giovedì 22 novembre 2007

Anche le prostitute nel mirino del Fisco




Se lo stato italiano è costretto a battere (mi si perdoni l'involontario gioco di parole) cassa pretendendo di riscuotere tasse sui redditi delle prostitute, siamo davvero alla frutta.

La prima notizia arriva il 25 ottobre, quando la tenutaria di una casa di appuntamenti a Bolzano viene colpita da accertamento fiscale. Durante un'ispezione dei carabinieri nella maison, fu rinvenuto un registro contabile che documentava incassi non dichiarati al fisco. Sulla base di tali risultanze l'Agenzia Entrate contestava alla signora bolzanina il mancato pagamento delle relative imposte ed inoltre si configurava reato penale (dovuto al superamento, per il debito tributario, della soglia di 77.000 euro).
L'avvocato difensore contestò, quindi, che i redditi non dichiarati superassero la soglia che configurava l'assoggettamento a sanzione penale, sostenendo che erano le ragazze ad incassare dai clienti e, successivamente, a versare una percentuale del 75% alla tenutaria della casa, non viceversa. Non essendo la prostituzione un reato di per sé, non si configurava alcuna attività penale e il debito tributario, così ridotto del 25%, rimaneva sotto il limite dei 77.000.
Il tribunale ha invece deciso che era la tenutaria ad incassare i compensi, girando poi una quota del 25% alle ragazze, configurando quindi reato di sfruttamento della prostituzione. Essendo i costi corrisposti a fronte di reati non deducibili fiscalmente, il PM ha ribadito la rilevanza penale della mancata dichiarazione dei redditi.

Fin qui tutto abbastanza consueto, è infatti prassi che lo "sfruttatore" venga colpito penalmente ed economicamente (vedi legge "Merlin"). Ma oggi la commissione tributaria della Lombardia ha superato questa idea, stabilendo che anche la prostituta deve pagare le tasse sui redditi illecitamente conseguiti [il Corriere della Sera].
Ciò avviene perché l'Agenzia delle Entrate, rafforzata dalle recenti leggi Finanziarie, può assoggettare a tassazione i redditi non dichiarati, e rilevati sulla base di indicatori patrimoniali (particolarmente per quanto riguarda proprietà immobiliari) e sulle movimentazioni di conti bancari. In questi casi l'accertamento fiscale non necessita di illustrare la provenienza dei redditi, ma solo il loro ammontare, lasciando al contribuente l'onere di dimostrare, documenti alla mano, l'eventuale non imponibilità.
L'effetto di tutto ciò, in pratica, è che è ora possibile tassare redditi da attività illecite che non configurino reati, quindi anche da prostituzione. Ma dato che una prostituta non emette fattura né tiene alcuna contabilità, è quasi impossibile dimostrare il minor reddito percepito, da opporre alla presunzione accertata dal fisco.

A questo punto, se tanto mi da tanto, mi pare che si tratti di un palese caso di iniquità, in cui la contribuente non viene messa nelle condizioni di difendersi dalle pretese tributarie. Se la prostituzione da oggi paga le tasse, allora deve avere regolare partita iva, fatturare le prestazioni, tenere una contabilità e poter così dimostrare, come qualsiasi contribuente nazionale, quale sia il reddito percepito.
Oppure, se vogliamo far prevalere una moralità ipocrita che rifiuta assolutamente la mercificazione del corpo, allora come potremmo guadagnarci sopra? Lo stato-sfruttatore non è una condizione peggiore che permettere l'esercizio della professione più antica del mondo, in autonomia e per libera scelta?
Se l'obiettivo della lotta alla prostituzione è la dignità della persona, mi pare che ciò passi anche per un equo trattamento economico, e per un'applicazione della legge (quindi anche della parità fra contribuente e Agenzia delle Entrate in fase di contraddittorio, requisito più volte sancito dalla Cassazione) eguale per tutti.

venerdì 16 novembre 2007

La tecnologia cinese è realtà




Huawei Technologies è un'azienda cinese specializzata in tecnologie di nerworking e telecomunicazioni. Fra il grande pubblico non è famosa come altri giganti del settore IT, ma dal punto di vista tecnologico è da diversi anni al livello di "mostri sacri" come l'americana Cisco. Con oltre 62.000 dipendenti (di cui il 70% impiegato in progetti di ricerca in 12 centri sparsi per il mondo), un fatturato globale stimato per il 2005 in 6,8 miliardi di euro (di cui 4,9 miliardi da vendite sui mercati internazionali) e cresciuto, rispetto al 2004, del 40%, è a tutti gli effetti una delle maggiori realtà mondiali nel settore IT.

Già fornitore di tecnologie UMTS per operatori telefonici in Asia e America latina, di recente ha chiuso un contratto con Telecom Italia per 1.200 nodi a banda larga da impiegare per il potenziamento della rete in Calabria e Sicilia.
Anche Vodafone ha optato per Huawei, addirittura lanciando una linea di telefonini UMTS in concorrenza con le majors del settore (Nokia, Samsung, Motorola, ecc.), fabbricati in Asia da Huawei e commercializzati da Vodafone col proprio brand.

Fino a pochi anni fa, i prodotti della Huawei erano considerati come l'alternativa economica e meno affidabile rispetto ai fornitori IT tradizionalmente utilizzati dalle TelCo, insomma seguivano il destino della maggior parte dei beni made in China, percepiti come versioni cheap e scadenti di quelli realizzati in USA, Europa e Giappone. Oggi, quello che fu un fenomeno circoscritto ad aree geografiche ad elevatissima specializzazione tecnologica, come Taiwan e Singapore, si allarga alla Cina con effetti prevedibilmente moltiplicati, se non altro per una questione di mera aritmetica anagrafica, ma non solo.
La Cina con i suoi 1,3 miliardi di abitanti, è infatti il mercato interno più vasto del mondo. Un'azienda cinese può dunque crescere enormemente interagendo con l'economia nazionale, ed affacciarsi, in un secondo momento, al mercato globale con una dimensione ragguardevole, sufficiente a porsi subito come concorrente reale di colossi multinazionali.

Insomma, mentre in Europa dibattiamo sui giocattoli fuori norma importati dalla Cina (ma fabbricati, ricordiamolo, dall'americana Mattel) e sui capi di abbigliamento con le firme fasulle, realtà aziendali come Huawei conquistano i mercati ad alto contenuto tecnologico.
Sarà un caso isolato? Assolutamente no, come dimostrano le tante notizie sparse per i media: la ZTE (telecomunicazioni e telefonia mobile, la quale fra parentesi, dichiara di spendere il 10% del proprio fatturato annuo in ricerca) è operativa in Europa e in altri paesi con il proprio brand; China Telecom (rete fissa) conta oltre 220 milioni di utenti in Cina e non porevede ancora di offrire i propri servizi all'estero, per il semplice motivo che ha un mercato potenziale intra moenia ancora tutto da coltivare; China Mobile (telefonia mobile, networking e VoIP), invece, offre servizi di connettività in Cina e Pakistan a oltre 240 milioni di persone, ed è fra le 400 compagnie internazionali più grandi censite annualmente dalla rivista Forbes.

Insomma, dire oggi che l'Italia rimane indietro nella ricerca e rischia di essere sorpassata dai cinesi, è un po' come affermare che i dinosauri stanno rischiando l'estinzione. È un po' tardi, no?

venerdì 26 ottobre 2007

La non giustizia italiana, Berlusconi e De Magistris




Silvio Berlusconi, dopo l'assoluzione ricevuta a Pesaro nel caso SME, sottilinea oggi il ruolo di killer politico che, secondo lui, la magistratura avrebbe incarnato in questi ultimi 12 anni. [ANSA]

La notizia cade a fagiolo in questo momento di scontro a viso aperto fra magistratura e governo, o quantomeno fra alcuni magistrati (De Magistris, Forleo) e alcuni esponenti del governo in carica (Mastella, Prodi, Fassino, D'Alema).

Ma cosa sta accadendo? In effetti è innegabile lo strapotere della magistratura. In Italia, un magistrato riesce facilmente a tenere in galera una persona non ancora giudicata, in una custodia cautelare che può durare anche anni se il reato contestato è abbastanza grave.
Le tutele per l'indagato ci sono, è vero: i provvedimenti cautelativi devono essere convalidati da un GIP (che è, però, un magistrato anche lui, dello stesso tribunale del magistrato che ha disposto il provvedimento cautelare), ed è sempre possibile adire al tribunale delle libertà per un secondo parere (che, però, si basa sui documenti redatti da coloro che indagano e giudicano).
Insomma, può capitare spesso, ed anzi è oggetto di continui richiami da parte della Corte di giustizia europea e della Corte europea per i diritti dell'uomo, che un processo duri troppo, l'imputato sconti mesi o anni di restrizioni alla propria libertà, sequestri e controlli vari, prima di affrontare anche solo la prima udienza. E mentre questa persona sottoposta a giudizio attende, giornali e televisione hanno campo libero per diffamarne il nome, infliggendo un danno d'immagine potenzialmente enorme al personaggio pubblico finito, a torto o ragione, nella maglie della giustizia italiana.
Per non parlare, ovviamente, del "povero cristo" che kafkianamente viene assorbito nella macchina della giustizia, più grande di lui.

In questo contesto si inserisce la propaganda della CdL che da anni tuona contro la magistratura politicizzata, vessatrice, magari collusa con poteri forti: sinistra ideologica, massonerie, gruppi filocattolici, amici di potenti e potentati, nostalgici del duce e quant'altro l'immaginazione dietrologica può partorire. Non stupisce che questa propaganda anti-giudici abbia avuto largo seguito, nonostante l'immagine positiva che l'italiano ha (aveva?) del giudice nazionale, associato a personalità eroiche come quelle di Falcone e Borsellino, più diffusa di quella dell'ipotetico magistrato massone o confratello dell'Opus Dei. Vedere poi un ex-eroe popolare come il paladino di Tangentopoli Di Pietro, al governo con questa masnada di ex-democristiani ed ex-comunisti, non aiuta certo a tenere in auge l'immagine del potere giudiziario.

