martedì 5 agosto 2008

"Faccia di bronzo" Greenspan



Certa gente non ha pudore, proprio per nulla!

Alan Greenspan, l'ex chairman della banca centrale americana FED, uno dei personaggi maggiormente additati quali colpevoli (o quantomeno, rei di mancato intervento) del sentiero che ha portato il sistema finanziario USA al caos che impera da più di un anno, con fallimenti a catena di istituti di credito ed effetti negativi sull'economia reale di tutto il mondo, quell'Alan Greenspan che avrebbe potuto (dovuto?) intervenire sul mercato finanziario con regole più rigide e/o un giro di vite sul costo del denaro (troppo basso per troppo tempo)... la settimana scorsa rilascia un'intervista alla CNBC, in cui candidamente commenta l'attuale crisi finanziaria criticando gli eccessi che l'avrebbero causata.

Così, come un passante casuale, ci racconta che l'attuale recessione è un "fenomeno che accade una volta in un secolo". Ci dice anche che non vi era altra soluzione se non nazionalizzare le perdite dei colossi Fannie Mae e Freddie Mac, che crede probabile una recessione più che una ripresa rapida, e che non siamo assolutamente alla fine della storia per quanto riguarda i prezzi delle case americane.
Non pago di tanta saggezza elargita, scrive ieri un articolo sul blog di Martin Wolf, in cui mescola dati affermando che la crisi non è stata causata da ineizioni di liquidità a sproposito da parte della FED, ma piuttosto da... uhm... globalizzazione? Premi di rischio troppo bassi? Sinceramente non comprendo il rapporto causale fra queste cose, né cosa c'entri il suo suggerimento di non tentare di bloccare i mercati competitivi e la loro flessibilità, con regolamenti e quant'altro.

Il miglior commento a riguardo di queste affermazioni ballerine lo fornisce Peter Schiff su Asia Times Online, che osserva: "il comportamento di Greenspan è simile a quello di uno spacciatore di droga in pensione che si lamenta del degrado urbano causato dalla crescente tossicodipendenza".
E il suo appellarsi alla "mano invisibile" smithiana è quasi ridicolo. Il suo compito in qualità di chairman della FED sarebbe stato di regolamentare quantomeno il corretto fluire delle informazioni circa la rischiosità degli impieghi subprime, in modo tale che il premio di rischio si innalzasse al livello "giusto". Nessun impedimento al libero mercato, dunque, anzi un aiuto necessario al suo corretto funzionamento (Greenspan probabilmente non ha mai letto Leijonhufvud, e crede ancora che ci sia un "banditore" che avvisa gli intermediari dei prezzi "giusti", il tutto automaticamente).

Dunque Greenspan consiglia (ancora?!) di abbassare ulteriormente i tassi di sconto (già ridotti da Bernanke a livelli reali negativi), di non ipotizzare alcun intervento pubblico, e lasciare che il libero mercato aggiusti tutto. Strano, dice no a nuovi regolamenti, ma appoggia il salvataggio di Fannie&Freddie? È un liberismo assai curioso il suo!

giovedì 24 luglio 2008

Diatribe fra economisti: quale ricetta per fronteggiare la crisi finanziaria?




La recente crisi finanziaria di origine statunitense, che da oltre un anno colpisce i mercati di tutto il mondo con vaste oscillazioni delle quotazioni di titoli e dei prezzi dei beni primari (energetici, materie prime), sembra non avere alcuna intenzione di placarsi e lasciar respirare di sollievo un mondo già provato da anni difficili.
Questa "tempesta finanziaria", ultima di una lunga serie che pare avere il più illustre antenato nella Grande Depressione del 1929, e simili (ma mai uguali!) avvenimenti durante i '70, alla fine dei '90 e nel biennio 2000-2001, scatena com'è giusto le opinioni, talvolta opposte, degli studiosi di economia i quali propongono spiegazioni diverse e suggerimenti di policy altrettanto variegati.

In particolare sul prestigioso forum di Martin Wolf pubblicato dal Financial Times, due recenti articoli hanno catturato la mia fantasiosa attenzione. Il post qui di seguito è un po' lungo, ma chiedo la pazienza di seguirmi fino alla fine.

