martedì 7 maggio 2013

Eurozona, mon amour



Ci piace tanto parlare di Europa, Germania, Eurozona. Dei cattivoni tedeschi che, stando ad un non trascurabile numero di voci italiane, starebbero pianificando una sorta di neoimperialismo paneuropeo basato su di un mix di austerity economica e imposizioni politiche calate dall'alto.

Per chi non si accontenta del blabla da stampa italica, consiglio la lettura di questo scambio di vedute tra George Soros, milionario e speculatore finanziario che di recente si è cimentato nell'opinionismo economico, e Hans-Werner Sinn, un economista di quelli importanti, almeno tra gli accademici. Talmente autorevole, Sinn, che Wikipedia italiana, guarda un po', neppure include una pagina a lui dedicata.

Per chi mastica a sufficienza l'inglese, il testo dei relativi interventi si legge qui: LINK.
Per gli anglofobi e per chi ha poco tempo da perdere, riassumo qui in brevissima sintesi la questione.

Dice Soros: così non si va avanti. L'eurozona, e con essa l'Unione Europea, è in procinto di implodere. La Germania sbaglia ad imporre la sua politica di austerity e anti-inflazionistica. La Germania ha due alternative reali: o accetta di fare gli Eurobond, così che il debito dei paesi del sud d'Europa venga spalmato sulle spalle di tutti i paesi membri dell'area Euro, lasciando spazio a tali paesi per aggiustare i propri conti pubblici; oppure l'alternativa è che la Germania esca dall'Euro.

Risponde Sinn: la Germania non accetterà mai gli Eurobond, per varie ragioni non ultimo di carattere costituzionale. E sarebbe comunque un errore fare gli Eurobond, perché forniscono incentivi perversi ai paesi spendaccioni. L'austerity, poi, non la impone la Germania ma gli investitori privati, che non si fidano più di prestar soldi ai paesi meridionali. Fra l'altro, la Germania ha già sborsato miliardi di euro per aiutare i paesi in difficoltà. Infine, se la Germania uscisse dall'Euro, sarebbe estremamente probabile che anche altri paesi farebbero altrettanto: i paesi scandinavi e l'Austria di sicuro, i Paesi Bassi, e forse anche Belgio e Francia.
Dato che il problema sta nel fatto che i paesi con alto debito/PIL sono pure quelli con produttività lenta, bisogna che questi guadagnino competitività. Ciò si fa riducendo i prezzi (i salari), come ha fatto l'Irlanda la quale dopo la mazzata presa nel 2008-2011, si sta riprendendo bene grazie a forti riduzioni salariali.


Per quanto mi riguarda, mi riconosco bene nel "Sinn-pensiero" testé riassunto. 
Ad ognuno, poi, l'onere di farsi un'idea propria.

venerdì 3 maggio 2013

Another superhero of demagogy shows up on the European political stage. This time in Austria.




Another superhero of demagogy shows up on the European political stage. This time is the turn of Austria.

His name is Frank Stronach. According to BBC News, Mr. Stronach is a very wealthy businessman, who made his fortune mainly in Canada in the automotive industry. He is now running for the Austrian elections in September with his own party.
Many traits of the man remind of Silvio Berlusconi, at the time he first started his political career in Italy back in the early 1990s. 

Both Stronach and Berlusconi are tycoons who depict themselves as the new wind of change (Stronach talked about an "intellectual revolution" that should happen in Austria). Both state they want "to fight against professional politicians". They both highlight their past business experience and success as a proxy for their ability to skillfully run the economic policy of their country. They are both in the late half of their life (Mr Stronach is over 80). Both display political beliefs and electoral support that strongly lean toward the far right wing (low taxation, less bureaucracy, liberalism in economics coupled with conservative views on society). Both run a one-man political party, funded with their own money and dependent from their personal charisma. Both are heavily committed to football (Berlusoni with the A.C. Milan, and Stronach with the FK Austria Vienna).

Both are eurosceptic. For example, recently Stronach expressed this view:

"It never had a chance that it worked, for the simple reason we know the southern states were basically agricultural states. [...] The northern states were industrial countries - so gigantic differences. A common currency just doesn't work. Not in Europe"

It is a pity this statement is completely wrong. It might be that a common currency is not feasible in Europe, but surely not for the reasons Mr. Stronach is talking about.
Please Mr. Stronach, just give alook at World Bank data. In 2000 for example, Scandinavian countries, The Netherlands and Austria had 2-3% of GDP produced by agriculture; in Italy, Spain, Portugal, Slovenia this value is 3-4%: a difference less than 1% of GDP!

