giovedì 22 agosto 2013

The holy crusade of (some) Italian politicians against Monopoly (the game, of course... what did you expect?)



Italian comedians have invaded the Parliament. No, I am not talking about the many terrible jokes told by Mr. Berlusconi during uncountable official meetings. And no, I am not referring either to Beppe Grillo, the founder and leader of MS5. This time the scene is all for seven, almost unknown, members of the Democrats, who amidst the very difficult moments their country is living spotted the very cause of all economic problems of Italy, and Europe, and perhaps the whole world!

I will admit I still have serious issues taking this seriously. I checked the calendar again and again, and being almost sure today is not April Fool's Day, I beg you, dear readers, to follow me for a couple of minutes more.

FACT: today seven members of the Italian Democratic Party (PD) sent a letter to the US Ambassador. The letter (which you can find hereafter, unfortunately in Italian only), is a vibrant declaration against the new version of the classic Monopoly game by Hasbro, called Monopoly Empire.

Hasbro's sins, according to our seven Italian champions, are found in having based such game on the stock market (rather than on the old, reassuring real estate market). Moreover, players cannot go to jail anymore.
In authors words (I do my best here to translate them in a comprehensible English. But trust me, the original letter is written in bad Italian as well): “Monopoly […] celebrates again the turbo-economy that gave rise to the 2008 financial crisis, bearing the misguiding message that, in case of breaking of the rules, no one is punished.” Then something more is written about all this being opposite to Obama's policy which is against Wall Street speculators (they use a nice definition: “the usual sharks”), and about Monopoly being “a game that for generations has been providing young people basic literacy in how markets function” (!!!).

Some random comments come to my mind:

1) Monopoly is an educational game? I did not know! But then, this would explain many weird opinions, so common among the Italians, about economic matters. For example, that demand does not count that much (you pay a higher price because there are more houses in some place you randomly step into, not because you WANT to buy something there in the first place; same for utilities and railways); wages only depend on how total wealth is divided between groups of workers (just as in Monopoly, where there is no production at all); you can go to jail by randomly stepping on the wrong curbside; the economy is just a series of dice throws, and you can do nothing about it.

2) What should the US government do about it? Looking at the Italian policies enacted in the last 40 years, I can only imagine what our seven champions have in mind (and please pay attention to this sentence in the letter: “... we ask you to evaluate the opportunity to take measures as competent authorities...):
  • put the Hasbro CEO in jail (in a real jail, maybe in a cell just next to Bernard Madoff);
  • enact a Law that forbids boardgames not to include jail. Also, no stock markets should be allowed in games! The economic education of our children is at stake!!
  • stock markets are bad, real estate investments are ok. Well, in Italy maybe this is true, as the stock market never really developed into something resembling a developed country, while investments in real estate (“nel mattone” as Italians use to say) is an evergreen, and the backbone of much of the national savings.

I will look forward to a similar initiative against Risk board game (war is bad! People die!), all sport videogames (they give the false impression you can win a football match just by sitting on your sofa and pressing plastic buttons!), and I would also start seriously reconsidering Operation...

giovedì 11 luglio 2013

La supertecnologica Germania...



Giusto un racconto breve, dato che di questi tempi si lavora assai...

Si parla spesso dell'alta qualità delle tecnologie tedesche, e del fatto che in Europa centro-settentrionale, diciamo nei paesi scandinavi più la Germania (e forse un po' di Olanda), l'utilizzo delle tecnologie digitali è estremamente comune, così come l'alfabetizzazione informatica.

Ora, in generale a me sembra tutto vero... in generale. Tuttavia, oggi ero all'AOK (tipo la ASL, ma tedesca) per fare dei documenti. La signorina, gentilissima, mi dice che le nuove tessere richiedono una foto: a me la scatta sul posto con una macchinetta digitale (la foto viene orrenda, ma vabbé, è per un documento quindi chissenefrega), ma manca la foto di mia moglie. La signorina, sempre gentilissima, dice di portargliene una da fototessera.