Il primo articolo è di Paul De Grauwe, e in estrema sintesi dice: i modelli previsionali utilizzati dalle banche centrali si fondano tutti su ipotesi scolastiche di "razionalità degli agenti". In altre parole, si ipotizza che, in media, gli agenti economici (consumatori, imprese, lo stato...) abbiano a loro disposizione un sacco di informazioni, sappiano come interpretarle, e agiscano di conseguenza annullando gli errori sistematici. Mercati finanziari "liberi", poco regolati e competitivi, dovrebero in teoria portare ad una allocazione ottimale delle risorse. Invece, la crisi subprime ha mostrato che è avvenuto l'esatto opposto, dato che i capitali sono stati impiegati in mutui assolutamente sballati sotto il profilo della gestione del rischio di credito.
Dunque, secondo de Grauwe l'errore di fondo sta nel ritenere gli agenti economici delle "creature supremamente ben informate", quasi dotate di poteri "divini" di conoscenza e comprensione. In un recente seminario tenuto all'università Parthenope di Napoli, De Grauwe ha approfondito questo concetto, sottolineando come anche gli studi di psicologia da tempo affermano l'incapacità per l'essere umano di elaborare molte informazioni allo stesso tempo. Noi umani saremmo, insomma, "esseri semplici", che osservano la realtà sulla scorta di pochi indicatori, e anche imitando molto il comportamento degli altri ("effetto mandria"), soprattutto di coloro che riteniamo più "bravi" o che si sono dimostrati tali in passato.
La conclusione di De Grauwe è, quindi, che il compito delle banche centrali non può essere unicamente il contenimento dell'inflazione. Serve, anche, un'azione di controllo della stabilità finanziaria, attraverso regole più restrittive e una stabilizzazione anche del ciclo economico.
Agire solo con un innalzamento dei tassi di interesse per trattenere la corsa dei prezzi, secondo De Grauwe, è dunque un approccio sostanzialmente sbagliato o perlomeno incompleto.

Il secondo articolo è nientemeno del pluripremiato premio Nobel Edmund Phelps, il quale con la sua ottima prosa ci spiega che in altre situazioni, un taglio dei tassi di interesse da parte delle banche centrali va anche bene, per aiutare il sistema economico a riprendersi da una recessione e per ridurre la disoccupazione, se tale rallentamento dell'attività economica è dovuto ad una riduzione della domanda aggregata (in puro stile keynesiano).
Ma, continua Phelps, se invece l'aumentata disoccupazione è dovuta a cause strutturali, un'espansione monetaria non fa altro che accelerare l'inflazione. Per Phelps, "cause strutturali" possono essere state: una contrazione (strutturale) del mercato immobiliare susseguente la bolla speculativa che è stata sostenuta proprio dai mutui subprime; una ridotta capacità di credito delle banche, dovuta al peggioramento dei conti in seguito ai "cattivi affari" causati dai subprime e un innalzamento del premio di rischio; infine, prezzi più alti per il petrolio e altre materie prime importate.
Tutte queste cause comporterebbero tagli del personale, un effetto che secondo Phelps è amplificato dal fatto che l'economia è aperta (globalizzata), la valuta si deprezza, e le aziende interne riescono così ad ottenere posizioni quasi monopolistiche nei mercati interni che permetterebbero sovraprofitti e ulteriori tagli sui fattori produttivi.
La conclusione, per Phelps è la seguente: "se tutto questo è vero, la politica monetaria negli USA è strana. In passato si sarebbe scelto di alzare, non di abbassare, i tassi d'interesse quando il tasso di disoccupazione appariva più basso di quanto sarebbe stato nel medio termine".

Dunque, da un lato ci dicono che le banche centrali sbagliano ad alzare i tassi di interesse senza badare anche a stabilizzare i mercati (pensando soprattutto alla nostrana BCE). Dall'altro lato ci dicono che è sbagliato abbassarli (stavolta guardando alla FED americana), perché il tasso di disoccupazione misurato oggi negli USA è forse perfino troppo basso.

Esiste un punto in comune che accontenti entrambe queste visioni? A mio parere, un punto ci sarebbe. Sia De Grauwe che Phelps parlano dell'esistenza di problemi "economici", "strutturali", insomma non strettamente finanziari. Su tali basi consigliano l'adozione di policies altre che non solo l'espandere o contrarre la moneta/il tasso d'interesse: parlano diella necessità di una regolamentazione più attenta (dei mercati finanziari), di politiche di stabilizzazione (non solo finanziaria), di raggiungere un dinamismo economico maggiore per ottenerne prosperità.
Mi sembra, in conclusione, che il punto di unione risiede in un concetto banalmente semplice: l'economia rallenterà, ma non possiamo aspettarci che uno spostamento in su o in giù delle "leve" monetarie controllate dalle banche centrali, riescano a risolvere o almeno ad attenuare questioni che sono strutturali, permanenti nel medio-lungo periodo, e non solo (o non più solo) legate alla sfera dei mercati finanziari.