But, this too is a strong similarity between Stronach and Berlusconi. The latter has been caught several times reporting wrong data during interviews and public debates.

The need for new policies and new political representatives in Europe is a matter of paramount importance, this is a sure thing. But, let's hope the wind of change will blow in the direction of real solutions. While I, personally, may easily sympathize with Stronach's arguments against bureaucratization and too-high taxation (I am Italian, though, and therefore maybe I just apply the same view to different countries), I am dubious about the man.

But, again, maybe, I am just viewing Mr. Stronach through the same pair of glasses that have been looking, for too many years, at Mr. Berlusconi acting on the Italian political stage.

sabato 23 febbraio 2013

Italia 2013: chi votare al Parlamento?



Per chi votare domenica 24 febbraio 2013? A chi affidare le speranze (poche...) per il risanamento (urgentissimo!!!) di questo paese?

La scelta mi è davvero difficile. Cerco di esaminare qui, semplificando con l'accetta e in forma libera, i miei dubbi.


- PD, PdL, Lega, SEL, UDC: questi partiti ed i personaggi che li dirigono hanno dimostrato, nel lungo ventennio ora trascorso in cui hanno governato l'Italia, di non mantenere alcuna promessa elettorale, né di possedere le qualità necessarie a condurre l'Italia fuori dal guado: onestà, competenza, e interesse per la cosa pubblica sono del tutto assenti.
Pertanto è velleitario ragionare sui programmi politici di queste forze. Manca la credibilità, la volontà di attuarli, la preoccupazione per il "costo elettorale" di scelte sbagliate. Per contro, questi partiti hanno generato un numero impressionante di casi di corruzione, ed hanno a più riprese svelato interrelazioni strette con lobbies e poteri forti vari. Insomma: invotabili.


- Monti: venduto come l'uomo nuovo della politica italiana, Mario Monti è stato un bluff. Professore che non produce ricerca, più burocrate che economista, ha governato l'Italia a suon di tasse. Certo, ha il merito di aver fronteggiato l'allargamento degli spread sul debito pubblico, ma all'Italia servono come mai prima d'ora riforme strutturali, che abbiano effetto nel medio e nel lungo periodo. Monti, personaggio vicino se non proprio interno a gruppi di potere influenti, difficilmente avrà mai la spinta riformatrice che serve al paese. Monti è stato attivo nel combattere i grandi monopolisti sulla scena europea, ma non ha fatto altrettanto in casa propria, anzi...


- Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo: rimangono allora le forze nuove. Premetto che ho sempre avuto simpatia per Grillo, da quando faceva un gran casino in Rai sparando a zero contro i vertici di Telecom Italia e altre società italiane, di quelle "che non si deve dire male". Anche, ho simpatia per il suo animo ecologista sin dai tempi di film come Topo Galileo (ve lo ricordate?).
Detto ciò, vedo bene e male nel M5S. Il bene è la volontà di svecchiare, la spinta rivoluzionaria, il tentativo di ricollegare le scelte fatte nelle sedi legislative alla effettiva volontà popolare, l'attenzione al problema della corruzione endemica dei politici, la "resistenza" alle grandi lobbies. Tutto questo mi piace.

C'è però un lato che mi preoccupa molto. Primo, la pressocché totale mancanza di un programma economico: male, molto male, non mi basta dire che per finanziare il reddito minimo garantito prenderete i fondi tagliando in costi della politica. Temo una navigazione a vista su questi ed altri temi...
Secondo: l'Italia ha un macroscopico problema di ingessatura del sistema pubblico. Le regole, il sistema giudiziario, la gestione del territorio... è tutto di serie C se confrontati ai paesi sviluppati. Per esempio, per avere un permesso edilizio, in Italia siamo fra i peggiori per tempi e soldi richiesti, e per l'arbitrarietà delle procedure. La World Bank ci mette al 103° posto per accessibilità dei permessi di costruzione! E facciamo persino peggio per quanto riguarda la capacità del sistema di garantire la corretta esecuzione dei contratti: sempre la World Bank ci posiziona al 160° posto!! Pensare quanto sia importante per un investitore, grande o piccolo che sia, avere la certezza del diritto e dei contratti che sottoscrive, e vedere queste valutazioni che neppure i paesi del quarto mondo... è sconfortante.

Il problema è che il M5S parla molto di giustizialismo ed ecologia spicciola ("tutti in galera!", "basta distruggere il territorio!"), ma sembra non rendersi conto dei problemi suddetti. Una ulteriore stretta antiliberale non sarebbe una soluzione favorevole alla crescita economica, né si vivrebbe meglio in uno Stato di polizia, dove per giunta il diritto è incerto a causa dei tempi lunghi della giustizia! Questi aspetti mi mettono in guardia, nonostante le simpatie di cui sopra, dal votare per M5S.