Io torno il giorno dopo con il mio bravo USB drive contenente la foto di cui sopra, ma... i computers che usano, mi mostra la signorina gentilissima, non sono dotati di porta USB! Quindi niente: devo stamparle.
Vabbé, fortuna che c'è una bella tipografia proprio a due passi, con tutto il ben di Dio digitale in mostra! Mi reco in loco, sfodero la pennina USB e... "in che formato è il file, prego?" mi chiedono.
Ci penso giusto un secondo, facile: "formato jpeg!" rispondo col sorriso. "Oh, possiamo stampare solo dal formato pdf" mi dicono. Rimango un istante basito... il jpeg è uno dei formati più standard che ci siano, perché non lo vogliono?! Mah...

Torno a casa, riavvio il PC, apro un applicativo apposito, converto il file e torno alla tipografia. Poi corro all'AOK e consegno il foglio con la foto stampata, in tempo prima della chiusura degli sportelli.

Morale della favola: vedi un sacco di tecnologia in giro, all'AOK hanno la fotocamera digitale per farti la foto là per là, e la tipografia è superaccessoriata. Ma poi, l'AOK non ha una diavolo di entrata USB in nessuno dei millemila PC in sede, e non ha neppure una email alla quale inviare il file. E la tipografia stampa solo il file pdf già pronto nel formato di stampa scelto (A4 o quel che è).
Più che di technological gap, qui siamo alla technological  dissociation!



P.S. Però è da dire, che agli uffici del Comune mi hanno tradotto al volo quel che dovevo fare (a me, non parlante tedesco a parte i nomi dei cibi al ristorante) per mezzo di un piccì e Google Translate. Insomma stanno messi meglio che da noi in Italia, nonostante tutto.

martedì 7 maggio 2013

Eurozona, mon amour



Ci piace tanto parlare di Europa, Germania, Eurozona. Dei cattivoni tedeschi che, stando ad un non trascurabile numero di voci italiane, starebbero pianificando una sorta di neoimperialismo paneuropeo basato su di un mix di austerity economica e imposizioni politiche calate dall'alto.

Per chi non si accontenta del blabla da stampa italica, consiglio la lettura di questo scambio di vedute tra George Soros, milionario e speculatore finanziario che di recente si è cimentato nell'opinionismo economico, e Hans-Werner Sinn, un economista di quelli importanti, almeno tra gli accademici. Talmente autorevole, Sinn, che Wikipedia italiana, guarda un po', neppure include una pagina a lui dedicata.

Per chi mastica a sufficienza l'inglese, il testo dei relativi interventi si legge qui: LINK.
Per gli anglofobi e per chi ha poco tempo da perdere, riassumo qui in brevissima sintesi la questione.

Dice Soros: così non si va avanti. L'eurozona, e con essa l'Unione Europea, è in procinto di implodere. La Germania sbaglia ad imporre la sua politica di austerity e anti-inflazionistica. La Germania ha due alternative reali: o accetta di fare gli Eurobond, così che il debito dei paesi del sud d'Europa venga spalmato sulle spalle di tutti i paesi membri dell'area Euro, lasciando spazio a tali paesi per aggiustare i propri conti pubblici; oppure l'alternativa è che la Germania esca dall'Euro.

Risponde Sinn: la Germania non accetterà mai gli Eurobond, per varie ragioni non ultimo di carattere costituzionale. E sarebbe comunque un errore fare gli Eurobond, perché forniscono incentivi perversi ai paesi spendaccioni. L'austerity, poi, non la impone la Germania ma gli investitori privati, che non si fidano più di prestar soldi ai paesi meridionali. Fra l'altro, la Germania ha già sborsato miliardi di euro per aiutare i paesi in difficoltà. Infine, se la Germania uscisse dall'Euro, sarebbe estremamente probabile che anche altri paesi farebbero altrettanto: i paesi scandinavi e l'Austria di sicuro, i Paesi Bassi, e forse anche Belgio e Francia.
Dato che il problema sta nel fatto che i paesi con alto debito/PIL sono pure quelli con produttività lenta, bisogna che questi guadagnino competitività. Ciò si fa riducendo i prezzi (i salari), come ha fatto l'Irlanda la quale dopo la mazzata presa nel 2008-2011, si sta riprendendo bene grazie a forti riduzioni salariali.