Ecco che allora si genera il paradosso: Berlusconi assolto tuona contro la magistratura-killer. Ma l'assoluzione non è di per sé dimostrazione di correttezza dell'organo giudiziario? E se al contrario Berlusconi fosse stato condannato a Pesaro, non avrebbe con tutta probabilità affermato che ciò sarebbe stata prova della collusione dei giudici? Una volta che la delegittimazione ha messo radici, è utilizzabile contro assoluzioni e condanne allo stesso modo.

Mentre sotto il governo Berlusconi il centrosinistra aveva gioco a sfruttare questa situazione (ricordate il Jolly "Previti-Dell'Utri" che balzava fuori ad ogni tornata elettorale? Un bel vantaggio per il centrosinistra!), oggi si scotta le mani. Probabilmente De Magistris e la Forleo sono brave persone, giudici seri che fanno il proprio lavoro senza volontà di avvantaggiare questo partito politico o quel gruppo di industriali, ma ciò non importa, perché si trovano a fronteggiare il muro mediatico eretto dalla CdL, avallato da un effettivo eccesso di potere di alcuni magistrati, ed ora sfruttato anche dall'attuale governo di centrosinistra, per neutralizzare mediaticamente qualsiasi velleità di giustizia nei confronti delle caste che governano e si spartiscono la nostra Italia.

Come finiranno De Magistris e la Forleo? I processi ci saranno? In caso affermativo, una assoluzione per gli indagati sarà la dimostrazione dell'accanimento ingiustificabile di questi due giudici, mentre una condanna... lo stesso.
Alla fine, questi giudici onesti e liberi verranno spostati su altre indagini meno moleste, mentre quei giudici collusi, che hanno creato l'humus per l'atteggiamento anti-giudiziario che arma la mano politica contro De Magistris e Forleo, rimarranno dove sono, immacolati nel loro ruolo di clientes d'alto bordo.

venerdì 19 ottobre 2007

La legge che distruggerà la poca libertà di informazione rimasta in Italia




Il disegno di legge del 3 agosto 2007, intitolato "Nuova disciplina dell’editoria e delega al Governo per l’emanazione di un testo unico sul riordino della legislazione nel settore editoriale", è il nuovo, agghiacciante mostro normativo di questo governo.

Tutto mi sarei aspettato da un governo di centrosinistra, fuorché una legge-bavaglio per la stampa libera, tradizionalmente sempre stata un sostegno forte per la sinistra italiana anche durante la precedente, non proprio felice esperienza al governo del paese.
La denuncia, come sempre più spesso accade, viene proprio dalla vittima di questo ddl (ribattezzato Levi-Prodi), ovvero l'informazione libera e spontanea di Internet: websites, blog e forum. Il visitatissimo blog di Beppe Grillo ha pubblicato oggi un'articolo con il testo integrale del ddl-bavaglio, che ha dell'incredibile.

Il primo articolo del ddl recita: "La disciplina prevista dalla presente legge in tema di editoria quotidiana, periodica e libraria ha per scopo la tutela e la promozione del principio del pluralismo dell’informazione affermato dall’articolo 21 della Costituzione e inteso come libertà di informare e diritto ad essere informati."

L'articolo 21 della Costituzione Italiana, qui citato, inizia così: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure". È abbastanza chiaro, nessuna autorizzazione o censura è consentita in Italia.

Bene, se le intenzioni sono queste, ottimo! E invece cosa prevede il ddl Levi-Prodi? Vediamo...

Definisce innanzitutto il prodotto editoriale (art. 2 co. 1) come: "qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso". Descrive poi il concetto di attività editoriale (art. 5) come "ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative" (sottolineo quest'ultimo periodo, "anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative").

Successivamente, stabilisce i nuovi obblighi (art. 6): "...tutti i soggetti che esercitano l’attività editoriale sono tenuti all’iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione, di cui all’articolo 1, comma 6, lettera a), numero 5, della legge 31 luglio 1997 n. 249...".
La legge 249/1997 al comma citato prevede che l'attuale registro degli operatori di comunicazione (quel registro cioè, in cui tutte le testate giornalistiche devono iscriversi, presso il tribunale di competenza, per poter esercitare l'attività editoriale) venga trasferito all'Autorità garante per le comunicazioni. I requisiti per l'accesso a questo registro saranno stabiliti con regolamento dell'Autorità, e se ricalcheranno (come è probabile) quelli attualmente esistenti, prevederanno la necessità che vi sia un direttore scelto fra gli iscritti all'albo dei giornalisti, oltre ad altri requisiti formali, come intestatario della testata editoriale.

Nel caso, poi, che potesse sorgere qualche dubbio sull'applicabilità di questa norma alle attività editoriali in Internet, il ddl espressamente prevede (art. 7 co. 1): "L’iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet rileva anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa". Quindi, dal combinato disposto di questi articoli, accadrà che un cittadino italiano, che voglia aprire un blog di informazione come ce ne sono a milioni in tutto il mondo, dovrà probabilmente:

1) trovare un giornalista disposto a fargli da direttore responsabile (probabilmente a pagamento, o se ha la fortuna di avere un amico giornalista che gli fa la cortesia, meglio per lui);
2) pagare le imposte di registro per l'iscrizione, o le marche da bollo normalmente richieste in questi casi (pochi soldi, ma sempre soldi!);
3) fare molta attenzione a ciò che scrive, perché rischia in caso di querela, di subire una condanna penale, che ai sensi del codice penale vigente, può arrivare fino a 3 anni di galera più una multa pecuniaria.

Torniamo quindi alla Costituzione italiana. È evidente che non solo questo ddl non fa nulla per tutelare e promuovere il pluralismo nell'informazione, come baldanzosamente annunciato nell'incipit dellarticolo 1, ma esattamente all'opposto, pone serie limitazioni alla possibilità di veicolare informazione libera attraverso non solo Internet, ma qualsiasi mezzo di comunicazione.
È inoltre, a mio avviso, palesemente incostituzionale in aperta violazione dell'art. 21. L'imposizione di iscrizione in un registro, di firma di un soggetto iscritto anch'egli in un altro registro secondo determinati requisiti, è di fatto un modo per limitare la libertà sancita dall'articolo 21. Non avviene attraverso l'autorizzazione preventiva del "pezzo" da pubblicare, è vero, ma più sottilmente, attraverso una selezione delle testate editoriali. Se l'obiettivo fosse davvero quello di una aumentata libertà di informazione, allora prima di questo ddl si dovrebbe cancellare l'albo dei giornalisti e i requisiti ad esso connessi. Solo allora, infatti, sarà possibile pretendere che chiunque pubblichi notizie potenzialmente diffamatorie, sia perseguibile ai sensi di legge.

E di fatto era ciò che affermava lo stesso Levi, coautore di questo obbrobrio di legge, giusto due mesi or sono. Cosa sarà avvenuto nel frattempo per trasformare un'annuciata buona riforma in un bavaglio per la libera stampa? Forse il V-Day ha fatto più paura di quanto si voglia dare a intendere?

lunedì 15 ottobre 2007

Italiani nello spazio




La prossima settimana partirà uno Shuttle verso lo spazio, per adempiere alla missione STS-120. Uno fra i tanti voli effettuati dalla NASA, previsto dopo alcuni ritardi per il 23 ottobre 2007, che presenta peculiarità degne di nota.

Si tratta di un programma spaziale ad ampio respiro, condotto in collaborazione fra l'ente spaziale europeo (ESA), l'agenzia spaziale russa Roskosmos, e la NASA. L'importanza per l'ESA è tale che la BBC ha titolato "Europe set for a major space campaign", indicando con ciò la rilevanza del passo che l'ESA si appresta ad intraprendere.
Verà portato nello spazio e montato sulla stazione ISS (International Space Station) il modulo Harmony, una realizzazione in cui l'Italia, con Alenia Spazio, ha avuto un ruolo primario. Uno degli astronauti in partenza è il nostro connazionale Paolo Nespoli, che collaborerà al montaggio di questo modulo di collegamento che costituirà una vera e propria "casa" per gli astronauti, con tanto di armadi per energia, aria e acqua, sistemi per il supporto vitale e quant'altro necessario alla sopravvivenza nello spazio.
La missione è anche la prima ad essere comandata da una donna, l'americana Peggy A. Whitson.
A bordo, oltre al personale tecnico-scientifico, ci sarà un "turista spaziale", un certo Sheikh Muszaphar Shukor, di professione chirurgo, dalla Malesia, che a quanto pare ha vinto una specie di concorso per il primo astronauta malese (pare che questo "concorso" sia nato dopo accordi commerciali fra Russia e Malesia, dopo una compravendita di aerei da guerra e olio di palma).

Il modulo Harmony è il secondo dei tre moduli previsti, che collegheranno il laboratorio permanente Columbus (europeo anche lui, verrà assemblato assieme ad Harmony in questa missione), il modulo Destiny (USA) e il modulo Kibo (giapponese). L'aggancio dei moduli europei all'ISS significa che l'Europa diventerà comproprietaria della stazione internazionale. Significa, anche, l'inizio di tutta una serie di sperimentazioni scientifiche avanzate, impossibili in precedenza, e ora rese accessibili dall'infrastruttura permanente del Columbus.