È tempo di mettere mano al sistema economico-produttivo e al contesto regolativo. La sfida sarà non cadere, come già minacciato da qualcuno, in facili trappole neo-protezioniste, neo-stataliste, neo-liberiste, insomma perniciosamente ideologiche. Se di maggiore dinamismo (= più competizione) c'è sicuramente bisogno, sia negli USA che in Europa, la lettura del dato occupazionale data da Phelps indica anche la necessità di una spesa sociale, efficiente e mirata al sostegno del nuovo, maggiore livello del tasso naturale di disoccupazione (= più ammortizzatori sociali).
Una sfida non da poco per il prossimo presidente USA (Obama o McKain?) e per l'UE che guarda al trattato di Lisbona.

martedì 24 giugno 2008

2008: Odissea in Trenitalia



Questa è una storia vera accaduta ieri, 23/6/2008. Si parla di treni e di italiani, di guasti tecnici e di occasioni mancate, e forse soprattutto, di quella che è ormai da anni la commedia della vita in Italia. Se può sembrare una storia banale, si pensi che in Giappone per un ritardo di appena 12 secondi dello Shinkasen, il portavoce ha pubblicamente chiesto scusa!

Era una comune giornata di giugno quella di ieri, calda (32° C) e piena di turisti che si muovo su e giù per lo stivale italico. Alla stazione di Roma Termini si affollava una calca sotto il tabellone luminoso che annuncia arrivi e partenze, e come al solito, nessuno si scomponeva per i ritardi accumulati di 10, 20, perfino 40 minuti.
Anche il mio treno era fra quelli in ritardo, 20 minuti rispetto al suo orario di partenza ufficiale, le 14.45. "Eurostar Alta Velocità 9433 diretto a Napoli Centrale", un tratta che ho percorso centinaia di volte ed oggi servita dalla TAV delle nostrane Ferrovie, non un gioiello della tecnologia se paragonata, ad esempio, alla TGV francese o alle monorotaie giapponesi, ma comunque una linea veloce e costata un occhio della testa al nostro paese. Mentre aspetto di salire, gli altoparlanti annunciano a ripetizione che un Eurostar proveniente da Reggio Calabria è stato sospeso a causa di un guasto tecnico. "Ecco perché tutti questi ritardi" penso io, erroneamente.

Salgo sul mio treno pieno di gente (circa 500 persone), e si parte alle 15.05. Già da subito una sudata peggio delle saune svedesi, l'aria condizionata non ne vuole sapere di funzionare a dovere e con il sole estivo del pomeriggio sulle nostre teste, serpeggiano i primi malumori e richieste di intervento al personale viaggiante, che vediamo correre per i vagoni urlando "e non vedete che stiamo intervenendo? Signora abbia pazienza e ci lasci lavorare!" sbotta uno verso una signora sui 50 anni che, un po' veementemente, aveva preteso notizie.

Poi, il treno si ferma in piena campagna. Gira voce, poi confermata da gracchianti altoparlanti, che siamo nei pressi di Sora, che anche la locomotrice ha un guasto, e che si dovrà attendere l'intervento dei tecnici (nella foto che segue, i passeggeri iniziano a scendere a terra).


Man mano che i minuti e poi le ore passano (rimarremo in quel posto per 3 ore abbondanti, sotto al sole cocente), la situazione degenera. Alcuni passeggeri si sentono male per il caldo e vengono fatti stendere nelle poche carrozze in cui il condizionamento dell'aria ancora funziona. Noialtri, quelli delle carrozze roventi (ormai a 40°) apriamo le porte dal lato sicuro e scendiamo dal treno.
Dopo più di un'ora che si era fermi, arrivano i "soccorsi": bottiglie d'acqua distribuite agli "assetati", una pattuglia di polizia che ci guarda dall'alto del terrapieno che costeggia i binari, ridacchiando. Una signora che si era seduta sullo scalino della portiera del vagone, viene scaraventata a terra dalla porta che misteriosamente si richiude su di lei (mentre tutte le altre rimangono aperte... lo scherzo di un fantasma di capostazione...?), quindi soccorsa dalla gente lì vicino. Un altro signore, grasso e con i baffetti, corre avanti e indietro urlando di risalire sul treno, ma quasi nessuno gli da retta e anzi lo sbeffeggiano. In fondo, non indossa alcuna divisa e quindi, con che titolo parla e lancia ordini? (nella foto: alcuni giornalisti di Teleuniverso intervistano i presenti a bordo binario)