Per quanto mi riguarda, mi riconosco bene nel "Sinn-pensiero" testé riassunto. 
Ad ognuno, poi, l'onere di farsi un'idea propria.

venerdì 3 maggio 2013

Another superhero of demagogy shows up on the European political stage. This time in Austria.




Another superhero of demagogy shows up on the European political stage. This time is the turn of Austria.

His name is Frank Stronach. According to BBC News, Mr. Stronach is a very wealthy businessman, who made his fortune mainly in Canada in the automotive industry. He is now running for the Austrian elections in September with his own party.
Many traits of the man remind of Silvio Berlusconi, at the time he first started his political career in Italy back in the early 1990s. 

Both Stronach and Berlusconi are tycoons who depict themselves as the new wind of change (Stronach talked about an "intellectual revolution" that should happen in Austria). Both state they want "to fight against professional politicians". They both highlight their past business experience and success as a proxy for their ability to skillfully run the economic policy of their country. They are both in the late half of their life (Mr Stronach is over 80). Both display political beliefs and electoral support that strongly lean toward the far right wing (low taxation, less bureaucracy, liberalism in economics coupled with conservative views on society). Both run a one-man political party, funded with their own money and dependent from their personal charisma. Both are heavily committed to football (Berlusoni with the A.C. Milan, and Stronach with the FK Austria Vienna).

Both are eurosceptic. For example, recently Stronach expressed this view:

"It never had a chance that it worked, for the simple reason we know the southern states were basically agricultural states. [...] The northern states were industrial countries - so gigantic differences. A common currency just doesn't work. Not in Europe"

It is a pity this statement is completely wrong. It might be that a common currency is not feasible in Europe, but surely not for the reasons Mr. Stronach is talking about.
Please Mr. Stronach, just give alook at World Bank data. In 2000 for example, Scandinavian countries, The Netherlands and Austria had 2-3% of GDP produced by agriculture; in Italy, Spain, Portugal, Slovenia this value is 3-4%: a difference less than 1% of GDP!

But, this too is a strong similarity between Stronach and Berlusconi. The latter has been caught several times reporting wrong data during interviews and public debates.

The need for new policies and new political representatives in Europe is a matter of paramount importance, this is a sure thing. But, let's hope the wind of change will blow in the direction of real solutions. While I, personally, may easily sympathize with Stronach's arguments against bureaucratization and too-high taxation (I am Italian, though, and therefore maybe I just apply the same view to different countries), I am dubious about the man.

But, again, maybe, I am just viewing Mr. Stronach through the same pair of glasses that have been looking, for too many years, at Mr. Berlusconi acting on the Italian political stage.

sabato 23 febbraio 2013

Italia 2013: chi votare al Parlamento?



Per chi votare domenica 24 febbraio 2013? A chi affidare le speranze (poche...) per il risanamento (urgentissimo!!!) di questo paese?

La scelta mi è davvero difficile. Cerco di esaminare qui, semplificando con l'accetta e in forma libera, i miei dubbi.


- PD, PdL, Lega, SEL, UDC: questi partiti ed i personaggi che li dirigono hanno dimostrato, nel lungo ventennio ora trascorso in cui hanno governato l'Italia, di non mantenere alcuna promessa elettorale, né di possedere le qualità necessarie a condurre l'Italia fuori dal guado: onestà, competenza, e interesse per la cosa pubblica sono del tutto assenti.
Pertanto è velleitario ragionare sui programmi politici di queste forze. Manca la credibilità, la volontà di attuarli, la preoccupazione per il "costo elettorale" di scelte sbagliate. Per contro, questi partiti hanno generato un numero impressionante di casi di corruzione, ed hanno a più riprese svelato interrelazioni strette con lobbies e poteri forti vari. Insomma: invotabili.