Non male per l'Italia, fra gli ultimi paesi europei per spesa in ricerca!

giovedì 11 ottobre 2007

Una lettera degli eruditi Musulmani al Papa



BBC News, 11 ottobre: "oltre 130 studiosi Musulmani hanno scritto al Papa Benedetto XVI".
Firmata da eminenti esponenti del mondo accademico musulmano, fra cui alcuni Gran Mufti, professori universitari e leaders politici, provenienti da ogni angolo del mondo (Croazia, Siria, Giordania, Marocco, Slovenia, Russia, Turchia, Pakistan, USA, Egitto, Oman, Iraq, Canada, India, Yemen, Bosnia Erzegovina, Brunei, Libano, Regno Unito, Palestina, Algeria, Ucraina, Iran, Malesia, Indonesia, e altri), la lettera è stata indirizzata anche ad altre figure primarie della cristianità ortodossa, anglicana e di nuova costituzione.

Il tema di questa lettera (che consiglio caldamente di leggere nel suo testo originale, che può essere scaricato QUI in inglese, italiano, francese e arabo) è la possibilità di avvicinare i rispettivi credo, superando differenze e divergenze, sulla base del riconoscimento dei principi comuni che caratterizzano l'Islam e le religioni di matrice cristiana.
Citando versi della Bibbia, dei Vangeli e del Corano, gli eruditi firmatari della missiva mostrano come per ognuna delle religioni citate, esista uno e un solo Dio, indipendentemente dal nome e dagli attributi "divini" riconosciuti.

Ma l'aspetto più importante evidenziato dalla lettera, è la vicinanza che le religioni monoteiste mostrano nei precetti, cioè negli insegnamenti morali. Che importa riconoscere un unico Dio, se poi le regole morali stabilite sono diverse? Come si potrebbe conciliare una religione che invita all'amore e il perdono, con una che inneggia alla morte e all'odio?
Questo dissidio non esiste, anzi. Nel Corano, dicono gli autori della lettera, così come nei Vangeli e nella Bibbia, è scritto "ama il tuo prossimo", e commentano affermando: "senza dare al prossimo ciò che noi amiamo, non dimostriamo vero amore né verso il prossimo, né verso Dio".

Se dunque le maggiori differenze sono formali, cosa impedisce un avvicinamento fra Islam e cristianità, religioni che assieme riguardano circa il 54% della popolazione mondiale?
È vero, il cristiano santifica Dio in una liturgia che prevede di bere del vino, mentre al musulmano viene fatto divieto di ogni alcolico. Si prega in maniera differente, ma in fondo non è solo una pura formalità il "come" pregare, e a maggior ragione il cosa mangiare, bere, vestire, rispetto al cuore spirituale dell'insegnamento religioso, che è nel caso di Islam e Cristianesimo, la compassione, la pietà, il senso di appartenenza ad una comunità in cui le persone si aiutino l'un l'altro e si rispettino?

Questo in estrema sintesi il richiamo di A Common Word, ad un anno dall'orazione di Papa Benedetto XVI che fece tanto scalpore e sollevò l'indignazione del mondo colto musulmano. La stranezza sta nel fatto che una dichiarazione così elevata, nel segno della pace e della comunione, sia passata inosservata (ho cercato su ANSA.it e ADNKRONOS, due grandi agenzie giornalistiche, ma non ho trovato alcun riferimento neppure di sfuggita), mentre il "casus belli" dell'anno scorso riempì le pagine di telegiornali e quotidiani per settimane.

Concludo con le stesse parole di buon auspicio, con le quali gli autori chiudono la loro missiva:

"Facciamo quindi in modo che le nostre differenze non provochino odio e conflitto tra noi. Gareggiamo gli uni con gli altri solamente in rettitudine e in opere buone.
Rispettiamoci, siamo giusti e gentili, e viviamo in pace sincera, nell'armonia e nella benevolenza reciproca. Dio dice nel Sacro Corano:

E su di te abbiamo fatto scendere il Libro secondo Verità, a confermare le Scritture precedenti e preservarle da ogni alterazione. Giudica tra loro secondo quello che Dio ha fatto scendere, non conformarti alle loro passioni allontanandoti dalla verità che ti è giunta. Ad ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via. E se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità, ma ha voluto provarvi con l’uso che farete di quel che vi ha donato. Gareggiate dunque nelle opere buone: voi tutti ritornerete a Dio ed Egli allora vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi.
(Al-Ma’idah, Sura della tavola imbandita 5:48)"

mercoledì 10 ottobre 2007

Giudizi internazionali sulla Finanziaria 2008



Quando viene annunciata una legge Finanziaria, è inevitabile che si sollevi un coro di proteste, persino qualora quella legge sia davvero la migliore possibile. Sindacati, partiti all'opposizione e "vox populi" si scagliano contro e, chi per un motivo, chi per un altro, manifestano in ogni possibile piazza il proprio dissenso.

Dunque, niente di nuovo nel leggere le critiche di Confindustria (nonostante il bel regalo del taglio all'IRES) e dei sindacati. La mia giovane memoria non ricorda un anno in cui queste parti sociali abbiano assentito con gioia alle scelte del governo in carica, fosse esso di destra o di sinistra.

Un po' più interessanti le osservazioni degli organismi tecnici. Mario Draghi alla guida di Banca d'Italia sembra pensarla come gli economisti de LaVoce.info, quando afferma: "I progressi nella riduzione degli squilibri di bilancio sono modesti" [ANSA], e anche la Corte dei Conti ha recentemente espresso "perplessità e preoccupazione" sulla manovra, dato che "il nodo della finanza pubblica resta non risolto" [ANSA].

Ancora più interessante appare rilevare la percezione che, all'estero nelle sedi opportune, si ha di questa Finanziaria.
Il commissario europeo agli affari monetari, Joaquin Almunia, è stato lapidariamente critico sostenendo che si tratti di una Finanziaria non ambiziosa, e soprattutto insufficiente sul lato del contenimento del debito italiano: "Al di là della correzione del deficit eccessivo, non possiamo ignorare che l’Italia ha un debito pubblico insostenibile, che ogni anno costa il 4,5% del Pil. Questa situazione non può protrarsi all’infinito". [Il Tempo]
Le società di rating, come Moody's, Fitch e S&P, non hanno migliorato il punteggio del debito italiano, già degradato circa un anno fa. "Senza interventi sulla spesa pubblica di natura strutturale – dicono da Moody’s – si ritiene che nel lungo periodo possa rivelarsi difficile affrontare il disavanzo di bilancio" [l'Occidentale]

Le stime per la crescita italiana sono rivedute al ribasso dal Fondo Monetario Internazionale (nel quale, per inciso, il nostro Padoa Schioppa è stato nominato nuovo Presidente del comitato finanziario e monetario), che dal 1,7% stimato in metà settembre passa al 1,3%, un valore inferiore al 1,5% previsto dall'attuale governo. [ilSole24Ore]

È da dire che qualche giudizio positivo è venuto dalla stampa economica, in particolare dal Wall Street Journal e dal Financial Times, mentre rimane estremamente critico l'Economist.

In conclusione di questa veloce rassegna, due parole di commento.
Tutte le critiche internazionali vertono sull'occasione mancata di ridurre il debito pubblico impiegando l'extragettito. Prodi ha ribattuto che non si può pensare solo agli aspetti finanziari, e che un paese con i conti in pareggio subito, può diventare un paese morto di fame altrettanto rapidamente.
Personalmente concordo, in astratto, con questa idea di Prodi, anche perché un paese forte dal punto di vista produttivo, che si avvantaggia di un mercato interno per sostenere le proprie imprese, è un paese che può fronteggiare il rimborso futuro di un debito anche molto alto, come hanno dimostrato negli anni passati le esperienze Giapponese e Statunitense.
Tuttavia, c'è da dire che l'extragettito è stato speso male, e non porterà ad un miglioramento sensibile del mercato interno, o della ricerca italiana, o del tessuto produttivo. Questo perché si è scelta una via di microinterventi, di spese una tantum e soluzioni che hanno più della propaganda politica che non dell'intervento economico mirato ad ottenere un risultato.

Rimango quindi della mia idea espressa pochi giorni fa (in questo articolo). L'extragettito dovrebbe essere utilizzato o per ridurre il debito, come ci spingono a fare i nostri partners europei, oppure per un programma, serio e ben meditato, di ripresa dei consumi e del prodotto nazionale.
Le vie di mezzo, tipiche della politica "mediana" all'italiana, in questo caso sono controproducenti e rischiano di affossare un'economia già da tempo in crisi.

martedì 9 ottobre 2007

Google Phone: la guerra dei telefonini di nuova generazione è iniziata




Google, che recentemente ha sfondato il valore di $ 600 ad azione, si appresta a lanciare il suo telefonino di ultimissima generazione, che i media ribattezzano "GPhone" quasi a voler sottolineare la competizione con l'iPhone di casa Apple.

Il New York Times ne parla ieri, e il Sole24Ore fornisce qualche informazione in più: "non un telefonino, ma un sistema operativo per cellulari", in collaborazione piuttosto che in concorrenza con Nokia, Samsung, Sony-Ericsson. Cioè, esattamente quello che auspicavo in un articolo giusto qualche settimana fa (qui l'articolo del 18/9) in cui spiegavo come iPhone potrà essere una di due cose: un successo clamoroso quale nuovo standard dei sistemi operativi per telefoni portatili, oppure la seconda occasione mancata per Apple, come quando ritirò le licenze ai produttori Macintosh "terze parti" e tornò a fare tutto da sola.

Dunque, se Steve Jobs preferirà la via tradizionale, rischierà di perdere rapidamente mercato. È infatti evidente che l'offerta di questo GPhone sarà dirompente. Immaginiamo solo le funzioni che Google può offrire fra quelle già esistenti: Google Maps, Google Earth, il motore di ricerca su Internet (ovviamente), Youtube, Picasa, servizi di email e gruppi di discussione, news, applicazioni Office gestibili in remoto (in pratica è come avere Word, Excel, ecc. sul telefonino), Ride Finder (per trovare taxi e altri mezzi di trasporto), traduttore multilingue, Blogger, e altro.