Interessanti erano i commenti e le reazioni degli stranieri. Una signora russa era allibita, non si capacitava della spiegazione secondo cui non era possibile una azione di protesta collettiva per ottenere un risarcimento (questa, almeno, la tesi di chi le sedeva di fronte). Alcuni orientali sedevano immobili e silenti, con un'espressione di marmorea riprovazione. Una anziana coppia anglosassone rideva ed esprimeva commenti sarcastici. Un ragazzo, di origini italiane ma residente ad Amsterdam, col suo bagaglio enorme contenente una bicicletta, si chiedeva "ma chi me l'ha fatto fare di venire in Italia?".

Alla fine, arriva un treno d'emergenza. Vengono posizionate solo due passerelle nella prima e nell'ultima carrozza, per cui si creano due lunghissime file di gente che, bagagli alla mano, si muove lentamente fra vagoni refrigerati e vagoni a 40°, una sorta di percorso termale involontario. Saliti sul nuovo treno e attesa un'altra mezz'ora, ci si incammina verso Napoli, dove metteremo piede a terra solo alle 20.45. (la foto seguente mostra il passaggio tramite "passerelle" verso il treno d'emergenza)


Oggi mentre scrivo questo resoconto, leggo che un altro treno, sempre ieri e diretto da Viareggio a Firenze, ha subito problemi simili. Vedo la notizia del nostro TAV pubblicata su ANSA e alcune testate, e penso che se non fossi stato là sopra a morire di caldo e di attesa, non ci avrei quasi fatto caso, ennesima news di disservizi delle infrastrutture italiche in un turbinio di morti sul lavoro, arresti eccellenti e non, rifiuti per le strade, artefatti bisticci mediatici fra politici, e via dicendo.

Ma, ed è questa la morale della storia se mai ve n'è una, siamo ad un punto in cui non possiamo liquidare queste inefficienze con una scrollata di spalle. In un giorno, un treno sospeso e due guasti alle locomotrici e al condizionamento, indicano che le manutenzioni di Trenitalia sono, oramai, alla frutta. Viviamo in un'Italia in cui la linea più giovane e tecnologica, la TAV, è già preda di ritardi e guasti tecnici come i più vecchi treni Intercity. E questo accade mentre l'Alitalia precipita nel fallimento, mentre i trasporti su gomma e via mare costano sempre più per via del caro-petrolio.
Siamo nel paese in cui, dopo essere stati sequestrati e cotti al vapore per 4 ore, molti passeggeri parlavano del rimborso del prezzo del biglietto ("dovrebbero rimborsarci il prezzo pieno e non solo il 50%!" ho sentito dire da molti), e non di un risarcimento per danni e di cause civili, cioè del primo pensiero che sarebbe venuto in mente al cittadino di uno stato europeo civile e di diritto.
Ancora, siamo nel paese in cui una capotreno giovane e inesperta si è sbattuta avanti e indietro, paonazza e in lacrime per risolvere la situazione, mentre (mi hanno riferito) un collega anziano vociava con alcuni passeggeri dei supposti errori compiuti da lei, con uno "scaricabarile" evidente quanto inadeguato in una condizione di emergenza come quella vissuta.

Allora mi chiedo: ma tutti i soldi prelevati dagli italiani produttivi e contribuenti in forma di tasse; tutti i soldi che oggi costa un biglietto di seconda classe Napoli-Roma (38 Euro, oramai l'Eurostar, che costava fino a 3 anni fa sui 23 euro, è stato quasi totalmente soppiantato dalla TAV); tutti i fondi a suo tempo spesi (sperperati?) per la linea ad alta velocità... ma tutti 'sti soldi dove vanno a finire, se le manutenzioni ordinarie e la pulizia dei treni sono tanto scadenti? Quali vie segrete e mai accertate intraprendono i soldi degli italiani, fra i mille rivoli della burocrazia e delle società pubbliche/partecipate dal pubblico?
E come si può sperare che si avverino gli slogan: "Rialzati Italia!" o "Yes, we can!", se lo stato delle infrastrutture è in condizioni tanto pietose? Ai posteri l'ardua sentenza, e l'onere di sobbarcarsi i costi che stiamo caricando sulle loro spalle.

venerdì 16 maggio 2008

Un rating etico per i fondi sovrani, ma è davvero possibile e conveniente?



