, l'olio ottenuto da colza e girasole è di buona qualità, quello di palma un po' meno ma è anche più economico.
Il biodiesel, di buono, ha che si produce da materiali vegetali, dunque ecologici (cioè, la filiera produttiva a monte è "pulita").
Di negativo ha che brucia proprio come la benzina: è pur vero, però, che parte della CO2 viene assorbita dalle colture oleose di partenza, quindi il "netto" di emissione è migliorativo rispetto ai carburanti derivati dal petrolio.
C'è però un altro aspetto negativo: l'aumentata domanda di olio di palma ha indotto un aumento delle colture di questo vegetale in paesi in via di sviluppo (ad esempio in Nicaragua), a svantaggio sia delle piccole colture locali, sia delle coltivazioni alimentari, e sia ancora degli ecosistemi che subiscono un violento impatto dal disboscamento e dalla sostituzione delle specie vegetali.

Veniamo ora ai carburanti ottenuti per fermentazione. L'etanolo, sul cui utilizzo puntano il Brasile di Lula e, recentemente, gli USA di Bush, si ottiene dalla fermentazione degli zuccheri. Tutti i vegetali ricchi di amidi o zuccheri, come mais e canna da zucchero, sono adatti allo scopo.
Per l'etanolo vale lo stesso discorso fatto per il biodiesel relativamente alle emissioni di CO2 e alla filiera. Una differenza importante sta nella produttività per ettaro: per ottenere l'etanolo bisogna separarlo dall'acqua, e questo procedimento consuma energia. Inoltre riduce di un buon 50% la resa in peso per ettaro di coltivazione (nuove tecnologie migliorano questo rendimento, ad esempio: www.virent.com).
Ulteriore negatività è ascrivibile al fatto che le materie prime (mais, ecc.) sono perlopiù usate per l'alimentazione. Un aumento della domanda dovuto ad adozione su vasta scala dell'etanolo, significa probabile impennata dei prezzi di questi prodotti agricoli con conseguenze difficili da prevedere per i paesi più poveri.

Chiudiamo con l'idrogeno. Di per sé, l'idrogeno ha caratteristiche eccezionali: quando brucia emette acqua e niente CO2, si può usare in fuel cells (ovvero in speciali apparecchiature che hanno un rendimento energetico più alto dei motori a combustione), si può conservare anche allo stato solido in speciali batterie, si può ottenere potenzialmente da molte diverse fonti energetiche, a partire dall'acqua.
Il vero problema con l'idrogeno è proprio la forma di energia prescelta per estrarlo. Non si può, come per il petrolio, fare un buco per terra e tirarlo fuori, c'è bisogno di utilizzare energia per rompere i legami molecolari dell'acqua e separarlo dagli atomi di ossigeno.
Quindi, se l'idrogeno è immagazzinato utilizzando energia ecocompatibile (eolica, solare, marina, geotermica), il cilco energetico può dirsi "verde" al 100%. Scegliendo fonti d'energia "sporche", invece, non solo si inquina, ma il consumo complessivo d'energia può aumentare, perché parte di esso viene dissipato nell'estrarre l'idrogeno e nei processi di immagazzinamento in batterie/serbatoi.

In conclusione, il carburante "verde" in quanto tale non esiste. Etanolo e biodiesel possono essere una buona soluzione-tampone per gli anni futuri in cui il prezzo degli idrocarburi è destinato a salire, ma non sono un investimento valido nel lungo periodo, perché non risolvono il problema delle emissioni di CO2, e portano con sé un impatto ecologico su scala mondiale non indifferente.
L'idrogeno può essere la soluzione, ed è anche più universale nelle modalità di utilizzo rispetto agli altri carburanti (nel senso che, con l'idrogeno, si può alimentare anche piccole utenze o singole apparecchiature elettroniche) ma sposta l'ambito della discussione sul metodo di produzione energetica a monte: eolico o fotovoltaico, nucleare o idroelettrico, geotermico o da biomasse?