Lo scenario si fa interessante, presto si potrebbe poter scegliere fra un iPhone molto cool e dall'interfaccia intuitiva, o un Nokia con software Google strapieno di funzioni e servizi basati sul Web. Anche Microsoft con il suo Windows Mobile 6 non perde tempo: offre versioni leggere di Office e Outlook per telefonino, e il supporto per Windows Live che comprende, in un pacchetto integrato, Messenger, gestione email, ricerca sul Web, e supporto per blog e image sharing.

Chi vincerà la "guerra dei telefonini", un mercato oggi ricchissimo dato che riguarda, solo in Europa, più del 90% della popolazione?

lunedì 8 ottobre 2007

Il manicheismo come strumento dialettico




Il Manicheismo è una religione gnostica fondata da Mani (216-277 d.C.) in Medio Oriente. Questa religione-filosofia ebbe un enorme successo e diffusione, quasi soppiantando per un certo periodo il cristianesimo in tutta l'area mediterranea.

Paul Watzlawik, noto scrittore e ricercatore di psicologia, descrive così il pensiero di Mani : "era sostenitore di un radicale dualismo, di un inconciliabile contrasto luce e tenebra, spirito e materia, dio e demonio; un contrasto risolvibile solo con la vittoria assoluta del Bene. Appare tuttavia dubbio che i nostri antenati abbiano davvero atteso la venuta di Mani per dividere il mondo in principi contrastanti: Adamo ed Eva, ben prima di Mani, mangiarono all'albero della conoscenza e impararono a distinguere tra bene e male. E anche gli animali sembrano cavarsela abbastanza bene con questa filosofia: mangiare è bene, digiunare è male, essere mangiati ancora peggio - così va il mondo, e per comprenderlo non è certo necessario essere filosofi."

La visione manichea del mondo che classifica ogni elemento dell'esperienza in due macrocategorie totalmente disgiunte è oggi un potente strumento al servizio della dialettica, e rimane un pensiero latente nonostante le critiche già all'epoca mossevi da Sant'Agostino, che scriveva: "Vi chiedo dunque: chi è codesto Mani? Risponderete: Un apostolo di Cristo. Non ci credo. Non avrai il mio assenso qualunque cosa tu possa dire o fare; tu infatti mi promettevi la conoscenza della verità, e adesso mi costringi a credere ciò che non so" (un disinformatore ante litteram, insomma).

Anche Schopenhauer nel suo "l'Arte di ottenere ragione" includeva fra i consigli per averla vinta in una disputa, lo strumento manicheo: "per fare in modo che l'avversario accetti una tesi, dobbiamo presentare la tesi opposta e lasciare a lui la scelta, avendo l'accortenza di esprimere tale opposto in modo assai stridente, cosicché, se non vuole essere paradossale, egli deve risolversi alla nostra tesi che invece appare molto probabile".

Il manicheismo come strumento dialettico è oggi ampiamente utilizzato nei dibattiti di politica come nell'esposizione di notizie su telegiornali e quotidiani. Prendiamo il classico programma (pensiamo a Ballarò, Matrix, Porta a Porta, o altro talk-show similare) in cui vengano invitati politici ed altri esponenti della società per dibattere di un dato tema. Generalmente il discorso tenderà a polarizzarsi su due schieramenti opposti, il più delle volte combacianti con gli schieramenti dei bipolarismo politico destra-sinistra. Le voci che eventualmente intervengono ad offrire un terzo punto di vista, raramente sono accolte e discusse dai presenti, quasi fossero un elemento di disturbo.
Un esempio ci è stato offerto poco tempo fa in una trasmissione RAI, ospiti l'on. Bertinotti, il direttore de ilSole24Ore e Oscar Giannino. Il tema era il precariato e si scontrarono da un lato Bertinotti, il quale incarnando la visione dominante di sinistra propendeva per il ritorno ad una tutela forte del contratto di lavoro per tutti, e dall'altro lato De Bortoli che affermava la necessità della flessibilità. La "terza voce", in quell'occasione la più saggia, ovvero Oscar Giannino che tentava di portare avanti un discorso sugli ammortizzatori sociali italiani, fu quasi del tutto ignorata.

Altro esempio, le guerre in Medio Oriente. Il chiamare continuamente "terroristi" coloro che, armi alla mano, combattono contro le truppe USA stanziate in Afghanistan e Iraq, è un mezzo per accentuare una visione manichea dello scenario mediorientale. In questo modo anche la guerriglia iraquena di resistenza agli invasori, diventa "terrorismo". Anche la politica internazionale di uno stato sovrano come l'Iran, o fenomeni di neonati potentati locali nelle zone periferiche dei territori occupati, sono tutti ammantati sotto la larga definizione di "terroristi".
Questo gioco di parole è utile non solo all'amministrazione Bush per mantenere un'apparenza di lotta fra bene e male (la "guerra al terrore" della propaganda americana), ma è utile anche ad alcuni oppositori. Il governo iraniano e i comunicati di Al-Qaeda utilizzano la stessa semantica per indicare il "nemico": gli infedeli, gli occidentali, gli euro-americani, si confondono in una indistinta classificazione che avalla la visione manichea e aiuta la propaganda integralista.

Tornando alla politica interna, il vento prelettorale si fa sentire. Ritorna il manicheismo del "noi siamo meglio di loro", con le solite polemiche già viste a partire dal '93, anno di "discesa in campo" di Berlusconi.
Alle critiche alla legge Finanziaria, si risponde che è un compromesso, ma che ha il pregio di "iniziare a ridurre la spesa pubblica, cosa mai fatta prima" (questo in sintesi il pensiero di Padoa Schioppa espresso ieri in un'intervista con Lucia Annunziata). Cioè: il debito pubblico rimane altissimo, ma noi ci si deve contentare perché un inizio di riduzione come questo, il governo precedente non lo ha mai fatto.
L'opposizione dal canto suo cerca di cavalcare il momento di malcontento, critica gli aumenti delle tasse del governo Prodi, senza alcun pudore visto che nei loro 5 anni di governo hanno causato un aumento vertiginoso della spesa pubblica, dunque rimandando al governo successivo un gravame non da poco. Ed infatti questa è l'arma di difesa utilizzata dal governo: "è colpa della CdL, hanno speso troppo". Manicheismo, noi contro loro. Giustificazioni e scuse che riempiono il palcoscenico mediatico e lasciano fuori le proposte nuove.

Tutto questo nella piena aderenza alla filosofia di Mani, per cui: Tertium non datur.
Con buona pace del povero Sant'Agostino e della sua critica.

mercoledì 3 ottobre 2007

La piccola rivolta



Nel passato antico, quando le condizioni di vita diventavano insostenibili per il popolo, scoppiava una rivolta. Alcune di queste ribellioni contro il potere dominante sono passate alla storia, come la rivoluzione francese, la sollevazione della plebe romana che incrociò le braccia rifiutandosi di produrre il pane (una forma ante litteram di sciopero), la rivolta napoletana capeggiata da Masaniello nel 1647.
Sovente queste rivolte sono state l'epilogo di un lungo periodo di ristrettezze. I rivoltosi, a ragione o a torto, individuando nei regnanti i responsabili del malessere, mettevano a ferro e fuoco il paese, rovesciavano governi, ponevano insomma in essere una serie di atti (solitamente violenti) per ripristinare una qualche equità nella distribuzione delle risorse.

L'età moderna ha, con le parole di Erich Fromm, "spezzato la spina dorsale spirituale dell'uomo". Oggi non ci si ribella con la stessa facilità, esistono molte valvole di sfogo al disagio, e spesso una manifestazione in piazza allevia l'incazzatura quel tanto che basta a far tornare a casa le persone, tranquille e con la sensazione di aver fatto comunque qualcosa di buono. Lo stesso V-Day di Beppe Grillo è una forma di valvola di sfogo: la gente segue lo spettacolo e le testimonianze sul palco, ride, si indigna, poi tutti tranquilli a casa. Magari qualcuno coltiverà l'illusione di poter cambiare l'Italia con una lista civica, che difficilmente supererà gli elevati sbarramenti previsti dall'attuale legge elettorale.

Ma ciò può avvenire con la pancia piena, quando i beni primari sono ancora accessibili pur in ristrettezze: cibo, acqua potabile, una casa.
Cosa succede quando perfino il minimo indispensabile è a rischio? Nel Mezzogiorno d'Italia consistenti fette di popolazione hanno vissuto senza il minimo necessario, e questo avviene da circa 150 anni, cioè da quell'unità d'Italia che ha sottratto risorse e impedito lo sviluppo industriale a tutta la penisola italica a sud di Roma. Derubati dei ricchi opifici campani, ridotti al minimo i prezzi corrisposti agli agricoltori, sottratte le grandi banche meridionali (Banco di Sicilia e Banco di Napoli), al sud è rimasta l'emigrazione dei giovani verso le conurbazioni settentrionali. Chi rimane, spesso si rassegna all'incapienza o si offre al crimine.

Ieri un gruppo di siciliani, composto da circa 18 persone disoccupate ed ex-detenute, ha dato vita ad una piccola rivolta davanti alla sede della Regione Sicilia a Palermo, incendiando cassonetti e facendo la voce grossa. La richiesta: un posto di lavoro. [ANSA]
Il TG1 ha dato la notizia stamane infarcendo la notizia di commenti dispregiativi, sottolineando che non si fa così, è un comportamento incivile, si tratta di pochi facinorosi già individuati dalle forze dell'ordine, ecc. ecc.
Ma immaginiamo un detenuto, magari uscito dopo anni di pena carceraria o per l'indulto, nella Sicilia della disoccupazione permanente (il tasso di disoccupazione siciliano è al 17%, quello giovanile supera il 40%). Senza soldi, senza grandi prospettive (provate a presentarvi ad un'azienda con precedenti penali), non trova un lavoro neppure fra quelli più disgraziati. E prima di lui, in fila, i disoccupati cronici con la fedina penale pulita, pronti ad accettare qualsiasi impiego. Ecco, in una situazione come questa, se un cittadino non vuole soggiacere alla criminalità organizzata ma neppure morire di fame, cosa dovrebbe fare?