- Fermare il Declino: qui la ricetta è puramente economica, e mi sento di condividerla in pieno. Il programma di Fermare il Declino è molto vicino a quanto avrei proposto io stesso, e già questo sarebbe sufficiente a farmi votare per loro.
Veniamo ai dubbi. Il primo problema che vedo è nella totale assenza di un programma non economico. Vorrei sapere quali sono le idee dei miei rappresentanti, e quindi come voteranno, su temi come l'aborto, le guerre in Medio Oriente, la politica d'immigrazione, la libertà di culto, ecc. ecc.
Non riesco a cuor leggero a votare qualcuno, se poi un giorno esce fuori chi dice (mi pare fosse Zingales a riferirlo in un'intervista, qualche tempo fa) che Fermare il Declino è tutto per Israele, considerato faro d'Occidente nella sponda orientale del Mediterraneo. E dove sta scritto questo nel vostro programma?? Non mi sta bene votare a scatola chiusa su temi sensibili come questi.
Il secondo problema è la gestione interna del partito. La recente querelle tra Giannino e Zingales, culminata con l'uscita di quest'ultimo dal partito e la deposizione dalla presidenza di Giannino, ne è stata l'emblematica dimostrazione. La politica richiede un suo know-how ed un suo savoir faire, che sembrano mancare a molti accademici che partecipano all'iniziativa politica. Rabbrividisco al pensiero di come potrebbero, costoro, gestire una situazione di crisi vera, qualora posti ai vertici di governo del paese. Ad un governo si richiede anche robustezza: non vogliamo rimpasti ed elezioni anticipati, ne abbiamo già avuti abbastanza, grazie.


Insomma, mai come in questa tornata elettorale, la scelta è davvero difficile, e le conseguenze del voto potenzialmente letali per l'Italia.


sabato 29 settembre 2012

L'incertezza politica fa male alla crescita economica





Un recente studio, firmato da tre autori di Stanford e di Chicago Booth (QUESTO), porta sostegno alla tesi secondo la quale una maggiore incertezza su talune politiche (quella fiscale in primis) sia concausa di una peggiore performance economica nel paese che da tale incertezza è afflitto. Il paper che ho linkato propone un'analisi relativa agli USA. Le implicazioni però sono di enorme importanza per l'Italia.

Il ragionamento alla base di questa teoria è molto semplice. Se esiste incertezza su quale sarà il livello delle aliquote d'imposta, oppure sulla esistenza o meno di una data imposta su di un reddito, o di detrazioni o deduzioni e sulle modalità di calcolo di queste ultime, gli agenti economici (imprese, famiglie) potranno voler posticipare le proprie decisioni di investimento, se queste sono almeno in parte irreversibili. E la redditività di un qualsiasi investimento dovrà essere sufficientemente alta da remunerare questi rischi, altrimenti l'investimento non sarà intrapreso.

Il primo ambito al quale questo ragionamento si applica subito e intuitivamente, è quello di un'impresa che stia valutando se effettuare nuovi investimenti in Italia, per esempio in nuovi impianti industriali. Un secondo ambito, forse meno intuitivo, è quello delle scelte di investimento in educazione dei giovani italiani, per i quali diverse modalità di prelievo delle imposte, sui redditi di lavoro piuttosto che sui redditi di capitale, con maggiore o minore progressività eccetera, modificano il beneficio atteso (in termini di migliori stipendi) dall'investimento compiuto negli studi universitari. Insomma, politiche che cambino frequentemente le regole (fiscali) del gioco, possono ridurre i tassi di accumulazione di capitale fisico ed umano, con conseguenze nefaste sia nel breve che nel lungo periodo.

L'Italia, paese afflitto da una anemica dinamica della produttività, è quindi uno di quei paesi che proprio non potrebbe permettersi di giocare con il sistema tributario. Eppure avviene esattamente l'opposto. Prendiamo ad esempio lIRPEF: se consideriamo solamente gli ultimi 10 anni, abbiamo avuto una riforma significativa nel 2003, seguita ad un periodo di molte riforme e rimaneggiamenti, in cui sono cambiati scaglioni, aliquote, e metodo di applicazione delle deduzioni; poi nel 2007 di nuovo si rimette mano al sistema IRPEF, che torna alle detrazioni con nuova modifica di aliquote, scaglioni e varie regole di dichiarazione; nell'ultima esperienza di governo, il ministro Tremonti parlava di sostituire la tassazione "dalle persone alle cose", concetto pare poi ripreso dall'attuale Mario Monti (LINK), e che implica nuovamente uno spostamento del carico fiscale, stavolta dal metodo di imposizione diretto a quello indiretto.