Leggo oggi un articolo su LaVoce.info a firma di Francesco Vella. Il pezzo intitolato "Un Rating per i Diritti" propone l'istituzione di un sistema di valutazione dei fondi sovrani, cioè di quei fondi di investimento che recentemente stanno spopolando in tutto il mondo, costituiti e direttamente gestiti da governi nazionali. Fondi sovrani cinesi, arabi e russi stanno investendo ingenti quantità di denaro in occidente, finanche in attività strategiche come porti commerciali, produzione di energia e aerospaziale. Da qui, la paura di molti che si possa subire pressioni e ritorsioni attraverso canali finanziari da parte di paesi che non hanno fama d'essere liberali e rispettosi dei diritti umani.

Una proposta di questo genere mi pare rientrare fra quelle elaborazioni teoriche, fantastiche sulla carta, ma difficili da attuare o perfino controproducenti nella realtà di questo nostro mondo complicato e caotico.

Tutto sta nella definizione di "diritti umani" e di "violazione" di questi. Possiamo immaginare che un'agenzia di rating etico statunitense tenderebbe a giudizi morbidi riguardo la pena di morte, molto diffusa negli Stati Uniti d'America, e calcherebbe la mano su libertà di stampa e di religione, i capisaldi della democrazia occidentale di cui si fa portabandiera il governo Bush.
Un ipotetico fondo sovrano italiano avrebbe la sua AAA+ se giudicato secondo questi parametri, mentre magari, guardando a situazioni di schiavitù di fatto (e qui gli esempi si sprecano, giusto tre indicatori per rinfrescare la memoria: numero di morti sul lavoro, numero di lavoratori in nero, % di questi che sono immigrati irregolari e quindi assolutamente non tutelati giuridicamente. Per non parlare dei famigerati CPT, delle fabbriche di camorra in Campania...), si beccherebbe un rating peggiore di paesi in guerra da anni.

Ancora: un fronte militare come quelli in Cecenia o in Iraq, dove sono state riportate gravi e ripetute violazioni dei diritti umani così come definiti dall'ONU, comporterebbe un rating più basso? E ciò avviene anche per i paesi che hanno inviato truppe di supporto, ma per i quali non sono accertate violazioni etiche? E cosa dire di quei paesi che pur non avendo partecipato direttamente alle operazioni militari, hanno agito attraverso l'erogazione di servizi, la vendita di beni e la realizzazione di strutture e impianti, al consolidarsi di una presenza straniera nata su violazioni accertate di diritti umani delle popolazioni conquistate?

Per non parlare di fenomeni "altri" come la finanza islamica. Sarebbe davvero buffo trovare un rating stracciato per l'Arabia Saudita dove si lapidano le donne, e all'inverso, vedere i fondi occidentali trattati allo stesso modo da una ipotetica società di rating mediorientale, perché non conformi alla morale islamista che giudica assolutamente inconcepibile il finanziamento del traffico di armi o di attività di usura (e non sono forse queste, attività esecrabili sotto il profilo etico anche secondo gli standard morali occidentali? Il prestito ad interesse era vietato dalla Chiesa cattolica sino al tardo medioevo, mentre per il traffico di armi... bisognerebbe parlarne al gruppo Capitalia, che è, pare, leader europeo nel fornire capitali in questo settore).

Infine ancora: un rating etico quale quello proposto da Vella si applicherebbe solo ai sovereign funds? E allora basta costituire un fondo privato, fissare adeguate regole che vincolino ad hoc la circolazione dei titoli azionari e proporlo come un fondo privato, non statale, in modo da aggirare il rating.
Oppure si vuole estendere un rating di questo tipo a tutti i soggetti investitori? E in che modo, in base a dove è collocata la sede legale? La metto alle Barbados e ho risolto. In base all'origine dei capitali? Difficile rintracciare il percorso che possono fare in giro per il mondo. In base alla nazionalità dei gestori del fondo? Paradossale e anche un po' razzista.