Io credo che sia ora che il cittadino italiano torni a pretendere, anche facendo la voce grossa, il proprio diritto a partecipare al benessere nazionale. Il sistema rappresentativo democratico funziona nel momento in cui i politici eletti sono responsabilizzati e indotti a dar conto all'elettorato del loro agire. Negli altri paesi europei, uno scandalo sui giornali può decretare la fine di un politico. Qui in Italia, abbiamo il peggio del peggio al Parlamento, e nessuno scandalo per quanto enorme è riuscito realmente ad abbattere i potentati italiani.
Contro il muro di gomma della cattiva politica italiana, se la pretesa democraticamente espressa non basta, quale altro strumento rimane al cittadino che si trova al fondo della scala sociale, se non quella della rivolta "alla Masaniello"?
Questa considerazione permette di comprendere quanto importante sia il discorso attorno al welfare nazionale: per giustizia sociale, per supportare i consumi nazionali, ed anche per la sicurezza dei cittadini.

martedì 2 ottobre 2007

La Finanziaria "chimerica" spiegata ai non addetti ai lavori




Un articolo di T. Boeri e P. Garibaldi pubblicato su LaVoce.info, intitolato "Come dilapidare il tesoretto", ha espresso senza riserve un giudizio negativo sulla Finanziaria 2008, che non riduce l'indebitamento italiano, né favorisce con misure determinanti la crescita del paese.
Ripreso l'articolo dal quotidiano La Repubblica, giunge rapida la risposta del Ministro Giulio Santagata che cerca di difendere le scelte del governo. [LaVoce.info]

Ma in termini semplici e comprensibili ai non addetti ai lavori, cosa sta succedendo?
Il governo è posto ogni anno davanti a diverse scelte di politica economica. Può decidere di usare le tasse per ripagare il debito pubblico, così lo stato avrà in futuro meno interessi finanziari da corrispondere. Oppure, può decidere di spendere i soldi per la crescita e il sociale, in questo caso lasciando il debito com'è o aumentandolo.

Solitamente alle due politiche qui brevemente descritte corrispondono effetti diversi sul sistema-paese: una politica "restrittiva" di riduzione del debito significa meno risorse per la gente, si sceglie cioè di "soffrire un po'" per risanare i conti. Questa scelta è di solito quella consigliata nei momenti di maggiore ricchezza, quando l'economia nazionale cresce e genera più entrate fiscali e la popolazione riesce meglio ad assorbire eventuali riduzioni di spesa pubblica.
L'altra politica, quella dell'aumento della spesa, contribuisce a far crescere il debito pubblico ma, se indirizzata a determinati destinatari con il fine di incentivare i consumi o agevolare determinate attività produttive, sollecita la crescita economica e quindi, la capacità del paese di ripagare il debito in futuro. È un po' come quando una persona contrae un mutuo per acquistare un nuovo impianto per la propria industria, contando sulla capacità di produrre, grazie ad esso, reddito sufficiente a ripagare le rate e avere anche un profitto.

Fin qui tutto chiaro e semplice. Tuttavia nel caso dell'Italia del 2007, il governo sceglie una strana via di mezzo.
Il prelievo fiscale infatti è aumentato non tanto per la crescita della nostra economia, quanto piuttosto per un aumento di controlli fiscali e previsioni tributarie. Si è venuto a creare così il cosiddetto "tesoretto", cioè qualche miliardo di euro di tasse. A questo punto il bivio per il governo: spenderlo per ridurre il debito (come richiedono gli accordi europei), o spendere per dare un'accelerata alla crescita del PIL?
La scelta adottata è un ibrido poco riuscito fra le due, una vera chimera. Mentre infatti il debito non viene ridotto (è questa la critica degli articolisti de LaVoce.info), non viene neppure programmata una spesa per ridare spinta al paese. Infatti, tolti alcuni capitoli degni di menzione (investimenti in case popolari, rimodulazione delle tasse sulle imprese, piccoli sgravi per le famiglie con abitazione in affitto, piccola riduzione dell'ICI, piccolissimo trasferimento di soldi agli "incapienti", cioè a quelle persone che hanno un reddito così basso da non poter utilizzare le esenzioni fiscali) il resto... è niente.

È niente perché non si prevedono interventi volti a tagliare il cuneo fiscale sul costo del lavoro, non ci sono aiuti per le nuove imprese nonostante il chiaro malfunzionamento della gestione dei fondi strutturali e sociali da parte di Sviluppo Italia. Non ci sono previsioni per sostenere il reddito delle famiglie, per aiutare i giovani precarizzati, insomma per dare nuova scossa ai consumi e quindi all'economia italiana, che dipende in larga parte dalla domanda interna del paese. Non c'é niente, in questa Finanziaria, per risolvere il problema energetico di dipendenza dagli idrocarburi, né per la ricerca (a parte un credito d'imposta, già esistente, che viene aumentato da 15% a 40%).
Insomma, non c'è nulla che faccia prevedere una possibile accelerazione del prodotto italiano (attualmente crescente ad un ridottissimo 1,5% [ilSole24Ore]) e, di conseguenza, nulla che permetta di sperare in una futura riduzione del debito pubblico (che invece aumenta eccome, con un deficit pubblico del 2,2%).

sabato 29 settembre 2007

Finanziaria 2008: il solito minestrone



Finalmente si apre il sipario sulla prossima legge Finanziaria, sulla quale partono immediatamente grandi proclami: "Cento buone notizie per gli italiani", "questa è la Finanziaria del mantenimento delle promesse", e ancora Prodi: "una Finanziaria di squadra, di cui dobbiamo essere fieri". [ilSole24Ore]

Vediamo i punti salienti (riclassificati a modo mio):

-ICI: si potrà detrarre un importo pari allo 0,133% della base imponibile, fino a un massimo di 200 euro, per l'abitazione principale. Se consideriamo gli aumenti dovuti alle rivalutazioni catastali dell'ultimo anno, forse il gettito ICI complessivo nel 2008 aumenterà nonostante questa agevolazione. Insomma, da che si parlava di esenzioni per la prima casa, si è passati a poter ridurre fino a 200 euro, non un granché.

- Rendite finanziarie: aumento dal 12,5% al 18,5% del prelievo sulle rendite finanziarie (presumo ci si riferisca alla ritenuta a titolo di imposta sostitutiva su dividendi percepiti da persone fisiche, residenti in Italia e proprietarie di partecipazioni non qualificate). Già in un precedente articolo ho espresso i miei dubbi a riguardo. Secondo il portavoce di Visco si tratterebbe solo di una modifica atta a riequilibrare la tassazione in capo al socio azionista in conseguenza delle variazioni introdotte sull'IRES (vedi sotto).
Mi chiedo allora se anche la ritenuta applicata ai soci non residenti verrà elevata, visto che attualmente già maltrattiamo gli investitori esteri applicando loro un'imposta sostitutiva più alta (27% invece di 12,5%).

- Riduzione IRES e IRAP: si annuncia una forte riduzione dell'IRES (dal 33% al 28%) e dell'IRAP (dal 4,25% al 3,9%). Si tratta evidentemente di un'ENORME sconto fiscale alle imprese, con molta gioia per Montezemolo che la richiede a gran voce da quando si è insediato alla presidenza di Confindustria.

- Welfare: cosa propone il governo Prodi per lo stato sociale? Un investimento in case popolari (finalmente una buona notizia) per 550 milioni di euro. Due miliardi di euro per sostenere gli "incapienti", particolarmente giovani e precari (ma sull'esatto programma di spesa non ci sono dettagli, vedremo... una formula del tipo "reddito di inserimento" sulla falsariga della Svezia sarebbe eccellente per sostenere la domanda nazionale, mentre una distribuzione di fondi a pioggia o nella forma di crediti d'imposta, un probabile fallimento). C'è anche uno sconto fiscale per chi ha l'abitazione in fitto (300 o 150 a seconda del reddito, poca roba) e un "Protocollo Welfare" da 1.500 mln/euro, di cui non si sa ancora niente.

- Ricerca, istruzione, infrastrutture: come in ogni Finanziaria sono previsti molti milioni per opere pubbliche. 500 vanno ai trasporti metropolitani, 800 alle ferrovie per opere sulle vecchie tratte e 235 per la manutenzione (anche questa una buona notizia, da pendolare Roma-Napoli ho assistito negli ultimi due anni ad un progressivo peggioramento del servizio FS).
Previsto un aumento del credito di imposta per spese in ricerca dal 15% al 40%. Buono, ma davvero poco visto lo stato della ricerca in Italia.

- Ambiente ed energia: si parla di Taxi ecologici, e di un rinnovo del bonus fiscale per lavori di riqualificazione energetica degli edifici. Ma scherziamo? Dipendiamo per oltre l'80% del fabbisogno energetico dagli idrocarburi, e questo è tutto? Il Regno Unito sta investendo in tecnologie per sfruttare le onde del mare come fonte, e costano molto meno di tante altre spese assurde di questa Finanziaria (come i 500 milioni per "impegni di pace", cioè i militari inviati in Medio Oriente?). Prendiamo esempio dagli amici inglesi e diamoci una mossa.

- Tagli alle spese dello stato: previsti limiti agli stipendi e alle assunzioni pubbliche, e l'uso obbligatorio del VoIP per le telefonate.


È opportuno ora un giudizio complessivo sulla manovra, anche se necessariamente provvisorio viste le poche informazioni rilasciate.