Altro esempio lampante di incertezza indotto dalla politica fiscale italiana è dato dalla tassazione delle proprietà immobiliari. Sempre negli ultimi 10 anni, abbiamo assistito dapprima ad una riduzione e poi esenzione delle "prime case" dall'ICI, accompagnata da una tassazione sostitutiva al 20% dei redditi immobiliari, quindi più vantaggiosa della previgente tassazione IRPEF; poi cambiano le carte in tavola, e d'improvviso ci si ritrova l'IMU che non solo riprende a tassazione la prima casa, ma con pesanti aggravi dovuti alle rivalutazioni catastali. Tale incertezza è aggravata dal fatto che alcuni esponenti politici di partiti importanti sventolano l'ipotesi di una riorma, qualora vincessero le prossime elezioni, per una nuova esenzione.

Gli esempi, in questo campo, si sprecano. Nei soli ultimi 10 anni, riforme grandi e piccole hanno cambiato le imposte di bollo e di registrazione, varie accise, le aliquote IVA, e chi più ne ha, più ne metta. A ciò si assommano i numerosi cambiamenti al sistema dei controlli e delle dichiarazioni, con l'introduzione o l'estensione di redditometri e studi di settore. Insomma, sia guardando alle riforme effettivamente varate, sia ai proclami che in prossimità di elezioni i partiti politici si sprecano a pubblicizzare, il contribuente vive una continua situazione di incertezza circa l'effettivo onere tributario che troverà a dover pagare, anche solo per l'anno successivo.

Forse, allora, sarebbe da ripensarsi l'intero meccanismo politico italiano, ponendo vincoli più stringenti alla possibilità di varare modifiche a questo o quel capitolo fiscale. Che i partiti, per il naturale avvicendarsi delle votazioni elettorali, tendano a proporre nei loro programmi modifiche al sistema tributario, è forse cosa ineliminabile ed in sé non è un male grave. Ma che il sistema fiscale sia continuamente stravolto da tsunami riformatori, a volte perfino più volte in una medesima legislatura, è troppo per un paese già "inguaiato" di suo.
Una maggiore "resilienza" del codice tributario potrebbe essere allora auspicabile, purché essa non diventi l'alibi della cattiva politica per mascherare la volontà di non abbassare mai, e per nessuna ragione, la pressione fisale italiana.




domenica 10 giugno 2012

Si smetta di chiedere alla Germania di alzare i propri salari! Si smetta di pretendere trasferimenti dal Nord al Sud d'Europa!


Leggere articoli d'argomento economico in questi giorni sta diventando estenuante. Con la crisi dell'Eurozona in pieno svolgimento, aumenta il numero di voci che chiede (pretende??) che i paesi del settentrione europeo ed in particolare la Germania, delle due si decidano o a sborsare fondi a favore dei (creditori dei) paesi del sud, oppure che alzino i salari in modo da "riequilibrare" le marcarte differenze osservabili tra nord e sud d'Europa.

Non ultimo arriva questo articolo su laVoce.info. In sintesi, l'autore Carlo Milani sostiene quanto segue: dato che nord e sud europei presentano un andamento molto divergente dei costi unitari del lavoro per unità di prodotto, e dato che i valori dei CDS (credit default swap) sui titoli di stato indicano che i mercati percepiscono che in caso di rottura dell'Eurozona vi saranno costi anche per gli stati del nord, sarebbe opportuno che questi ultimi trasferissero fondi verso i paesi del sud per compensare il divario misurato nelle rispettive competitività. Ragionamento corretto? No, e spiego in breve perché.

Ci sono due questioni da tenere ben distinte, altrimenti si fa solo confusione. 