Brillante neolaureato cerca impiego come idraulico



"Salve,
sono un giovane, brillante neolaureato in un settore innovativo e di punta.

Non voglio, come i miei colleghi, partire per università estere dove, dicono, avrei subito un'ottimo stipendio e un ruolo di ricerca nel mio campo. Voglio rimanere qui, in Italia, e fare del mio meglio per il mio paese (un po' demodè questo afflato patriottico, non è così?).

Una strada possibile è nel campo accademico. Potrei lavorare come assistente di un professore, gratuitamente, e dopo 2-3 anni aspirare ad un contratto temporaneo da ricercatore per € 800 al mese. Non un granché, non ci pago neppure un affitto. E poi chi mi garantisce, con i tagli alla ricerca, di ottenerlo davvero quel posto?

Mi dedico allora al mondo del corporate. Sono giovane e brillante, sicuramente avrò successo!
Mediamente, in Italia quelli come me che cercano un'occupazione, nei primi 6 non trovano nulla. Fra il 6° e il 12° mese, troverò lavori che poco hanno a che fare con i miei studi: centralinista in un call center, data entering, promoter di servizi, ecc. ecc., normalmente con contratto co.pro. o interinale (= leggasi precario).

Decido di iniziare uno di questi lavoretti, per pagarmi una stanza in affitto (di più non posso dati i costi in città) e continuare a cercare un lavoro in linea con i miei anni sacrificati allo studio.
Dopo alcuni mesi di ricerca, mi rendo conto che circa il 60% delle proposte si trova nella provincia di Milano, un altro 20% a Roma città, e il resto sparso per la penisola.

Mi faccio due conti: a Milano e Roma gli affitti sono fra i più alti d'Italia, e i 2/3 di quanto potrei guadagnare se ne andrebbero tra locazione e utenze domestiche.
I lavori che trovo, sono o (ancora) con contratto precario, o con la formula del contratto d'inserimento (stage). Perciò niente mutuo bancario per la prima casa, e d'altronde non me la sentirei di indebitarmi a vita con prospettive di reddito così labili.

Mi trasferisco così in provincia di Milano, in un luogo triste e grigio. Quel poco di soldi che mi rimane in tasca dopo aver pagato il padrone di casa, l'Enel, il telefono, il gas, i mezzi pubblici che ogni giorno prendo per recarmi in Milano centro (almeno 1 ora e mezza ogni mattina, lo stesso alla sera per tornare), cerco di centellinarli. Perché il mio è un contratto flessibile, e non so quanto l'azienda avrà bisogno di me, né posso prevedere quanto ci impiegherò a trovare un altro lavoro in caso di licenziamento (per il primo c'è voluto quasi un anno, se è sempre così è dura!).

Alla sera, rifletto sul mio futuro. Se anche l'azienda per cui lavoro decidesse che valgo abbastanza da tenermi legato con un contratto a tempo indeterminato, saprei che dello stipendio che paga per me, circa un terzo non va nelle mie tasche, ma si spende in INPS e altri contributi.
Con la crescita zero della popolazione in Italia e l'allungamento della vita, lo "scalone" e altre amenità, probabilmente dovrò lavorare almeno 35 anni per poter, finalmente, ottenere una pensione dallo stato.

Forse ho sbagliato tutto. Forse avrei fatto meglio a partire per un altro paese, o a rimanere a casa dei miei, studiando ancora, frequentando masters e dottorati, così magari con altri titoli avrei avuto più porte aperte?

O forse, come suggeriva Einstein, avrei dovuto lasciar perdere gli studi e fare l'idraulico.
E incassare i miei compensi sempre, e solo, in nero."

L'ICI di Prodi




Gentile signor Prodi,

ricordo nitidamente, e con me qualche milione di italiani, che al confronto televisivo vis-a-vis con il signor Berlusconi e moderato da Mimun, promise un abbassamento dell'ICI. Ciò avveniva poco più di un anno fa.