Dal momento in cui si è insediato, il governo Prodi ha alzato il prelievo fiscale soprattutto sulle famiglie (qui un elenco abbastanza completo). Per contro, e indipendentemente dall'attuale governo, gli italiani soffrono un aumento del divario fra ricchi e poveri, un aumento costante del costo della vita particolarmente dovuto alla bolletta energetica, al costo della casa (fitto o ICI), e recentemente anche a rincari significativi sui beni di base (pasta, pane, latte, libri scolastici, benzina).
Oltre a ciò, sussiste sia il problema dello squilibrio INPS, solo rimandato dalla recente manovrina, sia quello, gravissimo, della precarietà del lavoro per i giovani, delle difficoltà di inserimento, e di un trend che vede aumentare il numero di persone le quali, sfiduciate, smettono di cercare un lavoro.

In questo contesto il governo Prodi correttamente prevede un investimento in case popolari per alleggerire l'incidenza del costo dell'abitazione, e prevede genericamente una spesa per welfare e incapienti, su cui mi riservo il giudizio non appena si avranno disponibili maggiori notizie.
Va poi a ridurre, e di molto, il prelievo sulle attività produttive, con un taglio di ben 5 punti percentuali sull'IRES e un taglio dello 0,35% sull'IRAP. Ma quest'ultima arriva dopo un incremento dell'IRAP, dovuto all'addizionale regionale in caso di disavanzo non coperto.

La mia previsione è che il taglio sull'IRES non indurrà nuova occupazione, né un aumento dei redditi delle famiglie. I problemi fondamentali dei cittadini (a parte quanto detto favorevolmente per l'edilizia popolare e il protocollo di welfare) rimangono tali.
Speravo che la sinistra radicale, in questo apparente braccio di ferro con i partners centristi, proponesse una riforma vera del welfare: l'introduzione di ammortizzatori per la disoccupazione come auspicava il prof. Biagi; del reddito di cittadinanza come proponeva, a suo tempo (2002-2003), l'on. Bertinotti; di un piano per l'energia e la ricerca che desse nuovo impulso alle Università e all'Enea, reinvestisse i superprofitti di Enel ed Eni in un'ottica di lungo periodo.
Invece, avremo il solito minestrone: soldi ai costruttori (con la spesa delle ferrovie e in edilizia), micro-interventi fiscali per sollecitare questa o quella spesa, micro-interventi a fini politici per poter dire che "sì, in Finanziaria c'è l'ambiente e c'è il taglio dei costi della politica".

giovedì 27 settembre 2007

Telecom Italia: all'arrembaggio dei vecchi clienti




Si discute in questi giorni delle voci di un possibile prossimo scorporo operativo della rete da parte di Telecom Italia. Fra smentite, critiche e dubbi sull'operazione anche in sede Europea, in attesa delle nuove norme UE in materia di comunicazioni, attese per il 13 novembre, il dibattito si concentra su un punto essenziale: la rete deve essere completamente separata dalle TelCo ex-monopoli di stato che su di essa veicolano i propri servizi telefonici? O è sufficiente, seguento il modello inglese di British Telecom, una separazione solo "funzionale", con la predisposizione di adeguati sistemi di controllo?

Mentre nelle alte sfere si dibatte, mi giunge ieri pomeriggio una telefonata. Premetto di essere un suddisfatto cliente Fastweb da almeno quattro anni, e di aver chiesto il trasferimento della linea telefonica e dati, precedentemente gestita da Telecom Italia, con molta gioia visti i continui disservizi in cui incorrevo. Quindi, dal momento dello switch non ho alcun rapporto commerciale con Telecom Italia, neppure per il canone fisso.

Più o meno ecco il contenuto della telefonata: "Salve, sono della direzione generale di Fastweb. La disturbo in seguito a segnalazioni di alcuni nostri clienti, che affermano di essere stati contattati da Telecom Italia nell'ultimo mese, più volte, per proposte commerciali volte a sostituire l'attuale contratto con una nuova utenza Telecom Italia".

Rispondo che in effetti, siamo stati contattati più volte nei mesi precedenti per offerte inerenti nuovi piani tariffari e connettività (mi pare si trattasse della linea Alice). Parlando con mia moglie, scopro che almeno altre 2-3 telefonate promozionali sono state effettuate nel solo mese corrente.

A questo punto, comincio a lavorare di fantasia. Da quel che mi risulta, Fastweb è l'unico gestore telefonico oltre Telecom Italia a poter vantare una rete fissa proprietaria abbastanza diffusa, almeno fra le città più popolate. Uno scorporo "strutturale" della rete di Telecom, qualora non vi fossero limiti posti dall'UE anche per le aziende private non ex-monopoli di stato, porterebbe a Fastweb un enorme vantaggio competitivo.
Questa tesi può essere sostenuta alla luce delle recentissime affermazioni di Stefano Parisi, AD di Fastweb, che dichiara prossimi investimenti per 2 miliardi di euro per la nuova rete, dopo i già investiti 3,6 miliardi in 7 anni per la realizzazione dell'attuale infrastruttura, che copre, secondo Parisi, il 45% della popolazione italiana. [Milano Finanza]

Parisi chiude affermando: "quello che chiediamo è un quadro regolatorio certo e chiaro". E a tal riguardo qualcosa si muove in Europa, ma anche qui in Italia c'è aria di cambiamento, come ad esempio per la prossima molto attesa, asta per le licenze WiMax. Il WiMax è uno standard che teoricamente consentirebbe la realizzazione di reti senza posa di cavi, anche su aree geografiche molto estese, una possibile alternativa al transito su rete fissa per il traffico voce e dati. Fastweb e Telecom Italia sono ovviamente fra i primi in lizza.
Anche il Ministro Bersani ha recentemente parlato di contributi per la costruzione di una rete veloce e il superamento del "digital divide" nostrano. Fastweb e Vodafone hanno espresso un timore (che sarà venuto in mente a molti), e cioè il rischio che questo contributo si trasformi in un regalo all'ex-monopolio, il quale in assenza di uno scorporo della rete rafforzerà la sua posizione di quasi-monopolista con probabile alterazione della libera concorrenza.

La travagliata storia di Telecom Italia, insomma, non ha mai fine. Certo è che, dopo i pessimi trascorsi di intercettazioni illecite e comportamenti lesivi del libero mercato (come questo e quest'altro), se i piani per il futuro consistono nel soffiare clientela ai concorrenti più competitivi, attraverso campagne pubblicitarie del tipo "telefona all'ex cliente e convincilo che il suo attuale provider è pessimo", meglio propendere subito e senza indugi per uno scorporo della rete che sia totale, strutturale e definitivo.

lunedì 24 settembre 2007

Ahmadinejad e il metodo diplomatico




Mahmoud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica Iraniana dal 2005, si è dimostrato un genio nel gestire le relazioni internazionali.
Assediato dagli Stati Uniti e dalle nazioni aderenti al patto NATO, aperto avversatore dello stato di Israele e sostenitore di un nuovo corso per gli stati mediorientali che dovrebbero, secondo quanto mi pare di intendere dalle dichiarazioni rilasciate, abbandonare la politica filo-occidentale per unirsi in una gestione congiunta dell'area (sembra, questa, una critica mirata a Qatar, Bahrain ed Egitto, forse anche ai sauditi e al Pakistan di Musharraf), Amahdinejad riesce a districarsi attraverso la campagna denigratoria intessuta dalla stampa internazionale senza scomporsi e senza perdere colpi.

All'annuncio dell'avvio del programma nucleare iraniano, si è sollevato un polverone mediatico. Immediata l'aggressione verbale degli Stati Uniti: "intollerabile". Stesso termine, "intollerabile", utilizzato dalla cancelliera Angela Merkel. Ahmadinejad risponde più volte per le rime: "Se ci attaccano gli faremo rimpiangere l'azione", mostra i muscoli e non arretra. Gli speakers occidentali rimangono un po' spiazzati, e intanto Ahmadinejad dopo la sferzata offre la mano, invita chiunque lo desideri a visite guidate dei nuovi centri di arricchimento dell'uranio, poi getta ironicamente acqua sul fuoco sulle affermazioni belligeranti del neo-Ministro francese Kouchner ("non prendiamo sul serio i commenti" avrebbe detto Amahdinejad ai giornalisti).

La comunità internazionale non lascia la presa, viene attivata una procedura in seno all'ONU e da più parti (USA in testa, ora coadiuvati dalla Francia di Sarkozy) si reclamano sanzioni economiche e si adombrano interventi armati. Ahmadinejad fa visitare gli impianti ai tecnici ONU, e intanto si muove ammorbidendo la Russia di Putin che pone il veto in seno al Consiglio di sicurezza e stringe accordi di commercializzazione per Gazprom. Fa visita al presidente venezuelano Hugo Chavez, dichiarato oppositore del governo Bush, e assieme stringono accordi commerciali e di investimento (è previsto a giorni un nuovo incontro fra i due, cui seguirà anche una visita a Evo Morales in Bolivia).

USA e Francia, mentre cercano un modo per aggirare il veto russo, spingono l'ONU all'azione. Ahmadinejad fa spallucce e risponde che "dal nostro punto di vista, il dossier nucleare dell'Iran è chiuso". Ribadisce inoltre: "commette un errore chi pensa di fermare il programma nucleare iraniano con sanzioni economiche". [ANSA]
Le dichiarazioni del ministro Kouchner sono ora per un'intensa opera di negoziazione, e anche la Cina si associa ad affermare la propria contrarietà ad azioni militari contro l'Iran: "riteniamo che i negoziati diplomatici siano il modo migliore per risolvere i problemi...ci opponiamo alle minacce incontrollate dell'uso della forza nei rapporti internazionali" ha affermato un portavoce del governo. [AGINews]

E intanto, serafico e sorridente, Ahmadinejad atterra negli USA, nella bocca del leone e preceduto da una settimana mediatica all'insegna di titoli del calibro di "Il pazzo iraniano cammina tra di noi" e "Il male e' atterrato a New York", per un summit delle Nazioni Unite. Non perde occasione per una conferenza presso la Columbia University (lui che è stato professore universitario di ingegneria civile), per uno scambio di idee con studenti e docenti. Avrebbe voluto anche fare una visita a ground zero, ma le autorità lo hanno vietato.
Alla Columbia viene interrotto da manifestanti e finisce quasi in rissa. Il suo commento: "Sono sorpreso che in un Paese che dice di avere la libertà di espressione ci siano persone che vogliono prevenire altre dal parlare" [la Stampa].