Cercare di demarcare "noi" e "loro" con una immaginaria linea di confine che separa il mondo libero, democratico, buono, da quello dittatoriale, dirigista e cattivo, è un chiaro esempio di manicheismo del terzo millennio, una follia concettuale prima ancora che un impraticabile metodo per ergere barriere protezioniste contro i capitali stranieri dei paesi emergenti.
E anche inutile, visto che questi fondi, almeno al momento attuale, non mirano a raccogliere capitali presso il grande pubblico (che potrebbe avvantaggiarsi di una valutazione etica da parte di un soggetto terzo e indipendente), ma al contrario ad investire un surplus di fondi. E può pensarsi un mercato che seleziona l'acquirente non in base al prezzo offerto, ma su parametri non meglio identificati? Non riesco ad immaginare il NYSE che espone accanto ai titoli scambiati, due quotazioni: una normale, e l'altra per i malvagi sovereign funds. E anche rispetto a chi vende singoli assets al di fuori dei mercati regolamentati, come è avvenuto per i porti americani sulla costa ovest, acquistati dai sauditi... se bastasse sapere di avere a che fare con un criminale per decidere di sospendere ogni trattativa, le Mafie nostrane avrebbero chiuso i battenti da tempo...


domenica 11 maggio 2008

Il prezzo del petrolio galoppa a briglie sciolte, le riserve rimangono sconosciute




"Petrolio record sopra i 126 dollari", "Petrolio da record, giù le borse", "Petrolio senza freni", e perfino "Petrolio oltre quota 126 dollari. L'esperto: «Può arrivare a 400»". Questi alcuni dei titoli utilizzati da testate giornalistiche nostrane negli ultimi giorni per raccontare le impennate bizzose del prezzo del petrolio greggio sui mercati mondiali.

Il prezzo del crude oil, che ha staccato di larga misura la soglia psicologica (che oramai sembra un lontano ricordo) dei 100$ a barile, inizia a scuotere gli animi degli analisti di tutto il globo. Comincia a serpeggiare il dubbio che non solo l'attività speculativa in commodities dovuta alla crisi dei mercati finanziari; non solo la svalutazione del dollaro, moneta in cui sono fissati i prezzi di vendita; non solo l'aumentata domanda di idrocarburi da parte dei paesi emergenti; e non solo l'attività di cartello dell'OPEC, tesa a mantenere i livelli di produzione artificialmente bassi, siano causa di questa corsa a briglie sciolte.

Il dubbio che forse le riserve di petrolio facili da sfruttare siano finite, e che si sia passati a quelle più ostiche, insomma che proprio la materia petrolifera cominci un po' a scarseggiare, viene da un articolo apparso su Reuters, che titola "Oil running out as prime energy source: world poll". Rigirando la domanda in forma di sondaggio, l'articolista sostiene che in tutti i paesi coinvolti (con la sola eccezione della Nigeria) la maggior parte degli intervistati ritiene che il petrolio stia finendo e che i rispettivi governi non si stiano attivando a sufficienza per trovare fonti d'energia alternative.

Al punto in cui siamo, ogni indizio circa la reale entità delle riserve petrolifere sfruttabili ha importanza per valutare l'orizzonte temporale a diposizione per attuare cambiamenti significativi, e per noi italiani, dipendenti energeticamente per oltre l'85% dagli idrocarburi, la faccenda assume una dimensione particolarmente rilevante. Essendo i paesi produttori coloro che possiedono le informazioni sulle riserve, il loro comportamento diventa segnale per gli agenti operanti sul mercato, ogni scelta, ogni dichiarazione contiene un potenziale messaggio implicito.
Ad esempio, recentemente gli Emirati Arabi Uniti hanno investito somme importanti per la realizzazione di una cittadella completamente autonoma energeticamente. Riporta Punto Informatico che la fantascientifica Masdar City sorgerà vicino Abu Dhabi, accoglierà 50.000 persone, sarà totalmente pannellata da lastre fotovoltaiche a film sottile e dotata di mini aerogeneratori, e permetterà un risparmio di energia fino al 75% rispetto ad agglomerati edificati con tecniche tradizionali. Questo progetto costerà 6 miliardi di dollari agli EAU, e 16 miliardi saranno raccolti da investitori privati.
Un altro indizio viene dalla russa Gazprom, che stando a quanto afferma il NY Times, prevede uno spazio di manovra nel prossimo futuro per spingere verso l'alto il prezzo del gas naturale, pur programmando allo stesso tempo nuovi investimenti per aumentare il livello di produzione (circa 75 miliardi di $ per avviare l'estrazione di due enormi giacimenti nelle zone artiche).