Oggi leggo che il signor Rutelli, parlando del tesoretto e della proposta di utilizzarne una parte per abbassare l'ICI, affermerebbe di ritenerlo un “provvedimento speciale... si fa una Finanziaria come quella che abbiamo fatto, poi si scopre che ci sono risorse aggiuntive, il cosiddetto tesoretto".

Allora riassumendo:
- il tesoretto è una specie di piacevole sopresa, non preventivata in finanziaria;
- senza il tesoretto l'ICI rimane uguale, niente abbassamenti.

Dunque, signor Prodi, ecco la mia domanda: come pensava mai di abbassare l'ICI quando, un anno fa, tirò fuori dal cilindro magico questo proclama? E se aveva un programma a riguardo, perché non l'ha realizzato indipendentemente dal tesoretto?
Non sarà (mi perdoni la malizia) che si trattava solo di una sparata attiravoti, una furbata a pochi giorni dall'andata alle urne?

giovedì 26 luglio 2007

Le Ultime Parole Famose: Rosa Russo Iervolino



"L'emergenza rifiuti è ormai alle spalle. La città [di Napoli] è pulita e i cumuli di rifiuti non ci sono più"


Rosa Russo Iervolino, sindaco di Napoli, 10 luglio 2007.


Inauguro con le parole della sindachessa di Napoli questa rubrica, che scolpisce a imperitura memoria frasi clamorosamente smentite dai fatti.

Un monito per ricordare che è meglio tenersi caro l'uovo d'oggi: a chiacchiere e proclami non si allevano galline.

PIL e danni ambientali

Il PIL, come sappiamo, è una misura della produzione di ricchezza di una nazione. Se il PIL cresce, significa che il paese produce di più, e ciò è un bene per l'economia.

È però un indice che non tiene conto dei danni ambientali. Se un bosco si incendia e diventa cenere, il paese ha perso parte del proprio patrimonio ambientale. È un danno difficile da quantificare, riguarda la salute pubblica, l'economia turistica, la capacità del territorio di mitigare gli effetti dell'inquinamento e la violenza delle alluvioni.
Quest'anno in Italia, il WWF sostiene che sono bruciati oltre 4.500 ettari di parchi (fino ad ora, e siamo ancora in luglio). Secondo stime, i soli danni all’agricoltura ammonterebbero ad un miliardo di euro. Se a questi sommassimo tutti gli altri danni ambientali, di quanto diminuirebbe il PIL 2007? E se aggiungesimo i danni causati dall'immondizia mal sversata ed incendiata in Campania, la diossina immessa, la puzza terrificante, l'aumentata incidenza di malattie tumorali?

Se, come proposto dall'economista P. Dasgupta, si adottasse una misura del PIL che tenga conto delle modificazioni apportate all'ambiente, di quanto il già misero tasso di crescita del PIL italiano, fra i più bassi d'Europa, diminuirebbe?

Zaibatsu all'italiana



Negli ultimi due secoli, progressivamente le banche si sono trasformate da enti che offrono servizi finanziari (prestiti, anticipazioni, depositi di moneta) a veri e propri investitori, che partecipano con capitali propri dei rischi di attività imprenditoriali.
Capitali "propri" per modo di dire, visto che le banche usano i depositi dei clienti e finanziamenti erogati da altre banche. I capitali propri dell banche italiane, infatti, si aggirano fra il 4% e il 14% delle fonti totali. È come dire, in altri termini, che i nostri soldi si trovano anche in investimenti industriali, selezionati però dalla banca al posto nostro.

I grandi capitalisti, al contrario, investono sempre meno soldi propri e si affidano al sistema bancario per quote crescenti. Oggi, grazie a strumenti come l'equity financing, un imprenditore può mettere, di suo, il 5% circa di un investimento, e lasciare che un partner bancario entri nell'affare con un ulteriore quota (di solito dal 15% in poi). Sarà poi quest'ultimo a negoziare, con altre banche, un finanziamento per coprire il restante e rendere possibile l'operazione imprenditoriale.
Contemporaneamente i grandi capitalisti sono tutti proprietari di quote di banche. Gruppi come Pirelli, Italcementi, Telecom Italia, Benetton, RCS Mediagroup, Mondadori, Mediaset e molti altri, partecipano in banche e società assicurative con quote rilevanti in una complessa rete di proprietà incrociate e consiglieri d'amministrazione.