1) La prima riguarda i debiti pubblici che i paesi del sud hanno contratto in misura eccessiva: gli investitori temono che questi paesi non riusciranno a ripagare interamente i loro debiti, come è già successo per la Grecia, e quindi chiedono un premio per il rischio. Una conseguenza è che i titoli di stato emessi da paesi del sud europeo valgono sempre meno, e dato che le banche europee sono piene zeppe di questi titoli, soffrono perdite finanziarie che si sommano a quelle già pesanti dovute alla generale stagnazione economica. Questo tipo di problema si risolve con trasferimenti di liquidità temporanei, non con fondi strutturali permanenti dal nord al sud. Inoltre, è necessario che a fronte del pagamento di questi fondi emergenziali, gli stati del sud e le banche siano messe in condizione di non ripetere gli stessi errori. In questo senso, ben venga il vincolo di ricevere aiuti se e solo se le banche concedano una qualche forma di controllo diretto ad organi terzi, liberandosi (almeno temporaneamente) dal controllo esercitato da management incapace, o dalla politica (è il caso delle banche spagnole). E ben venga anche la proposta di una unione europea politica, che riesca a limitare efficacemente il sovraindebitamento di singoli paesi membri. Si tratterebbe insomma di una ulteriore cessione di sovranità, dagli stati nazionali all'Europa, unicamente col fine di vincolare le emissioni di debito alle decisioni di un comitato sovranazionale.

2) Veniamo ora alla seconda questione, quella della competitività divergente. L'andamento del costo unitario del lavoro (ULC) può essere idealmente decomposto nel modo seguente: ULC = w / LP , dove w indica il salario unitario lordo (per esempio il salario orario), ed LP è una misura della produttività del lavoro (per esempio, ottenuta dividendo il PIL per il numero totale di ore lavorate).
Il fatto che gli ULC dei paesi Euro evolvano diversamente è attribuibile a due diversi movimenti: a parità di produttività LP, il salario unitario può crescere o decrescere in funzione di leggi, accordi sindacali ed altro che non sia direttamente collegato all'andamento delle produttività; ed al contrario, a parità di salario unitario, la produttività può crescere o stagnare in base ad una lunga serie di fattori, che comprendono la qualità istituzionale del paese, l'innovazione, la capacità di fare impresa.

Se prendiamo i dati OECD e confrontiamo gli andamenti degli ULC (rimando alla tabella 1 nell'articolo linkato sopra), vediamo che nei paesi del sud gli ULC crescono, mentre decrescono in quelli del nord. Dato che l'Italia presenta un andamento piatto della propria produttività media (vedere qui, fonte ISTAT) mentre i paesi del nord hanno incrementi di produttività, ciò significa, semplicemente, che in Italia i salari sono cresciuti più della rispettiva produttività, e che in Germania i salari sono cresciuti meno delle rispettive produttività. Questo effetto non è attribuibile all'Euro, o ad altre fantasie dei pennivendoli nostrani, ma semplicemente ad una oculata scelta politica dei tedeschi, che ora raccolgono i benefici.

Per ricomporre questo gap tra Italia e Germania, e tra nord e sud d'Europa, c'è un'unica strada sensata. L'Italia deve ridurre i propri salari e/o migliorare la produttività. Punto, e basta. I salari possono essere ridotti abbassando le tasse, il che si può fare solo riducendo la spesa pubblica; la produttività si migliora avendo tribunali veloci e giusti, regole poche e semplici, corruzione scarsa e punita pesantemente, vincoli minimi all'iniziativa privata limitati a ciò che realmente è necessario al benessere collettivo, basse barriere all'entrata e all'uscita da ciascun settori produttivo.

Proporre invece, come fanno in tanti sulle pagine dei quotidiani italiani, di instaurare una sorta di enorme, mostruosa "Cassa del Mezzogiorno d'Europa" non farebbe altro che esportare malessere nei paesi del nord, senza per ciò migliorare la competitività di quelli del sud. L'esperienza del nostro Mezzogiorno d'Italia, e i cattivi esiti dei programmi finanziati in Europa attraverso una fitta rete di fondi strutturali (FESR, FSE, ecc.), dovrebbero oramai aver insegnato a tutti questo semplice, ma importante, fatto della vita.
La soluzione alternativa, che i paesi del nord innalzino i propri salari, è altrettanto ottusa. Non è affatto detto che la riduzione dell'export dei paesi del nord, andrebbe prevalentemente a vantaggio delle esportazioni di quelli del sud. La Germania, per esempio, esporta molto in Asia, mentre l'Italia non si è ritagliata spazi altrettanto significativi in quei mercati. Se la Germania riducesse le esportazioni verso l'Asia, ad es. di automobili, cosa ci induce a credere che i Cinesi e gli Indiani correrebbero a comperare FIAT? La perdita di competitività dei paesi del nord non significherebbe necessariamente un pari aumento di competitività di quelli del sud! Esiste inoltre una questione che lega la produttività (espressa in valore aggiunto) alla qualità della ricerca e dell'innovazione di prodotto: i tedeschi innovano molto, noi italiani parecchio meno, e questo implica che i nostri prodotti non siano completamente sostituibili a quelli fatti altrove.