- Monti: venduto come l'uomo nuovo della politica italiana, Mario Monti è stato un bluff. Professore che non produce ricerca, più burocrate che economista, ha governato l'Italia a suon di tasse. Certo, ha il merito di aver fronteggiato l'allargamento degli spread sul debito pubblico, ma all'Italia servono come mai prima d'ora riforme strutturali, che abbiano effetto nel medio e nel lungo periodo. Monti, personaggio vicino se non proprio interno a gruppi di potere influenti, difficilmente avrà mai la spinta riformatrice che serve al paese. Monti è stato attivo nel combattere i grandi monopolisti sulla scena europea, ma non ha fatto altrettanto in casa propria, anzi...


- Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo: rimangono allora le forze nuove. Premetto che ho sempre avuto simpatia per Grillo, da quando faceva un gran casino in Rai sparando a zero contro i vertici di Telecom Italia e altre società italiane, di quelle "che non si deve dire male". Anche, ho simpatia per il suo animo ecologista sin dai tempi di film come Topo Galileo (ve lo ricordate?).
Detto ciò, vedo bene e male nel M5S. Il bene è la volontà di svecchiare, la spinta rivoluzionaria, il tentativo di ricollegare le scelte fatte nelle sedi legislative alla effettiva volontà popolare, l'attenzione al problema della corruzione endemica dei politici, la "resistenza" alle grandi lobbies. Tutto questo mi piace.

C'è però un lato che mi preoccupa molto. Primo, la pressocché totale mancanza di un programma economico: male, molto male, non mi basta dire che per finanziare il reddito minimo garantito prenderete i fondi tagliando in costi della politica. Temo una navigazione a vista su questi ed altri temi...
Secondo: l'Italia ha un macroscopico problema di ingessatura del sistema pubblico. Le regole, il sistema giudiziario, la gestione del territorio... è tutto di serie C se confrontati ai paesi sviluppati. Per esempio, per avere un permesso edilizio, in Italia siamo fra i peggiori per tempi e soldi richiesti, e per l'arbitrarietà delle procedure. La World Bank ci mette al 103° posto per accessibilità dei permessi di costruzione! E facciamo persino peggio per quanto riguarda la capacità del sistema di garantire la corretta esecuzione dei contratti: sempre la World Bank ci posiziona al 160° posto!! Pensare quanto sia importante per un investitore, grande o piccolo che sia, avere la certezza del diritto e dei contratti che sottoscrive, e vedere queste valutazioni che neppure i paesi del quarto mondo... è sconfortante.

Il problema è che il M5S parla molto di giustizialismo ed ecologia spicciola ("tutti in galera!", "basta distruggere il territorio!"), ma sembra non rendersi conto dei problemi suddetti. Una ulteriore stretta antiliberale non sarebbe una soluzione favorevole alla crescita economica, né si vivrebbe meglio in uno Stato di polizia, dove per giunta il diritto è incerto a causa dei tempi lunghi della giustizia! Questi aspetti mi mettono in guardia, nonostante le simpatie di cui sopra, dal votare per M5S.


- Fermare il Declino: qui la ricetta è puramente economica, e mi sento di condividerla in pieno. Il programma di Fermare il Declino è molto vicino a quanto avrei proposto io stesso, e già questo sarebbe sufficiente a farmi votare per loro.
Veniamo ai dubbi. Il primo problema che vedo è nella totale assenza di un programma non economico. Vorrei sapere quali sono le idee dei miei rappresentanti, e quindi come voteranno, su temi come l'aborto, le guerre in Medio Oriente, la politica d'immigrazione, la libertà di culto, ecc. ecc.
Non riesco a cuor leggero a votare qualcuno, se poi un giorno esce fuori chi dice (mi pare fosse Zingales a riferirlo in un'intervista, qualche tempo fa) che Fermare il Declino è tutto per Israele, considerato faro d'Occidente nella sponda orientale del Mediterraneo. E dove sta scritto questo nel vostro programma?? Non mi sta bene votare a scatola chiusa su temi sensibili come questi.
Il secondo problema è la gestione interna del partito. La recente querelle tra Giannino e Zingales, culminata con l'uscita di quest'ultimo dal partito e la deposizione dalla presidenza di Giannino, ne è stata l'emblematica dimostrazione. La politica richiede un suo know-how ed un suo savoir faire, che sembrano mancare a molti accademici che partecipano all'iniziativa politica. Rabbrividisco al pensiero di come potrebbero, costoro, gestire una situazione di crisi vera, qualora posti ai vertici di governo del paese. Ad un governo si richiede anche robustezza: non vogliamo rimpasti ed elezioni anticipati, ne abbiamo già avuti abbastanza, grazie.