Di recente in seno all'Unione Europea, si spinge per allentare i limiti imposti alle partecipazioni bancarie (cfr. questo articolo). Anche Draghi nella veste di governatore di Banca d'Italia, auspica un ammorbidimento di tali limitazioni.
Questa tendenza mi porta a temere un intensificarsi delle commistioni fra mondo bancario e industriale, che in Italia, com'è noto dai quotidiani d'informazione, ha portato a monopoli, conflitti d'interesse e frodi su scala nazionale.
Ci possiamo permettere delle vere e proprie zaibatsu nostrane, quando già così con la normativa restrittiva vigente in Italia, subiamo uno strapotere delle banche (sono l'unico settore con redditività sempre più alta dei settori industriali. Il settore bancario italiano è terzo in Europa per dimensione aggregata degli impieghi)?
Io penso di no. Almeno, non con gli istituiti di vigilanza ridicoli che abbiamo oggi. Urge una revisione dei poteri e delle responsabilità di Banca d'Italia (a proposito, Fazio è ora ufficialmente indagato assieme a Fiorani&C., visto che vigilanza spettacolare che abbiamo?), Consob e Antitrust.

E la gallina? Intenzioni di questo blog


Perché un altro blog?


Perché sembra che gli economisti, cioè le persone che dovrebbero pianificare e valutare le scelte politiche più importanti, quelle che influenzano presente e futuro del paese, siano tutti spariti ingurgitati da un mondo oscuro, e rimpiazzati da un'orda demoniaca di parlamentari, giornalisti insulsi e vallette gnocche. Con notevole perizia, questi untori giunti da Mordor riescono a parlare per ore, pure a litigare come tifosi al baretto, senza dire assolutamente nulla di vero e/o di rilevante per il cittadino.

Allora scatta la mia controffensiva controinformativa e contraria ai controlli preventivi di palinsesto: il blog! Un piccolo contributo di opinione critica, nella speranza che le parole qui vergate (o meglio, "digitate") non svaniscano nel maremoto dei diecimila blog dei teenager che fremono di parlar di sé e della propria *interessantissima!* visione del mondo.

Dunque: meglio l'uovo oggi. Perché il futuro è incerto, mentre la fame si sente subito e senza dubbi sul metodo statistico di rilevazione.
Meglio lavorare subito a proposte diverse, ragionate ma di rapida attuazione.
Meglio sbrigarsi e, ognuno per quel che può, rimboccarsi le maniche: chi gestisce la nostra vita collettiva è completamente inaffidabile e inetto, che sia a destra, a sinistra, al centro o spostato un po' più in là.


E la gallina?

Noi trentenni, se nulla cambia, alla gallina non ci arriveremo mai. Prima, nel boom economico italiano, di galline grasse ce n'erano a iosa, ma i nostri padri se le sono ampiamente divorate.
Oggi ci rimane qualche uovo, e pure qusto patrimonio è a rischio.

Se lasciamo le cose come sono, fra inquinamento diffuso del territorio, speculazioni edilizie, capitali drenati dalla grande finanza e portati all'estero, sfida della competizione globalizzata perduta nei settori industriali più importanti, deficit energetico e dipendenza dall'estero (gas russo, atomica francese, petrolio mediorientale), sistemi di vigilanza malfunzionanti o collusi coi controllati, INPS al tracollo finanziario, scandali finanziari, disoccupazione diffusa, precariato diffuso e divario fra ricchi e poveri in aumento, qui in Italia ce n'è solo per comprarci un passaggio dagli scafisti verso altre nazioni.

Allora basta, riprendiamoci quelle poche "uova" rimaste, e cerchiamo di gestirle in modo intelligente e lungimirante.