E ovviamente, lo scrivo qui a conclusione ma non perché poco importante, esiste anche la questione, non secondaria per una paese dalla forte etica come la Germania, a convincere la formica a dar da mangiare alla cicala durante il freddo inverno...


martedì 13 dicembre 2011

Su Germania, Eurozona, e uscita dalla crisi




In un recente articolo il bravo giornalista economico Mario Seminerio discute criticamente della situazione (drammatica) in cui versa l'Eurozona. Secondo Seminerio, l'origine della crisi non sarebbe dovuta prevalentemente ai debiti pubblici ed alle collegate mal-politiche dei paesi del sud europeo, come viene comunemente sostenuto dai più, ma ad uno squilibrio interno tra paesi del nord e del sud.

Scrive infatti Seminerio: "Nell’ultimo decennio, il peggioramento della competitività del Sud dell’Eurozona ha creato un vasto squilibrio di bilancia dei pagamenti verso il Nord, che è stato finanziato in larga misura attraverso obbligazioni. L’unione monetaria, nel suo complesso, è in equilibrio. Oggi, il Nord ha un surplus delle partite correnti di poco meno del 2 per cento del Pil dell’Eurozona contro un deficit quasi equivalente del Sud. In condizioni normali ciò si risolverebbe con un deprezzamento del cambio del paese in deficit. Ma nell’Eurozona non ci sono valute né meccanismi per finanziare le regioni debitrici, quando i flussi finanziari del settore privato cessano. Se il mercato perde fiducia nella regione debitrice, quest’ultima può solo tagliare rapidamente la spesa, andare in default o invocare l’intervento del FMI."

Io non sono troppo convinto di questa tesi. Il disegno di una unione monetaria europea si basava originariamente sull'esistenza di un mercato unico già in parte sviluppato grazie ai trattati comunitari, che stabilivano la libera circolazione di alcuni prodotti nei paesi aderenti. Partendo dal presupposto che vi fosse la volontà di estendere questo mercato unico e senza barriere (visto anche il successo già dimostrato dai vecchi trattati), si decise di tentare la via di una moneta unica quale strumento per potenziare e favorire l'eliminazione delle barriere transazionali tra i paesi europei. Una moneta unica, si diceva, avrebbe eliminato i costi ed i rischi dovuti al cambio. Ma, ed è questo il punto rilevante, l'Euro doveva essere solo un tassello di una strategia più vasta, tesa a rendere omogenee procedure e regole nei paesi membri.

Il lettore si potrà chiedere ora cosa c'entra tutto questo con l'attuale crisi e con quanto scritto da Seminerio. Ebbene, come già teorizzato da alcuni economisti negli anni '90 (da Paul De Grauwe più che da altri), la presenza di elevata mobilità dei fattori (lavoratori, aziende, capitali) tra i paesi membri di un'unione monetaria è essa stessa una condizione sufficiente a risolvere i potenziali problemi derivanti da differenziali di produttività tra i paesi, o tra regioni, dell'unione.

Facciamo un esempio: immaginiamo due soli paesi, una Germania molto produttiva ed esportatrice, ed un'Italia poco produttiva e poco esportatrice. Immaginiamo in entrambi i paesi uno Stato minimale e senza debiti, e una mobilità totale di fattori e merci tra i due paesi. In una situazione del genere, l'Italia avrebbe inizialmente salari reali più bassi (perché minore è la produttività del lavoro), ed un livello dei prezzi delle materie prime locali più basso. Le imprese tedesche avrebbero convenienza a delocalizzare in Italia, ed i lavoratori italiani a migrare in Germania. L'aggiustamento in questo caso non avverrebbe per via monetaria attraverso deprezzamento/apprezzamento delle rispettive valute, come suggerito da Seminerio, ma direttamente nell'economia reale.

Perché tutto questo non è avvenuto nell'Europa reale? Perché lo Stato non è affatto minimale, anzi è ingombrante e ha fatto guai. Invece di scommettere sul mercato unico, hanno prevalso le barriere. Si è deciso di non consentire l'offerta di servizi da altri paesi membri (ricordate la direttiva Bolkestein, pesantemente depotenziata?) perché si temeva la concorrenza di rumeni e polacchi; si è contrastata la standardizzazione dei prodotti perché sennò si perdevano le varietà locali e i marchi DoP e DoC; i salari italiani sono lontani dalle produttività per causa di un sistema sindacale vecchio e ingessato e di un mercato del lavoro terribilmente duale. Per non parlare dei vincoli posti alla venuta di aziende ed investimenti esteri ("non lasceremo Alitalia ai francesi!", vi ricorda qualcosa questa frase? Ricordate anche le scalate bancarie bloccate da Fazio&soci? Ecco...). Insomma, si è fatto un po' di tutto per minare alla base il progetto di un mercato unico sempre più interconnesso, preferendo interessi locali e di lobby.