Insomma, mai come in questa tornata elettorale, la scelta è davvero difficile, e le conseguenze del voto potenzialmente letali per l'Italia.


sabato 29 settembre 2012

L'incertezza politica fa male alla crescita economica





Un recente studio, firmato da tre autori di Stanford e di Chicago Booth (QUESTO), porta sostegno alla tesi secondo la quale una maggiore incertezza su talune politiche (quella fiscale in primis) sia concausa di una peggiore performance economica nel paese che da tale incertezza è afflitto. Il paper che ho linkato propone un'analisi relativa agli USA. Le implicazioni però sono di enorme importanza per l'Italia.

Il ragionamento alla base di questa teoria è molto semplice. Se esiste incertezza su quale sarà il livello delle aliquote d'imposta, oppure sulla esistenza o meno di una data imposta su di un reddito, o di detrazioni o deduzioni e sulle modalità di calcolo di queste ultime, gli agenti economici (imprese, famiglie) potranno voler posticipare le proprie decisioni di investimento, se queste sono almeno in parte irreversibili. E la redditività di un qualsiasi investimento dovrà essere sufficientemente alta da remunerare questi rischi, altrimenti l'investimento non sarà intrapreso.

Il primo ambito al quale questo ragionamento si applica subito e intuitivamente, è quello di un'impresa che stia valutando se effettuare nuovi investimenti in Italia, per esempio in nuovi impianti industriali. Un secondo ambito, forse meno intuitivo, è quello delle scelte di investimento in educazione dei giovani italiani, per i quali diverse modalità di prelievo delle imposte, sui redditi di lavoro piuttosto che sui redditi di capitale, con maggiore o minore progressività eccetera, modificano il beneficio atteso (in termini di migliori stipendi) dall'investimento compiuto negli studi universitari. Insomma, politiche che cambino frequentemente le regole (fiscali) del gioco, possono ridurre i tassi di accumulazione di capitale fisico ed umano, con conseguenze nefaste sia nel breve che nel lungo periodo.

L'Italia, paese afflitto da una anemica dinamica della produttività, è quindi uno di quei paesi che proprio non potrebbe permettersi di giocare con il sistema tributario. Eppure avviene esattamente l'opposto. Prendiamo ad esempio lIRPEF: se consideriamo solamente gli ultimi 10 anni, abbiamo avuto una riforma significativa nel 2003, seguita ad un periodo di molte riforme e rimaneggiamenti, in cui sono cambiati scaglioni, aliquote, e metodo di applicazione delle deduzioni; poi nel 2007 di nuovo si rimette mano al sistema IRPEF, che torna alle detrazioni con nuova modifica di aliquote, scaglioni e varie regole di dichiarazione; nell'ultima esperienza di governo, il ministro Tremonti parlava di sostituire la tassazione "dalle persone alle cose", concetto pare poi ripreso dall'attuale Mario Monti (LINK), e che implica nuovamente uno spostamento del carico fiscale, stavolta dal metodo di imposizione diretto a quello indiretto.

Altro esempio lampante di incertezza indotto dalla politica fiscale italiana è dato dalla tassazione delle proprietà immobiliari. Sempre negli ultimi 10 anni, abbiamo assistito dapprima ad una riduzione e poi esenzione delle "prime case" dall'ICI, accompagnata da una tassazione sostitutiva al 20% dei redditi immobiliari, quindi più vantaggiosa della previgente tassazione IRPEF; poi cambiano le carte in tavola, e d'improvviso ci si ritrova l'IMU che non solo riprende a tassazione la prima casa, ma con pesanti aggravi dovuti alle rivalutazioni catastali. Tale incertezza è aggravata dal fatto che alcuni esponenti politici di partiti importanti sventolano l'ipotesi di una riorma, qualora vincessero le prossime elezioni, per una nuova esenzione.