Interrogato dai giornali sul programma atomico, risponde quasi stupito: "che bisogno abbiamo di una bomba nucleare?". Sul tema di Israele, contro il quale ha sempre sparato attacchi dai toni un po' forti, smentisce ogni intenzione militarista: "Teheran, ha detto anche Ahmadinejad, non riconosce Israele, perche' e' un regime basato sulla discriminazione e l'occupazione, ma assicura che non saranno lanciati attacchi ne' contro Israele ne' contro altri Paesi" [il Corriere della Sera]
Addirittura, oggi al TG3 vedo Giovanna Botteri a New York, intervistare un gruppo di ebrei ortodossi (abbigliati alla maniera tradizionale, con treccine, zucchetto e abito nero). Interrogati sul pericolo per Israele costituito dall'Iran, rispondono che non è vero, che si tratta di una montatura mediatica dei sionisti israeliani (!!!).

Insomma, Ahmadinejad tiene testa all'impero USA-NATO, si muove come nelle migliori strategie di Sun Tzu, e sembra focalizzare e intensificare l'azione antiamericana (o più esattamente dovrei dire "parallela al sistema economico USA") di stati quali Russia, Cina e Venezuela.
Se riuscirà a trascinare con sé altre nazioni, che siano o meno a forte presenza islamica, ma ricche di risorse petrolifere come il Venezuela e la Russia, il futuro potrà riservarci inediti scenari geopolitici.

Lo si può stimare, temere od odiare, ma è innegabile l'incredibile capacità di Ahmadinejad di cavalcare l'onda mediatica senza mai cadere, in una perfetta alternanza di pugni duri e totale apertura al dialogo o, come un taoista forse direbbe, di "alternanza di ferro e di acqua".

domenica 23 settembre 2007

Euro su, Italia giù?




Un Euro più forte
significa minore competitività delle nostre esportazioni, questo è evidente e viene sottolineato correttamente dal presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. [AGI News]

Significherebbe, anche, maggiore capacità di spesa per la nazione italiana in beni il cui prezzo viene fissato in termini di valuta estera, come avviene per il petrolio e il gas naturale. Invece, i prezzi dei prodotti derivati da idrocarburi non calano mai in Italia, neppure con l'Euro a quota 1,40 rispetto al dollaro.
Pur non avvantaggiandosi mai delle riduzioni dovute al cambio favorevole, le famiglie italiane subiscono, sempre, i rincari dovuti all'andamento dei mercati internazionali. Si prevede ad esempio un rincaro per il mese di ottobre del 1,6% per le tariffe elettriche, e del 2,3% del gas. [ANSA]

Ma allora quelle riduzioni del prezzo relativo dovute al cambio euro-dollaro, dove vanno a finire?
I risultati del settore energetico, ENEL ed ENI in testa con generose distribuzioni di utili [ilTempo], perfino nei peggiori momenti della recente bufera subprime [ilGiornale], portano a sospettare che forse, la vigilanza sull'andamento dei prezzi al consumo dei servizi energetici non sia poi tanto solerte.

Che la soluzione al rincaro dei prezzi della bolletta elettrica e del gas, sia in un investimento di massa da parte delle famiglie in azioni Enel ed ENI? Ma l'Autorità per l'Energia e il Gas non dovrebbe, secondo legge, "garantire la promozione della concorrenza e dell’efficienza" nei settori di sua competenza?

mercoledì 19 settembre 2007

Metaplace: Crea il tuo mondo virtuale




"Mondi virtuali aperti a tutti" titola la BBC. La notizia è deliziosa, anche se è da verificare quanto le affermazioni pubblicate saranno vere una volta che sarà distribuita la prima versione utilizzabile del software.

Metaplace è un software open in via di realizzazione, pubblicato dalla Areae Inc. , una start-up creata da sviluppatori di giochi online di massa di vecchia data (alcuni provengono dal team di Ultima Online).
Detto in poche parole, l'obiettivo di Metaplace è di fornire una piattaforma di sviluppo per ambienti virtuali, completamente modulare, di utilizzo semplice e immediato. Che si voglia realizzare una chat grafica, un MMORPG o un clone di Second Life, Metaplace dovrebbe consentirlo attraverso un sistema intuitivo (gli sviluppatori dicono che durante le loro prove, hanno creato una chat basilare in meno di 5 minuti).
Inoltre, Metaplace sarà direttamente interfacciabile col Web. Ad esempio, dovrebbe essere possibile inviare informazioni dal mondo virtuale verso l'esterno attraverso RSS feed o XML, consentendo così un sacco di cose carine, come introdurre notizie (o pubblicità...) dal mondo "reale" in quello virtuale, o consentire lo scambio di messaggi da (e verso) pagine HTML, e così via.

Ma l'idea vincente sta nel fatto che Metaplace non è un mondo già costruito, ma piuttosto un tool per creare mondi. Esistono già fenomeni del genere che sfruttano videogames online come Ultima Online e Neverwinter Nights, ma questi sono legati al mondo originario sviluppato dalle rispettive software houses, sono insomma mondi chiusi dove la possibilità di introdurre grafica, elementi di logica (come il comportamento dei personaggi che si muovono autonomamente nel mondo virtuale) o regole di comportamento fisico dell'ambiente sono estremamente limitate. Metaplace invece, ambiziosamente mira alla massima libertà espressiva: "puoi arraffare un'intera directory di contenuti grafici e utilizzarla come base per blocchi di modulo" scrivono sul website, "o inserire un sistema di movimento con un copia&incolla".

Le possibilità paiono infinite. Se la metà di quanto affermato dagli svilupaptori di Areae Inc. sarà vero, potremmo dire addio al vasto mondo dei mondi virtuali proprietari, come Second Life, Habbo et similia.

martedì 18 settembre 2007

iPhone: perché è già un successo




Ho resistito fino ad ora a non parlare di iPhone, l'ultimo appetibile giocattolo di Steve Jobs e Apple, non perché me ne sia disinteressato o per volontà di distinguermi dalle masse (seguo la nascita di questo prodotto da quasi un anno), ma per un sovraffollamento dei media internettiani che ne chiacchierano in tutte le salse e da qualunque punto di vista.

Dunque, iPhone. Una delle parole più taggate in Technorati, dei temi più discussi nella blogosfera ed ora, dopo il lancio ufficiale negli USA e un rincorrersi di voci su quello europeo, anche sui quotidiani che si interrogano su quali TelCo chiuderanno l'affare con Apple.

C'è già chi lo ama e chi minimizza. I detrattori dicono che è solo fumo, in fondo telefonini multifunzione che siano anche lettori mp3, videocamere e con accesso al Web ce ne sono da tempo e delle migliori marche.
Ma anche al lancio di iPod si diceva lo stesso, cioè che a parte il design carino e l'interfaccia intuitiva, non portava nulla di nuovo nel panorama dei lettori digitali portatili, eppure si guardi oggi il successo planetario che ha avuto. Qual è allora l'elemento che decreterà il successo, se (come pare dalle prime vendite USA) vi sarà, di iPhone?
Decisamente io propendo per indicare nell'interfaccia la vera svolta di Apple.

Quando circolavano i primi personal computers, esisteva una barriera psicologica che tratteneva le persone dall'utilizzare terminali con comandi scritti (come il vecchio DOS): tutto avveniva tramite tastiera, senza alcuna intuitività, un po' come l'odierno Linux qualora venga installato senza shell grafica. Poi arrivarono le prime interfacce grafiche, e con esse il mouse. Grazie ai sistemi operativi Macintosh e Windows oggi un file si copia "trascinandolo", una pagina si visualizza facendo "clic" e così via, più o meno allo stesso modo in tutte le versioni di Windows e MacOs.
I telefonini invece scontano ancora una non standardizzazione delle interfacce: ciascuna casa di produzione ha una propria disposizione dei menu e dei tasti, una differente gestione degli shortcuts, dei segnali e delle funzioni. Esistono diversi sistemi operativi: Symbian, Windows CE, sistemi proprietari di Nokia, Motorola, Samsung, Sony-Ericsson, ognuno sviluppato indipendentemente dagli altri.

Io vedo un enorme successo per iPhone, non solo perché è cool e pieno di funzioni, ma soprattutto perché l'approccio scelto da Apple, che combina il touchscreen con un'enorme intuitività dei comandi, può diventare uno standard così comodo ed acquisito dagli utenti, che tutti gli altri produttori saranno costretti a corrergli dietro, proprio come avvenne quando i sistemi operativi grafici ruppero la barriera e costrinsero tutti gli assemblatori di PC a installare Windows.

Allo stesso tempo, conoscendo un po' Apple e il sig. Jobs, vedo un potenziale pericolo per questo business. Negli anni '90 la Apple, per la prima volta nella sua lunga storia, si aprì al mondo esterno e rilasciò il proprio sistema operativo ad alcuni produttori esterni. Cominciarono ad esistere così dei pc "compatibili MacOS", proprio come avveniva già per il mondo PC compatibile.
Il MacOS era un sistema superiore, Windows '95 doveva ancora vedere la luce e, quando fu rilasciato sul mercato, era così pieno di bug e scarsamente performante da non costituire una seria minaccia, almeno dal punto di vista tecnico. In quella parentesi temporale in cui il mercato informatico esplodeva letteralmente sotto la spinta del fenomeno Internet, Apple avrebbe potuto espandersi a dismisura guadagnando fette di mercato quale produttore di software a scapito di Microsoft. Il "ritornato" Steve Jobs, succeduto al precedente CEO dopo alcuni risultati di bilancio non proprio rosei, attuò invece una politica che potremmo definire "alla vecchia maniera", disincentivando le licenze di MacOs a terzi e concentrando gli sforzi sul design (iMac) e su iPod.