Quindi Seminerio in parte ha ragione, quando dice che esiste un differenziale di produttività tra i paesi e che questo genera surplus e deficit commerciali molto diversi. Quello che non mi sento di condividere, però, è vedere la soluzione in manovre monetarie di aggiustamento. Per le ragioni che ho illustrato, è il progetto stesso di mercato unico europeo che al momento pare fermo e non voluto. Allora: se noi europei si vuole ancora fare il mercato unico, per me dobbiamo ripartire da lì con riforme serie e condivise (che non implicano, necessariamente, un'unione fiscale). Altrimenti, è la stessa esistenza dell'Euro ad essere impossibile e perniciosa. Vivremmo permanentemente sotto la spada di Damocle di aggiustamenti impossibili tra i paesi, e tra 5-10 anni gli stessi problemi che subiamo oggi si ripresenterebbero.

Posto che la volontà di formare un vero mercato unico sia rinnovata e confermata, esiste solo una via sensata per uscire da questa crisi: 1) riforme strutturali tese a liberalizzare i mercati, in chiave anche di mobilità intra-europea, per convincere che il tasso di crescita non sarà anemico in Italia (e Grecia, ecc.) e per ridurre gli squilibri tra i paesi membri; 2) riduzione della spesa pubblica nei paesi iperindebitati ed impiego dei surplus per ridurre gradualmente il debito (ma non tutto subito, basta segnalare ai mercati che è in atto una convergenza verso un rapporto debito/pil più basso); 3) privatizzazione delle perdite bancarie, se necessario, con la trasformazione delle obbligazioni bancarie in partecipazioni azionarie (sulla falsariga di quanto saggiamente suggerito, a suo tempo, dall'economista Luigi Zingales per la crisi dei mutui subprime), in modo da ricapitalizzare il sistema bancario senza addossare ai contribuenti alcun onere tributario (ma questa misura, se funzionano presto i punti 1) e 2), probabimente non sarebbe necessaria).
Tutto il resto, a cominciare dagli acquisti da parte di BCE e/o FMI dei titoli di stato sotto pressione, non risolve i problemi che abbiamo, al più li rimanda per un po' di mesi al futuro.


EDIT: un successivo articolo, sempre di Seminerio, apparso oggi su Linkiesta.it (QUI) corregge lievemente il tiro ed arriva a conclusioni molto simili alle mie: "il rinvio di ben un anno dell’intero processo di liberalizzazione dell’economia italiana rischia di rivelarsi esiziale, per mancata comprensione delle radici della crisi". Condivido la prognosi.

domenica 13 novembre 2011

Sulla Gabanelli e la proposta di tassare il contante




Sul Corriere della Sera la giornalista Milena Gabanelli, conosciuta per il programma Report in onda su Rai3, ha pubblicato un articolo in cui riflette sulla attuale situazione economica italiana. L'articolo in questione propone di tassare l'uso del contante, al fine di ridurre il sommerso e l'evasione fiscale.

L'articolo esordisce con alcune imprecisioni. Se la Gabanelli è scusabilissima, in quanto lei stessa esordisce affermando di non essere un economista ma una "giornalista generica, che ogni tanto prova a capire temi complessi, per poi spiegarli agli utenti", è bene però che i lettori siano meglio informati sulla questione. La Gabanelli infatti scrive:
"[...] è diventato drammaticamente urgente riportare il rapporto debito/PIL intorno al 100% (il livello superato il quale, secondo gli economisti, si entra in zona pericolo). Come abbiamo detto il debito è di 1.843 miliardi, il PIL circa 1500. Immaginiamo quindi di dover predisporre un piano che riduca il debito di 350 miliardi. "

Il target di un rapporto debito/PIL al 100% chi lo ha stabilito, e come? Per comprendere come stanno le cose, immaginate che il PIL sia il reddito di una persona. Ora, questa persona potrebbe tranquillamente indebitarsi per una cifra ben superiore a tale reddito, anche di diversi multipli di grandezza (e quindi avere un rapporto debito/reddito superiore al 100%): è quello che fa chiunque accenda un mutuo per l'acquisto di una casa. Il punto importante per chi fa credito a questo individuo è valutare quanto il reddito di quest'ultimo sia sicuro e stabile nel tempo. È difatti prassi comune che le banche valutino diversamente il merito creditizio di persone con contratti di lavoro a tempo indeterminato e non, o con uno storico reddituale continuo piuttosto che saltuario. La stessa cosa accade quando un risparmiatore deve scegliere quali titoli di debito acquistare sui mercati: valuta, e decide di conseguenza.