Questi pochi esempi e molti altri indizi che si susseguono, leggendo fra le righe dei comunicati e delle iniziative dei giganti del mercato degli idrocarburi, sembrano indicare che una qualche costrizione all'aumento della produzione di petrolio c'è davvero, e non solo per scelta oligopolista dell'OPEC.
Se questa chiave di lettura è corretta, l'annuncio di venerdì scorso di un membro dell'OPEC, secondo cui il cartello potrebbe decidere di aumentare il livello di produzione, nonostante sinora non abbia ceduto alle pressioni internazionali in tal senso, potrebbe significare che il prezzo attuale del petrolio, più alto, viene ritenuto stabile in proiezione futura, abbastanza da coprire i maggiori costi di estrazione previsti per le riserve esistenti e garantire gli usuali margini di profitto cui i paesi OPEC sono abituati.

sabato 10 maggio 2008

Giulio Tremonti: il Buono, il Brutto, il Cattivo




È ormai divenuta certezza la nomina di Giulio Tremonti alla carica di Ministro dell'Economia. Facendogli veramente tanti auguri per un ruolo difficilissimo in un paese e in un momento congiunturale come quelli attuali, è interessante dare un'occhiata al curriculum di Tremonti, a ciò che ha fatto in precedenti legislature come ministro delle Finanze, ruolo ricoperto nel '94 e poi ancora nel 2001, per capire quali possibili direzioni potrà intraprendere per risanare i conti pubblici e l'economia nazionali.

IL BUONO: Tremonti è stato il fautore della cosiddetta "Tremonti-bis", un'agevolazione fiscale che rendeva parzialmente non imponibili gli investimenti in beni strumentali e le spese appartenenti ad alcune categorie (per asili nido a favore del personale, per formazione dei dipendenti, ecc.). Pur essendo certamente migliorabile sotto diversi profili, l'idea di indurre una maggiore patrimonializzazione delle aziende italiane, così come tentava di fare l'altra agevolazione esistente in materia, la D.I.T., mi sembra a posteriori una buona idea. Quantomeno, se uno degli obiettivi era incentivare i capitali a rimanere in Italia, questo è un provvedimento assolutamente più condivisibile delle leggi-polizia che hanno introdotto black list e norme sulle "società esterovestite", norme complicate, soggette a mille interpretazioni diverse e che terrorizzano (a ragione!) l'investitore straniero.
Altri provvedimenti riusciti durante il secondo governo Berlusconi mi sembrano quelli riguardanti la riforma del diritto societario del 2003. Non una riforma sconvolgente, sia chiaro, ma la trasformazione della società a responsabilità limitata in senso più europeo, più simile alle private companies di diritto inglese, l'introduzione di figure giuridiche pensate per le società quotate in borsa (i sistemi monistico e dualistico, i patrimoni separati), la maggiore operatività del curatore fallimentare, sono indirizzi interessanti e apprezzabili.

IL BRUTTO: la legge 30/2003 (cosiddetta "legge Biagi") introduce maggiore flessibilità nel mercato del lavoro. Pur essendo attribuibile all'allora ministro del lavoro Maroni, Giulio Tremonti ha espresso pieno appoggio e, visti gli importanti effetti in tema economico, si può ritenere a mio avviso "moralmente corresponsabile". La legge 30 viene osannata da alcuni come uno strumento di liberalizzazione necessario al paese; da altri è invece attaccata frontalmente come la causa di tutti i mali dei nostri lavoratori precari. Per come la vedo io, se contemporaneamente alla legge 30 (anzi per essere precisi: già all'epoca della legge Treu del '97 che introduce il lavoro interinale) si fosse introdotta una seria e onnicomprensiva riforma degli ammortizzatori sociali, oggi benediremmo il nome di coloro che l'hanno promulgata pur fra mille opposizioni e difficoltà. Invece, il risultato ottenuto è si quello di un miglioramento del tasso di disoccupazione, ma a fronte di un peggioramento del tasso di partecipazione, un crollo del salario/stipendio medio italiano, un crollo della propensione al risparmio, un generale senso di insicurezza per le fasce giovanili.
Si poteva fare molto, ma molto meglio di così.