Gli esempi, in questo campo, si sprecano. Nei soli ultimi 10 anni, riforme grandi e piccole hanno cambiato le imposte di bollo e di registrazione, varie accise, le aliquote IVA, e chi più ne ha, più ne metta. A ciò si assommano i numerosi cambiamenti al sistema dei controlli e delle dichiarazioni, con l'introduzione o l'estensione di redditometri e studi di settore. Insomma, sia guardando alle riforme effettivamente varate, sia ai proclami che in prossimità di elezioni i partiti politici si sprecano a pubblicizzare, il contribuente vive una continua situazione di incertezza circa l'effettivo onere tributario che troverà a dover pagare, anche solo per l'anno successivo.

Forse, allora, sarebbe da ripensarsi l'intero meccanismo politico italiano, ponendo vincoli più stringenti alla possibilità di varare modifiche a questo o quel capitolo fiscale. Che i partiti, per il naturale avvicendarsi delle votazioni elettorali, tendano a proporre nei loro programmi modifiche al sistema tributario, è forse cosa ineliminabile ed in sé non è un male grave. Ma che il sistema fiscale sia continuamente stravolto da tsunami riformatori, a volte perfino più volte in una medesima legislatura, è troppo per un paese già "inguaiato" di suo.
Una maggiore "resilienza" del codice tributario potrebbe essere allora auspicabile, purché essa non diventi l'alibi della cattiva politica per mascherare la volontà di non abbassare mai, e per nessuna ragione, la pressione fisale italiana.




domenica 10 giugno 2012

Si smetta di chiedere alla Germania di alzare i propri salari! Si smetta di pretendere trasferimenti dal Nord al Sud d'Europa!


Leggere articoli d'argomento economico in questi giorni sta diventando estenuante. Con la crisi dell'Eurozona in pieno svolgimento, aumenta il numero di voci che chiede (pretende??) che i paesi del settentrione europeo ed in particolare la Germania, delle due si decidano o a sborsare fondi a favore dei (creditori dei) paesi del sud, oppure che alzino i salari in modo da "riequilibrare" le marcarte differenze osservabili tra nord e sud d'Europa.

Non ultimo arriva questo articolo su laVoce.info. In sintesi, l'autore Carlo Milani sostiene quanto segue: dato che nord e sud europei presentano un andamento molto divergente dei costi unitari del lavoro per unità di prodotto, e dato che i valori dei CDS (credit default swap) sui titoli di stato indicano che i mercati percepiscono che in caso di rottura dell'Eurozona vi saranno costi anche per gli stati del nord, sarebbe opportuno che questi ultimi trasferissero fondi verso i paesi del sud per compensare il divario misurato nelle rispettive competitività. Ragionamento corretto? No, e spiego in breve perché.

Ci sono due questioni da tenere ben distinte, altrimenti si fa solo confusione. 

1) La prima riguarda i debiti pubblici che i paesi del sud hanno contratto in misura eccessiva: gli investitori temono che questi paesi non riusciranno a ripagare interamente i loro debiti, come è già successo per la Grecia, e quindi chiedono un premio per il rischio. Una conseguenza è che i titoli di stato emessi da paesi del sud europeo valgono sempre meno, e dato che le banche europee sono piene zeppe di questi titoli, soffrono perdite finanziarie che si sommano a quelle già pesanti dovute alla generale stagnazione economica. Questo tipo di problema si risolve con trasferimenti di liquidità temporanei, non con fondi strutturali permanenti dal nord al sud. Inoltre, è necessario che a fronte del pagamento di questi fondi emergenziali, gli stati del sud e le banche siano messe in condizione di non ripetere gli stessi errori. In questo senso, ben venga il vincolo di ricevere aiuti se e solo se le banche concedano una qualche forma di controllo diretto ad organi terzi, liberandosi (almeno temporaneamente) dal controllo esercitato da management incapace, o dalla politica (è il caso delle banche spagnole). E ben venga anche la proposta di una unione europea politica, che riesca a limitare efficacemente il sovraindebitamento di singoli paesi membri. Si tratterebbe insomma di una ulteriore cessione di sovranità, dagli stati nazionali all'Europa, unicamente col fine di vincolare le emissioni di debito alle decisioni di un comitato sovranazionale.