La "sostenibilità del debito pubblico" è un concetto molto simile all'esempio del singolo cittadino indebitato. Un debito pubblico è sostenibile (cioè, verrà ripagato dallo Stato che ha emesso i titoli di debito) se mediamente lungo un periodo di più anni è verificata la disuguaglianza:

A ≥ (i-c)D

Dove: A rappresenta l'avanzo o disavanzo di bilancio rapportato al PIL; D è il rapporto debito/PIL; i è il tasso di interesse dovuto sul debito; e c è il tasso di crescita del PIL.
La Gabanelli nel suo articolo scrive che il valore di A è elevato in Italia (e questo, ai fini della sostenibilità del debito, è un bene), ma pure D è elevato (e questo è male), e ciò costringe a tagli della spesa pubblica. Tutto ciò è vero, ma non racconta l'intera storia. La teoria economica ha da tempo spiegato che più tasse abbinate a spesa pubblica improduttiva o poco efficiente possono ben ridurre la crescita, ovvero la variabile c. Ciò si verifica perché maggiori imposte riducono il "premio" ottenuto dal lavorare di più, e dall'investire di più. La conseguenza di ciò è una riduzione nel tempo del reddito nazionale: proprio quello che avviene in Italia da 15-20 anni, ed uno dei principali fattori che spingono al rialzo il rendimento richiesto dai mercati sul debito sovrano italiano.

Veniamo allora alla proposta della Gabanelli: tassare il contante per ridurre l'evasione fiscale. Tutti concordiamo in principio nel voler ridurre l'evasione per abbassare le imposte che gravano sul risparmio e sul lavoro. Ma ho due obiezioni alla proposta della Gabanelli.

1) Recuperare gettito dall'evasione significa, di fatto, aumentare la pressione fiscale. La prima obiezione discende da quant0 detto poco sopra: alzare la pressione fiscale riducendo l'evasione (ma lo stesso discorso varrebbe se si adottasse la patrimoniale di cui tanto si va parlando), senza contestualmente abbassare altre imposte può causare ulteriori fughe di capitali e ulteriori compressioni nella produttività del lavoro. Ciò implica una contrazione della crescita (la variabile c di cui sopra). Cioè: se da un lato riduciamo il rapporto debito/PIL (D), dall'altro lato ci carichiamo un giogo sulle spalle che ridurrà il prodotto interno anche per diversi anni a venire.
Insomma, applicando la "proposta Gabanelli" e assumendo una significativa riduzione del sommerso, avremmo questi effetti contemporanei: i) riduzione del debito grazie al nuovo gettito; ii) incremento dell'avanzo primario; iii) probabile riduzione della crescita a causa di aumentata pressione tributaria.

2) C'è poi una questione di natura più filosofica. Richiamo qui il classico romanzo di Orwell, 1984, dove un governo totalitario controllava strettamente l'agire dei propri cittadini/sudditi. Ebbene, ci sono persone alle quali l'idea di una sempre più ampia perdita di libertà pare appetibile. A me, uno Stato invasivo che conosca tutte le transazioni finanziarie attraverso strumenti tracciabili fa paura: è prono ad abusi gravissimi, basti ricordare un istante cosa è uscito fuori da un'altra centrale del Grande Fratello, quella gestita da tale Genchi. Questa idea, di una controllabilità totale di ogni comportamento privato (si pensi a quante informazioni personali è possibile tirar fuori dall'analisi delle transazioni finanziarie di una persona), è davvero il segno dei tempi in cui viviamo.

Per concludere, una semplice considerazione già detta da tanti prima di me. Perché accanirsi sul voler recuperare gettito, invece di programmare una progressiva riduzione della mano pubblica nella vita delle persone? Ridurre la spesa pubblica significa migliorare l'avanzo primario, la qual cosa permette di intervenire riducendo il debito e/o la pressione fiscale. Ridurre la pressione fiscale prevedibilmente ridurrà anche l'evasione (esiste una stretta correlazione positiva tra pressione tributaria ed evasione fiscale, è cosa ben nota e dimostrata). Inoltre, e non è cosa da poco, significherebbe ridurre il potere gestito dalla classe politica. Ridurre in particolare quella parte della spesa pubblica che serve solo a mantenere clientele e prebende non può che liberare risorse per altre finalità produttive, e quindi può avere un rilevante impatto positivo sulla crescita. Gentile Milena Gabanelli, le chiedo: le pare poco?