Non che la scelta di Jobs sia oggi criticabile visti gli ottimi risultati, ma lo stesso errore che ridusse MacOs ad un sistema operativo di nicchia, quando avrebbe potuto avvantaggiarsi di una diffusione ben più vasta, potrebbe ripetersi con iPhone se Apple non sarà attenta a due aspetti critici:
1) evitare di legarsi nel lungo periodo a singole TelCo, e favorire invece la penetrazione di iPhone nel mercato concorrenziale delle tariffe telefoniche. iPhone per essere universalmente accolto come iPod deve essere utilizzabile con qualsiasi provider di telefonia mobile.
2) collaborare con i grandi produttori di telefoni mobili, come Nokia che già è partita al contrattacco. Una strategia di licencing del SO di iPhone, fra un anno o due, potrebbe determinare una leadership di Apple in un nuovo segmento di mercato, quello dei sistemi operativi palm e mobile.

Le differenti strategie di Apple determineranno se iPhone sarà solo "un bel cellulare", oppure un nuovo standard con il quale gli altri produttori di telefonini faranno i conti nel prossimo futuro.

lunedì 17 settembre 2007

Energia dalle onde, nasce un progetto in UK




BBC News, 17-9-07: "Il governo (inglese) ha approvato la progettazione di un impianto su vasta scala per la produzione di energia dalle onde marine, al largo della costa del Cornwall".
[qui la notizia completa]

Sono sempre stato affascinato dall'idea che un ininterrotto fluire di energia circondi il nostro vivere quotidiano. Il vento e le onde del mare ne sono l'emblema, talvolta lievi e altre volte violenti, sempre in movimento.
Le tecnologie più riuscite nel campo della produzione di energia da fonti rinnovabili sono proprio quelle che attingono da questa energia in circolo: dal sole, dal vento, dalle maree.
Nel Regno Unito il governo ha voluto esprimere fiducia ad un progetto ambizioso, che prevede lo sfruttamento delle onde del mare per la generazione di energia elettrica su vasta scala.

Il progetto consiste nel collegare ciascuno dei generatori ad onde (una sorta di grossi pistoni galleggianti mossi dal mare) ad uno smistatore centralizzato, che condurrà l'elettricità alla terraferma attraverso un cavo, posato sul fondale marino, lungo 16 Km.
Idealmente simile ad un impianto eolico off-shore, questo sistema dovrebbe richiedere investimenti molto più contenuti (attorno ai 15 milioni di sterline, circa 21 milioni di euro, per servire 14.000 utenze domestiche) ed avere una vita utile prevista di 25 anni.
Non ultimo, il vantaggio estetico che evita la presenza degli enormi torrioni eolici, visibili anche a grande distanza (a me gli aerogeneratori non dispiacciono affatto, ma c'è chi se ne lamenta, particolarmente in luoghi a vocazione turistica o naturalistica).

Non so quanto una centrale elettrica di questo tipo possa essere esportata nel mondo, e quanti luoghi adatti alla generazione di energia dalle onde esistano per renderla economicamente valida, ma l'idea è certamente interessante e degna di approfondimenti anche qui in Italia, dove pur difettando delle grandi onde oceaniche, siamo circondati dal mare.

mercoledì 12 settembre 2007

Precariato, Bertinotti e ilSole24Ore: posizioni opposte senza soluzioni?




Ieri sera è andata in onda l'ultima puntata di "Viva l'Italia", programma in diretta condotto da Riccardo Iacona.

Presenti i seguenti ospiti: Fausto Bertinotti, attuale presidente della Camera dei Deputati; Ferruccio De Bortoli, direttore del quotidiano ilSole24Ore; Oscar Giannino, direttore del quotidiano Libero Mercato.

Nel corso della trasmissione è stata presentata un'intervista al prof. Luciano Gallino, sociologo e studioso del mercato del lavoro. In essa il professore ha esposto le sue ben note critiche al precariato, definendolo un fenomeno che distrugge l'individuo, i suoi affetti e le sue relazioni all'interno della società.
A seguire, un breve dibattito sull'argomento ha visto contrapporsi il Presidente Bertinotti a De Bortoli. Il canovaccio della discussione è già noto e non porta novità: Bertinotti ha sostanzialmente avallato la critica di Gallino alla legge 30 (c.d. legge Biagi), e ha auspicato un ritorno ad una tutela "forte" del contratto di lavoro, rigorosamente a tempo indeterminato, lasciando spiragli per forme flessibili solo quali strumenti per favorire l'ingresso al mercato del lavoro.
Dalla parte opposta De Bortoli il quale, in linea con la tradizionale posizione di Confindustria, sottolinea come solo grazie all'introduzione di forme di lavoro flessibile si è riusciti a ridurre drasticamente la disoccupazione e il lavoro nero nel nostro paese.

Chi ha ragione? Gallino-Bertinotti che vogliono ridimensionare i contratti flessibili, o De Bortoli-Confindustria che invece sostengono la flessibilità occupazionale e contrattuale?
La mia risposta è: nessuno dei due.

Un'annullamento della flessibilità significherebbe accentuare drasticamente il dualismo, già invasivo nel mercato del lavoro italiano, che vede da un lato gli occupati "insider", dotati di contratto di lavoro a tempo indeterminato e fortemente tutelati dalla legge e dai sindacati, e dall'altro lato, una moltitudine di persone che non riescono ad entrare nel mondo dorato degli insiders (è il caso dei più giovani), o che una volta estromessi non vi rientrano, e si barcamenano in lavoretti temporanei e/o irregolari e/o sottopagati, esattamente come avveniva prima dell'introduzione di Co.co.co., lavoro interinale e simili.
Una situazione di questo tipo si può riscontrare oggi in Giappone, dove il numero di impiegati part-time o irregolari è cresciuto fino ad arrivare, nel 2006, al 30% degli occupati del paese. Questi lavoratori guadagnano in media il 60% in meno dei colleghi regolari. Secondo l'OCSE, in Giappone le differenze fra ricchi e poveri sono fra le più alte dei paesi industrializzati, e questo fenomeno sta investendo l'economia nazionale nel suo complesso, come mostrano gli indicatori macroeconomici più recenti. [FinanzaOnline.com]

Dall'altro lato, l'idea di Confindustria è altrettanto negativa. Un mercato iperflessibile, sul modello angloamericano, corrisponde a un "brutto mondo", come i precari testimoniano continuamente, in Italia (Schiavi Moderni è un libro scaricabile gratuitamente) e anche nel Regno Unito (The Idler è un giornale online che critica, con molta ironia, la flessibilità del lavoro nel Regno Unito).
Ma soprattutto, il precariato ha effetti nefasti sull'economia del paese. Una persona che non ha la ragionevole certezza di un reddito mensile, è portata ad assumere profili di consumo e risparmio molto diversi, che impattano sul sistema economico nazionale. Oggi la propensione al risparmio dell'italiano medio è calata clamorosamente, da che l'Italia era la nazione (negli anni '60 e '70) con il maggior risparmio pro capite del mondo.
Allo stesso tempo, i consumi sono erosi da spese necessarie. Secondo dati ISTAT del 2006, il 31% del reddito di famiglia va alla casa e le utenze: elettricità, gas, acqua. Tolte le tasse, tutte in aumento (anche l'ICI, nonostante sia Berlusconi sia Prodi abbiamo affermato di volerla ridurre, aumenta attraverso rivalutazioni catastali in atto da qualche mese), altre spese per cibo, abiti, scuola e spese sanitarie, è evidente che il reddito residuo spendibile è ben poca cosa, e spiega perché le pubbilcità in TV, radio e giornali siano piene di società per il credito al consumo.

Quale può essere, dunque, una terza via? Nel corso della puntata di Viva l'Italia, Oscar Giannino lo ha detto chiaramente: un mercato del lavoro flessibile, MA con l'introduzione di strumenti a sostegno della disoccupazione generali e consistenti, sulla falsariga del modello vigente in Danimarca.
Esistono numerosi studi che sottolineano sia l'efficacia di questo modello e il suo potenziale apporto in termini di maggiore efficienza del mercato del lavoro, sia la sostenibilità per i conti pubblici italiani.
A differenza di quanto molto brevemente sostenuto da Bertinotti nel corso della trasmissione, cioè che tale strumento sarebbe troppo costoso per un paese grande come l'Italia (mentre la Danimarca, più piccola, può permetterselo), vi sono numerosi studi di prestigiosi economisti, ad esempio: Tito Boeri su laVoce.info, Renata Targetti Lenti, e lo stesso on. Bertinotti che nel giugno 2001 presentava una proposta (DDL C 872 del 15/6/2001, presentata da "Bertinotti e altri") in cui proponeva l'introduzione di una "retribuzione sociale", che dicono il contrario.
Basti pensare che uno strumento del genere (di "reddito minimo garantito", o un più contenuto "ammortizzatore generale per la disoccupazione") andrebbe a sostituire tutti gli altri strumenti concorrenti, come l'istituto della CIG. Consentirebbe inoltre riforme serie dell'INPS e una riduzione degli impiegati statali in eccesso.

Insomma, se è vero che la politica non deve asservirsi all'economia (intesa soprattutto come poteri forti nel mercato), è pur vero che farebbe bene ad utilizzare gli strumenti delle scienze economiche per scegliere dove dirigere il proprio timone.