2) Veniamo ora alla seconda questione, quella della competitività divergente. L'andamento del costo unitario del lavoro (ULC) può essere idealmente decomposto nel modo seguente: ULC = w / LP , dove w indica il salario unitario lordo (per esempio il salario orario), ed LP è una misura della produttività del lavoro (per esempio, ottenuta dividendo il PIL per il numero totale di ore lavorate).
Il fatto che gli ULC dei paesi Euro evolvano diversamente è attribuibile a due diversi movimenti: a parità di produttività LP, il salario unitario può crescere o decrescere in funzione di leggi, accordi sindacali ed altro che non sia direttamente collegato all'andamento delle produttività; ed al contrario, a parità di salario unitario, la produttività può crescere o stagnare in base ad una lunga serie di fattori, che comprendono la qualità istituzionale del paese, l'innovazione, la capacità di fare impresa.

Se prendiamo i dati OECD e confrontiamo gli andamenti degli ULC (rimando alla tabella 1 nell'articolo linkato sopra), vediamo che nei paesi del sud gli ULC crescono, mentre decrescono in quelli del nord. Dato che l'Italia presenta un andamento piatto della propria produttività media (vedere qui, fonte ISTAT) mentre i paesi del nord hanno incrementi di produttività, ciò significa, semplicemente, che in Italia i salari sono cresciuti più della rispettiva produttività, e che in Germania i salari sono cresciuti meno delle rispettive produttività. Questo effetto non è attribuibile all'Euro, o ad altre fantasie dei pennivendoli nostrani, ma semplicemente ad una oculata scelta politica dei tedeschi, che ora raccolgono i benefici.

Per ricomporre questo gap tra Italia e Germania, e tra nord e sud d'Europa, c'è un'unica strada sensata. L'Italia deve ridurre i propri salari e/o migliorare la produttività. Punto, e basta. I salari possono essere ridotti abbassando le tasse, il che si può fare solo riducendo la spesa pubblica; la produttività si migliora avendo tribunali veloci e giusti, regole poche e semplici, corruzione scarsa e punita pesantemente, vincoli minimi all'iniziativa privata limitati a ciò che realmente è necessario al benessere collettivo, basse barriere all'entrata e all'uscita da ciascun settori produttivo.

Proporre invece, come fanno in tanti sulle pagine dei quotidiani italiani, di instaurare una sorta di enorme, mostruosa "Cassa del Mezzogiorno d'Europa" non farebbe altro che esportare malessere nei paesi del nord, senza per ciò migliorare la competitività di quelli del sud. L'esperienza del nostro Mezzogiorno d'Italia, e i cattivi esiti dei programmi finanziati in Europa attraverso una fitta rete di fondi strutturali (FESR, FSE, ecc.), dovrebbero oramai aver insegnato a tutti questo semplice, ma importante, fatto della vita.
La soluzione alternativa, che i paesi del nord innalzino i propri salari, è altrettanto ottusa. Non è affatto detto che la riduzione dell'export dei paesi del nord, andrebbe prevalentemente a vantaggio delle esportazioni di quelli del sud. La Germania, per esempio, esporta molto in Asia, mentre l'Italia non si è ritagliata spazi altrettanto significativi in quei mercati. Se la Germania riducesse le esportazioni verso l'Asia, ad es. di automobili, cosa ci induce a credere che i Cinesi e gli Indiani correrebbero a comperare FIAT? La perdita di competitività dei paesi del nord non significherebbe necessariamente un pari aumento di competitività di quelli del sud! Esiste inoltre una questione che lega la produttività (espressa in valore aggiunto) alla qualità della ricerca e dell'innovazione di prodotto: i tedeschi innovano molto, noi italiani parecchio meno, e questo implica che i nostri prodotti non siano completamente sostituibili a quelli fatti altrove.

E ovviamente, lo scrivo qui a conclusione ma non perché poco importante, esiste anche la questione, non secondaria per una paese dalla forte etica come la Germania, a convincere la formica a dar da mangiare alla cicala durante il freddo inverno...