IL CATTIVO: il mio giudizio negativo non va tanto a qualcosa che Tremonti ha fatto, ma al contrario a tutto ciò che non è riuscito a fare. Il programma economico della CdL nel 2001 verteva su alcuni capisaldi: semplificazione fiscale, liberalizzazione del mercato del lavoro, federalismo fiscale. Di questi punti, il primo si è visto solo da lontano (le maggiori riforme le abbiamo avute dal precedente governo Prodi-D'Alema-D'Amato, con lo statuto del contribuente e l'accertamento in adesione). Del secondo punto ho già detto. Per quanto riguarda il federalismo fiscale, il fatto che sia di nuovo nel programma del 2008 la dice lunga su quanto poco abbiano fatto a riguardo.
Infine un'ultima nota negativa sul deficit di bilancio. Tremonti ci ha riempito la testa di promesse, affermando che la spesa programmata sarebbe stata più che sostenibile grazie ad una ripresa generale dell'economia. È un po' come se uno si presentasse ad una banca, senza soldi né patrimonio, e chiedesse un prestito molto al di sopra delle sue possibilità, giustificando la richiesta con i presunti guadagni futuri che quel prestito gli permetteranno di ottenere. Questo si chiama venture capitalism, non finanza pubblica!

Questo è dunque il passato. L'auspicio è che al nostro siano rimasti i buoni proponimenti del 2001, ma anche che abbia appreso dagli errori, abbia le idee chiare su cosa fare e come farlo.
Dubito che l'Italia possa permettersi altri 5 anni come gli ultimi 16, le riforme ci vogliono, e per farle sono necessarie: una maggioranza forte al parlamento (questa c'è), coraggio e lungimiranza.
Vedremo nei prossimi mesi se anche gli ultimi requisiti elencati saranno soddisfatti.

venerdì 25 aprile 2008

V2-Day di Beppe Grillo: la mia esperienza diretta




Ho appena sottoscritto la proposta di referendum promossa da Beppe Grillo. I motivi della mia adesione sono, in sostanza, quelli molto chiaramente espressi in questo articolo pubblicato da NoisefromAmerika, in cui i tre quesiti referendari vengono analizzati da un punto di vista più tecnico. Già in passato, in tempi ancora non sospetti (di V-Day non si parlava proprio), avevo espresso la mia totale contrarietà all'esistenza di un ordine dei giornalisti come lo abbiamo in Italia, limitativo della libertà d'informazione e incapace nel gestire una deontologia dei propri associati.

All'arrivo presso il banchetto dove si raccolgono le firme vicino casa mia, a Napoli, alcune piacevoli sorprese. Abituato alle raccolte referendarie dei partiti tradizionali e dei radicali pannelliani, mi aspettavo di incrociare il V2-Day nella strada più trafficata, abbordato da qualche "procacciatore di firme". Invece no: seminascosti dietro la veranda di un bar, silenziosi nonostante una discreta folla radunatasi e in attesa del proprio turno, pochi ragazzi, giovani a giudicare dall'aspetto, aspettavano che fosse la gente ad avvicinarsi e chiedere: "è qui che si può firmare?". Pochi poster, nessuna bandiera, nessun volantino a sporcare la strada, se non avessi saputo dal Web dove andarlo a cercare, forse neppure mi sarei accorto che erano lì!

Ricordo invece i referendum indetti in passato: grandi bandiere del partito di appartenenza, età dei proponenti mediamente più alta, la gente fermata e invogliata, con tecniche simili a quelle utilizzate dai promoters dei supermercati (quelli che ti offrono campioncini del prodotto, ti spruzzano il profumo addosso, ti invitano all'acquisto...) . Qui invece, niente, e la gente che cerca con lo sguardo il posto di cui hanno letto in rete, o sentito da amici. E questo (è la cosa che più mi ha colpito) nonostante il silenzio quasi totale e tombale che la stampa e le TV hanno riservato all'evento, nonostante sia oggi giorno di festa e molti vanno fuori a pranzo, nonostante alcuni blogghers, tradizionali supporters di Grillo, abbiano criticato l'iniziativa.

Insomma un risultato notevole. Non solo per il referendum in sé, ma perché mette a nudo una possibilità, cui gli italiani non sembrano essere abituati, di politica dal basso, diretta, in cui è il cittadino ad attivarsi per proporre allo stato le direzioni da intraprendere, e non, come normalmente accade dal dopoguerra, un voto che nasce e si esprime attraverso organismi politici "terzi": i partiti, i movimenti, le associazioni. Grillo e il suo Weblog non rientrano in nessuna di queste definizioni, ma si configurano più come una community nel senso dato dal Web a questo termine, con l'interessante risultato che la comunità online, "virtuale", tracima ora nella realtà offline.